# Libro serio

## volume di _Notizie e Documenti_ che fu edito a Bergamo nel settembre

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del 1875, Gli abitanti di Lovere non hanno ancora obliato quella _esecuzione_, alla quale presero parte tre cantori girovaghi da piazza, da me reclutati a Brescia e presentati al mio buon pubblico quali artisti di cartello. Quella notte corsero delle sassate per le vie. Da Lovere passai a Milano, dove attesi a darmi buon tempo in compagnia delle più matte brigate; ma al cominciare del verno, presi risolutamente il partito di sfidare i cimenti della scena e segnai un contratto di cinque anni coll'impresario Boracchi in qualità dì primo baritono assoluto. La mia prima campagna teatrale si compì a Lodi trionfalmente nella stagione carnevalesca. Il bravo maestro Sanelli impiegò una pazienza da martire a farmi apprendere la bella parte di Lorenzino de' Medici della sua _Luisa Strozzi_. La sera del mio _debut_, accorsero da Pavia e da Milano molti de' miei ex-colleghi di studio e di baldorie. Il teatro era zeppo, e al mio apparire sulla scena, il baccano degli applausi e dei viva fu tale da provocare un insolito intervento di poliziotti. La mia voce era bella, intonata, sicura. Io cantava di lena, abbandonandomi al mio buon istinto musicale, senza risparmio di polmoni. A Lodi contava molti amici, oltre quelli venuti espressamente da fuori per sorreggere i miei primi passi nell'_ardua_ _carriera_. Circolavano sul conto mio le più strane novelle. Nei palchi e nella platea si narravano ridendo i bizzarri episodi della mia avventurosa giovinezza, e il pubblico godeva nell'applaudirmi. Vi ebbero altresì, durante la stagione, risse e duelli per cagion mia, sciabolate e colpi di bastone. Nello stesso anno cantai al Carcano di Milano, e un episodio che si riferisce a quella stagione teatrale lo si può leggere nel presente volume, laddove è narrata la biografia di Angelo Mariani. Uscito dopo lunga malattia dalla Casa di Salute, l'impresario Boracchi mi mandò a Piacenza e quindi a Codogno per cantare nell'_Attila_ la parte di Ezio. Nell'una e nell'altra città rimase viva per molti anni la memoria delle eccentriche mie gesta. È ben vero che amici troppo zelanti si incaricarono di attribuirmi delle stravaganze inventate di loro fantasia; pure, fra molti altri, precisamente storico il è fatto ch'io partii da Codogno e scesi all'albergo dell'Àncora a Milano nel teatrale costume di Ezio, colla daga alla cintura e il grand'elmo a cresta rossa sulla testa. Nel carnovale seguente (anno 1848) la rivoluzione mi colse a Piacenza malato. Nel libro che si intitola _Memorie politiche di un baritono_, ho narrato le strane peripezie che mi travolsero fino al carnovale dell'anno seguente: allorquando, trabalzato a Firenze dai fati politici, dovetti nuovamente ritornare al teatro per campare la vita. Cantai ad Arezzo nel _Nabucco_ con esito entusiastico. La fama delle mie avventure mi aveva preceduto in quella città: i miei amici mi avevano accompagnato con lettere commendatizie, dove io era dipinto quale uno dei più gloriosi eroi della rivoluzione lombarda. Imaginate quale accoglienza mi venne fatta dal buon popolo Aretino, in un'epoca come quella! Nelle anzidette _Memorie politiche di un baritono_ ho narrato i singolari e talvolta burleschi casi del mio soggiorno in Arezzo, e le non meno bizzarre avventure del viaggio che io intrapresi più tardi alla volta di Chieti; viaggio che mi condusse, dopo lunghe e forzose divagazioni, sotto le mura di Roma, dove caddi in potere delle truppe francesi che mi trassero prigioniero all'isola di Santa Margherita e quindi a Bastia. Dopo quattro mesi di durissima prigionia, in quest'ultima città io potei riprendere la carriera teatrale, aggregandomi alla nomade compagnia di un certo Bellagrandi che dall'Africa aveva trapiantato le sue tende sulle spiaggia côrse. Rimasi dunque e cantai durante una lunga stagione di sei mesi al teatro di Bastia. Quivi, da ogni ceto di cittadini raccolsi testimonianze di simpatia e di affetto che io non potrò mai obbliare. Uno de' miei protettori più generosi, il signor Antonio Limmarola, mi fornì più tardi, a stagione compiuta, il denaro perchè mi recassi a Parigi, e potei di tal guisa abbandonare nel marzo dell'anno 1850 quell'isola ospitale per trasferirmi decorosamente alla capitale della Francia. Là trovai parecchi amici e compagni di università; artisti e buontemponi italiani, i quali, sotto vesta di emigrati politici, si davano bel tempo declamando con enfasi intermittente contro la tirannide austriaca. Dopo un mese di soggiorno a Parigi, mi aggregai ad una compagnia lirica formata dalla prima donna signora Antonietta Montenegro, e dopo aver percorso parecchie città della Francia cantando disperatamente ogni sera, le opere più accette di Donizetti e di Verdi, mi ridussi di nuovo a Parigi, dove rimasi inoperoso un paio di mesi a dilapidare i miei pochi risparmi.

