Linguaggio e proverbi marinareschi
Part 4
A._--Vero pur troppo; ma dimmi: non senti salirti le vampe del rossore sul viso, quando per significar cosa ch’ha il suo proprio vocabolo nella patria favella, scendiamo a mendicare una locuzione straniera? Sostituisci al babordo e al tribordo, _destra_ e _sinistra_: ad amaca, _branda_, _ormeggio_ ad ammarra: _disalberare_ ad amatare: _combattimento_ a combatto, e via di questo tenore: giacchè io non vo’ atteggiarmi a dottore in una materia, in cui tu hai il vantaggio su me del cento per uno.
_N. B._--Infatti questo bastardume di voci va sempre più scomparendo. Pure, dacchè m’hai tirato in ballo, lascia ch’io danzi e ch’io vuoti il mio sacco. Vedi tu quel bastimento là presso il _mandraccio_ in punto di salpare? Esso è un _brigantino_ presto a _far rotta_; _mandraccio_, _brigantino_ e _far rotta_, tre voci in fede mia, che nulla han d’italiano. Quella catena lassù che tien dritto l’albero e immoto al suo posto, è una _landra_, che vale _puttana_. Ti par da tenersene? Vero è che accanto alle _landre_ troviamo eziandio le _bigotte_, e non so come se la dicono insieme. Le parole _stazzo_, _calumare_, _randa_, _straglio_, _ralinga_ non son da strapazzo, e lana da pettinarsi col fuoco? Da che cavammo le _tonnellate_? Non è egli ridicolo chiamar _pappafico_ una vela? Ove andremo a pescare il decoro e l’italianità di tai voci?
_A._--Nel domestico patrimonio, se mal non mi appongo. E innanzi a tutto antichissima voce è _mandraccio_, con il qual nome in più luoghi della penisola veggo significata quella parte più secura ed interna delle stagioni navali, che i latini diceano _angiporto_. È voce semitica, che vale appunto _ricetto_, _stazione_. Un porto di Rodi avea questo nome, che troviamo anche in Cartagine. Dalla quale non sarebbe vana congettura il supporlo a noi derivato, sapendo che i suoi navili solean frequentare le prode della Liguria, e cavarne i più destri suoi frombolieri. Non gli si potrebbe a buon dritto negare cittadinanza italiana. Erri a partito se tieni che il nome di _brigantino_ risalga allo inglese _brig_ o al gallico _brich_; altri ebbe già a dimostrare doversi la sua radicale ricercare in _briga_, _brigare_, nel significato di _procaccio_, _procacciare_, essendo noto che siffatti legni nelle origini loro adoperavansi a servigi d’un naviglio maggiore. E anche colla voce _rotta_ dovrai riconcigliarti se osservi che altro è la _route_ de’ francesi, altro la _rotta_ o _rompimento_ degli italiani, i quali per rotta intendono il solco che fa la nave _rompendo_ i flutti marini, ossia spostando le acque colla carena, e perciò modo significativo e bellissimo[13]. Nè _landra_ mi par tal voce da menar grave scandalo, per quanto abbia smesso dell’onestà sua primitiva, trapassando, come alcune altre, nelle lingue furfantine e ne’ lupanari. _Bigotta_, cioè carrucola senza puleggia vale, nè sono io già il primo a chiarirlo, _doppia gocciola_, poichè questi bozzelli van sempre appaiati, e arieggiano que’ membretti d’architettura che diceansi _gocciole_ o _guttae_; e perciò voce pur essa italiana e laziare, dacchè questo attrezzo era anch’esso noto agli antichi[14]. Ne la parola _stazzo_, per capacità della nave, merita che tu gli faccia il viso dell’armi, poichè fu accolta e carezzata dal Caro[15]. Dovrai amicarti egualmente con la voce _calumare_, per non tirarti addosso gli sdegni di messer Ludovico[16]. D’eguale legittimità va improntato il vocabolo _randa_, a cui farai di cappello, non fosse che per riverenza a Dante Alighieri[17]; essa ci viene da _randellare_ o _distendere_, per l’ufficio che fa appunto la vela di randa. _Straglio_ ci richiama al verbo straggere, che vale tirare in altra parte, come fa il cavo che tira l’albero di fronte, dove le sartie e le parasartie gli fan di sostegno dai lati e sull’asse maggiore[18]. Quanto a _ralinga_, col qual vocabolo, parmi, designate la corda cucita intorno le vele per rinforzarne le bardature, noi ne troverem la ragione nel latino _riligare_, come a _tonnellata_ darem padre il tonnello, che successe alla veggia o botte, ch’era intorno il secolo XIV l’unità per valutare la capacità delle navi.
