Libro proibito

Part 3

Chapter 3 3,368 words Public domain Markdown

[3] Le _Società del Quartetto_ sono un'ottima istituzione; ma in Italia non hanno prodotto verun utile risultato. A Milano il _Quartetto_ venne iniziato da un nucleo di letterati e musicisti pretenziosi, i quali da bel principio ne profittarono per mettersi in mostra. Ai concerti intervenne, per moda, la così detta _fine-fleur_ della società; là si cominciò a parlare di _arte aristocratica_, di _grand'arte_, ecc., ecc.; là si crearono i primi entusiasmi artifiziali, si organizzarono le camorre, si inventarono i genii dell'_alta scuola_. La _Società del Quartetto_ divenne a Milano il sabba classico dei musicisti convulsionarii. Molte dame isteriche si videro finger l'estasi e la catalessi per una suonata di Beethowen. Si cominciò a parlare con schifo della musica italiana; si chiamarono volgari Rossini e Verdi--e furono poi stampati e portati a cielo dalla _haute-claque_ dei versi e delle musiche cui non mancherà l'applauso dei posteri, se i posteri vorranno essere, come da molti si spera, più cretini di noi.

[4] Se avete moglie; se dessa è una di quelle donne eccezionali che, uscendo da onesta famiglia, recano nel domicilio coniugale i propositi della virtù e della fede--una di quelle donne volgari, stupide, antidiluviane, alla cui felicità può bastare l'affetto del marito e dei figli--se, in una parola, vostra moglie fosso tanto sciocca da amarvi e viver paga del vostro amore; non vi è che un mezzo onde voi possiate educarla in guisa che ella si renda degna di mettersi a pari colle dame del _buon genere_. Obbligatela ad un corso di rappresentazioni drammatiche al Manzoni o in altro teatro dove si recita la buona commedia. Dopo venti o trenta serate di tal regime, vi prometto che ella comprenderà perfettamente di esser stata una gran bestia ad appagarsi di voi, e quando meno ve lo aspettate, verrà a declamarvi sul muso l'apologia dell'adulterio. Una donna onesta null'altro può imparare alla scuola del teatro moderno.

[5] Qualcuno bramerà sapere chi sia questo Gellio, al quale sono indirizzati molti de' miei epigrammi. Dirò: Gellio non è un individuo, sibbene il riassunto di molti individui. È un composto di asino e di briccone; di asino che sa scrivere, di briccone che ha l'aria di gentiluomo; sono tipi che abbondano. Io n'ho visti e praticati parecchi, e spero che picchiandone uno, la battitura venga sentita da molti.

[6] In un mio recente viaggio lungo la penisola, soffermandomi in certi gabinetti che non è bello nominare, ho dovuto convincermi che l'incarico della decenza pubblica e privata oggidì viene esclusivamente affidato ai prodotti della stampa periodica. In molti casi, sono due imbratti che si incontrano.

[7] In seguito alle perquisizioni praticate a Parigi l'anno 1871 negli Uffici della Comune, venne trovata la seguente lettera, diretta da Giulio Vallés al cittadino Protot:

«Mio caro amico,

«Considerando che la più parte de' miei impiegati scrivono il francese come altrettanti conduttori d'_omnibus_

«Considerando che la grammatica è il più grande dei pregiudizî, la più stupida delle convenzioni stabilite dalla antica tirannide, ecc. ecc.

«La Comune di Parigi decreta:

«ARTICOLO UNICO.

«Il libro di Vöel e Chaptal, intitolato _Grammatica francese_, non verrà più insegnato nelle scuole del Governo, essendo volere della Comune che tutti i cittadini dello Stato sieno liberi di esprimere le loro idee come loro talenta meglio.

«GIULIO VALLÉS.»

Si comprende come in Italia non pochi giornalisti parteggiassero e parteggino ancora pel liberalismo dei Comunardi.

