Part 4
JARBA _(che sarà entrato e si terrà in disparte, dà in uno scroscio di risa)_. Ah! Ah!
DID. _(volgendosi irritata)_. Chi ardisce ridere a me dinanzi?
JARBA _(sempre ridendo, senza avanzarsi)_. Non state dinanzi, regina, non state dinanzi!
DID. _(dopo aver osservato)_. Ah! quell’imbecille di Jarba!...
PREF. _(ai Ministri che gli stanno intorno)_. Avete ragione. Pel nostro e pel decoro della nazione è necessario che la regina esca subito da questo equivoco. _(volgendosi a Didone)_ Regina: in nome dello Statuto, degnate di assidervi per un istante sul vostro augusto trono, e di porgere orecchio all’importante documento che io avrò l’onore di leggervi.
DID. _(salendo i gradini del trono)_. In verità dopo tante scosse morali non è sgradevole riposarsi alquanto sui velluti. Prefetto, leggete; e qualora il documento fosse lungo, procurate di tagliar corto. _(sottovoce)_ Sarà andato a cangiar d’abiti.
PREF. _(leggendo)_. L’Italia è una necessità geografica... Perchè il mondo, necessariamente condotto dalla sua conformazione sferica e direi quasi rotabile ad aggirarsi incessantemente sul suo perno, abbia un giorno o l’altro a bilanciarsi in un solido equilibrio, è necessario... _(colpo di cannone)_.
DID. _(balzando dal trono)_. Fulmine di Giove! Che è stato?... Ministri! Questore! Carabinieri! Prefetti...! Accorrete! osservate! riferite!—_(sottovoce, più inquieta che mai)_ Per essere un principe trojano, mi pare che ei manchi un poco di civiltà. _(Gran tumulto nella sala.)_
QUEST. _(che avrà guardato da un canocchiale, nella direzione del porto)_. Per mille bombe! L’_Affondatore_ che parte!...
TUTTI. L’_Affondatore_...
MIN MAR. Ma voi vi ingannate... osservate ancora... Nessuno ha dato ordine...
QUEST. _(guardando dal canocchiale)_. Ma sì... l’_Affondatore_... carico di... donne... Ah! Scommetto che anche mia moglie... Bisogna far partire un’altra nave... bisogna inseguire la sciagurata...
MIN. MAR. Siete matto, Questore? Qual è la nave che possa tener dietro all’_Affondatore_? Qual vi è piroscafo tanto celere che possa raggiungerlo?
VARIE VOCI. Sicuro! I tecnici ne sanno qualche cosa...
QUEST. _(guardando ancora dal canocchiale)_. Ah!
TUTTI. Che c’è di nuovo?
QUEST. L’_Affondatore_...?
TUTTI. Ebbene!!!
QUEST. Si è fermato...
MIN. Naturale. Dal momento che non si può raggiungerlo, bisogna che ei si fermi. È ben educato! _(Ilarità generale)_.
DID. Ma, infine! Si può sapere...?
PREF. _(avanzandosi)_. Regina, voi avreste mille torti, se non militassero in vostro favore mille ragioni... Non è più tempo di diplomatizzare... I troiani sono partiti...
DID. _(colpita)_. Avete detto... par...?
PREF. _(simulando il massimo dolore)_... titi!
DID. _(quasi delirante)_. Ma il mio Neuccio... cioè... volevo dire... il mio nano... il principe degli Anchisi... sarebbe anche egli... par...?
PREF. Tito! Egli ve lo annunzia, o regina, in questo foglio profumato di tabacco: _(leggendo)_ «Io parto, o regina, per adempiere al sovrano volere di Giove che desidera affrettare per mio mezzo i fati della futura Italia. Parto sulle ali dei venti, ma giuro che il mio pensiero tornerà incessantemente a voi sulle ali dell’amore...»
DID. _(cascando nelle braccia del Prefetto)_ Io mi sento venir meno...
PREF. _(traendola seco)_ Venite al _buffet_—un’ala di cappone vi rimetterà in forza...
DIDONE _(passando dinanzi a Jarba, e volgendogli una occhiata assassina)_. Anche questo moro non mi dispiace... Gli farò credere che moro per lui.
_(Rientrano nella sala il Questore, i Ministri, i Senatori e i grandi Dignitari della Corte)_.
QUEST. È proprio il caso di gridare al miracolo... Se l’_Affondatore_ non si fosse affondato, tutte le nostre signore avrebbero raggiunta la flotta di quei malcreati troiani...