_N. B._--Il tuo ragionamento quadra a capello; sarebbe ostinazione il negarlo: tutto ciò corre evidente e piano com’olio. Ma tu devi avere omai secco il gorzuzzolo; Schiaffino, fa di dare aria a qualche bottiglia delle tue _Cinque Terre_.
_A._--Non prima che io abbia detto del _pappafico_, che tanto ti sa di ridicolo.
_N. B._--Questo poi è un voler stravincere ad ogni costo, e ben sai ch’ogni soverchio rompe il coperchio.
A.--Bene sta, ma pur odi. Pappafico nomavasi nel secolo XIII e forse anche più innanzi quel capuccio a becchetto, ossia quell’arnese di panno, che assestavasi in capo per ischermo della pioggia e de’ venti: dal quale uso, per un vago traslato, passò a significare il velaccio o la vela di punta de’ bastimenti. E questo aggiungo colla scorta del Guglielmotti[19], intendentissimo delle materie navali, che una tal vela per lo innanzi diceasi _suppara_ o _suppa_, con vocabolo or ito in disuso, ma vivo in quel verso di Dante:
La vendetta di Dio non teme suppe:
verso inintelligibile al volgo de’ chiosatori, ma facile e piano a chi non ignora che davasi tal nome a una vela, poichè si vedrà allora tralucere in esso un sublime concetto: essere, cioè, inutile far forza di remi o di vele per isfuggire le vendette celesti.
_N. B._--Un nuovo orizzonte, tua mercè, mi si è aperto allo sguardo. Io sentia bensì dentro una voce che mi rendea ripugnante ad avere in conto di barbaro il nostro lessico marinaresco, e quasi per istinto diceami, che opere proprie di nautica in cui questo linguaggio si contenesse, dovea possedere l’Italia, e leggi, statuti, regolamenti, elenchi, contratti, proverbi, relazioni di viaggi, di scoperte e di guerre: ma il manco di forti studi non mi consentia di dare un passo più innanzi.
_A._--E drittamente sentivi, sovvenuto, com’eri, dal tuo potentissimo ingegno; e se da te stesso non giungesti a scorgere il vero, ne dêi accagionare la tempestosa tua giovinezza e gl’istessi tuoi studi indirizzati più a moderni che non agli antichi scrittori; ma più di tutto a quella pressochè universale opinione che sfata il linguaggio marino, come dammeno; opinione che venne in noi ribadita da Bernardino Balbi, da Simon Stratico ed altri, i quali pretesero recar giudizio di cose che punto non conoscevano. Oh! escano fuori una volta dai lor gabinetti i saccenti della giornata, che van sbraitando contro la parlatura de’ marinai, viva fin dall’origini del nostro linguaggio, e si convincano alfine che essa deve rifarsi alle antiche sue fonti. E già tutto nelle materie navali si volge all’antico. Io veggo rinnovarsi le navi corazzate e rostrate: rifarsi rembate e castelli; la forza del naviglio concentrarsi nella testa anzichè ne’ fianchi, la forma dello scafo allungarsi, la spinta delle palette dell’elice tener luogo de’ remi.. .. ..
_N. B._--Io qua’ ti volea per conoscere se cotesta schietta lingua italiana sarebbe da tanto da porgerci la descrizione della macchina a vapore de’ nostri navigli. Essendo essa un trovato affatto recente, sarei di credere.. .. ..
_A._--Io ti offrirò tal descrizione di questa macchina, non che de’ suoi più minuti congegni e delle lor varie funzioni, che tu stesso dovrai confessare che mai t’avvenne di leggerne la più esatta e completa.
_N. B._--Tu vai troppo innanzi, tu vai.. ..
