Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza
Chapter 9
--Voi sète tucti invitati generalmente e particularmente da la mia Veritá, quando gridava nel Tempio per ansietato desiderio dicendo: «Chi ha sete venga a me e beia, però che Io so' fonte d'acqua viva». Non dixe: «Vada al Padre e beia»; ma dixe: «Venga a me». Perché? però che in me, Padre, non può cadere pena; ma sí nel mio Figliuolo. E voi, mentre che sète peregrini e viandanti in questa vita mortale, non potete andare senza pena, perché per lo peccato la terra germinò spine, sí come decto è.
E perché dixe: «Venga a me e beia»? Perché, seguitando la doctrina sua, o per la via de' comandamenti co' consigli mentali, o de' comandamenti co' consigli actuali (cioè d'andare o per la caritá perfecta, o per la caritá comune, sí come di sopra ti dixi), per qualunque modo che voi passiate per andare a lui, cioè seguitando la sua doctrina, voi trovate che bere, trovando e gustando el fructo del Sangue per l'unione della natura divina unita nella natura umana. E trovandovi in lui, vi trovate in me, che so' mare pacifico; perché so' una cosa con lui, e egli è una cosa con meco. Sí che voi sète invitati a la fonte de l'acqua viva della grazia.
Convienvi tenere per lui, che v'è facto ponte, con perseveranzia. Sí che neuna spina né vento contrario né prosperitá né adversitá né altra pena, che poteste sostenere, vi debba fare vòllere il capo a dietro; ma dovete perseverare infino che troviate me, che vi do acqua viva, che ve la do per mezzo di questo dolce e amoroso Verbo unigenito mio Figliuolo.
Ma perché dixe: «Io so' fonte d'acqua viva»? Però che egli fu la fonte la quale conteneva me, che do acqua viva, unendosi la natura divina con la natura umana. Perché dixe: «Venga a me e beia»? Però che non potete passare senza pena, e in me non cadde pena, ma sí in lui; e però che di lui Io vi feci ponte, neuno può venire a me se non per lui. E cosí dixe egli: «Neuno può andare al Padre se non per me». Cosí disse veritá la mia Veritá.
Ora hai veduto che via elli vi conviene tenere e che modo: cioè con perseveranzia. E altrimenti non bereste, però che ella è quella virtú che riceve gloria e corona di victoria in me, Vita durabile.
CAPITOLO LIV
Che modo debba tenere generalmente ogni creatura razionale per potere escire del pelago del mondo e andare per lo predecto sancto ponte.
--Ora ti ritorno a' tre scaloni per li quali vi conviene andare a volere uscire del fiume e non annegare, e giognere a l'acqua viva a la quale sète invitati, e a volere che Io sia in mezzo di voi. Però che alora, ne l'andare vostro, Io so' nel mezzo, che per grazia mi riposo ne l'anime vostre.
Convienvi dunque, a volere andare, avere sete; però che solo coloro che hanno sete sonno invitati, dicendo: «Chi ha sete venga a me, e beia». Chi non ha sete non persevera ne l'andare: però che o egli si ristá per fadiga, o egli si ristá per dilecto, né non si cura di portare el vaso con che egli possa actègnare. Né non si cura d'avere la compagnia; e solo non può andare. E però vòlle il capo indietro quando vede giognere alcuna puntura di persecuzioni, perché se n'è facto nemico. Teme, perché egli è solo; ma, se egli fusse acompagnato, non temarebbe. Se avesse saliti e' tre scaloni, sarebbe sicuro, perché non sarebbe solo.
Convienvi dunque avere sete e congregarvi insieme, sí come dixe: o due o tre o piú. Perché dixe «o due o tre»? perché non sono due senza tre, né tre senza due, né tre né due senza piú. Uno è schiuso che Io sia in mezzo di lui, perché non ha seco compagno sí che Io possa stare in mezzo, e non è cavelle; però che colui, che sta ne l'amore proprio di sé, è solo perché è separato dalla grazia mia e dalla caritá del proximo suo. Ed essendo privato di me per la colpa sua, torna a non cavelle, perché solo Io so' Colui che so'. Sí che colui che è uno, cioè sta solo ne l'amore proprio di sé, non è contiato da la mia Veritá né accepto a me.
