Linguaggio e proverbi marinareschi
Part 1
NOTA DEL TRASCRITTORE:
--Corretti gli ovvii errori di punteggiatura e di stampa.
--L’indice non è compreso nell’opera originale; ne è stato prodotto ed aggiunto uno a cura del trascrittore
INDICE
PAGE
_AL MARE! AL MARE!_ 5
_PROEMIO_ 7
_DIALOGO I._ 41
_DIALOGO II._ 85
LINGUAGGIO
E
PROVERBI MARINARESCHI
PER
EMANUELE CELESIA
[Illustrazione: LOGO]
GENOVA
TIPOGRAFIA DEL R. ISTITUTO SORDO-MUTI
1884
_Proprietà letteraria_
_AL MARE! AL MARE!_
UN grido egli è questo che omai dovrebbe erompere dal cuore d’ogni Italiano, a cui la dignità della patria non sia un _nome vano senza soggetto_.
Cieco chi non ne vede le prepotenti ragioni; sciagurato chi, pur veggendole, non s’adopera con ogni nerbo nell’onorato proposito.
Cui tolto è il fare, concorra almeno coll’opera della eccitatrice parola.
Poco io t’offero, o leggitore, e per giunta, merce stantia; ma gli è quanto io possa, non dirò già di meglio, ma di men reo.
_PROEMIO_
SULLA costa orientale a poche miglia da Genova, siede murata sul mare, Camogli, terra operosa e ricca se altra fu mai. È munita di un porto che guarda verso ponente, e d’un molo ove si ormeggiano le navi, e che lo ripara alcun po’ dalle folate de’ venti. Quando soffiano impetuosi i rifoli di tramontana e di greco, impedendo ai legni l’approdo di Portofino e di Genova, e’ trovano in questa stazione un ben sicuro ricetto.
Il nome de’ Camogliesi e il loro ardimento son noti e celebrati per ogni dove. Niuna città meglio di questa Amalfi novella seppe comprendere la forza che viene dall’aggregare i piccioli capitali a compiere grandissime imprese. Su queste prode, ove sortiva la culla l’eroico Nicoloso da Recco, vive il tipo dei più intrepidi marinari ch’abbiano mai solcato l’oceano. E non gli uomini soltanto hanno i flutti in conto di vera lor patria, ma le donne istesse fan talmente a fidanza col mare, da crederle non degenere seme di quelle Liguri antiche, di cui diceano i Romani--_aver esse l’ardimento degli uomini, come gli uomini la vigoria delle fiere_.--
Udite memorabile caso. Correva il 24 aprile del 1855, e il _Cresus_, vascello inglese portentoso per l’ampiezza delle sue forme, carico d’armi e di salmerie destinate all’esercito che combatteva in Crimea, riparava, balestrato dalla tempesta, nell’acque di San Fruttuoso. Fischiava il maestrale, così fiero ne’ nostri rivaggi, il quale sforzando le gabbie, i trevi, la randa e la trinchettina, rendeva impossibile il governo della nave. Invano i marinai davano opera ad arridare sartie e stragli, a ghindare alberetti di gabbia, a stendere le velaccie, le velacine, i coltellacci e gli scopamari; ogni lor prova era vana. Ben aveano cignato i palischermi, trincato l’albero di rispetto, tesato le manovre correnti e mainato le grandi antenne per issar le vele di fortuna; il mare infuriava più minaccioso, e il povero legno, presi tutti i terzaruoli e archeggiando di bolina, vedeasi quasi perduto. In così fiere distrette una voce tremenda fra il sibilo degli aquiloni e lo scrosciar delle vele s’udì echeggiare sulla tolda--_Il fuoco! Il fuoco!_--E una colonna di fumo tra i cui vortici scoppiettavano innumerevoli scintille, dava indizio certissimo che le fiamme eransi appiccate alla nave. Si ebbe sul primo speranza che l’incendio potesse venir tosto domato dai potenti ingegni ond’era fornito il naviglio; infatti si pose mano alle trombe, affaticandosi in mille guise i marinai a soffocare le fiamme. Ogni sforzo dovea cadere infruttuoso. Le vampe ringagliardite dalle rafiche di tramontana guizzano su per le sartie sino al calcese, e fanno impeto in ogni parte del ponte; cade incenerita l’attrezzatura degli alberi e delle vele, e in più luoghi l’istesso cordame già sta per ardere; l’opera dell’uomo omai torna impotente contro quella furia divoratrice, che con mille lingue di fuoco slanciasi ovunque. Le strida, gli urli, i clamori vanno alle stelle.