[8] Le scandalose intraprese del padre Theöger direttore di un collegio di ignorantelli; le prodezze altrettanto laide che valsero al Padre Ceresa un processo ed una grave condanna, o i frequenti casi congeneri che si sviluppano ogni giorno da altri istituti maschili governati dai _molto reverendi_, non valgono a dissuadere certi padri e certe madri dal gettare in balìa di tali educatori i loro figli giovinetti. Questi padri e queste madri, leggendo il mio epigramma, lo chiameranno indecente; io ritengo più indecente la loro condotta. Essi diranno che i loro figli si guasterebbero il cuore a leggere i miei otto versi; io ripeto, che in un collegio di barnabiti o di gesuiti accadrebbe loro di guastarsi.... il cuore e tutto il resto. Ma pare che certi parenti il _resto_ lo contino per nulla.

[9] È bene che le leggi impongano un freno al libertinaggio, ma vi ebbero in ogni tempo dei galantuomini e degli uomini insigni, i quali amarono sfrenatamente il bel sesso e peccarono d'ogni lussuria. Ho conosciuto dei libertini incorreggibili dotati delle più elette virtù. Leggete in Plutarco le vite degli uomini illustri. I più famosi capitani, i più saggi legislatori scandolezzarono il mondo colle loro disonestà. Di Giulio Cesare dicevasi che era il marito di tutte le mogli, la moglie di tutti i mariti. Mostriamoci indulgenti a tali debolezze. Questione di cervelletto e di midollo spinale.

[10] Nella _Confessione generale di un critico_ ho sviluppato più largamente le idee accennate in questo epigramma. Amo riprodurre un frammento di quell'articolo:

«_Critico letterario_ suol essere ordinariamente uno scrittore dappoco, negletto dagli editori e dal pubblico, inetto a concepire ed a produrre delle opere attraenti, epperò nemico giurato di chi fa, di chi riesce coll'ingegno e collo studio ad elevarsi--_Critico musicale_ è quasi sempre un musicista abortito, il quale, dopo aver pubblicato una dozzina di _polke_ pel consumo dei salumieri, od aver prodotta un'_opera_ altrettanto elaborata che stucchevole, pretende erigersi a maestro dei maestri, o avventandosi a quanti ottengono dei luminosi successi, crede rivendicare, col disprezzo di ciò che è buono e generalmente lodato, la propria impotenza e le sconfitte obbrobriose--_Critico d'arte_ è sovente un pittore reietto dalle Accademie e obliato dai committenti, i cui quadri, venduti sulle pubbliche aste e passati dall'uno all'altro rigattiere, vanno poi ad affumicarsi sulle ignobili pareti di qualche osteria da villaggio.

«Non avvi idiota, il quale non sia in grado, al più o meno peggio, di esercitare il mestiere del critico. È tanto facile stampare su un quadrato di carta: Manzoni è un gramo poeta, Verdi fa della musica intollerabile. Vela è uno scrittore mediocre; ma non è dato che agli artisti di genio scrivere il _Cinque maggio_, fare un'opera come il _Rigoletto_ e trarre dal marmo uno _Spartaco_.

[11] Questo, e l'epigramma che segue, han preso argomento da un libro di Cesare Tronconi apparso col titolo: _Passione maledetta_. La pubblicazione di quel romanzo sviluppò delle polemiche vivaci. Tutti gridarono allo scandalo, e la moltiplicità dei gridi giovò naturalmente allo spaccio della edizione. Non voglio farmi giudice della morale altrui; ciascuno ha la sua, e ci tiene. Ho però notato che in tali casi non sono sempre gli uomini di fama più intemerata e di vita più irriprovevole quelli che gridano più forte. Nel romanzo del signor Tronconi è narrato di una Clara, la quale violentemente incitata dall'ardente temperamento alle ebbrezze della voluttà, diviene una moglie onesta per aver sposato un giovane e robusto marito abbastanza valido per appagarla. In questo episodio nulla io trovo di immorale; ma ritengo che ogni marito sfibrato si guarderà bene dal permettere alla sua giovane moglie una lettura di tal genere. La denigrazione di certi libri non è il più delle volte che un risentimento dell'egoismo individuale. Ed ecco perchè avviene che il vero apparisca sovente immoralissimo anche ai più liberi pensatori, scevri da ogni pregiudizio.

