Linguaggio e proverbi marinareschi

Part 2

Chapter 23,632 wordsPublic domain

Messo in assetto il naviglio, non altro restava che la cerimonia del suo battesimo e la formazione del ruolo dell’equipaggio.

Era un bel mattino di giugno e tutto il paese di Rapallo e gli uomini di Pagana, di Santa Margherita, di Portofino e delle terre contermini, messi a festa, traevano ne’ pressi del cantiere per assistere al varo. Il legno addobbato a gala con la pavesata adorna d’arazzi e bandiere d’ogni taglio e colore, tirava a sè gli sguardi di tutti. Il vessillo nazionale sbatteva al picco di mezzana; all’estremità dell’albero di maestra, lo stendardo della Croce rossa in campo d’argento. Brulicavano d’immensa moltitudine i lidi: il mare istesso formicolava di trabaccoli, di burchielli, di guzzi, di tartanelle, di schelmi, di fuste, di bilancelle e di zattere: tutto insomma il barchereccio del golfo. Le campane scioglievansi a gioia: risonavano attorno allegre canzoni. Bandiere, orifiamme e pennoncelli dovunque.

Un degno sacerdote salito sopra la tolda compie i prescritti riti, e spargendo d’acque lustrali la nave, imponeale per ordine del capitano il nome di _Biagio Assereto_, il valoroso domatore dei re d’Aragona e Navarra. Ciò fatto, un fischio acutissimo s’ode echeggiare sul ponte: gli occhi di ognuno si convertono al legno: cadono a un tratto i ritegni che teneanlo fermo alla riva: vanno a terra i puntelli: una specie di tremito agita la gran mole che comincia a barcollare: fra tanto popolo accorso non udresti una voce, un sospiro; e soltanto dopo che il naviglio strisciando sulle guide spalmate di grasso, prese, fumigando, l’abbrivo al mare che tosto il cinse de’ suoi liquidi amplessi, un clamore infinito di urli di gioia andò a ferire le stelle.

Il dì appresso i marinai che s’erano offerti allo Schiaffino, raccoglievansi nella di lui casa per dare i lor nomi sul registro dell’equipaggio, e fermare le condizioni della loro ascrizione. Trenta egli ne elesse destri, intelligenti e animosi giovani, per mezzo de’ quali sperava poter rigenerare negli abiti della vita e nella lingua navale le marinaresche popolazioni della costiera orientale; indi, accomiattandoli--domani, ei disse loro, alla punta del giorno noi farem vela.--

E alla punta del giorno il capitano saliva la nave, ma ombrato il volto, qual chi teme una imminente sventura. Gli uomini dell’equipaggio erano tutti al posto dai diversi uffici loro assegnato; i macchinisti, il pilota attendeano i comandi: e i comandi mai non impartivansi. Eppure l’aspetto del mare e del cielo annunciava che superato agevolmente il capo di Portofino, in poche velate sarebbesi imboccato il porto di Genova, ove la nave dovea completare il proprio armamento e prendere il carico. Due altri bastimenti ch’erano in que’ paraggi sull’àncore, aveano già preso del largo; i marinai non poteano insomma comprendere l’esitazione dello Schiaffino nel dar gli ordini della partenza. Peggio poi quando invece dell’ordine di salpare, s’udì il capitano comandare di mettersi in panna, di gettar l’àncore, d’ammainare i bastardi e le antenne, come se minacciasse un fortunale. Una parte dell’equipaggio fu eziandio licenziata a scendere a terra.

E invero l’occhio espertissimo dello Schiaffino avvisava qualche cosa di sinistro sulla faccia delle acque e del cielo; lontan lontano s’udiva come un ronzio propagarsi sulle ancor quiete marine, foriero certissimo di non remota procella; vedeansi le nubi sbandare per rombi diversi; correan le onde non grandi, ma però spesse ed acute, e agitate da un cotal moto che all’occhio indagatore nulla prometteva di bene. L’aria impregnata d’elettrico: una lunga schiera di augelli rigava il cielo, e volgeasi rapidamente alla terra. Egli aveva inoltre osservato il barometro che improvviso scendeva: avea spiato la formazione dei cirri e gli aloni: tutto indicavagli insomma lo appressarsi della tempesta: ed ei volea cogliere il destro non solo di scampare la nave, ma di porre ad esecuzione una sua antica proposta.