MIN. DELL’INTERNO. Sapete voi, oculato funzionario, se in sull’_Affondatore_ ci fosse per caso mia moglie?
QUEST. C’era, ma quel _per caso_ è di troppo.
MIN. _(con visibile gioia)_. E l’_Affondatore_ sì è proprio sommerso?
QUEST. Sommerso per metà...
MIN. _(sottovoce)_. Pur che ci fosse mia moglie...
QUEST. Ne dubito... Le donne stanno sempre a galla degli avvenimenti... e noi le vedremo bentosto ricomparire in questa sala, gaje, petulanti, sfrontate, come se nulla fosse avvenuto.
DID. _(tornando sul proscenio a braccio del Prefetto)_. Ma è proprio scandaloso. Avete osservato? Mia sorella Anna, Clivia, Rubinia e l’altre damigelle, che si intrattengono nel cortile colla soldatesca e coi famigli di questo Re Moro... _(sottovoce)_ che in verità, a vederlo così sbarbato, non ha una fisonomia spiacente...
PREF. Le poverette cercano consolarsi come possono delle loro pene di cuore,—Ciò che fa meraviglia è che quella risciacquata a bordo dell’_Affondatore_ non abbia ammorzato alquanto i loro fuochi latenti.
DID. Misteri del cuore di donna!
_(Si avanzano, la principessa Anna al braccio di Orbech, Clivia, Rubinia e le altre donne accompagnate dagli ufficiali Mori)_.
ANNA. _(con vivacità)_. Olà! che fanno i suonatori? Presto! Un valtzer! Una polka! Viva l’allegria!
VOCI DEVERSE.
Viva la danza! Viva la guardia mobile! Viva gli uffiziali del _settimo_!
_(Squilli di istrumenti metallici. Le coppie dei ballerini si avanzano)_.
DID. _(furiosa)_. Alto là! Chi ardisce suonare in queste regali soglie senza un cenno della sovrana? Questore... arrestate immediatamente gli istromenti colpevoli...
_(Terrore generale.—Le guardie di questura si avanzano)_.
JARBA _(venendo dal buffet)_. Reccina... niente temere mie soltati... Io tare subito ortine partire immediatamente per mio accompagnamento a regno te miei padri...
DID. _(volgendo a Jarba un’occhiata pregna di fluidi elettrici)_. Re Jarba, illustre e nerboruto principe della Mauritana calidissima terra; confesso di aver avuto dei torti con voi...
JARBA _(ridendo)_. Ah! ah! niente torti, reccina.
DID. Ma sono pronta a ripararli... La solenne dimostrazione di simpatia che le mie donne, senza distinzione di età, porgono in questo momento ai vostri altrettanto valorosi che profumati uffiziali, mi imporrebbero quasi a dovere ciò che nel mio cuore di donna, di regina e di vedova, era già stabilito per forza di simpatia. Re Jarba, dimenticate i miei torti, io vi offro la mia mano, la metà del mio talamo e del mio trono, e tutto quanto il mio scettro in ricambio del vostro. Re Jarba, io sono a voi—consentite?
TUTTI.
Viva Jarba! viva Jarba! Il possente imperator... Or che rasa si è la barba È gentil come un amor!
JARBA. Mi spiace molto, reccina, ma questo matrimonio impossibile... ed io partir subito con mie soltati...
DID. _(sorpresa)_. Impossibile!... Ho io ben inteso, re Moro?... Ma quale impedimento?...
JARBA. Impetimento... canonico... Io statte vostro cugino _(toccandosi il collare che gli ha donato Enea)_ per questo collare...
DID. _(ridendo)_. Via, buon re Moro! questo non è che un simbolo di parentela... E poi... non vi ha chi lo ignora—i matrimoni fra cugini sono tollerati dalla Chiesa...
JARBA _(ridendo)_. Non statte soltanto cugina... statte anche cognata...
DID. _(turbandosi)_ Non vi comprendo...
JARBA _(sottovoce alla regina)_. Stato anche io in crotta... stato in crotta scura, dopo Enea... Aver capito? E mille crazie!
DID. _(delirante)_. Ah!... Che!... Tu!... Lui!... _(cade tramortita)_.
JARBA _(ai soldati)_. Partitt! In marcia chi vuol!
_(Jarba si allontana seguito dai soldati, dalle donne, ecc.—I Ministri seguono il corteggio del re Jarba. Il Questore e alcuni dignitari di corte si fanno intorno a Didone svenuta, e le porgono i soccorsi richiesti dal caso)_.