Dice dunque: «Se saranno due o tre o piú congregati nel nome mio, Io sarò nel mezzo di loro». Díxiti che due non erano senza tre, né tre senza due; e cosí è. Tu sai che i comandamenti della Legge stanno solamente in due, e senza questi due neuno se ne observa: cioè d'amare me sopra ogni cosa, e il proximo come te medesima. Questo è il principio e mezzo e fine de' comandamenti della Legge.
Questi due non possono essere congregati nel nome mio senza tre, cioè senza la congregazione delle tre potenzie de l'anima, cioè la memoria, lo 'ntellecto e la volontá; sí che la memoria ritenga i benefizi miei, e la mia bontá in sé; e l'intellecto raguardi ne l'amore ineffabile, il quale Io ho mostrato a voi col mezzo de l'unigenito mio Figliuolo, el quale ho posto per obiecto a l'occhio de l'intellecto vostro, acciò che in lui raguardi el fuoco della mia caritá; e la volontá alora sia congregata in loro, amando e desiderando me, che so' suo fine.
Come queste tre virtú e potenzie de l'anima sonno congregate, Io so' nel mezzo di loro per grazia. E perché alora l'uomo si truova pieno della caritá mia e del proximo suo, subbito si truova la compagnia delle molte e reali virtú. Alora l'apetito de l'anima si dispone ad avere sete. Sete, dico, della virtú, de l'onore di me e salute de l'anime; e ogni altra sete è spenta e morta in loro; e va sicuramente senza alcuno timore servile, salito lo scalone primo de l'affecto. Perché l'affecto, spogliatosi del proprio amore, saglie sopra di sé e sopra le cose transitorie, amandole e tenendole, se egli le vuole tenere, per me e non senza me, cioè con sancto e vero timore, e amore della virtú.
Alora si truova salito el secondo scalone, cioè al lume de l'intellecto, el quale si specula ne l'amore cordiale di me, in Cristo crocifixo in cui, come mezzo, Io ve l'ho mostrato. Alora truova la pace e la quiete, perché la memoria s'è impíta e non è vòtia della mia caritá. Tu sai che la cosa vòtia toccandola bussa, ma quando ella è piena non fa cosí. Cosí, quando è piena la memoria col lume de l'intellecto, e con l'affecto pieno d'amore, muovelo con tribulazioni o con delizie del mondo, egli non bussa con disordinata allegrezza; e non bussa per impazienzia, perché egli è pieno di me che so' ogni bene.
Poi che è salito, egli si truova congregato; ché, possedendo la ragione e' tre scaloni delle tre potenzie de l'anima, come decto t'ho, l'ha congregate nel nome mio. Congregati e' due, cioè l'amore di me e del proximo, e congregata la memoria a ritenere e lo 'ntellecto a vedere e la volontá ad amare, l'anima si truova acompagnata di me che so' sua fortezza e sua securtá. Truova la compagnia delle virtú; e cosí va e sta secura, perché so' nel mezzo di loro.
Alora si muove con ansietato desiderio, avendo sete di seguitare la via della Veritá, per la quale via truova la fonte de l'acqua viva. Per la sete che egli ha de l'onore di me e salute di sé e del proximo, ha desiderio della via, però che senza la via non si potrebe giognere. Alora va e porta el vaso del cuore vòtio d'ogni affecto e d'ogni amore disordinato del mondo. E subito che egli è vòtio, s'empie, perché neuna cosa può stare vòtia; unde, se ella non è piena di cosa materiale, ed ella s'empie d'aria. Cosí el cuore è uno vasello che non può stare vòtio; ma, subito che n'ha tracte le cose transitorie per disordinato amore, è pieno d'aria, cioè di celestiale e dolce amore divino, col quale giogne a l'acqua della grazia: unde gionto che è, passa per la porta di Cristo crocifixo e gusta l'acqua viva, trovandosi in me che so' mare pacifico.
CAPITOLO LV
Repetizione in somma d'alcune cose giá decte.