Cadeva la sera. Al tetro baglior delle fiamme riverberate sui flutti, vedresti i marinai estereffatti gittarsi ne’ palischermi, e allontanandosi a voga arrancata, far prova di superare le ondate smaniose e afferrare le sponde; ma invano pur troppo; che grossi marosi venendo lor sopra gli tranghiottian negli abissi.
Gli uomini di San Fruttuoso discesi sul lido contemplavano intanto l’orrendo spettacolo e fremendo di rabbia stracciavansi i capelli, per non veder modo a portar soccorso di sorte alcuna a quelle vittime dell’acqua e del fuoco. I più animosi erano bensì corsi a sferrare i loro burchielli, e gittatisi in essi aveano tentato, punzando sui remi, di rompere l’impeto de’ cavalloni furenti; ma, eccoti, scostati appena dal lido, onde gigantesche spinte da fiero rovaio, rovesciarsi sui navicelli e affondarli. Taciti e con le pugne serrate i superstiti guardavansi in volto, e talora una fiera bestemmia irrompeva dalle lor labbra, per non poter dimostrarsi, quali erano veramente, gagliardi di cuore; quand’ecco scivolar loro dinanzi, quasi aereo fantasma, un leggiero schifetto, che ora elevandosi sulle creste de’ flutti, or ruinando ne’ cavi gorghi, traeva alla volta di quel gigante dell’acque, omai converso in un ardente vulcano. Al sinistro lume dell’incendio vedeansi in questa saettia due giovani donne, che con robusta mano battendo dei remi, parea comandassero ai flutti; correndo a golfo lanciato s’appressarono al _Cresus_, e quasi prendessero a scherno i vortici delle fiamme irrompenti e la furia dell’onde, agevolarono a molti de’ naufraghi un modo di scampo. Maria e Caterina Avegno si è il nome delle liguri eroine. L’infelice Maria, più l’altrui che la propria salvazione curando, lasciava in quei pelaghi miseramente la vita[1].
Pochi istanti appresso, la nave più che a mezzo combusta, girando in globo sopra se stessa, inabissavasi nelle profondità del mare.
Su queste rive, e proprio in Camogli, viveva nel 1859 Emilio Schiaffino, che reduce da lontani viaggi, traeva in onesta agiatezza, frutto di lunghi traffici marinareschi, i suoi giorni. Toccava allora i cinquant’anni d’età, ma forte e spigliato di membra, abbronzato dal sole de’ tropici e sciolto ne’ modi, era, sotto ruvida scorza, la miglior pasta d’uomo che mai. I marinai di Camogli, di Recco, di Santa Margherita e di Rapallo lo avevano in conto del più sperto capitano di nave de’ tempi suoi; a lui facean capo ne’ casi di grave momento, lui consultavano prima d’avventurarsi in qualche viaggio ed eleggeano arbitro nelle quistioni delle stalie, delle carature, delle avarie e de’ noleggi che talora sorgeano: e gli armatori non ponean mano alla costruzione di un naviglio qualsiasi, se innanzi tutto e’ non ne avesse giudicati per buoni i disegni, l’attrezzatura e perfino il legname.
Non eravi uomo da quanto lui per conoscere il mare. Lo si vedeva quando il cielo buttavasi al tristo, incamminarsi lungo le prode e fiutar la tempesta. Che è quel punto nero là in fondo? È una nave che lotta disperatamente co’ flutti; è uno schifo peschereccio che non può arrivare la spiaggia. E tolti senz’altro con se due compagni, e talora anche solo, saltava sul primo guzzo che gli dava tra i piedi, staccavane il canape, e abbrancati i remi, giù un’arrancata, e via di lungo sugli irati frangenti. Lo vedeano dal lido questo lupo di mare salire, discendere e salire di nuovo sulle onde arruffate, e in mezzo al turbine, saldo sul suo palischermo, abbordare il legno in pericolo, e aprirgli una qualche via di salvezza.