E la tempesta non si fe’ attendere a lungo, e furiosa per modo, che i due legni che avevano prima sferrato, vedeansi da lungi lottare penosamente contro l’urto dei venti che gli sbalestrava nelle scogliere del Capo, e contro le infuriate onde che parean seppellirli entro i lor vortici. E fu loro mestieri pel gran travaglio alleggerire gli scafi, ciondolarli alle bande, usare ogni argomento dell’arte per impedire che le àncore si rompessero sulle marre dei ronzoni. A mala pena poggiando alla banda, e filando gli ormeggi per occhio, poteano sostenersi sui flutti. Per contro il _Biagio Assereto_ non uscito da quel securo seno, prendeva a scherno ogni ira di mare e di cielo. S’addiedero allora i marinai ch’aveano collo Schiaffino posto il piè a terra, da qual tremendo pericolo ei seppe francarli.

--Non avevi tu visto le procellarie e gli altri augelli marini aliare sinistramente sui flutti?

--La luna è al secondo suo quarto; ieri il sole tramontò listato di macchie ... cattivi pronostici per mettersi a vela.

--Ben l’indicava la salvastrella che incartocciavasi, e il trifoglio che levava ritti ritti i suoi steli.

--Che la burrasca fosse imminente diceanlo le mosche che succhiellavano più vivamente le carni; le passere che facevano uno strano cinguettare sugli alberi; le api che non si discostavano dai loro alveari; i lombrichi che usciano di terra; il suono delle campane che udiasi ben di lontano ...--

E fedeli al proverbio che canta: _della sapienza di poi son piene le fosse_, tutti allora erano certi, che sarebbe stata follia lo sciogliere i canapi. Nondimeno compresi di viva riconoscenza traeano presso il lor capitano.

Stava egli allora a colloquio col sindaco e i maggiorenti del luogo in una sala della sua casa per avvisare sulla possibilità di recare un qualche soccorso ai due legni in procinto di naufragare, e fremea per l’impotenza di liberarli da un imminente disastro. La venuta de’ marinai e la presenza degli uomini più notevoli del paese parvegli occasione propizia per incarnare un suo antico disegno; ond’è che levatosi e raccoltigli intorno a sè, così prese a dire:

--Voi vedete, amici e compagni, l’impossibilità in cui per manco di mezzi noi siamo di recare un qualche soccorrimento a quei miseri. Ma s’e’ versano in gravi distrette, gli è perchè l’hanno eglino stessi voluto; io per certissimi indizi gli avevo ammoniti a non fidarsi oggi al femminile sorriso del mare; le sue carezze nascondevano il tradimento. E se or non c’è dato volare in loro aiuto, tutta su voi ne ricade la colpa, o signori; ed io terrei questo pel più bel giorno della mia vita, se vi piacesse avvisar meco al modo di prevenire le fortune di mare, e di rendere affatto innocui i naufragî.--

Queste parole pronunciate coll’accento di sicurezza propria dell’uomo di mare, scossero profondamente gli astanti, i quali per bocca del sindaco--parlate, gli dissero; che àssi a fare per scongiurare i danni gravissimi che ad ogni istante gettano nella desolazione le nostre famiglie? Noi siam tutti presti a mandare ad effetto quanto voi saprete proporci. Parlate.--

In quello istante parve che l’uragano rimettesse alquanto della sua furia; il capitano, appuntato il suo cannocchiale, vide un de’ legni correre al largo, mure a sinistra, sotto le sue vele basse, le vele di gabbia, i parrocchetti, la brigantina ed i fiocchi; stava anzi in quel punto issando i coltellacci e i papaffichi. Anche l’altro naviglio, vinta la traversia, spiegava al vento il trevo della maestra, e serrata la mezzana, facea, correndo, la prua a Portofino. Ond’egli con animo più rimesso, così parlò loro:

--Voi conoscete il noto adagio: _chi s’aiuta, Dio l’aiuta_: ma noi siamo ancor lontani dal metterlo in pratica. Chiamare Dio e i Santi in mezzo ai pericoli della sconvolta natura, gli è certo un ottimo avviso; ma meglio ancor tornerebbe il prevenire questi pericoli, dacchè la scienza ci ha porto il modo di prevederli e schermircene. Uditemi. Non v’ha capitano il quale non sappia che le brusche oscillazioni barometriche accusano quasi sempre lo scoppiare d’una tempesta. Quindi è che le navi van provvedute di barometri, che il capitano ad ogni tratto consulta, ma che troppo spesso non sa interpretare, nè porre in relazione con le condizioni geografiche del luogo, con la temperatura e co’ fenomeni elettrici dell’atmosfera. Ma se i lavori dell’_Associazione Marittima_ fondata dallo illustre Maury andranno, come ne ho fede, ogni dì più allargandosi, gli uomini di mare cresciuti alla scienza sapranno antivedere non solo la procella e i perturbamenti dell’aria, ma diminuirne eziandio la frequenza e cansarne i pericoli.--

--Senonchè i piccioli legni di cabotaggio e i navicelli de’ pescatori, tanto esposti nei nostri rivaggi ai furori dei libecci, van privi di questi notevoli ammonimenti, e quand’anche ne fossero in possessione, non saprebbero oggidì per la loro ignoranza cavarne costrutto veruno. Eppure in altre nazioni e specialmente in Inghilterra si venne in loro aiuto. Il duca di Northumberland propose, non è molto, a Tomaso Sopwith presidente della _Società meteorologica_ l’istituzione di _Osservatorî_ nei numerosi villaggi de’ pescatori disseminati su quelle costiere. Era suo intento tutelare le vite e gli averi di tanti uomini laboriosi mediante la previsione del tempo, qual ci viene indicata dalle osservazioni barometriche e meteorologiche. Accolta con plauso una tale proposta, Sopwith e Gleisher si diedero con ogni studio ad erigere stazioni meteorologiche, e furono tenuti in conto di veri benefattori dei marinai di quelle spiaggie, i quali appresero a breve andare l’uso di quelli strumenti, di cui vollero farsi mallevadori e custodi. Ond’è che tali stazioni moltiplicarono in pochi anni per modo, che quasi tutta la costa n’è oggi fornita; i loro salutevoli effetti son senza numero. Io vi propongo adunque anzitutto la fondazione di uno di questi osservatorî, i cui risultamenti varranno a risparmiare alla nostra riviera non poche vittime per ciascun anno.--

--Nè questo è tutto. Io leggeva poc’anzi ne’ vostri occhi e in ogni vostro atto un desiderio ardentissimo di correre a salvezza di que’ due legni, che sordi ai responsi della scienza, osavano incauti avventurarsi ad una calma infedele. Salvarli! È presto detto; voi mi conoscete, e v’è noto se io mi sia tale da indietreggiare in faccia al pericolo. Ma con questo furiare d’acqua e di venti, io non potea trascinare i miei compagni a inevitabile perdizione. Rammentate ciò ch’io testè vi diceva: che se, cioè, non mi venìa fatto di recare soccorso ai pericolanti fratelli, dovete voi soli tenervene in colpa. Ed eccomi pronto a chiarirvene. Avete voi mai pensato a fondare su queste prode, così esposte ai turbini ed alle procelle, una _Società di Salvamento_? Avete voi i così detti _canotti di salvataggio_, quali si hanno dalle più colte nazioni? Voi per certo da me non pretendete l’istoria di queste lancie di salvamento che devonsi a Enrico Greatheard, ingegnere inglese, nè il modo della loro costruzione. Io vi dirò solo esser tali, che il loro sommergimento riesce impossibile, perchè formate in guisa, da far loro d’un tratto cambiare direzione per evitare o superare i marosi irrompenti: e munite di aperture nel fondo per lasciar colar l’acqua che talor le ricopre. Mediante questi agili arnesi torna assai facile lanciarsi ne’ flutti agitati, e volare in soccorso dei naufraghi. Nulla dirò di tanti altri mezzi, e in ispecie dell’_artiglieria di salvamento_, che consta di un grosso archibuso, con cui si scaglia un canapetto raccomandato a una freccia di punta barbonata, che conficcandosi in qualche tavola del naviglio sbattuto dall’onde, serve ai pericolanti per istabilire l’andrivello o altra via di salvazione. Vi basti sapere che migliaia di naufragî devono a questi congegni la vita.--