[12] Un disgraziato poetastro, autore di romanzi non letti e di pessimi melodrammi, in più occasioni, mutando pseudonimi ed iniziali per non darsi a conoscere, scrisse di me e di alcuni miei libretti d'opera tutto il peggio che la sua bile potesse suggerirgli. Egli offerse _gratis_ e ottenne di veder stampati i suoi articoli ipocondriaci in parecchi giornali. Io lo riconobbi alla punta degli orecchi e rido ancora di lui.

[13] Questo _Epigramma_ lo scrissi o pubblicai nell'anno 1870, allorquando Prussiani e Francesi si trucidavano per una obbrobriosa questione di supremazia. Victor Hugo, nel suo splendido discorso recitato a Parigi in commemorazione di Voltaire, espresse presso a poco il medesimo concetto con queste parole: «Il diritto _ora_ ha trovato la sua formola: la forza vien chiamata violenza e comincia ad essere giudicata; la guerra è messa in stato di accusa. La civiltà istruisce il processo.... _In molti_ _casi l'eroe è una varietà dell'assassino_. I popoli cominciano a comprendere che la grandiosità di un delitto non può essere una attenuante; rubare è un vitupero; invadere non può essere una gloria... No! la gloria sanguinosa non esiste!»

[14] La fecondità musicale dell'Italia è dimostrata dal copioso elenco delle nuove opere che vien pubblicato ogni anno dalla _Gazzetta musicale_. Non si produsse mai tanto in fatto di musica teatrale, nè mai sì numerosi e chiassosi i successi. Dal 1870 al 1878 apparvero più di 250 opere nuove di zecca. E quante apoteosi di genii! Quanti banchetti d'onore, quanti maestri accompagnati trionfalmente per le vie con fiaccole; a suono di fanfare! quanti nomi levati a cielo, e subito scomparsi nelle nuvole! Delle 250 opere nuove a mala pena ne sorvissero due o tre di maestri già noti in precedenza; dell'altre non si parla più. E mentre nessuno vuol saperne di veder riprodotti i sublimi aborti della _grande arte_ moderna, il buon repertorio di Rossini, di Bellini, di Donizetti, di Verdi, di Mercadante, si va necessariamente assottigliando per mancanza di cantanti idonei e di maestri direttori che comprendano e facciano cristianamente eseguire la musica non ostrogota.

[15] Questo epigramma somiglia nel concetto ad un altro famoso, che viene attribuito ad Ugo Foscolo. I tempi non sono cambiati. Anche oggi in Italia

Suonatori di corni e di tromboni, Comici, cavadenti, parrucchieri, Birri, gendarmi, sindaci, lenoni, Si chiamano per burla cavalieri.

(Vedi _Caos italiano_).

[16] La pederastia è vizio da preti, da sagrestani e da paolotti. I pellegrini cattolici, accorsi a Roma dal 1872 al 1876 per ossequiare Pio IX, non sempre seppero contenersi dal dimostrare le loro inclinazioni anormali. Il vecchio partito legittimista, composto di clericali ammorbati di lussuria, celebrava recentemente in Parigi delle orgie nefande, parodiando i sacri riti. I semi del brutto vizio si spargono nel mondo da un luogo che appunto per questo fu denominato seminario. Pedagoghi o cappellani lo insinuano nelle grandi famiglie che patteggiano per la monarchia di diritto divino. Non è delicato metter in luce tali brutture, ma è peggio commetterle.

[17] I telegrammi spediti dal Re Guglielmo a sua moglie duraste la guerra _Franco-Prussiana_, hanno fatto stupire il mondo. Non mai l'egoismo di un potente si mostrò sotto forme più ingenue. Ho tradotto in brevi versi qualcuno di quei piccoli capolavori; ma raccoglierli tutti, e pubblicarli testualmente nella prosa originale, sarebbe un utile ammonimento ai popoli che spendono bestialmente il loro sangue pel capriccio dei despoti.