Un agente teatrale milanese, che più tardi divenne un celebre impresario, mi volle seco a Rouen dove si era formata sotto la sua direzione una compagnia elettissima di cantanti, destinata a percorrere i principali teatri di Francia e di altre provincie estere. Quel drappello di artisti si componeva dei due celebri tenori Napoleone Moriani e Antonio Giulini, delle prime donne Sofia Vera, Antonietta Viola, Rossetti Sikorsca, Sofia Didiee-Nantier e d'altri cantori quasi esordienti che in seguito divennero famosi. Mi vennero affidate le parti comiche. Ripensando a quei tempi, oggi mi avviene spesso di meravigliarmi della spensierata gaiezza che io metteva nel rappresentare al cospetto del pubblico i personaggi di Marchese di Bois-Fleury, di dottor Malatesta, di Dulcamara, di Figaro e di don Basilio. Fatto è, che una volta slanciato sul palco scenico, io mi investiva sifattamente dell'umorismo musicale di Donizetti e di Rossini, da riuscire un attore comico esilerante e inappuntabile. E questo dico senz'ombra di orgoglio; perocchè ai miei successi da istrione io ci tengo pochissimo, e quasi mi vergogno di ricordarli. Travestirsi da buffo o da buffone, svisarsi col nero di fumo e col carminio, far delle grinze, gesticolare e contorcersi per far ridere il pubblico, mi è sempre apparso qualche cosa che tocca da vicino la prostituzione. Da Rouen passai colla truppa condotta dal Lorini a Lion, a Chalons e in altre città della Francia fino a quando, scioltasi la compagnia al cadere dell'anno, feci ritorno a Parigi, e a quel teatro italiano mi produssi la sera del Due Dicembre, cantando la parte di Carlo V nell'_Ernani_, al fianco della Cruvelli, del tenore Calzolari e del basso Belletti. Quel mio _debut_ non inglorioso ebbe luogo, come ognuno vede, alla data del colpo di Stato. Il giorno seguente, Parigi fece un vano tentativo di rivoluzione, al quale tennero dietro dei gravi perturbamenti. Il teatro italiano rimase chiuso per alcune settimane ed io mi sciolsi dal contratto. Nel marzo del 1852, adunai a mie spese e a tutto mio rischio, un drappello di artisti, per _exploiter_ i teatri della provincia. Le rappresentazioni della mia _truppa_, costituita di circa 30 artisti di canto e di suono, cominciarono a Poitiors e si chiusero a Limoges. Fu una campagna che durò quattro o cinque mesi--e quante peripezie! quanti disgusti! quante lotte!--Ne uscii netto con un guadagno di circa duecento lire, le quali mi bastarono appena per trasferirmi a Nizza, dove mi chiamava un contratto di sei mesi coll'impresario di quel teatro. In quella città cominciai ad avvedermi che la mia voce accennava a deperire. Nullameno, dal pubblico ebbi cortese accoglienza e l'impresario mi rinnovò il contratto per l'anno successivo. Nella stagione estiva, un violinista non oscuro, il quale aveva già percorsa l'intera Europa lasciando dietro i suoi passi una striscia luminosa di debiti, mi volle seco in un giro artistico nel mezzogiorno della Francia. Quel suonatore dalla fisonomia mefistofelica mi trascinò in un pelago di guai. A Nimes caddi malato, e di là a pochi mesi, tornando a Nizza per riprendere a quel teatro il mio impiego di primo baritono, dovetti per impotenza di voce, supplicare l'impresario a volermi surrogare con altro artista più valido. Io rimasi a Nizza fino al termine della stagione, sciupando gli ultimi aneliti della mia povera voce avariata nella esecuzione di qualche parte comica o secondaria. Nelle varie riprese della mia carriera intermittente, non mi era mai accaduto di sentirmi trapassare l'orecchio dal sinistro stridore dei fischi. Questa soddisfazione, che solo mancava a completare la mia biografia teatrale, l'ebbi a Milano di là a cinque mesi, clamorosa, spietata, degna di me. Il teatro Carcano, che era stato nel 1847 il mio campo di Marengo, si tramutava otto anni dopo nel mio Waterloo. I fischi, le grida, le contumelie che mi investirono mentro io adunava invano gli ultimi residui delle mie note agonizzanti per cantare nel _Templario_ la parte eroica di Briano, mi intimarono di cedere le armi. All'indomani della sconfitta, io presi risolutamente il partito di abdicare, e confesso che deponendo i titoli di baritono assoluto e di cantante disponibile, mi parve di rifarmi uomo, di ricostituirmi cittadino. L'ottimo Rovani, ch'io non conosceva di persona, narrando nella Appendice della _Gazzetta di Milano_ quel mio primo ed ultimo fiasco, con quella squisitezza che era la luce simpatica di ogni suo scritto, si rallegrava che io abbandonassi la scena promettendomi degli allori più invidiabili nel campo delle lettere. Da quel giorno divenni scrittore--e ho scritto molto, ho scritto troppo, e molto ancora dovrò scrivere prima di toccare la meta _ospitale_ che l'Italia promette a chi lavora onestamente colle forze dell'intelletto.