Il capitano taceva, e spiava negli occhi degli astanti l’effetto delle sue proposte. E questo fu tale da doversene assai tenere. Primi i marinai con quella eloquenza che appalesa l’interna agitazione dell’animo, levando in alto i loro berretti, ruppero in un grido, dicendo--vogliamo una stazione anche noi: vogliamo la lancia di salvamento.--E poste le mani ai borselli, proffersero chi più chi meno la loro moneta per la compra degli strumenti opportuni. Senonchè il capo del comune e gli altri più cospicui signori, mal comportando che venissero gravati que’ marinai per un’opera che tornava a beneficio di tutta la terra, si tolsero essi stessi l’incarico di fondar la stazione e provveder gli altri arnesi; talchè giova sperare che tra non molto i paesi litorani della costiera orientale andran muniti di questi possenti mezzi di preveder le tempeste e scongiurare i naufragî.

Poche ore appresso sul _Biagio Assereto_ tutto era in moto; il grido che comanda la rotta risuonò per la tolda--Orza alla banda!--E tosto vedevi il legno spiegar le sue vele, il trinchetto, la brigantina, la gabbia, i coltellacci, le vele di freccia e di straglio, e cazzate le scotte, pigliare i venti e l’abbrivo. Tirò subito al largo virando a ponente: e lasciandosi addietro i curvi rivaggi e le insenate del golfo, doppiò il capo di Portofino, le cui roccie cadenti quasi a fil di sinopia sul mare, il sole volgente all’occaso colorava di caldissime tinte. Allora apparvero a dritta in tutta la pompa della loro bellezza i lieti prospetti e le ingiardinate prode della riviera, spiranti un incognito indistinto di profumi e di odori. Rifletteva lo specchio delle acque il verde delle soprastanti colline: ma tra quel tripudio della terra, delle acque e del cielo i marinai cessavano a un tratto le allegre canzoni, e quasi tirati da magica forza correan collo sguardo alle piagge fuggenti. Era infatti quell’ora, che come divinamente canta il poeta:

....volve ’l disio A’ naviganti, e intenerisce il core Lo dì ch’han detto a’ dolci amici addio:[2]

dileguavano da lungi i contorni de’ monti, e le ombre si distendeano sui flutti. In quel religioso silenzio un’ardente preghiera alla Stella del mare, a N. D. di Monte Allegro correa sulle labbra di tutti, dal capitano al mozzetto di poppa.

Intanto la nave filando dieci nodi all’ora, col trinchetto e la borda allargata di buon braccio, lasciandosi addietro una via schiumeggiante che allungavasi fin oltre la vista, imboccava quasi a levata di sole il porto di Genova. Meraviglioso prospetto! L’astro del giorno indora cupole e torri, e accompagna, sto per dire, la città che scende degradando dai monti, irti di baluardi e castella, per riposarsi nella curva sua rada. Eccoti innanzi una selva di navi, su cui s’innalza il Faro superbo, con sotto le batterie fioreggianti; e dovunque sui sbarcatoi, moli e banchine una pressa, un agitarsi che accusa la vivezza de’ traffici, onde si privilegia la metropoli della Liguria.

S’udì allora squittire acuto il fischietto del capitano, e i marinai salirono di botto in coperta ad eseguirne i comandi. Ed egli fatte imbrogliare le vele, ammainare antenne e pennoni, ordinò si desse fondo ai ferri e si legassero a terra i provesi.