GIOVE E GLI ALTRI NUMI _(dall’alto di una nuvola)_.
Hai già toccata la quarantina, Pentiti, pentiti, vecchia regina... Coi militari non darti impaccio, Ai preti, ai frati gettati in braccio...
DID. _(svegliandosi)_. Dove sono?.... Che è stato? Voi... Prefetto! Voi.... Questore! Lasciatemi! Ho bisogno di rimaner sola. _(al Prefetto, consegnandogli alcuni biglietti da cento)_ Vi prego di mandare questo mio piccolo tributo alla Società della Propaganda per l’obolo. _(al Questore)_ Incaricatevi voi di far celebrare domani un uffizio funebre a suffragio dell’augusto defunto che divise per tanti anni il suo scettro con me. Ed ora, allontanatevi!...
_(Tutti se ne vanno)_.
DIDONE.
Sono io ben sola?... Sì! che altro mi resta? Morir! L’ultima è questa Gioia feral dai Numi inesorati Concessa a noi.
_(levando dalla borsa una scatoletta di fiammiferi)_
Pegni di infausto amore, Mostrüosi sterpi in cui si cela L’ignea favilla che di tanti incendii Fu prodiga alla terra, oh! siate voi Di mia morte ministri!... Esci dal legno Fiamma letal. «Ardi la reggia e sia Il cenere di lei la tomba mia.»
_(Va strofinando gli zolfanelli, i quali producono un lieve schioppettio senza prender fuoco)_.
Oh, l’impostor! Oh, il traditor! Perfin coi fosfori Mi corbellò... Pur, qui nell’anima M’arde un braciere, Che alcun pompiere Spegner non può.
_(Una densa nube, in cui si avvoltolano Giove, Giunone, Venere ed altri Numi, discende sul palcoscenico, e sottrae Didone allo sguardo degli spettatori)_.
GIUNONE _(a Giove)_. Non avrai tu pietà di questa infelice regina?...
GIOVE. Il suo fato è irrevocabile; ma ella vivrà immortale nella memoria dei posteri. Gli Italiani non sono ingrati, e laggiù, nel bel paese dove suonerà il _sì_, i poeti e i maestri di musica eterneranno la fama di lei con splendidi versi e con divine armonie. Le catastrofi luttuose precedono mai sempre le grandi innovazioni; perchè sorga un nuovo impero è necessario che altri imperi volgano a rovina.
GIUN. Non hai tu veduto, spingendo il tuo sguardo fulmineo dentro la nube del secolo avvenire, che in questa Italia da te vagheggiata e favorita con tanto accanimento, verrà un giorno a stabilirsi un nuovo culto, pel quale noi saremo detronizzati?
GIOVE. Tanto meglio! Io sono maledettamente annoiato di fare il Nume. Desidero che qualcun altro ci si provi, e sarò lietissimo il giorno in cui mi verrà dato di rientrare nella vita privata. Oh! voglio un po’ godermela, allora!... Ma prima che l’Italia possa davvero chiamarsi nazione, dovran correre dei secoli, e molti. Tienti ben a mente ciò che ti dico, vecchia mia: l’Italia non potrà chiamarsi nazione fino al giorno in cui saranno abbattuti gli idoli che i nostri successori avranno sostituiti al mio bel muso ed al tuo...
GIUN. Non ho l’onore di comprenderti.
GIOVE. Tanto meglio. Accendiamo la pipa, vecchia mia—e tu, Veneruccia, tu, la sola Dea veramente immortale, fatti innanzi e divertimi con quattro passi di _cancan_.
VENERE _(slanciandosi verso il proscenio)_. Ai tuoi ordini, babbo.
_(cominciano le danze)_
GIOVE _(a Giunone)_. Non serve fare il broncio, vecchia mia. Fra quattro o cinque secoli noi saremo spodestati; ma questa nostra figliuola non cesserà mai di aver un culto in ogni parte del mondo. Tutti i grandi sconvolgimenti politici e sociali ebbero, hanno, ed avranno sempre origine da lei. E il mondo babbèo non cesserà mai di inneggiare al trionfo dei grandi principii.
_(Il cancan prosegue animatissimo e cala il sipario)_.
FINE.
UN UOMO COLLA CODA
CAPITOLO I.
=Due dita di coda.=
Il contino crollò leggermente la testa, e proseguì di tal guisa:
—Non c’è che dire: Lodovico Albani è un perfetto gentiluomo. Peccato ch’egli abbia quel difettuccio! Ma poichè infino ad ora qui nella borgata nessuno se n’e accorto!...