[5] Era chiamato il _Re dei tenori_; e davvero Napoleone Moriani fu artista di canto sotto ogni aspetto eminentissimo. Nacque nel 1806, morì nel 1878 in Firenze sua patria. Prima di darsi al teatro, aveva compiuti gli studi legali all'Università di Pisa. E fu in quella città che il Moriani strinse amicizia col giovane e allora latente poeta Giuseppe Giusti, il quale più tardi gli dedicò uno de' suoi stupendi carmi satirici, dove sono rammentati i _dolci tempi di Pisa_,

Quando di notte per la via maestra I duo _teco_ vociando e la romanza Prendea diletto di chiamar la ganza Alla finestra, ecc., ecc.

Napoleone Moriani emerse specialmente nelle opere del Donizetti. Fu nella _Lucia_ un Edgardo idealmente patetico e sublime, nella _Borgia_ un Gennaro così appassionato, che in udire dal suo labbro le parole del terzetto _O madre mia_, ecc., ecc., erano ben pochi gli spettatori che non si commovessero al pianto. In molti romanzi inglesi o francesi vien ricordato il Moriani; Balzac e Giorgio Sand accennano a lui ed al fascino ch'egli esercitava colla soavità della voce e colla espressione del canto. Dopo aver percorso trionfalmente i principali teatri di Europa, idolatrato dalle masse, onorato da insigni maestri e letterati non che da principi e sovrani, quando la voce gli venne meno e vide per colpa non sua dissipati in sterili acquisti i suoi guadagni, non isdegnò applicare la propria attività alle speculazioni commerciali ed alle industrie. In questa seconda fase, in verità poco luminosa e talvolta angosciata della sua esistenza, l'onesto e intelligente cittadino si elevò all'altezza dell'artista. Io posseggo parecchie lettere a me dirette ne' suoi ultimi anni. Le ultime parole ch'egli mi rivolse da Firenze furono un atto di protezione in favore di un giovane poeta ch'egli riteneva predestinato a nobile carriera. Moriani amava i poeti--e non era egli, ai tempi suoi gloriosi il poeta del canto e dell'amore?

[6] Il teatro Carcano fu per anni parecchi, segnatamente all'epoca degli impresari Boracchi, Rovaglia e Crivelli, un campo di tumultuose manifestazioni, alle quali non era estranea la politica. Avveniva talvolta che le proteste contro uno spettacolo mal riuscito od uggioso, per qualche latente istigazione dei partiti agitatori, si chiudessero coll'invasione del palco scenico, con pioggie di patate, di torsi di cavoli, di bicchieri e d'altri più rovinosi proiettili. Ad una infelicissima esecuzione dello _Stabat Mater_ di Rossini il pubblico infranse tutti i vetri delle lampade, mandò in frantumi gli specchi che ornavano l'atrio, e spinse la violenza riottosa fino a strappare gli stipiti aderenti alla porta d'ingresso.

[7] Il famigerato poliziotto Bolza amava la musica. Egli fece educare al canto una sua figlia, la quale riuscì eccellente prima donna, e percorse lunga e trionfale carriera sotto il nome di Ponti Dall'Armi. Un'altra figlia del Bolza andò sposa al maestro Alberto Mazzucato, musicista profondo, eccellente critico, e agli ultimi della sua vita Direttore del R. Conservatorio di Milano.

[8] I _Baccanti_ vennero acquistati dalla Casa editrice Ricordi, e uscirono stampati nell'anno 1847. Il maestro, in segno di riconoscenza, dedicò lo spartito al baritono che si era fatto imprigionare per amor suo. I martiri.... hanno sempre un compenso.