Egli aveva lunga pezza meditata e fatta sua la sentenza di Franklin, il quale c’insegna esser debito nostro d’onorare il mare, non solo come fonte inesausta di materiali vantaggi, ma eziandio come educatore possente del sentimento morale. Quanto l’umano intelletto, ei pensava, non si è affinato nel veleggiare l’oceano! Quanto le sue facoltà non si rinfrancarono nel combattere contr’esso! Di quai severi ed utili insegnamenti non ci fu dispensiero! Qual tesoro di cognizioni, d’esperienza e di saggezza dovè l’uomo acquistare, anzi che egli potesse spiegar le sue vele sulla distesa dell’acque, solcarle colle sue navi per ogni verso, esplorare le coste irte di promontorî e di bricche, misurarne le sterminate voragini, tramutare infine l’Atlantico, sto per dire, in una strada ferrata! Eppure v’ha qualche cosa di più sublime che il mare istesso, e questa eziandio è opera sua: la potenza intellettiva che il mare ha svolto in coloro che a lui s’affidarono, fino al giorno in cui lor fu dato di stendere la vittrice mano sulla sua ondosa criniera, e calcolare, quasi problema algebrico, il cerchio annuale de’ suoi turbini, sottoposti pur essi ad un movimento di rotazione e a una legge indeclinabile, al pari di quella che governa il corso delle comete e degli astri.
Assorto in questi pensieri, ei divisava continuo il modo di migliorare le condizioni della gente di mare, e rigenerarla a nuova vita. E invero i nostri marini, dal capitano fino all’ultimo mozzo, quanto erano valenti di braccio e capaci di governare per sola pratica una nave fra traversie d’ogni fatta, altrettanto andavano quasi digiuni di quelle cognizioni scientifiche, che pur si richieggono a formare un intrepido capitano, un destro pilota, un buon marinaio. Oggidì l’arte nautica è una scienza, anzi un complesso di scienze difficilissime, le quali hanno il lor fondamento non tanto sull’esercizio del navigare, quanto eziandio sopra i libri. Ed ei, lo Schiaffino, che gran parte della sua giovinezza avea speso sui legni americani ed inglesi, e conosciuto di quanto sapere andassero forniti i loro equipaggi, non potea mandar giù in santa pace la crassa ignoranza, che in Italia ancora offendea la gente dedita al mare.
Inoltre; le povere condizioni del semplice marinaio lo affliggevano d’assai; poichè se è a sperare, ei pensava, che le molte scuole nautiche, ond’è ricca l’Italia, possano dare al paese una generazione di naviganti che risponda alle necessità odierne, e tale da rivaleggiare colle altre nazioni, il misero marinaio che non può usare a tale scuole, e che va privo perfino dei primi elementi di lettere, trarrà sempre povera e grama la vita. Così questa classe tanto benemerita de’ nostri commerci, di costume integro ed onesto, fiera come leone e in un mansueta al pari d’agnello, esempio d’ogni virtù religiosa e domestica, questa classe che incallisce sul remo e il più del tempo disgiunta da cari suoi, si mitre di un frusto muffito per raggranellare di che sostentare la moglie diletta e i figliuoli, non troverà mai chi la sollevi alla vera dignità di uomo.
I suoi disegni d’avvantaggiare le sorti dei marinai e di educarli possibilmente alla scienza, erano in lui raffermati da quotidiani avvenimenti che vieppiù lo accendeano nella sua fede.
Lungo la spiaggia di Sori sorge a uscio e tetto un abituro, che diresti privo di ogni ben di Dio. È notte alta; sovra un nudo giaciglio dormono tre fanciulletti, a cui sonni veglia una madre ancora giovane d’anni, ma pallida e rifinita dalle protratte vigilie. Com’è stile delle donne delle nostre costiere, essa è intenta a condurre innanzi alcuni merletti; senonchè più che al lavoro, corrono i suoi sguardi a specie lare il sinistro aspetto del cielo, che poteva affissare dall’aperta finestra. E l’orizzonte mostravasi tetro e il mare a montoni, cagione a quella misera d’infinita amarezza, certa qual era che in quelle acque aveva l’istesso giorno dato fondo il naviglio, che dopo un anno di lontananza recava alle sue braccia uno sposo adorato. Ella vedea con terrore alla luce de’ lampi l’agitarsi d’una nave in contrasto co’ flutti; e quando il vento per brevi istanti taceva, pareale udire le strida de’ marinai invocanti soccorso. E allora cacciato a terra il suo tombolo, accendea prestamente una lampada ad un’immagine sacra che pendea sopra il capezzale, e svegliati di botto i figliuoli traeali innanzi a quella dicendo fra i singhiozzi--pregate, viscere mie, pregate la Madonna di Monte Allegro che vi renda salvo il genitore--.