--Ora t'ho mostrato che modo ha a tenere generalmente ogni creatura che ha in sé ragione, per potere escire del pelago del mondo e per non annegare e giognere a l'etterna dannazione. Anco t'ho mostrato e' tre scaloni generali, ciò sonno le tre potenzie de l'anima, e che neuno ne può salire uno che non li salga tucti. E hotti decto sopra quella parola che disse la mia Veritá: «Quando saranno due o tre o piú congregati nel nome mio», come questa è la congregazione di questi tre scaloni, cioè delle tre potenzie de l'anima. Le quali tre potenzie acordate hanno seco e' due principali comandamenti della Legge: cioè la caritá mia e del proximo tuo, cioè d'amare me sopra ogni cosa, e 'l proximo come te medesima.
Alora, salita la scala, cioè congregate nel nome mio, come decto t'ho, subito ha sete de l'acqua viva. E allora si muove e passa su per lo ponte, seguitando la doctrina della mia Veritá, che è esso ponte. Alora voi corrite doppo la voce sua che vi chiama, sí come di sopra ti dixi; che, gridando, nel tempio v'invitava, dicendo: «Chi ha sete venga a me e beia, che so' fonte d'acqua viva». Hotti spianato quel che egli voleva dire e come si debba intendere, acciò che tu meglio abbi cognosciuta l'abondanzia della mia caritá, e la confusione di coloro che a dilecto pare che corrano per la via del dimonio che gl'invita a l'acqua morta.
Ora hai veduto e udito di quello che mi dimandavi, cioè del modo che si debba tenere per non annegare. E hotti decto che 'l modo è questo: cioè di salire per lo ponte. Nel quale salire sonno congregati e uniti insieme, stando nella dileczione del proximo, portando el cuore e l'affecto suo come vasello a me, che do bere a chi me l'adimanda, e tenendo per la via di Cristo crocifixo con perseveranzia infino a la morte.
Questo è quel modo che tucti dovete tenere in qualunque stato l'uomo si sia, però che neuno stato lo scusa che egli nol possa fare e che non il debba fare; anco el può fare e debbalo fare, ed ènne obligata ogni creatura che ha in sé ragione. E neuno si può ritrare, dicendo:--Io ho lo stato, ho' figliuoli, ho altri impacci del mondo; e per questo mi ritrago ch'io non séguito questa via.--O per malagevolezza che vi truovino, non il possono dire; però che giá ti dixi che ogni stato era piacevole e accepto a me, purché fusse tenuto con buona e sancta volontá. Perché ogni cosa è buona e perfecta e facta da me, che so' somma bontá: non sonno create né date da me perché con esse pigliate la morte, ma perché n'abbiate vita.
Agevole cosa è, però che neuna cosa è di tanta agevolezza e di tanto dilecto quanto è l'amore. E quello che Io vi richiego non è altro che amore e dileczione di me e del proximo. Questo si può fare in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni stato che l'uomo è, amando e tenendo ogni cosa ad laude e gloria del nome mio.
Sai che Io ti dixi che per lo inganno loro, non andando eglino col lume ma vestendosi de l'amore proprio di loro, amando e possedendo le creature e le cose create fuore di me, passano costoro questa vita crociati, essendo facti incomportabili a loro medesimi. E se essi non si levano per lo modo che decto è, giongono a l'ecterna dannazione.
Ora t'ho decto che modo debba tenere ogni uomo generalmente.
CAPITOLO LVI
Come Dio, volendo mostrare a questa devota anima che i tre scaloni del sancto ponte sono significati in particulare per li tre stati dell'anima, dice che ella levi sé sopra di sé a raguardare questa veritá.
--Perché di sopra ti dixi come debbono andare e vanno coloro che sonno nella caritá comune, ciò sonno quegli che observano i comandamenti e i consigli mentalmente; ora ti voglio dire di coloro che hanno cominciato a salire la scala e cominciano a volere andare per la via perfecta, cioè d'observare i comandamenti e i consigli actualmente in tre stati, e' quali ti mostrarrò, spianandoti ora in particulare i tre gradi e stati de l'anima e tre scaloni, e' quali ti posi in generale per le tre potenzie de l'anima. De' quali l'uno è imperfecto, l'altro è piú perfecto, l'altro è perfectissimo. L'uno m'è servo mercennaio, l'altro m'è servo fedele, l'altro m'è figliuolo, cioè che ama me senza alcuno rispecto.