[9] Una mezza dozzina di maestri impotenti, relegati nei Conservatorî a digerire la loro ambizione rientrata; un'altra mezza dozzina di critici pretenziosi e venali, oltrecchè ottusi ad ogni estetica che parli alla fantasia ed al cuore, si son fatti banditori in Italia di una maniera d'arte che è dell'arte vera la negazione. Una casa editrice di Milano, vagheggiando il patriotico disegno di sconfiggere il gran maestro contemporaneo, le cui opere fecero trionfalmente il giro del mondo, comperò e fece rappresentare in Italia le opere del Wagner, spendendo somme ingenti per farle applaudire e portar a cielo da un certo pubblico. Si inventarono le assurde parole: _arte dell'avvenire_, _arte aristocratica_, ecc., ecc. Si credette che l'assurdo, il mostruoso; l'incomprensibile potesse quandochessia surrogare il semplice e il bello. L'autore del _Tanäusher_ ottenne a Bologna una apoteosi, e onoranze quasi identiche, se non maggiori, vennero rese nella istessa città ad un giovane maestro indisciplinato e scorretto, la cui prima opera _I Goti_ appena meritava l'indulgenza delle tre rappresentazioni pragmatiche. Giornalisti compiacenti o stipendiati profittarono delle replicate mistificazioni per confondere i criterî del pubblico. Ma il pubblico, questo sublime ignorante che ne sa più dei critici; questo ente impressionabile e fiero della propria indipendenza; questo arbitro dell'arte, che comprese Rossini, che si estasiò ai patetici canti del Catanese, che da trenta e più anni palpita e freme pel fascino della musica di Verdi, il pubblico d'Italia infine, non si lasciò imporre dalle ciurmerie. L'_arte dell'avvenire_ è già ripudiata; se tratto tratto essa manda ancora qualche sprazzo di fatua luce nei teatri o nelle sale dei Conservatorî, sono sprazzi che somigliano agli ultimi boati di un cratere prossimo a spegnersi. È però doloroso che taluni giovani musicisti, allucinati dagli effimeri successi del Wagner, sbalorditi pel trionfo dei _Goti_, siensi lasciati buono o malgrado trascinare sulle barbare orme. Più doloroso, che questo perturbamento di criterî estetici abbia interrotto in Italia quella catena di capolavori pei quali pareva dovesse eternamente verdeggiare la fronda del nostro primato musicale.

[10] Il maestro _convalescente_ era Alberto Mazzucato. Appena si seppe che il Mariani avrebbe aderito ad assumere alla Scala la direzione dell'opera l'_Africana_, parve destarsi un serio allarme fra i professori dell'orchestra. Si temette che il valente e famoso maestro venisse ad impadronirsi per sempre del seggio ambito da molti. Per scongiurare il pericolo, i più intriganti si fecero dattorno al Mazzucato e colle belle, colle buone, lo indussero ad abbandonare il letto ed a riprendere la sua bacchetta da direttore. La storia del teatro è una trama di bassi intrighi. E vi è chi chiama il teatro il tempio dell'arte.

[11] Vanitoso, come tutti i favoriti dalla natura e i corteggiati dal mondo, il Mariani più che alla sua fama di musicista, teneva a quella di grande patriota e di politico chiaroveggente. Narrava piacevolmente certe sue storielle non sempre verosimili, dov'egli figurava da eroe o da martire, secondo l'occasione. Si diceva amico intimo di Imperatori, di Re, di alti personaggi diplomatici; a questi aveva dato consigli di moderazione e di saggezza, ad un altro aveva suggerito dei piani di battaglia. Allorquando, nel 1859, si seppe che Napoleone III, alla testa di duecentomila francesi, scendeva in Italia per muover guerra agli austriaci, il Mariani andava ripetendo agli amici che di quell'avvenimento poco o punto si meravigliava, comecchè egli ne fosse già prevenuto segretamente da un _alto personaggio_.--E chi era l'alto personaggio?--Diamine! ci vuol tanto a indovinarlo? Egli stesso.... il mio _amico Luigi_.»--E qui, si faceva a narrare che trovandosi egli nella precedente primavera a Parigi, avea nel gran viale dei Champs-Elisées, incontrato una mattina un elegantissimo _tilbury_ guidato dall'Imperatore. Questi, al vedere il suo _vecchio amico di Rimini_, aveva repentinamente trattenuti i cavalli, e accennatogli di accostarsi. Naturalmente, il Mariani obbedisce, si accosta alla carrozza, col cappello in mano.--Via! bando ai complimenti, copriti il capo! gli dice l'imperatore con accento cordialissimo--so che sei a Parigi da due giorni e non ebbi ancora l'onore di una tua visita--Sire... Maestà....--Via! perchè oggi non mi tratti da amico?... È vero, oggi io mi chiamo imperatore dei francesi, ma tu sei l'imperatore delle orchestre.... Alle corte!... Se l'imperatore dei francesi può esserti utile in qualche cosa, non hai che a profferire una parola.--Sire, risponde allora il Mariani con voce supplichevole, per me non chiedo nulla, ma voi potreste far molto per la mia povera Italia....--Per esempio? domanda l'imperatore.--Per esempio.... dar la mano al Piemonte, intimar guerra all'Austria, e liberarci dall'orrendo giogo che ci pesa sul capo.--Non chiedi altro? esclama l'imperatore.--Null'altro, Sire.--Ebbene, ti prometto che alla primavera del 1859 la tua Italia sarà liberata dall'Alpi all'Adriatico; ma bada, veh! silenzio per ora! su queste parole, il principe diè una sferzata ai cavalli--e il Mariani.... tornò in Italia di lì a pochi giorni per riprendere il suo seggio al Carlo Felice.--Questo aneddoto, tuttochè ripetuto spesso dal Mariani, con stranissime varianti, incontrava degli increduli, ma egli lo narrava con tanto garbo, che nessuno osava fargli delle obbiezioni, e taluni gli rendevano anzi vivissime grazie di avere colle sue franche parole esercitata sulla politica di Napoleone una influenza sì favorevole alle sorti italiane.