—Chè! il signor Lodovico Albani avrebbe dunque... com’ella dice, un difetto...?
—Mi sono espresso con poca esattezza... Non si tratta in questo caso di un difetto... sibbene di un accessorio, di un ornamento, di un vezzo... che so io...?
—Via! signor contino... Via..! parli liberamente... Ella sa bene che noi...!
Il parroco e il coadiutore ingrossavano gli occhi e allungavano il collo come avrebbero fatto dinanzi ad un cappone arrostito con ripieno di salsiccia.
È d’uopo sapere che don Cecilio Speranza e don Domenico Crescenzio, parroco l’uno, l’altro coadiutore nella borgata di L..., detestavano con fervore cattolico il cavaliere Lodovico Albani.
Quali erano i torti del cavaliere Lodovico Albani rispetto ai due uomini di Dio?—Molti e gravi.
Lodovico Albani era cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro, e si era meritato il titolo onorifico coi suoi talenti, colle sue opere letterarie e scientifiche, con generosi sacrifizi di patriottismo.—I preti hanno poca simpatia pei cavalieri dei SS. Maurizio e Lazzaro, per gli uomini di spirito e pei patrioti.
Dippiù, il signor Lodovico, venuto di recente ad abitare la borgata, si era introdotto nella casa di donna Fabia Santacroce, ed era riuscito ad istillare nella antica bigotta qualche idea libertina. A dispetto dei due reverendi, la marchesa aveva accordata al signor Lodovico la mano dell’unica sua figliuola. Già s’erano fatte due pubblicazioni; il fidanzato era ito a Milano per comperare i regali da nozze—al di lui ritorno la cerimonia dovea compiersi senza indugio.
Tutte le pratiche del parroco e del coadiutore per impedire questo pericoloso connubio, erano riuscite vane.
Lodovico Albani, colla sua condotta incensurabile, avea completamente trionfato delle cabale e dei raggiri... In paese egli era citato a modello di onestà. Generoso coi poveri, affabile, modesto, anche in casa della marchesa, egli sapeva uniformarsi alle pratiche devote, alle abitudini alquanto rigide della vecchia bigotta, adoperandosi però lentamente a combatterne i pregiudizi. Dietro consiglio del futuro genero, la marchesa aveva già introdotte nella famiglia non poche riforme. I due reverendi non eran più invitati a prendere la cioccolata ogni mattina... I pranzi divenivano meno frequenti... Don Cecilio e don Domenico in casa della marchesa perdevano ogni giorno qualche residuo del loro potere temporale.
Guardati, o lettore dall’odio di un prete: dall’odio di due preti non può guardarti che Dio!
Dopo tali premesse, è facile comprendere con quale ansia, con quale impazienza febbrile, il parroco ed il coadiutore attendessero le rivelazioni del contino Tiburzio.
Ma, chi è il contino Tiburzio?
In poche parole ve lo presento.
Il contino Tiburzio è un nobile della massa, mediocremente brutto, mediocremente ignorante, mediocremente maligno. Un bel giorno, credendo amare la marchesina Virginia egli la chiese in moglie a donna Fabia, ma in grazia del signor Lodovico, egli ebbe una chiara e formale ripulsa.
La marchesina, consultata del suo voto, avea recisamente respinto il pretendente, colla sentenza inappellabile: _è troppo brutto_.
Il contino Tiburzio si sentì trafitto nel profondo del cuore... e giurò vendicarsi.
Bisognava perseguitare il rivale... combatterlo... schiacciarlo... perderlo nella opinione del mondo.
Pensa, medita, studia. Che si fa? L’arte cattolica dei due reverendi aveva abortito... Che poteva ripromettersi un uomo del secolo?
Ma l’amore è più scaltro, più maligno dell’odio. Questa volta la fantasia del contino ebbe un lampo di ispirazione. Scoperta la brecccia e concepito il piano di attacco, egli scelse i due preti per alleati.
Io credo che il lettore non abbia d’uopo d’altre spiegazioni... Ripigliamo il dialogo interrotto.
—Dunque, signor contino; questo difetto?...
—Per carità, don Domenico, non mi fate parlare...! Temo aver già detto di troppo... Non dimentichiamo che Lodovico è alla vigilia delle nozze... Poichè finora il difetto è rimasto occulto... lasciamo correre l’acqua pel suo letto... I maligni credono che io mi abbia in uggia quel bravo giovine, perchè madamigella Virginia ebbe il capriccio di accordargli una preferenza che io non ho mai vivamente ambita... nè sollecitata... Egli mi ha salvato da un abisso, ed io gliene son grato di cuore. Che altro infatti è il matrimonio se non un abisso coperto di fiori, ove l’uomo precipita inavvedutamente... e per sempre?