Questi sonno tre stati che possono essere e sonno in molte creature, e sonno in una creatura medesima. In una creatura sonno e possono essere quando con perfecta sollicitudine corre per la via predecta exercitando il tempo suo, che da lo stato servile giogne al liberale, e dal liberale al filiale.
Leva te sopra di te e apre l'occhio de l'intellecto tuo, e mira questi perregrini viandanti come passano. Alcuni imperfectamente, e alcuni perfectamente per la via de' comandamenti, e alquanti perfectissimamente tenendo ed exercitando la via de' consigli. Vedrai unde viene la imperfeczione e unde viene la perfeczione, e quanto è l'inganno che l'anima riceve in se medesima perché la radice de l'amore proprio non è dibarbicata. In ogni stato che l'uomo è, gli è bisogno d'ucidere questo amore proprio in sé.
CAPITOLO LVII
Come questa devota anima, raguardando nel divino specchio, vedeva le creature andare in diversi modi.
Alora quella anima, ansietata d'affocato desiderio, specolandosi nello specchio dolce divino, vedeva le creature tenere in diversi modi e con diversi rispecti per giognere al fine loro. Molti vedeva che cominciavano a salire sentendosi impugnati dal timore servile, cioè temendo la propria pena. E molti, exercitando el primo chiamare, giognevano al secondo; ma pochi si vedevano giognere a la grandissima perfeczione.
CAPITOLO LVIII
Come el timore servile, senza l'amore de le virtú, non è sufficiente a dare vita eterna. E come la legge del timore e quella dell'amore sono unite insieme.
Alora la bontá di Dio, volendo satisfare al desiderio de l'anima, diceva:--Vedi tu: costoro si sonno levati con timore servile dal bòmico del peccato mortale; ma se essi non si levano con amore della virtú, non è sufficiente il timore servile a dar lo' vita durabile. Ma l'amore col sancto timore è sufficiente, perché la legge è fondata in amore con timore sancto.
La legge del timore era la legge vecchia che fu data da me a Moisé. La quale era fondata solamente in timore, perché, commessa la colpa, pativano la pena.
La legge de l'amore è la legge nuova, data dal Verbo de l'unigenito mio Figliuolo: la quale è fondata in amore. E per la legge nuova non si ruppe però la vecchia: anco s'adempi. E cosí dixe la mia Veritá: «Io non venni a dissolvere la legge, ma adempirla». E uní la legge del timore con quella de l'amore. Fulle tolto per l'amore la imperfeczione del timore della pena, e rimase la perfeczione del timore sancto, cioè temere solo di non offendere, non per danno proprio, ma per non offendere me che so' somma bontá.
Sí che la legge imperfecta fu facta perfecta con la legge de l'amore. Poi che venne il carro del fuoco de l'unigenito mio Figliuolo, el quale recò el fuoco della mia caritá ne l'umanitá vostra, con l'abondanzia della misericordia, fu tolta via la pena delle colpe che si commectono: cioè di non punirle in questa vita di subbito che offende, sí come anticamente era dato e ordinato nella legge di Moisé di dare la pena subbito che la colpa era commessa. Ora non è cosí: non bisogna dunque timore servile. E non è però che la colpa non sia punita, ma è servata a punire (se la persona non la punisce con perfecta contrizione) ne l'altra vita, separata l'anima dal corpo. Mentre che vive egli, gli è tempo di misericordia; ma, morto, gli sará tempo di giustizia.
Debbasi dunque levare dal timore servile e giognere a l'amore e sancto timore di me. Altro rimedio non ci sarebbe che elli non ricadesse nel fiume, giognendoli l'onde delle tribolazioni e le spine delle consolazioni. Le quali sonno tucte spine che pongono l'anima che disordinatamente l'ama e possiede.
CAPITOLO LIX
Come, exercitandosi nel timore servile, el quale è stato d'inperfeczione (per lo quale s'intende el primo scalone del sancto ponte), si viene al secondo, el quale è stato di perfeczione.
--Perché Io ti dixi che neuno poteva andare per lo ponte né escire del fiume che non salisse i tre scaloni, e cosí è la veritá: che salgono chi imperfectamente e chi perfectamente e chi con grande perfeczione.