[12] Quella che da venti anni suol chiamarsi in Italia _arte_ dell'avvenire, non è che un vano attentato contro il buon gusto e contro il senso comune. Ora, non è a credersi che simili attentati possano mai riuscire. Converrebbe che la fibra umana si mutasse, converrebbe che le tendenze più nobili dello spirito e le aspirazioni verso il bello si spegnessero affatto. Dal caos momentaneo, prodotto da un fenomenale straripamento di ciurmeria e di grulleria altolocata uscirà quando meno lo si attende, il Nume novello, che separerà le acque dall'_humo_ e la luce dalle tenebre. I ranocchi torneranno al pantano, e gli uccelli riprenderanno nell'etere sereno i loro canti melodiosi.

NOTE

ALLA BIOGRAFIA DI G. PACINI

[1] Dei giornalisti non è a far meraviglia; a certe epoche costoro si rimbalzano l'uno all'altro delle frasi, senza darsi la pena di riflettere un istante per vedere quanto vi sia in esse di vero o di assurdo. È piuttosto a stupire che i giovani maestri, e fra questi anche i più colti ed esperti dell'effetto teatrale, mostrino tanto abborrimento per la cabaletta; la quale non è, in ultima analisi, che un ritmo musicale molto atto ad esprimere le concitazioni ed i sussulti della passione. Si pretende da certi barbassori della critica che la cabaletta ripugni al gusto odierno del pubblico. Nulla di più falso. Nelle due opere più fortunate del Gomes, _Guarany_ e _Salvator Rosa_, i punti più culminanti del successo furono segnati dalle cabalette dei duetti a soprano e tenore. Alla prima rappresentazione della _Fosca_, il pubblico della Scala cominciò a riscuotersi e ad applaudire con entusiasmo ai primi accenni della cabaletta: _Cara città natia_. Qualche cosa che arieggia la cabaletta è il canto. _O dolce voluttà_, del Marchetti; ed è là che gli spettatori paiono elettrizzarsi, e in ogni teatro dove si rappresenta il _Ruy Blas_, quel frammento lirico lo si vuol ripetuto. Dove fu dato il _Papà Martin_ del Cagnoni, la cabaletta a tenore e soprano ottenne sempre gli onori della replica, E quanti esempi potremmo accumulare! Non è egli vero che alla riproduzione di molte opere antiche e troppo spesso riprodotte in ogni città, avviene spesso che il pubblico dia una solenne smentita ai sistematici denigratori della cabaletta? Sovveniamoci dei _Puritani_ e dell'_Anna Bolena_, ricomparsi alla Scala recentemente. Nell'antica e troppo obliata opera del Donizetti, il tenore Gayarre trovò il suo punto di successo nel brillante ritmo dell'aria: _Ah! così nei dì ridenti_, tanto da doverlo ripetere ogni sera fra le ovazioni più clamorose. Malgrado questi fatti, i giornalisti non cesseranno di ripetere la loro frase, e i maestri sapienti, per rispetto all'assurda diceria, si guarderanno bene dal solleticare l'orecchio del _volgo idiota_ con un ritmo che indubbiamente suol colorire di tanta luce il melodramma. Così avverrà che molte opere non prive di pregi sprofonderanno per _omnia sæcula_ nella dissolvente ammirazione dei dotti.

[2] Qui si allude alle antiche carceri attigue al Palazzo di Polizia in contrada di Santa Margherita.