E pregavano quegli innocenti levando al cielo le loro manine, mentre appunto il furore dell’onde e gli schianti del vento si faceano maggiori. Ed ella guardava lontan lontano sul mare, quando un lampo illuminando di tetro bagliore la solitudine dell’acque, le lasciò scorgere un uomo che disperatamente lottando co’ flutti tentava afferrare la sponda. Il cuore le balza nel petto: una voce interna le grida--è quegli il tuo sposo--. E forsennata di gioia cade innanzi all’immagine di Nostra Donna; indi strettosi al seno il minor de’ figliuoli e gli altri traendo per mano, scende deviata alla spiaggia per raccogliere nelle sue braccia l’uom del suo cuore. Infelice! Un immane maroso le sbatte a’ piedi un cadavere.
Traeano in quella da’ vicini casolari alla riva non pochi marinai, desiosi di recare, se lor tornasse possibile, un qualche soccorrimento alla nave, che dai fatti segnali argomentavano versasse in grave pericolo. Ma intanto un nodo di vento la mandava ad infrangersi contro gli scogli del litorale. Miserabile vista! Il corpo del naviglio giaceva a metà sepolto ne’ flutti; il fianco di dritta sfondato, gli alberi e i pennoni divelti, distrutto il traverso, i pavesi recisi, infranta la ruota di poppa. Tutti i naviganti per altro, stante la vicinanza del lido, ebbero salve le vite, da quello infuori, che smanioso di scendere a terra, volle tentare a nuoto l’arduo tragitto.
Non è a dire se i marinai accorsi alla riva si adoperassero a pro’ di que’ sventurati. Senonchè vista la salma del loro compagno, e accertatisi che ne’ suoi polsi non batteva più vita, lo tennero bello e spacciato; pur alcuni per tentare un’ultima prova, lo sospesero in guisa che dovesse dar fuori l’acqua ingollata. Altri s’adoperarono attorno alla donna, che uscita de’ sensi per avere in quel naufrago riconosciuto il proprio consorte, venia trasportata in un co’ figlioletti nella sua casicciuola.
Die’ la sorte che mentre appunto que’ marinai, tenendo bocconi il sommerso, tentavano di fargli rigettar l’ acqua dal petto nella speranza di rivocarlo alla vita, si recasse in quel luogo Emilio Schiaffino, disceso anch’egli alla spiaggia per veder modo di provvedere alla salvazione di coloro che avean fatto naufragio. E vista quella buona ed ignara gente affaticarsi in così misera guisa intorno all’annegato, battendosi fieramente la fronte--non vedete, gridava, ch’egli è questo appunto il modo di soffocarlo?--E fattolo recar senza indugio nel vicino tugurio--ciascuno attenda, diceva, al modo che àssi a porre in opera nel soccorrere gli asfitici per sommersione. Ho fede che in manco d’un’ora questo cadavere sarà reso alla vita--. I marinai si ricambiavano dubitosi uno sguardo e taceano.
Ei cominciò a farlo spogliare tagliando le vesti madide e ricercando se avesse lesioni in qualche parte del corpo. Indi fattolo collocare orizzontalmente sur un letticiuolo, e avvoltolo in coperte di lana, inclinavalo alcun poco dal lato destro, e trattane la lingua fuor della bocca, la mantenne così sporgente per mezzo di un anello elastico, di cui egli andava munito, e che affisse sulla lingua medesima e sott’esso il mento, collo scopo evidente di riattivarne la respirazione artificiale. Ciò fatto, postosi dietro il corpo del naufrago, afferrò d’ambo i lati la parte superiore del braccio presso la spalla, e così saldamente tenendolo, prese a tirare a se spalle e braccia, sollevandole alquanto e riconducendole quindi nella prima lor posizione. Questa operazione diretta ad effettuare energici movimenti di _inspirazione_ e di _espirazione_ ripetè lungamente, ma pur senza effetto di sorte alcuna. Senonchè egli aveva troppa fede nei risultamenti della scienza per porne l’esito in forse, e ben sapea per innumerevoli esempi, che spesso occorrono parecchie ore d’applicazione ordinata e metodica dei mezzi di soccorrimento, quando in ispecie la estrazione del naufrago è assai ritardata.