—Signor contino... Ella sa con chi ha da fare... Noi siamo avvezzi a serbare il segreto in casi ben più gravi che non quello di cui ora si tratti... Questo difetto del signor cavaliere Lodovico non sarà di tal natura da portargli pregiudizio, ove fosse divulgato. A quanto pare, si tratta di una imperfezione fisica, poco rilevante...
—Ah! gli abiti ne celano molte delle magagne!... Se le fanciulle, prima di scegliersi un marito, potessero penetrare collo sguardo il fitto velame degli abiti, sono d’avviso che più tardi non avrebbero luogo tante delusioni, tanti scandali coniugali e tante separazioni. C’è a scommettere, signor don Domenico, che se alcuno susurrasse all’orecchio della marchesina il segreto che io solo conosco, queste nozze andrebbero in fumo, e il mio povero amico dovrebbe allontanarsi da L... come ebbe, anni sono, ad andarsene da Pavia.
—Il caso è molto più grave che io non avrei immaginato, disse don Domenico, torcendo le pupille al firmamento.
—Gli è un caso di coscienza! soggiunge gravemente don Cecilio Speranza. La perdoni s’io mi permetto di farle un po’ di morale, signor contino; ma io credo che nella sua qualità di uomo d’onore, nella sua qualità di amico della marchesa, ella sia in obbligo di prevenire lo scandalo, di salvare una povera innocente creatura dall’abisso in cui sta per cadere, di impedire una unione fatale...
—Vi confesso che qualche volta mi è passato per la mente un tal scrupolo... disse il contino Tiburzio, coll’accento della più viva compunzione... Povera marchesina! Sì ingenua! Sì bella..! Sì buona! Vi giuro che ne sento pietà.
—Signor conte!.. disse don Domenico, levandosi in piedi...
—Don Tiburzio! soggiunse don Cecilio, andando a chiudere la porta...
—Bisogna salvare quella brava fanciulla.
—Ella lo deve.
—Ella non può esimersi...
—La chiesa parla chiaro: _Chi sapesse esservi fra’ contraenti, impedimenti, ecc., ecc., è tenuto a notificarlo a noi... quanto prima..._
—_In caso diverso, incorrerebbe la pena della scomunica._
—Si affidi a noi, signor conte...
—Ci lasci fare...
Il contino esitava:
—Se, come dicon loro, signori reverendi, io sono tenuto per dovere di coscienza...
—E per dovere di religione...
—E per ingiunzione dei sacri canoni...
I due preti si fecero a brontolare vari testi latini. Ad ogni parola, ad ogni frase, don Tiburzio inarcava le ciglia, ed annuiva col capo simulando la maggior compunzione.
Le argomentazioni e le citazioni sacre e profane dei due reverendi erano troppo incalzanti... E il contino Tiburzio si lasciò strappare dalle labbra il terribile segreto...
—Ebbene! la responsabilità della mia indiscrezione ricada su loro, sclamò il contino, atteggiandosi da vittima... Il nostro ottimo amico cavaliere Lodovico Albani, ha... nel... fondo... della schiena...
—Nel fondo della schiena? ripetono i due preti spalancando le bocche...
—Nel fondo della schiena il nostro amico ha una escrescenza anormale...
—Una escrescenza anormale!... ripete don Cecilio, enfiando le gote...
—Un’appendice osseo–muscolosa, ricoperta di pelo e lunga circa due dita...
—Una coda!!! sclamano ad una voce i due reverendi, rizzandosi sulla punta dei piedi...
—Voi l’avete detto! conclude il contino ripiegando la testa all’indietro. Il cavaliere Lodovico Albani... il fidanzato della marchesina Virginia Santacroce... ha una coda lunga circa due dita!
CAPITOLO II.
=La coda si prolunga.=
Sono le dieci del mattino.
La marchesa donna Fabia Santacroce è seduta nella gran sala di ricevimento.
—C’è là fuori una visita, dice Clementina, posando sulla tavola una guantiera d’argento...
—Una visita a quest’ora?
—È don Cecilio Speranza.
—Un’altra chicchera di cioccolatta... e il reverendo venga introdotto!... Questi reverendi sanno cogliere il momento! Essi non possono rinunziare alle buone abitudini!