[3] Si vuole che una nordica principessa, la quale a Milano si rese celebre per la sua avvenenza, pel suo spirito, per le sue profusioni, per molte belle doti di mente e di cuore, nel copioso elenco de' suoi amanti fortunati inscrivesse anche il Pacini. Sarebbe vano indagare quanto vi sia stato di vero in tale diceria; pure da essa ebbe origine quella specie di animosità che il pubblico milanese dimostrò al Pacini in più occasioni, fischiando con irriverenza spietata parecchie sue opere ben riuscite altrove e non vuote di pregi. Non è raro il caso che un pettegolezzo da salotto od una indiscrezione da alcova influiscano sovra un successo teatrale. Giovò a taluni artisti, ad altri nocque la fama di stalloni valenti; la _bestia pubblico_ ha degli strani, inesplicabili capricci.

[4] La _Saffo_ non ottenne mai a Parigi un successo completo. La egregia Sannazzaro volle farsene interprete al teatro degli Italiani verso l'anno 1853, ma anche quest'ultima prova noa valse a rendere accetto lo spartito al pubblico francese. Vuolsi avvertire che la bella e appassionata interprete del capolavoro di Pacini accusava fino d'allora un sensibile deperimento de' suoi mezzi vocali. Le prime opere del Pacini ebbero all'estero miglior fortuna. _Gli Arabi nelle Gallie_ e _Gli ultimi giorni di Pompei_ ottennero al loro apparire una voga mondiale. Pure, _Gli Arabi nelle Gallie_, riprodotti a Parigi verso l'anno 1868 per ordine di Napoleone III, parvero una cosa sbiadita, e la famosa aria _Di quelle trombe al suono_, che al giovane Bonaparte esulante era apparsa anni addietro piena di fuoco marziale, alla vigilia di Sédan produsse l'effetto di una nenia funebre.

[5] Salvatore Cammarano fu, dopo il Romani, il più abile poeta librettista dell'epoca che trascorse dal Rossini al Verdi. Era napolitano; la sua fervida fantasia, l'ottimo cuore esuberante di affetti, la varia coltura, l'innato buon gusto, erano doti più che sufficienti per fare di lui uno splendido poeta lirico, da mettersi a paro coi più illustri d'Italia. _Dovette_ darsi al _libretto_ per musica, tanto da campare la vita; ciò che vuol dire abdicazione completa della propria individualità, sacrifizio, suicidio. Ne' suoi melodrammi rifulgono a tratti i raggi della sua bella intelligenza. Fu superiore al Romani nella potenza creatrice, e lo vinse altresì nella varietà degli intrecci drammatici e nella concitazione degli effetti scenici; qualche volta gli si accostò nella fluidezza del verso e nella espressiva chiarezza dello stile. La _Saffo_, la _Lucia_, la _Maria di Rohan_, la _Luisa Miller_, la _Vestale_, gli _Orazi e Curiazî_, la _Battaglia di Legnano_, vanno annoverate fra i suoi migliori libretti. Soggiacque anch'egli alla sorte comune a tutti i poeti del melodramma; si bisticciò coi maestri, vide i suoi versi deturpati e sconciati da mani sacrileghe. Visse povero, melanconico, infelice; non raccogliendo dal suo ingegno subordinato e manomesso, che la critica acerba degli invidiosi e le ingiuste recriminazioni dei musicisti fischiati. (Veggasi il _Libro azzurro_, di prossima pubblicazione).

[6] Nella solenne commemorazione funebre celebratasi a Lucca in onore del defunto maestro, si eseguirono i seguenti pezzi:

1.° Gran marcia a banda ed orchestra, sopra motivi tratti dalle composizioni di Pacini.

2.° Messa da _Requiem_ a quattro voci e grande orchestra scritta dall'illustre defunto.

3.° Altra marcia a banda ed orchestra.

4.° Elogio funebre letto dall'illustre signor Vincenzo Sartini, professore di filosofia al R. Liceo di Lucca.

5.° Assoluzione a quattro voci ed orchestra, composta dallo stesso Pacini.

Il servizio musicale era affidato alla Cappella del Municipio e diretta dal maestro Fortunato Maggi. Varî altri professori e dilettanti del paese e delle vicine città di Pisa e di Pescia si prestarono gratuitamente alla solenne cerimonia musicale.