_A._--E per giunta te l’offrirò in isplendidi versi, quali appunto sapea tornire Lorenzo Costa, dal cui poema il _Colombo_, troppo a torto negletto, io la tolgo. Prestatemi orecchio:
Luogo è sovr’esso la naval sentina Non lunge all’arco della proda interna Ove dedala man ponea capace Clibano ardente; dall’infusa copia De’ fossili carboni alimentato Saetta un caldo, che simil nè bronzo Cosse, nè ferro alla fucina, quando Il mantaco più forte aura vi soffia. A lui fe’ quindi sovrastar col peso Di tutta l’acqua che nel centro aduna Fermo lebete: rinterzate piastre Condusse intorno a’ suoi fianchi, e la bocca Ne suggellò d’impenetrabil chiuso. Poichè sforzando ogni sottil meato Nel cavo rame il sottoposto incendio Si traforò non rattenuto e mosse Vicino assalto alla nimica sua, Quella agitarsi, gorgogliar bollente, Urtar e riurtar dentro i pareti La stanza che l’infesto ardor disagia: Poscia dall’imo al circolar coperchio Su per lo collo d’una canna bugia, In vaporoso nembo attenuata, Salir veloce. Ma perchè non mai Dall’ignea sferza dileguata o scema Sia la cagion della fumante uscita, Altra pur v’inserì girevol doccia Come a rincalzo, e l’ordinò siffatta Che l’un de’ capi suoi nel bulicame Tien sempre immerso, e l’opposito insala Fuor del naviglio, e con perpetua vece Infonde il mar dove la fiamma asciuga. La qual se molto divampando il fiero Turbine ingrossi de’ volanti effluvii, Pur lì s’interza di minor sifone Tondo spiraglio, in cui sovente isfoga Quel gran soperchio, e via per l’animella Che nel transito suo scatta leggera Va sciolto all’aer vivo e si disperde. . . . Segue il vapor con misurato ascenso La prima entrata, e dolcemente infuso Nell’alvo d’una tromba, ivi sue forze Tutte sprigiona e a bene oprar comincia.
_N. B._--Potente di bellezza e di vero, è questa pittura, e se il resto consuona ... Ma qui forse viene il difficile.
_A._--Viene infatti il difficile, e lo sente il poeta che pur non si perita a sgroppare magistralmente quel nodo. Udite:
.....La mirabil tromba Co’ piè l’interior dificio abbranca, E aderge il fusto che d’un largo istesso La cavità che non ha sghembo aggira: Lo stremo è chiuso, e s’incappella il sommo Di lamina tegnente, e giù vi casca Da vertical sospeso asta di ferro Cilindrico volume, e per lo vano A scender sempre ed a salir disposto, Mobile è sì che non accerta il dove. Sopra la base e sotto inver la cima Son due forami, e da quel fianco aperti Che un quarto parallelo organo affronta Di stupendo artificio. Entra le vuote Latebre o vena che dal mar vi bagna, O lo spiro dell’aria, e il loco verna Continuamente. L’una mole e l’altra Benchè distinte di potenza e d’atto Si dan mutuo soccorso, e par che nuovo Sentimento d’amor scuota le fibre Dell’inerte metallo e n’avvalori Il congiurato sforzo ad un intento; Chè dentro la maggior mole compagna Dal fomite vicino in nugol fitto Penetra il guazzo ribollente e occupa L’intima chiostra. Allor ne va sospinto Il pendulo serrame, e si raccoglie Verso l’altezza ove dall’orlo estremo Fa il denso fumigar subito salto Per la cruna di sopra, e al ferreo dosso Puntando gravemente lo rincaccia. Ma dello scender giù nulla sarebbe, Chè la piena costipa a randa a randa La via dal mezzo e vi frappone intoppo; Senonchè fuor della gelata gola Sbuca un alito vivo, e mesce addentro L’accidioso fummo e lo rappiglia, Sì che di lui riman solo parvente Quasi un rorido velo, e cade a piombo L’imminente cilindro. In questa forma Il freddo vuota ed il bollore intasa E la suprema e la sottana bolgia Del terzo ricettacolo, e solleva Sempre ed atterra quell’assiduo moto Il volubile ordigno. . . . . . . . . . . . . Il moto si dirama Pel diritto manubrio ad uno stelo Il cui centro su lunga asse librato Contrappesa amendue le braccia opposte Come in bilico lance. Ivi una verga Il punto aggrappa che più dista eguale Dal principio motore, e poi dà leva Torcendo alquanto sua rattezza, e gira Le ruote magne che son pinne al ventre Della nuova e diversa orca natante.
_E. S._--Mirabile invero!