[18] Mio padre era un ex-militare del primo impero. Egli nutrì fino all'ultimo de' suoi giorni una specie di culto per Napoleone; tanto, che alla vigilia della sua morte (parlo di mio padre) ho veduto delinearsi un sorriso sulle sue labbra avendogli io ricordato che l'indomani porterebbe la data del cinque maggio. Figlio di un bonapartista, io ho nel sangue la simpatia pei napoleonidi, e non ho mai cessato dal professare la più viva riconoscenza per l'uomo che nel 1859 mi ha fatto palpitare di entusiasmo col suo _Proclama agli Italiani_. Ho scritto un opuscolo in favore di Napoleone III, quand'era prigioniero in Inghilterra. Compiangetemi! Dai possenti caduti c'è poco da sperare--meglio mi avrebbe giovato far l'apoteosi dell'Imperatore dì Germania!

[19] Nulla meglio di una grossa frase poetica per sconfiggere il senso comune. Victor Hugo ne ha sparato una molto grossa dopo la battaglia di Sèdan, quando disse che alla Repubblica Francese sarebbe bastato un _soffio_ per disperdere le armate prussiane.

[20] Un buon fattore campagnolo recandosi al municipio per votare la scelta del deputato, venne interpellato da un elettore novizzo:

--A chi date il vostro voto?

--Diamine! al vecchio... a quello che è già stato alla Camera gli anni passati.

--Non sarebbe meglio mandare al Parlamento degli uomini nuovi? Mi han detto che i vecchi hanno divorato per dritto e per traverso....

--Ed è appunto per questo che dobbiamo preferirli. Se han mangiato, debbon essere satolli; mentre questi altri che sono ancora a digiuno....

--Perdio! non ci aveva pensato--» E tutti due fecero opera prudente e patriottica, votando per l'antico deputato.

[21] Allorquando, nel 1876, andò al potere la sinistra, il nuovo Ministero si chiamò _Governo di riparazione_. Non è bene fidarsi troppo nelle riparazioni che un ministro può promettere. Se avete freddo, riparatevi ad ogni buon conto colla flanella, o se piove, coll'ombrello.

[22] L'opinione, accreditata dai pedanti, che la vitalità dì un lavoro letterario dipenda più che altro dalle bellezze dello stile, non trova appoggio nei fatti. Le commedie del Goldoni, scritte in lingua negletta, sopravvissero a quelle del Nota forbitissime. Si leggono con diletto le tragedie di Shakespeare tradotte in prosa non sempre elettissima dal Rusconi, non quelle di molti poeti italiani irriprovevoli per la sonorità del verso e per altri pregi dì forma. Autori encomiatissimi per la forbitezza dello scrivere, quali il Caro, il Giordani, il Tommaseo, ecc. ecc., trovano oggidì pochi lettori, mentre il Bandello ed altri novellieri antichi, non hanno cessato di dilettare col semplice prestìgio della originalità e della naturalezza sbadata. Si può essere teste da rapani e far dei libri raccomandabili come testi di lingua.

[23] I giornali milanesi, nell'anno 1877, quando Adelina Patti cantò alla Scala, non la chiamavano altrimenti che col titolo di _Diva_. L'incenso delle adulazioni e delle iperboli ammirative fu lautamente pagato dai preti-appaltatori, che lucravano sull'idolo, Non apparvero mai, sotto forma di giudizii critici, le più scempie ampollosità. La Patti è una brava cantante. L'ho udita nella _Aida_; mi parve insuperabile nella espressione plastica del personaggio; non ugualmente atta, per insufficienza di energia vocale, a tradurre tutti gli accenti della musica. L'ambiente della Scala mi parve troppo vasto per una _Diva_ nella quale il talento soverchia troppo spesso la voce. Ho udito, ne' miei giovani anni, quando in Italia l'arte del canto fioriva, non meno di venti prime donne superiori o pari di merito alla Patti. Non si chiamavano _Dive_; per udirle alla Scala si pagavano tre lire austriache, e talvolta cantavano alle panche. Non si conosceva ancora in Italia l'arte della gran _blague_ americana, e il pubblico era avezzo a sentir cantar bene. Una cantante che sappia ancora esprimere correttamente un periodo di musica senza guastarlo di gargarismi, di singulti, di ventosità tracheali, oggidì può passare per un miracolo.