Nel tempo ch’ei spese a porre in pieno assetto la nave, in un porto frequentato da legni di tutte le marine italiane, lo Schiaffino ebbe campo vastissimo di studiarne la parlatura e raffrontarla con la lingua de’ libri, ma pur senza cavarne un chiaro e determinato costrutto; finchè sorse quel giorno in cui di proposito potè provocare la trattazione di un argomento che tanto stavagli a cuore. Come ciò avvenisse e qual ne fosse l’effetto, vedran que’ leggitori ai quali possa dirsi con Dante:

O voi che siete in piccioletta barca Desiderosi d’ascoltar, seguite Dietro al mio legno che cantando varca[3].

_DIALOGO I._

AL comando dell’_Assereto_ venia dallo Schiaffino, già troppo oltre negli anni per commettersi ancora alle fortune di mare, preposto Nino Bixio, già in fama d’intrepido marinaio, al pari di valoroso guerriero. Nato sui flutti, avvezzo da primi anni suoi a lottare coll’impeto degli uragani, ei v’attinse quella tempra di ferro e quell’ardimento indomabile, di cui die’ sì nobili prove nella meravigliosa epopea del risorgimento italiano. E lustro a’ più doppi maggiore sarebbe, siccome io penso, a lui derivato, e avrebbe l’Italia aggiunto il di lui nome a quello de’ più insigni ammiragli, se al povero mozzo del _Pilade_ e _Oreste_, avezzo a salire in coffa per il passo del gatto, (egli ha comune con Garibaldi la gloria d’aver fatto le prime sue armi in quell’umile uffizio) fosse arrisa sì amica la sorte, da conseguire, anzichè d’un corpo d’esercito, il comando supremo di una armata navale.

Tale era infatti il desiderio più intenso della sua vita.

Volgeva il maggio del 1866, e la guerra contro l’Austria stava per iscoppiare. Il naviglio italiano raccoglieasi in Ancona: e se l’intera nazione ponea piena fede nelle sue schiere di terra, punto non dubitava che i marinai liguri e veneziani avriano al primo urto conquassate nell’Adriatico le forze nemiche. Con questa certezza nel cuore null’altro attendeasi che la scelta d’un ammiraglio, il quale aprisse a’ nostri prodi la via del trionfo.

Narrò allora la fama che Nino Bixio sollecitasse un’udienza a re Vittorio Emanuele che l’ebbe sempre assai caro. Fattosi innanzi a lui--Sire, ei diceva, manca un duce all’armata che voglia e sappia vincere ad ogni costo; io ve ne chieggo il comando. Siavi mallevadore della vittoria il mio capo e quello de’ figli miei. Io fo qui sacramento di seppellirmi tra i flutti, o di tornar vincitore--.

Povero Nino! Parecchi dì appresso avvenne lo scontrazzo di Lissa, che gli seppe più micidiale d’un coltello nel cuore.

Con la _passione_ del mare nell’anima, passione che più tardi lo spinse ad abbandonare l’esercito e gli onori di generale per lanciarsi un’altra volta in mezzo all’oceano, e aprir nuove vie nelle regioni dell’Indo-Cina al commercio italiano, non è a dire se accettasse di gran cuore il comando offertogli dallo Schiaffino. Perciò attese con sollecita cura a completar l’armamento della nave e a rifornirla di quanto i moderni trovati sapeano offrire di meglio.

Diè la sorte che nel gennaio del 1860 in una delle quotidiane sue visite all’_Assereto_ io gli fossi compagno; e benchè quasi nuovo alle cose marittime, ebbi campo non solo ad ammirare la sua pratica marinaresca, ma e la sua profonda scienza nelle nautiche discipline. Avresti detto non aver egli atteso ad altro in sua vita che agli studi navali.

In quella occasione, stimolatovi dallo Schiaffino, che più volte s’era aperto con me intorno la convenienza d’unificare il linguaggio marinaresco, io mi proposi di fare appunto cadere il discorso su questo argomento. Infatti dopo l’asciolvere passammo in una camera che era insieme armeria, biblioteca e gabinetto di fisica e di metereologia, tante armi, libri, macchine, areometri e strumenti d’ogni ragione aveavi raccolto; ivi ebbe luogo fra noi il dialogo, che a un dipresso qui intendo trascrivere.

_Autore._--Tu hai veramente tutte le parti che si convengono a valente capitano navale, come mostrasti posseder quelle di prode soldato: e ben a ragione la patria attende da te ancora gran cose.