Costoro e' quali sonno mossi dal timore servile hanno salito e congregatisi insieme imperfectamente. Cioè che l'anima, avendo veduta la pena che séguita doppo la colpa, saglie e congrega insieme la memoria a trarne el ricordamento del vizio, lo intellecto a vedere la pena sua che per essa colpa aspecta d'avere; e però la volontá si muove ad odiarla.
E poniamo che questa sia la prima salita e la prima congregazione, conviensi exercitarla col lume de l'intellecto dentro nella pupilla della sanctissima fede, raguardando non solamente la pena ma el fructo delle virtú e l'amore che Io lo' porto; acciò che salgano con amore co' piei de l'affecto, spogliati del timore servile. E facendo cosí, diventaranno servi fedeli e non infedeli, servendomi per amore e non per timore. E se con odio s'ingegnaranno di dibarbicare la radice de l'amore proprio di loro, se sonno prudenti costanti e perseveranti, vi giongono.
Ma molti sonno che pigliano el loro cominciare e salire sí lentamente, e tanto per spizzicone rendono el debito loro a me, e con tanta negligenzia e ignoranzia, che subbito vengono meno. Ogni piccolo vento gli fa andare a vela e voltare il capo a dietro, perché imperfectamente hanno salito e preso el primo scalone di Cristo crocifixo; e però non giongono al secondo del cuore.
CAPITOLO LX
De la inperfeczione di quelli che amano e servono Dio per propria utilitá e dilecto e consolazione.
Alquanti sonno che sonno facti servi fedeli, cioè che fedelmente mi servono, senza timore servile (servendo solo per timore della pena), ma servono con amore. Questo amore, cioè di servire per propria utilitá o per dilecto o piacere che truovino in me, è imperfecto. Sai chi lo' 'l dimostra che l'amore loro è imperfecto? quando sonno privati della consolazione che trovavano in me. E con questo medesimo amore imperfecto amano el proximo loro. E però non basta né dura l'amore: anco allenta, e spesse volte viene meno. Allenta inverso di me quando alcuna volta Io, per exercitargli nella virtú e per levarli dalla imperfeczione, ritrago a me la consolazione della mente e permecto lo' bactaglie e molestie. E questo fo perché vengano ad perfecto cognoscimento di loro, e conoscano loro non essere, e neuna grazia avere da loro. E nel tempo delle bactaglie rifuggano a me, cercandomi e cognoscendomi come loro benefactore, cercando solo me con vera umilitá. E per questo lo' 'l do e ritrago da loro la consolazione, ma non la grazia.
Questi cotali alora allentano, voltandosi con impazienzia di mente. Alcuna volta lassano per molti modi e' loro exercizi, e spesse volte socto colore di virtú, dicendo in loro medesimi:--Questa operazione non ti vale,--sentendosi privati della propria consolazione della mente. Questi fa come imperfecto che anco non ha bene levato el panno de l'amore proprio spirituale della pupilla de l'occhio della sanctissima fede. Però che, se egli l'avesse levato in veritá, vedrebbe che ogni cosa procede da me e che una foglia d'arbore non cade senza la mia providenzia; e che ciò che Io do e permecto, do per loro sanctificazione, cioè perché abbino el bene e il fine per lo quale Io vi creai.
Questo debbono vedere e cognoscere, che Io non voglio altro che il loro bene, nel sangue de l'unigenito mio Figliuolo, nel quale sangue sonno lavati dalle iniquitá loro. In esso sangue possono cognoscere la mia veritá, che, per dar lo' vita etterna, Io gli creai a la imagine e similitudine mia, e ricreai a grazia, col sangue del Figliuolo proprio, loro, figliuoli adoptivi. Ma perché essi sonno imperfecti, servono per propria utilitá e allentano l'amore del proximo.
E' primi vi vengono meno per timore che hanno di non sostenere pena. Costoro, che sonno e' secondi, allentano, privandosi de l'utilitá che facevano al proximo, e ritragono a dietro da la caritá loro, se si vegono privati della propria utilitá o d'alcuna consolazione che avessero trovata in loro. E questo l'adiviene perché l'amore loro non era schiecto; ma, con quella imperfeczione che amano me (cioè d'amarmi per propria utilitá), di quello amore amano loro.