_N. B._--Sublime!
_A._--Lasciate che io m’affretti alla fine:
È strepito ne’ lati, è turbinio. . . . . . . . . . . . . . . Abbriva il legno e guizza Rapidissimamente, e qual se tratto Fosse per l’ampio mar da cento coppie Di volanti corsieri, il mar guizzando Sega l’ardito legno, e fuor l’immane Troncon che sopra vi torreggia e fuma, Di caligine ondante in ciel fa zona.
_N. B._--Io non credo che la musa italiana abbia osato affrontare giammai così temerarî argomenti e trattarli con tanta chiarezza. Io mi ti do piè e mani legato. Tu hai dissipato nella mia mente e soluto que’ dubbi in cui stavasi avvolta; sicchè molto in breve stringendo, parmi aver raccolto, che Italia nostra possedeva ab antico una lingua marinaresca completa e che intatta fu a noi tramandata, poichè l’arte del navigare mai non venne qui meno. Che se nei due ultimi secoli d’oppressione e di schiavitù, non sferrarono da porti italiani armate di guerra eguali a quelle d’altre nazioni che di tanto avanzavanci, s’ebbero però qui sempre arsenali, cantieri e marinai che bastarono a conservarci il patrimonio della favella navale: patrimonio ricchissimo, e pur troppo quasi ignoto a noi stessi.
_E. S._--Aggiungi che molte voci già avute in conto di rozze o accettate dagli stranieri, son per contro di puro conio italiano, passate in un co’ nostri capitani ed artefici ad arricchire le marinerie d’altre nazioni. Son queste le tue conclusioni?
_A._--Sono: e resta a dire soltanto che se corre un qualche divario fra le parlature della nostra gente di mare, non certo eguali ma simili in tutti i porti italiani, queste dissomiglianze, invero assai lievi, ànnonsi a riferire alla diversità della pronuncia, alle desinenze, alle elisioni proprie dei diversi dialetti: ma l’essenza della locuzione è invariabilmente la stessa. Quando io sento l’agile e schietto idioma de’ nostri marinai, mi par di vivere ancora ne’ secoli delle nostre glorie navali; che poco o nulla è mutato il lor linguaggio da quello de’ nostri grandi ammiragli: i Pessagno, i Colombo, i Vespucci, i Dandolo, i Grimaldi, gli Spinola, i Morosini, i Doria, i Colonna ed i Cossa. Con questo idioma tra i denti Biagio Assereto sgominava, il sapete, le armate di due potenti corone: e Leone Strozzi vincea la giornata di Wight, rompendo Inglesi e Spagnoli. E fo voti che usando questo linguaggio possa in breve un qualche prode italiano seppellire nel fondo dell’Adriatico il naviglio tedesco, sostituendo all’odierno grido di guerra--_abbasso le brande_--che troppo mi sa di bastardo, il solenne e italico grido--_armi in coverta_[20].--
A queste parole un fremito convulso, come di furore e di rabbia, invase la persona di Bixio: i suoi occhi brillavano di luce sanguigna, e strette le pugna, giacque immerso in tempestosi pensieri. Taciti lasciammo la nave, andando ciascun di noi per i suoi venti, non senza averci ricambiata una stretta di mano e fatta promessa di ripigliare di curto la nostra discussione. Ma del mandarla ad effetto per allora fu nulla. Correano que’ giorni in cui Giuseppe Garibaldi raccoglieva tra noi il fiore della gioventù italiana per lanciarla al riscatto delle provincie meridionali: e Nino Bixio, che fu l’Aiace della gran gesta, impadronitosi di viva forza, siccome è noto, del vapore il _Lombardo_, facea vela per la Sicilia. Ma il desiderio di ritornare nel debito onore il linguaggio marinaresco, e avanzare sotto ogni aspetto le nautiche discipline, da quel giorno in lui non ebbe più tregua. Ognun sa quanto egli si travagliasse perchè fosse creata una Giunta, o, come dicesi, una _Commissione d’inchiesta_, la quale dovesse indagare le nostre condizioni marittime, per accertare quai nuove proposte e migliorie fossero tuttavia bisognevoli, e fondare scuole e istituti atti a formar valenti capitani, esperti piloti, abili maestranze e marinai. Di qui gli accurati suoi studi sull’Arsenale di Venezia, le sue ricerche sulla industria del ferro, sì strettamente connessa alla questione della costruzione e corazzatura de’ legni; di qui l’alto ossequio al P. Alberto Guglielmotti, di cui predicò le lodi in Senato, e volle in Roma nel 1870 complire in un col suo stato maggiore.