_Nino Bixio._--Non amo gl’incensi, tu il sai; il poco che mi fu dato operare era sacro debito di figlio verso la comun madre, l’Italia, il cui nome, per Dio, sarà fatto ognor da me rispettare.

_A._--Cominciamo adunque a rispettarlo noi stessi. Se io testè ti lodai (e ogni lode invero è scarso tributo a’ tuoi meriti), gli è per meglio aprirmi la via, non dirò a un biasimo, bensì ad una esortazione, che per tuo mezzo vorrei indirizzare agli uomini di mare, e della quale per carità verso la patria vorrai tener conto.

_N. B._--Parla, parla; in te riconosco pur sempre il franco e leale amico de’ nostri primi anni: e ben sai ch’amor di patria ha in me tal potenza, da dar fuoco, ove occorra, a Santa Barbara e far saltare in aria la nave. Altro che tener conto delle tue esortazioni!

_A._--Sollo; ma so del pari che non soltanto ne’ grandi cimenti si serve la patria; e ch’è mestieri riconoscerla sempre, in tutte le operazioni della vita, in tutte le ore, ne’ più minuti atti nostri. Da qual nazione cavasti le macchine, gli arnesi, il fornimento insomma della tua nave?

_Emilio Schiaffino._--Dall’Inghilterra, e ciò per espresso consiglio di Nino.

_A._--Io non vo’ cercar le ragioni per certo valevoli che ti mossero ad acquistare ogni arredo da costruttori stranieri, mentre si hanno in casa officine e operai........

_N. B._--Oh questo poi gli è un voler spingere l’amor della patria oltre i debiti confini del giusto.

_A._--Forse. Ma quando sento sulle tue labbra e su quelle di tutti i capitani di mare suonar voci straniere scrie, scrie, e assegnar barbari nomi ad arnesi e cose ch’han vocaboli italiani e leggiadrissimi, non mi avrai per soverchiamente severo, se te ne fo’ riprensione in nome di quella patria, ch’ha dritto di sentire usata da suoi figli e a bordo delle sue navi la propria favella, anzichè un gergo non suo.

_N. B._--Converrei teco assai di buon grado, se l’Italia possedesse al pari degli altri popoli una favella marittima comune a tutti i suoi figli; ma niuno ignora che corre fra essi un divario così spiccato e notevole, che il nome di ogni attrezzo cambia di punto in bianco ne’ vari porti italiani. Ciò non comprendono i letterati di professione, sprofondati ne’ lor libri e non usi all’aperto conversare colla gente di mare; ma noi che co’ tuoi classici c’andiamo un po’ grossi, noi, dico, sappiamo che una _imbarcazione_, a mo’ di esempio, si chiama _passerella_, _caicco_ a Venezia, _canotto_, _jola_ a Genova, _pallone_, _serenì_ a Napoli, e va dicendo. Del resto, ciò è naturale. I governi che si succedettero in Italia nei due ultimi secoli, intesero a conciarla per modo, che i suoi figliuoli non si credessero membri d’una sola famiglia; onde ne venne che non potè costituirsi un linguaggio marinaresco, che fosse glorioso patrimonio dell’intera nazione. Ne’ tempi a noi più vicini, dopo il misfatto del 1815, Napoli si sequestrò dalla Italia, l’Austria imbastardì la flotta veneta, Toscana, smarrite le splendide tradizioni de’ cavalieri di Santo Stefano, non ebbe, si può dire, più navi: e quanto a Genova, le fu imposta dal Piemonte, ben sai, la camicia di Nesso, cioè la favella francese, che soltanto nel 1836 potè tôrsi di dosso. Conseguenza di questi fatti si è la mancanza di un unico linguaggio che sia vivo e si mova e si parli sulla tolda delle navi italiane. Ond’è che ciascuno di noi adopera i proprî vocaboli, o quelli che più gli tornano acconci, senza che per questo l’Italia n’abbia a scapitare d’un pelo, come non scapitò mai per l’uso inveterato e costante de’ suoi vari dialetti. Se fosse altrimenti......