NOTE

ALLA BIOGRAFIA DI GUSTAVO MODENA

[1] In teatro ho veduto degli orrori. Qualche volta il pubblico, anche quello dei teatri meglio frequentati, diventa canaglia. Tengo nota di molti scandali avvenuti sotto i miei occhi a Milano ed altrove. Mi limiterò a citarne uno solo, che dopo quello delle fischiate e delle invettive toccate a quell'insigne letterato italiano che portava il nome di Ugo Foscolo, vuol essere annoverato fra i più mostruosi. Era promessa al vecchio teatro Re la rappresentazione di un nuovo dramma intitolato: _L'indomani dell'ebbro_, e n'era autore quel bravo e modesto Giacometti, il quale, per molti anni, sotto i rigori della dominazione austriaca, non aveva mai cessato di tener fermo a scrivere pel teatro. Il dramma doveva avere sette atti, o sette quadri, che si voglia. La gente era accorsa numerosa. Si alza il sipario--la scena rappresenta una bettola, qualche cosa di somigliante ad un _assommoir_, dove operai e popolani d'ogni risma stanno bivaccando. Il protagonista non tarda a comparire. Si comprende. È un marito della classe lavoratrice, forse un buon marito, un buon padre famiglia, che viene a spendere nell'orgia dei bevitori il salario della settimana. Lo spettacolo della bettola non è molto attraente. Gli attori, mezzo ebbri, si presentano scamiciati e parlano un linguaggio che si accosta molto a quello usato dallo Zola nel suo celebre romanzo cui la Francia ha fatto l'onore di oltre settanta edizioni. Non si tratta che di un prologo; all'autore necessita di far ubbriacare il suo protagonista; il vero dramma dovrà svolgerai nell'atto seguente, dove comincieranno a rivelarsi le inevitabili conseguenze del vizio. Ma quel milliajo di spettatori azzimati e guantati, che vorrebbero darsi l'aria di pubblico intelligente, alle prime scene del prologo si danno a bisbigliare e a battere i piedi; ed ecco, in meno che io nol dica, sollevarsi il rumorìo con un crescendo sì assordante, che gli attori debbono ritirarsi, e il sipario vien calato a precipizio come si trattasse di coprire un abbominio. La rappresentazione dell'ignoto dramma non venne ripresa nè quella sera, nè più mai. Il pubblico gustò per un istante quella che suol essere la sua maggiore felicità, infliggendo un oltraggio ed un dolore ad un uomo d'ingegno; unica rappresaglia, unica soddisfazione che il teatro consenta alla canaglia degli idioti. Povero Giacometti! E forse, il suo concetto sociale precedeva di trent'anni quello dello Zola, e il suo _Assommoir_ era per avventura colorito di un verismo del pari efficace e indubbiamente meno _vacchesco_. Mi si perdoni la triviale espressione; l'ho imparata in quel volume, altrettanto famoso che ributtante.

[2] Il teatro drammatico italiano deve molto ad Alamanno Morelli. Non pago di insegnare coll'esempio, questo egregio attore, che in molte parti rivaleggiò coi più illustri tanto nel dramma serio come nella commedia goldoniana, si adoperò mai sempre alla creazione di una compagnia-modello, riunendo i migliori artisti dispersi nelle innumerevoli compagnie italiane. I suoi sforzi furono coronati, ed egli potè ottenere ciò che al Modena fu ostinatamente conteso dalla persecuzione governativa e dall'odio dei partiti politici.

NOTE ALLA BIOGRAFIA

LA CASA DI VERDI A SANT'AGATA

[1] Il professore che diede il voto sfavorevole pel quale il Verdi fu respinto dal Conservatorio, era quel bravo Angeleri, che pel corso di parecchi anni insegnò agli alunni dell'Istituto musicale di Milano l'arte di suonar il pianoforte. Il Verdi, sempre equo e modesto ne' suoi apprezzamenti, ricorda questo fatto senza rancore, e parlandone meco, parve intendesse a giustificare in certa guisa lo strano verdetto. L'Angeleri aveva un suo metodo speciale di educare gli allievi, metodo eccellentissimo, a giudicarne dai risultati. Egli amava dunque di dar lezione a quei soli che non avessero ancora attinto alla scuola di altri maestri. Il Verdi, presentandosi a lui per dargli un saggio della sua abilità sul pianoforte, appariva per avventura troppo viziato dagli insegnamenti avuti a Busseto, perchè l'altro volesse darsi la briga di ricominciare ad istruirlo. Era questione di meccanismo; e forse il brav'uomo, vedendo il giovinetto leggere di primo tratto la musica ed eseguirla sul pianoforte a dispetto delle regole, disperava ottenere da lui quella subordinazione e quella pazienza che si volevano per mutar metodo. Così stando le cose, viene alquanto a temperarsi la meraviglia che oggi si desta al pensare che il futuro autore del _Nabucco_, della _Traviata_, del _Don Carlos_ e d'altri venti spartiti improntati delle orme del genio, si vide chiusa in faccia la porta del Conservatorio. E facciam voti che l'egual caso avvenga, oggi specialmente, a tutti i giovani predestinati da Dio alle grandi creazioni dell'arte.

[2] Vi è molto di erroneo nelle dicerie che corrono relative all'appoggio che il Verdi ebbe da un ingegnere anni sono notissimo a Milano, quando si trattò di far rappresentare per la prima volta il _Nabucco_ alla Scala. Anche in quella occasione, i maggiori sacrifizii vennero compiuti dal Barezzi. All'anzidetto ingegnere (brav'uomo, del resto) il Verdi si mostrò nullameno devotissimo, dedicando a lui il suo splendido spartito.