Lo Schiaffino, commesso a un altro capitano il suo legno, si ridusse in Camogli, ove spese la vita a beneficare la gente di mare e a volgerne in meglio le sorti; vero tipo del marinaio italiano, che ha per divisa: _petto di bronzo e cuor d’oro_. Noi lo rivedrem già canuto a bordo del _Maddaloni_, per ripigliarvi con Nino Bixio la trattazione dell’interotto argomento.
_DIALOGO II._
DA Nino Bixio convitato ad un desinare di bordo sul _Maddaloni_, ebbi la lieta ventura di abbattermi con Francesco Buzzoni che ne fu il capitano, col dott. Mariano Saluzzo, con Emilio Schiaffino, il vecchio lupo di mare, e con Agostino Tortello, colui, cioè, che in quattro anni e mezzo di navigazione percorse 87,370 miglia marittime, e perciò 29,530 più di Magellano; tagliò ben otto volte l’equatore con una goletta, la _Sofia_, di non più che centoventi tonnellate e coll’equipaggio di soli cinque uomini; degno di andar di conserva coi più ardimentosi nocchieri. Evidentemente volle il Bixio raccolti al suo desco quegli uomini espertissimi nelle cose marinaresche per sentirne i consigli, specie per quanto riguarda il linguaggio navale, ch’egli in un collo Schiaffino avea preso a caldeggiare con quella tenacità di propositi, ch’era propria della sua indole. Però durante la mensa non si fe’ cenno di ciò; i ragionari furono di molti e diversi: squisita l’imbandigione in ispecie per vini di varie ragioni; la gioia e l’ilarità regnava in noi tutti. Il convito già volgeva al suo fine, quando levatosi in piè Agostino Tortello:
--Io v’invito, disse, o Signori, ad un brindisi al Maddaloni ed al suo valente armatore, augurando possa egli trovare nelle Indie orientali ben più oneste accoglienze di quelle che v’ebbe altra volta.--
Un solo e prolungato evviva scoppiò dal labbro de’ commensali. Senonchè le ultime parole del Tortello aveano desta in noi tutti la curiosità di conoscere quai venture incolsero al Bixio nel suo primo viaggio in quelle remote contrade. Ond’è che pressato da tutti noi, cominciò il suo racconto in tal guisa.
_Nino Bixio._--Nel 1846 io lasciai il naviglio di guerra, e insieme con due miei fidatissimi amici, il Tini e il Parodi, feci disegno di imbarcarmi con essi loro per il Rio della Plata. Sorgeva allora a ruote nel porto sur un’àncora di leva un legno americano diretto a caricar pepe in Sumatra, e in difetto di meglio salpammo su quello in qualità di marinai. Non l’avessi mai fatto! Il capitano, per quanto onesto e abilissimo, apparteneva alla setta dei _quaqueri_; quindi a bordo letture di Bibbia, sermoni, preghiere, digiuni e una austerità di contegno e di modi, qual maggiore non avremmo trovata in un chiostro di certosini. A noi baldi di giovinezza e di brio, ed anche un po’ scappati, se vuolsi, quella vita di santimonie e di ferrea disciplina piacea come il fumo negli occhi; io m’ero sciolto dalla milizia per desiderio di più libera vita, ed eccomi dalla padella cascar nella brace. Voi conoscete l’adagio de’ marinai genovesi:
Senza vino si naviga, Senza mugugni, no;[21]
e a noi perfino il _mugugno_, era severamente interdetto. Si convenne perciò tra noi, appena ce ne venisse il destro, di disertare. Infatti, giunti dopo prospera navigazione rimpetto a Sumatra, divisammo d’attendere la notte, lanciarsi ne’ flutti e afferrare a nuoto la riva. Calate le tenebre, il Parodi assai meno avventato di Tini e di me, ci pose innanzi il pericolo de’ pescicani e de’ squali, ond’erano infestati que’ mari, e che da più giorni vedevansi saltellare, come monelli, attorno alla nave; e noi per tutta risposta--_non te ne incaricare_--e giù a capo fitto nelle onde. Ed egli di botto con noi.