Comandò allora che un marinaio tenesse per i piè saldamente il cadavere, a ragione avvisando, che agitandosi tutto il corpo, mal si otterrebbe l’effetto di far dilatare il torace ed entrar l’aria nelle vie respiratorie. Quindi appigliandosi ad un altro metodo usato anch’esso con frutto in simili casi, prese ad elevare le braccia dell’annegato, portandole sopra la testa e quindi riconducendole nello stato lor naturale. Questa operazione interrompeva talora per applicare le mani ai lati del petto, e imprimere brusche scosse al cadavere, scosse che valgono il più delle volte a rianimarne la respirazione: nè s’ingannava. Alcuni istanti appresso un lungo respiro accusava nel povero sommerso il ritorno alla vita; i marinai guardansi trasognati; il creduto estinto apre gli occhi.... La scienza aveva trionfato!
Ma l’ardente amore dello Schiaffino verso i suoi simili non appagavasi a tanto, e pensando a ciò che già fecero Americani ed Inglesi a tutela de’ naviganti, divisava il modo di stabilire in que’ paraggi una _Stazione barometrica_ e una _Società di Salvamento pei naufragî_ sull’andare di quella che il Cogan e l’Haves fin dal 1774 fondavano in Inghilterra. Quel negozio non era invero de’ più facili, porgendosi avversi od incerti i maggiorenti di que’ luoghi e l’ignoranza de’ suoi stessi compagni. Se è destino, diceano, che il nostro fato si compia, qual forza umana potrà lottare coll’oceano infuriato e contro il demone della tempesta? La Madonna del Boschetto saprà alla peggio camparci da ogni sinistro; più delle vostre stazioni o società di Salvamento varrà a schermirci da ogni traversia l’accrescere le _carature_ dovute alla Chiesa. Imperocchè àssi a sapere che da’ que’ lidi non salpa mai nave che non sia costituita in società commerciale, ponendo ciascuno, secondo i proprî averi, quel tanto di danaro che si richiede; queste parti son dette _carati_, e alcune di esse soglionsi assegnare al Santuario del luogo, acciò la Madonna franchi il legno da ogni fortuna, e faccia prosperare i suoi traffici. Di questa guisa rendendo maggiormente partecipe ai lucri del bastimento la Chiesa, que’ semplici uomini sfatavano ogni altro mezzo che gli ponesse al coperto dei pericoli della navigazione.
Non ostante questa ed altre contrarietà di tal fatta, venne il dì in cui potè mandare ad effetto il suo onesto disegno.
Bella e lieta terra è Rapallo, culla di intrepidi navigatori e di quel Biagio Assereto che nelle acque di Ponza ruppe l’armata di due monarchi e gli ebbe captivi. Ivi sortiva del pari i natali quel Bartolomeo Magiocco, che i nostri marinai hanno in conto di loro patrono. E chi non ne conosce il più che umano ardimento? Era la notte del 6 di luglio 1550, e i Saraceni guidati dal feroce corsaro Dragut mettevano a ruba la terra, insozzandosi nel sangue de’ cittadini, e sfrenando le proterve lor voglie nelle vergini che trascinavano sui lor negri _Caramussali_ e sulle loro _Maone_. Il Magiocco, desto a quell’insolito frastuono, balza dal letto, e udito che costoro traevano prigioniera la sua fidanzata, armatosi di un coltello che primo gli venne alle mani, si cacciò fra l’orde nemiche, e aggroppatosi intorno i più prodi fra i suoi, fe’ tal macello de’ Mussulmani, che costrinse alla fuga i superstiti, non senza prima aver tolto dalle lor mani la vergine del suo cuore.