POESIE SATIRICHE

AL DOTTOR L. V.

Epistola in versi

Voi franco mi garrite, altri mi mormora Dietro le spalle perchè sol di futili Novellette, di ciancie e di bazzecole O di lesti epigrammi io colmo il mignolo[1] Giornaluccio; nè mai d'Europa ai tumidi Fati consento qualche breve pagina, Nè mi invischio gracchiando alla polemica Che oggidì più che mai ferve in Italia Fra chi in alto è salito e chi si arrampica. «Passò quel tempo.» Anch'io nelle effemeridi Da un soldo strimpellai guerra e politica, E logoro il cervello e guasto il fegato Mi ho nel vano armeggío. Non trova grazia Lo schietto vero. Parteggiare, fremere, Al suon della gran cassa ampolle vacue Lanciare al vento; reboänti e rancide Frasi accozzando, inacidir la cronaca Di sospetti, di oltraggi e di calunnie, Diluïr telegrammi, imbrattar storie.... Avventarsi.... strisciar.... leccare.... mordere... Tale è il mestier--Direte: è mestier facile....

Pur (vedete, dottor, com'io fui tanghero!) Nulla azzeccato ho mai--Italia, patria, Ordine, libertà, fede ai principii, Democrazia--palle di gomma elastica Pel cerretano giocator di bossolo--Serie cose io credea. Modesto e ingenuo Esposi il pensier mio; però dai circoli Dei pusilli gaudenti ove si biascica La nenia eterna del quïeto vivere, Nè dai cupi, frementi conciliaboli Ove ringhian tribuni e arruffapopoli, Il verbo io presi mai. Prostrarmi agli idoli Non sèppi. Liberal, volli esser libero[2]; E sì libero fui, che al breve svolgersi Di quattro o cinque mesi, in abbominio Venni ai rossi ed ai bianchi, e fu miracolo Se n'uscii vivo--Bah! quelli gridavano: Ei s'è fatto codino! alla politica Di Cavour tien bordone--E questi: «o scandalo! Ei plaude a Garibaldi ed osa irridere Qualche _nostra_ Eccellenza!»--Mo! vedetelo! Ripiglian quelli: il rattoppato e logoro Abito ha smesso, ed anco ieri il rancio Pagò al trattor: _fondi segreti_--«Ei bazzica Cogli scavezzacolli democratici, Notan gli altri: badate! di repubblica E socialismo puzzan le parentesi Del testo scapigliato--Esser veridico E leal che mi valse?--Dai sinedrii Onnipotenti fui reietto; incomodo Collega a tutti, quei la man ritrassero Dalla mia dubitosi; mi guardarono Biechi gli altri ringhiando: al mercenario Scriba il gibbetto! Intanto si sciupavano Per me gli anni più baldi in acri e sterili Guerriglie di parole. Addio, fantastiche Scorrerie del pensier! Gli estri languirono, Morì la celia, ogni gentil tripudio Cessò. Giocondo novellier nei circoli Più non mi assisi; si converse in rantolo La gaia nota, e dentro l'interlinea In gerghi irosi si disciolse il fegato. Un dì, allo specchio mi guardai; di nivei Peli la barba, di due solchi lividi Deforme il volto mi apparì. All'occipite Stesi la mano, e delle dita il brivido Intonsurata mi annunziò la cherica. Gran che! «Alla fibra macerata i redditi Del prostituto inchiostro un di fien lauto Compenso, e all'ossa dispolpate l'adipe Rifiorirà.» Quei che così ringhiavano Al mio garretto, oggi, impinguati e tronfii Di ricchezze e poter, dall'alto irridono La nostra grulleria. Nè a torto ridono.... Ben io, pensando quali a me sovvennero Fondi segreti, oggi crisparsi i visceri Mi sento ancora. Le ipoteche rosero Fin la casuccia ov'io sperava gli ultimi Miei giorni ricovrar..,. Narri il tipografo La tetra istoria; questo sol rammemoro Che la stoltezza di parlare e scrivere L'abbominato vero, un dì sul lastrico Mi gettò inebetito.--Eppur: che valsemi Vender case e poderi? Mi investirono Con briaco furor mastini e botoli Di fronte e a tergo; più rabbiosi a mordermi Ruffiani, spie e ciurmadori in maschera Da Catoni o da Bruti, che vedevansi Poi, nelle agapi oscene e nei postriboli, I dì e le notti gavazzar coll'obolo Smunto ai citrulli. Oggi, i citrulli godano Le ben compre lautezze, e prestin gli omeri Ai nuovi furbi che salir domandano L'albero di cuccagna! Alla politica Ho detto addio. Merlo spennato, ai liberi Miei monti ricovrai; di nuovo ossigene Il polmon ritemprato, oggi dal vertice Alla bassa cloäca io guardo, e zuffolo Allegramente. Che mi cal se chiaminsi Sella, Minghetti, Visconti o Nicòtera I rettori d'Italia? O se alla greppia Dello Stato oggi rumini l'apostata Che or fan sei mesi ancor fremea repubblica! Se il giocoliere, rimestando il bossolo, La rubra palla destramente in lattea Ciambella tramutò, non io sorprendermi Oggi potrei. Plauda chi vuole o strepiti Di rabbiose invettive, io so qual termine Avrà la farsa. Al _sine cura_, al ciondolo, Al lauto appalto, al grasso impiego mirano Quei che belan sommessi e quei che latrano. Gli schietti e i buoni dalla mischia ignobile Si ritraggon sdegnosi; e solitario Quegli ascende la balza e canta ai vertici Le divine utopie; questi le libere Idee fischiate dall'ottuso secolo Fida nell'orto alle cipolle e ai rapani. È il partito più saggio. Italia novera Settemila giornali ove colluviano L'oscena feccia, il brago, ogni putredine Della Reggia e del trivio. Ivi si abbeveri E diguazzi a suo prò chi vuol nei colici Flussi l'alma stemprarsi, o d'itterizia Morir consunto.--Dismorbiamo l'aëre. Caro dottore, e intorno a noi si dissipi Il reo miäsma che ne investe! Giovani Ci rifarem. Schiudiam la casa ai lepidi Amici; suoni di festose musiche 11 salottino, e più chiassosi irrompano I repressi cachinni. Ospite assidua Fra noi respiri la gajezza; scoppino Gli epigrammi, i bei motti, le facezie, Gli aneddoti giocondi--e in noi riflettasi L'ilarità di tutti. Sulle pagine Non ammorbate dalla rea politica Gli odii e i rancor svaniscono, si appianano I più tetri cipigli, e dell'innocuo Lepor le donne amabilmente ridono.