Se essi non ricognoscono la loro imperfeczione col desiderio della perfeczione, impossibile sarebbe che non voltassero el capo indietro. Di bisogno l'è, a volere vita etterna, che essi amino senza rispecto: non basta fuggire il peccato per timore della pena né abracciare le virtú per rispecto della propria utilitá, però che non è sufficiente a dare vita etterna; ma conviensi che si levi del peccato perché esso dispiace a me, e ami la virtú per amore di me.
È vero che quasi el primo chiamare generale d'ogni persona è questo; però che prima è imperfecta l'anima che perfecta. E da la imperfeczione debba giognere a la perfeczione: o nella vita mentre che vive, vivendo in virtú col cuore schiecto e liberale d'amare me senza alcuno rispecto; o nella morte, riconoscendo la sua imperfeczione con proponimento che, se egli avesse tempo, servirebbe me senza rispecto di sé.
Di questo amore imperfecto amava sancto Pietro el dolce e buono Iesú, unigenito mio Figliuolo, molto dolcemente sentendo la dolcezza della conversazione sua. Ma, venendo el tempo della tribolazione, venne meno; tornando a tanto inconveniente che, non tanto che egli sostenesse pena in sé, ma, cadendo nel primo timore della pena, el negò, dicendo che mai non l'aveva cognosciuto.
In molti inconvenienti cade l'anima che ha salita questa scala solo col timore servile e con l'amore mercennaio. Debbansi adunque levare ed essere figliuoli, e servire a me senza rispecto di loro. Benché Io, che so' remuneratore d'ogni fadiga, rendo a ciascuno secondo lo stato ed exercizio suo. E se costoro non tassano l'exercizio de l'orazione sancta e de l'altre buone operazioni, ma con perseveranzia vadano aumentando la virtú, giogneranno a l'amore del figliuolo.
E Io amarò loro d'amore filiale, però che con quello amore che so' amato Io, con quello vi rispondo: cioè che, amando me sí come fa el servo el signore, Io come signore ti rendo el debito tuo, secondo che tu hai meritato. Ma non manifesto me medesimo a te, perché le cose secrete si manifestano a l'amico che è facto una cosa con l'amico suo.
È vero che 'l servo può crescere per la virtú sua e amore che porta al signore, sí che diventará amico carissimo: cosí è e adiviene di questi cotali. Mentre che stanno nel mercennaio amore, Io non manifesto me medesimo a loro; ma se essi con dispiacimento della loro imperfeczione e amore delle virtú, con odio dibarbicando la radice de l'amore spirituale proprio di se medesimo, salendo sopra la sedia della coscienzia sua, tenendosi ragione, sí che non passino e' movimenti, nel cuore, del timore servile e de l'amore mercennaio che non sieno correcti col lume della sanctissima fede; facendo cosí, sará tanto piacevole a me, che per questo giognaranno a l'amore de l'amico.
E cosí manifestarò me medesimo a loro, sí come dixe la mia Veritá quando disse: «Chi m'amará sará una cosa con meco e Io con loro, e manifestarò me medesimo, e faremo mansione insieme». Questa è la condiczione del carissimo amico, che sonno due corpi e una anima per affecto d'amore, perché l'amore si transforma nella cosa amata. Se elli è facto una anima, neuna cosa gli può essere segreta. E però dixe la mia Veritá: «Io verrò e faremo mansione insieme». E cosí è la veritá.
CAPITOLO LXI
In che modo Dio manifesta se medesimo all'anima che l'ama.
--Sai in che modo manifesto me ne l'anima che m'ama in veritá, seguitando la doctrina di questo dolce ed amoroso Verbo? In molti modi manifesto la virtú mia ne l'anima, secondo el desiderio che ella ha.
Tre principali manifestazioni Io fo. La prima è che Io manifesto l'affecto e la caritá mia col mezzo del Verbo del mio Figliuolo; el quale affecto e la quale caritá si manifesta nel Sangue sparto con tanto fuoco d'amore. Questa caritá si manifesta in due modi: l'uno è generale comunemente a la gente comune, cioè a coloro che stanno nella caritá comune. Manifestasi, dico, in loro vedendo e provando la mia caritá in molti e diversi benefizi che ricevono da me. L'altro modo è particulare a quegli che sonno facti amici, aggionto alla manifestazione della comune caritá che egli gustano e cognoscono e pruovano e sentono per sentimento ne l'anime loro.