Inauguravasi appunto a Rapallo alcuni anni addietro un cantiere, e i reggitori di quel luogo per invogliare i capitani a far ivi costrurre i lor bastimenti, avean promesso roma e toma agli armatori. Lo Schiaffino allettato dai grossi premî e dallo sgravio di ogni balzello che faceasi alle ferramenta e a’ legnami, avea posto ivi mano alla costruzione d’un naviglio. Tirati dalla fede che riponevano intera nella valentia e nella onestà sua, tutti correvano a gara per ottenere un qualche carato, sia sul corpo come sul carico: e perfino i marinai non si teneano dal profferirgli il loro peculio in tanti anni di fatiche ammassato. Ei prescelse appunto le offerte di questi, promettendo loro altresì di prenderli al servizio del legno nelle diverse lor qualità di mozzi, velieri, gabbieri, contromastri, nostruomini, timonieri, macchinisti e piloti, alla sola condizione ch’e’ sapessero leggere, scrivere e far di conto.--Voi qui avete, ei dicea loro, una scuola serale per chi ancora va ignaro de’ primi elementi di lettere: avete una scuola nautica per chi già li possiede. Fino a primavera inoltrata il legno non sarà in punto: mettete a profitto questa invernata, ed io torrò meco i migliori tra voi.--Non è a dire se quei marinai mossi dai larghi guadagni ch’ei facea balenare a’ loro occhi, dessero opera assidua alla scuola, e ogni loro ingegno ponessero a riuscire valenti.
Imperciocchè e’ voleva altresì istrutti i suoi marinai per recare ad effetto un suo vagheggiato disegno sul linguaggio navale. Non era no lo Schiaffino un uomo di lettere; ma il divario che correa fra questo linguaggio, qual si attinge dai libri più usati, con la parlata comune de’ marinai, divario, fonte talora d’equivoci nel comando e nel governo della nave, gli avea persuaso la necessità di attenersi a quel di essi, che meglio rispondesse allo scopo. Ma con qual criterio procedere in quella bisogna? La lingua de’ libri, scorretta, imbastardita da voci straniere, non poteva andargli a versi a patto veruno; quella de’ marinai concisa, colorita, vibrata, cadea per altro sovente nel triviale e nel fango. Tale era il suo avviso: e perciò volea culta la sua gente di bordo, poichè quasi per istinto sentiva, che quel linguaggio deterso da alcune macchie di pronuncia, d’elisioni, di eufonismi e di modi talora scurrili e proprî del dialetto soltanto, avrebbe finito per trionfare.
Quanto egli assennatamente sentisse avremo campo a dimostrare nei seguenti _Dialoghi_.
Intanto nel cantiere tutto era in moto: le maestranze affaticavansi quali alla struttura del corpo della nave, quali ad assestare gli attrezzi; argani volanti issavano enormi legni: fervea l’opera ne’ magazzini, ardean le fucine, da cui spricciavano le scorie infiammate a guisa di fuochi artificiali; mastri d’ascia, legnaiuoli, calafati, carradori, bozzellai, funaiuoli e trivieri senza confusione veruna in piccolo spazio affrettavano i loro lavori. Vedevi là da un lato ammonticchiarsi le contre e le scotte; più in là le boline separate dalle drizze: cataste di bigote disposte a seconda de’ fori: ghiere, cigale, radancie, penzoli, castagne, trozze, paterassi e bozze di più ragioni. Lo Schiaffino avea cavato l’abete da Danzica: la quercia da Brema: questa per le interne parti; quella per l’ossatura di fuori. Volle d’olmo lo scafo, come quello che nutrendosi di acqua, fa ottima prova nelle parti sommerse. E qui ti occorreano allo sguardo sparsi sulla spiaggia i fasciami de’ tavoloni per l’interno rivestimento del naviglio, non che le serrette per coprire internamente il fondo e il fianco della carena: e traversi, puntelli, pilastri e lapazze. In altre parti bolliva il catrame, e i pegolieri ne imbeveano i filacci per poi torcerli in corde, mentre altri ne spalmavano le gomene ed i legnami per meglio securarli dagli effetti dell’umidore e dai tarli. Era ovunque una faccenda ed una pressa che mal potrebbe significarsi a parole.
E già la nave faceva di sè bella mostra: tutti maravigliavano la sveltezza delle sue forme, il garbo dell’ossatura, del fasciame, delle paratie, la maestria delle sue proporzioni, la leggiadria della chiglia, delle ruote, degli stamenali e d’ogni altro nautico arredo. Era un legno veramente magnifico; staggiava mille ottocento tonnellate: munianlo due alberi: un albero di trinchetto con trinchetto di goletta, parocchetto e velaccio di trinchetto; e un albero di maestra con randa e freccia, una trinchettina, il fiocco e vele di straglio. Aggiungi una macchina di trecento cavalli ad alta pressione, che poneva in moto una elice doppia, la quale assicurava alla nave una velocità tale da poter filare sino a diciasette miglia all’ora.