Il reverendo parroco di L..., appena entrato nella sala, fece un profondo inchino, e baciando la mano alla marchesa, lanciò una occhiata furtiva al cioccolatte.
—Qual buon vento, signor don Cecilio?... Presto, Clementina! Una chicchera per il nostro degno curato!... Spero che la reverenza vostra vorrà accettare....
—Tutto che viene dalla gentilissima... ed onorandissima signora marchesa...
—Sempre disposta... ai vostri servigi...
—Obbligatissimo alle vostre grazie, colendissima signora marchesa...
Don Cecilio Speranza avea già fatto mezza dozzina di profondissimi inchini. Appena la fanticella rientrò nella sala per versargli la cioccolata, il reverendo si assise, tolse dalla guantiera un biscottino, e immergendolo devotamente nella bevanda profumata, prese a parlare di tal guisa:
—Non è il caso, o il solo piacere di farvi una visita, che oggi mi ha condotto da voi, colendissima signora marchesa... Io debbo parlarvi di un’ affare assai grave, debbo svelarvi un segreto, dal quale dipende il decoro della vostra casa, l’avvenire della vostra famiglia, l’onore, la pace, la tranquillità della vostra amabilissima figliuola in questo mondo, e la sua salute eterna nell’altro... Siete voi ben sicura che nessuno possa spiare le nostre parole?..
La marchesa suonò il campanello.
Clementina ricomparve.
—Bada che nessuno deve entrare in questa sala, nè tampoco avvicinarsi alle porte, disse la marchesa alla cameriera in tono solenne. Io debbo conferire col signor don Cecilio di affari molto importanti...
La cameriera fece un inchino, girò intorno uno sguardo scrutatore, uscì dalla sala, fece traballare l’anticamera con quattro salti rumorosi, poi leggiera, leggiera, sulla punta de’ piedi, tornò presso la porta, e pose l’orecchio al buco della serratura.
Don Cecilio Speranza, con voce pecorina riprese a parlare:
—Voi non ignorate, signora marchesa, quanto amore io porti alla vostra nobile e generosa famiglia, quanto mi stia a cuore il vostro decoro, e qual sentimento di predilezione paterna mi leghi a quella cara e buona fanciulla che è la marchesina Virginia. Io l’ho battezzata, io l’ho iniziata alla prima comunione, l’ho diretta fino dai primi anni co’ miei consigli, colle mie esortazioni, sia in casa, sia nel sacro tribunale di penitenza... La vostra Virginia mi ha sempre ascoltato... mi ha sempre obbedito... Grazie agli aiuti della divina provvidenza, ella è cresciuta nel santo timor di Dio... In una parola, ella è degna figlia di una madre, che noi abbiamo sempre citata come modello di tutte le virtù.
La marchesa crollò leggermente la testa, facendo un sorrisetto di compiacenza.
—Era a desiderarsi, che a complemento di tante belle doti, quella santa fanciulla prediletta da Dio vivesse mai sempre fra le dolcezze della verginale innocenza... Ma questa vocazione delle anime elette non è oggidì molto comune alle fanciulle... All’età di sedici anni quasi tutte propendono verso il sesso più forte... La vostra buona ed amabile Virginia in ciò seguì l’esempio delle altre...
—E di sua madre, interruppe la marchesa sorridendo.
—Il che prova, soggiunse don Cecilio inchinandosi, che anche nello stato coniugale si può vivere santamente... purchè la donna sia tanto avventurata da trovare un degno marito...
—Io vedo a che tendono questi vostri preliminari, disse la marchesa con qualche impazienza... Trovereste forse a che dire sulla scelta da noi approvata? Avreste mai qualche dubbio sul carattere e sulla onestà del signor cavaliere Lodovico, il fidanzato di nostra figlia?...
—Iddio mi guardi dal nutrire il menono sospetto sulle doti morali di quell’ottimo giovine! rispose don Cecilio premendo la mano al petto; ed è appunto perchè io l’amo assai, e lo stimo, e vorrei dissipare ogni ombra di dubbio...
—Vedete dunque ch’io ho colto nel segno, disse la marchesa alquanto turbata. Qualcuno ha cercato insinuare nel vostro animo...
—Non nego... Il caso ha voluto che giungessero al mio orecchio certe voci...
—Ebbene, che hanno trovato a dire i maligni sul conto di questo amabile cavaliere? chiese la marchesa con vivacità. Badate, don Cecilio, che io sono una ammiratrice entusiasta del signor Lodovico. Se alcuno osasse dubitare della sua onoratezza...