[3] Veggasi il _Libro azzurro_.

[4] Il Fetis, inebetito dalla costante sua mania di denigrare il celebre maestro italiano, che schiacciava le sue critiche assurde e biliose cogli incessanti trionfi dello sue opere, fece del Verdi, nel _Dizionario biografico dei musicisti_, un ritratto compassionevole, inventando col suo maltalento una fisonomia che è la negazione più sguaiata del vero. «Il est evident (scrive il Fétis) que jamais phisionomie de compositeur ne fut moins révélatrice de talent. Cet exterieur glacé; cette impassibilité de traits et de l'attitude, ces levres minces, cet ensemble d'acier, peuvent bien indiquer l'intelligence; un diplomate pourrait bien être caché là-dessous; mais personne n'y pourrait découvrir les mouvements passionés de l'âme, qui seuls président à la création des belles oeuvres du plus emouvant des arts.» Abbiamo trascritto questo breve tratto, per mostrare quanto il (partito preso) e la fatua ostilità poterono allucinare un biografo che ottenne, mentre visse, fama di egregio scrittore di cose musicali. La profondità e la intensità dello sguardo, le linee della fronte altera e pensosa, i subitanei moti delle sopracciglia, delle nari e del labbro, ad ognuno che getti una occhiata anche fuggitiva sulle sembianze del Verdi rivelano tutta la potenza del suo grande intelletto, e quella energia di sentimenti che fanno di lui lo Shakespeare dell'opera musicale.

[5] La mia prima visita a Sant'Agata data dal 1867. Io era andato dal Verdi per eseguire dei rappezzi al libretto _La forza del destino_, che l'illustre maestro pose in scena l'anno dopo al teatro della Scala. Più tardi tornai replicatamente alla Villa mentre era in gestazione l'_Aida_.

[6] In quel laghetto poco mancò che il Verdi e la sua ottima signora perdessero la vita di là a pochi mesi. Mentr'essi, in sul far della sera, scorrevano a diporto sulle acque, il battello, urtato da un tronco d'albero sporgente dalla riva, si capovolse, e i due navigatori caddero e si sommersero. Il pericolo fu grave; se immediatamente non fossero accorse sul luogo alcune persone che per caso si trovavano a poca distanza, qual sciagura irreparabile!

[7] La signora Giuseppina Strepponi fu egregia cantante, ed emerse fra le più celebri prime donne che calcarono le scene della Scala dal 1839 in appresso. Era una _Lucia_ insuperabile e una adorabile Elvira nei _Puritani_; riusciva ugualmente nelle parti di sentimento come nelle parti comiche, e noi ricordiamo con qual brio ella cantasse a lato del Ronconi, insuperabile Dulcamara, la briosa parte di Adina nell'_Elisir d'amore_. La Strepponi fu la prima interprete della parte di Abigaille nel _Nabucco_, e il Verdi la conobbe a quell'epoca, vale a dire nell'anno 1842, quando per la prima volta fu dato alla Scala il biblico spartito che gli aperse il cammino della gloria. Alle doti esimie della cantante, quella che oggi è la moglie del grande maestro, accoppia una coltura di spirito, quale difficilmente si riscontra nelle donne di condizione più elevata. Ella parla e scrive perfettamente tutte le lingue d'Europa, e versata in ogni ramo di letteratura e di scienza, giudica d'ogni cosa con rettissimo criterio ed ottimo gusto.

[8] Colla _Aida_ e colla _Messa di requiem_, il Verdi ha chiuso splendidamente la sua carriera di musicista. È indubitabile che un nuovo spartito di lui equivarrebbe ad un nuovo trionfo dell'arte musicale italiana; ma quando si pensa al grande consumo di vitalità che si richiede ad un uomo di genio per ogni creazione, ci vien meno il coraggio di unire la nostra alle incessanti insistenze di chi vorrebbe spingere il Verdi a nuove fatiche. All'autore dell'_Aida_ nulla più rimane da conquistare. Egli ha raggiunto quanto un artista può desiderare sulla terra; gloria, ricchezza, affetti leali e devozioni sincere. Un solo augurio noi dunque dobbiamo indirizzargli dal cuore: sano e lungo riposo sugli allori mietuti.

FINE DELLE NOTE.

INDICE

Prefazione Pag. 5

BIOGRAFIE

Angelo Mariani, Pag. 9

Giovanni Pacini, » 49

Gustavo Modena, » 77

Giuseppe Rota, » 125

La Casa di Verdi a Sant'Agata, » 151

NOTE

Angelo Mariani, Pag. 169

Giovanni Pacini, » 186

Gustavo Modena, » 191

La Casa di Verdi a Sant'Agata, » 194

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__Lire 2.__