Nuotammo facilmente per alcune ore: ma la terra che di notte c’era sembrata sì presso, parea fuggire da noi e farsi più ognora lontana. Cominciava a fallirci la lena: pur si filava alla meglio, or _facendo il morto_, or nuotando di fianco: ma s’era spossati e quasi esausti di forze. Diedi attorno uno sguardo, e veggendo il Parodi assai discosto da noi, come men destro nuotatore che egli era, mi volsi per trarre in suo aiuto, quando a un tratto, ch’è, che non è, mi scomparve dinanzi. Pur troppo un di que’ voraci predatori del mare, de’ quali egli presentiva il pericolo, l’aveva azzannato e travolto nel fondo; io n’ebbi certezza dall’agitazione dell’onda e dalla nera pinna del mostro a fior d’acqua, che intravidi nel punto in cui ci fu tolto per sempre. Povero amico mio! Non posso pensare a lui senza sentirmi stringere il cuore!
Cominciava ad albeggiare. Il rischio d’essere noi pur divorati da quegli enormi cetacei, ci aggiunse vigore; e buon per noi che scorgemmo non discosto un banco di corallo, ove dopo sforzi inauditi ci fu dato sostare. S’era omai rifiniti di stento e di fame. La fresca aura del mattino ed alcuni frutti di mare che agevolmente cogliemmo, ci ristorarono alquanto. La terra ci stava dinnanzi, ma occorrevano a raggiungerla non manco di tre ore di nuoto. Non c’era via di mezzo: o morir di fame in quello arido scoglio, o tentare quel guado. Ci buttammo adunque un’altra volta tra i flutti, e tanto sbracciammo di nuoto, che si giunse alla riva, ma come e in qual modo, vattelo a pesca: poichè fummo raccolti privi di sensi sul lido. Io rammento soltanto, che aprendo gli occhi, mi vidi disteso accanto il Tini, che già cominciava a riaversi, e una moltitudine di Malesi, intesa a sovvenirci di bevande e di cibo. Forse que’ selvaggi ci tennero per esseri privilegiati, non potendo comprendere come ci venisse fatto di sfuggire ai capidogli onde ribocca quel golfo. Certo è che fummo trattati con la più squisita amorevolezza, fino a vestirci con calzoni rossi di seta e con tutti quegli altri fronzoli che colà si costumano. Queste cortesie durarono per alcuni giorni, e del vedermi addobbato in quel modo, io facea le grasse risa col Tini.
Ma ci cadde in breve la benda, poichè ci avvedemmo essere tenuti quai prigionieri. Non basta: un più serio pericolo ci minacciava; quello cioè, di dover sottostare alla formalità rituale e religiosa, che l’Islamismo impone ai credenti. Noi fieramente ci rifiutammo a subire la barbara operazione. Ma un ordine espresso del re imponeva a’ nostri custodi di eseguire colla forza quell’infame cerimonia sopra di noi. Non c’era più scampo; la nostra circoncisione dovea quanto prima eseguirsi. Ma v’ebbe chi vegliava su noi. Il buon quaquero, preso terra, seppe della nostra prigionia, e ammirato della fermezza con cui ci opponemmo a mutar religione e a subir la legge de’ Mussulmani, propose a’ selvaggi il riscatto dei due fuggitivi. Qual moneta sborsasse a ricomprarci, non mi fu dato sapere; cert’è ch’egli ci accolse qual padre amoroso, e seco ci tradusse in America, da dove poi trassi in Anversa e a Parigi.
Ed ora che m’avete costretto a snocciolarvi queste mie buacciolate, io penso rifarmene a misura di carbone su tutti voi, invitandovi a trattare, come in famiglia, di cosa che altamente interessa noi tutti: il linguaggio di mare. È un vecchio tema, e parecchi di voi lo sapete, che giova omai ripigliare. Il nostro amico sostiene, ed io consento con lui, che l’Italia ha una lingua navale antichissima, originale, a cui attinsero tutte le nazioni civili, e che noi dobbiam tener monda da forestiere sozzure, se, quali di nome, vogliamo essere italiani anche nelle opere. Ed io fo qui giuramento che a bordo del Maddaloni non comporterò mai, che s’usino parole e modi diversi da quelli che a noi somministra la patria favella. Mi parrebbe delitto di lesa nazione. Posso io fare assegnamento su voi?