SCUOLA MODERNA[3]

--Al diavolo l'estetica, La logica, il buon senso, E l'_idëal_ melenso! Poichè l'arte pöetica Dai vecchi impacci è sciolta, Farò il comodo mio.... E spero questa volta Coi famosi del secolo Salire agli astri anch'io.

--Il verno io canto, il verno, La stagione crudele-- Stanotte il Padre Eterno In cima alla montagna Ha fatto il lattemiele.... E gli Aquiloni batton la campagna.

--Al piè del Resegone Ve'! come il lago fuma Immoto, senza schiuma!... Visto dal mio balcone Il gelido cratère Sembra la catinella d'un barbiere A cui mancò il sapone.

--Dalle nuvole rotte Il sole ad intervalli In berretta da notte Mette fuori la faccia stralunata, Sbadigliando di noja-- E frattanto, di neve disgelata Sgocciola la tettoia, Come il nasuccio d'uno scolaretto Che smarrì il fazzoletto.

--Al margine del fosso Sulla morta natura Squittisce un pettirosso, Coll'aria d'un becchino, Che d'una vergin sulla sepoltura Legga ghignando un romanzo di Dròz, O si sfiati a trillar sull'ottavino Un tema di Berliòz.

--Se scendo all'orticello, Cui bieco irride il sole, Le assiderate aiuole Mi chieggono un mantello.... Gli alberi incappucciati Come convalescenti Ringhiano da dannati: Dio! che dolor di denti!