Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza

Chapter 8

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Sí che vedi che sonno ingannati. Chi gli ha ingannati? essi medesimi, perché s'hanno tolto el lume della fede viva, e vanno come aciecati palpando e actaccandosi a quel che toccano. E perché non veggono se non con l'occhio cieco, posto l'affecto loro nelle cose transitorie, però sonno ingannati e fanno come stolti che raguardano solamente l'oro e non el veleno. Unde sappi che le cose del mondo e tucti e' dilecti e piaceri suoi se sonno presi e acquistati e posseduti senza me o con proprio e disordinato amore, essi portano drictamente la figura degli scarpioni, e' quali al principio tuo, doppo la figura de l'arbore Io ti mostrai, dicendoti che portavano l'oro dinanzi e 'l veleno portavano dietro; e non era il veleno senza l'oro né l'oro senza el veleno, ma el primo aspecto era l'oro. E neuno si difendeva dal veleno, se non coloro che erano illuminati del lume della fede.

CAPITOLO XLVII

Come non si possono observare i comandamenti che non si observino i consigli. E come in ogni stato che la persona vuole essere, avendo sancta e buona volontá, è piacevole a Dio.

--Costoro ti dixi che col coltello di due tagli (cioè con l'odio del vizio e amore delle virtú) per amore tagliavano el veleno della propria sensualitá, e col lume della ragione tenevano e possedevano. E acquistavano l'oro in queste cose mondane, chi le voleva tenere; ma chi voleva usare la grande perfeczione le spregiava actualmente e mentalmente. Questi ti dixi che observavano el consiglio actualmente, il quale lo' fu dato e lassato da la mia Veritá. Costoro che possedevano sonno quelli che observano e' comandamenti e i consigli mentalmente ma non actualmente. Ma però ch'e' consigli sonno legati co' comandamenti, neuno può observare i comandamenti che non observi e' consigli: non actualmente ma mentalmente. Cioè che, possedendo le ricchezze del mondo, egli le possegga con umilitá e non con superbia, possedendole come cosa prestata e non come cosa sua, come elle sonno date a voi per uso da la mia bontá. Unde tanto l'avete quanto Io ve le do, e tanto le tenete quanto Io ve le lasso, e tanto ve le lasso e do quanto Io vego che faccino per la salute vostra. Per questo modo le dovete usare.

Usandole l'uomo cosí, observa el comandamento, amando me sopra ogni cosa e 'l proximo come se medesimo. Vive col cuore spogliato e gictale da sé per desiderio, cioè che non l'ama né tiene senza la mia volontá, poniamo che actualmente le possega. Observa el consiglio per desiderio, come decto t'ho, tagliandone il veleno del disordinato amore.

Questi cotali stanno nella caritá comune. Ma coloro, che observano e' comandamenti e i consigli mentalmente e actualmente, sonno nella caritá perfecta. Con vera simplicitá observano el consiglio che dixe la mia Veritá, Verbo incarnato, a quel giovano quando dimandò dicendo: «Che potrei io fare, Maestro, per avere vita etterna?» Egli disse: «Observa e' comandamenti della Legge». Ed egli rispondendo dixe: «Io gli observo». Ed Egli dixe: «Bene, se tu vuogli essere perfecto, va' e vende ciò che tu hai, e dállo a' povari». El giovano alora si contristò, perché le ricchezze che egli aveva le teneva ancora con troppo amore, e però si contristò. Ma questi perfecti l'observano abandonando el mondo con tucte le delizie sue, macerando el corpo con la penitenzia e vigilia, umile e continua orazione.

Questi altri che stanno nella caritá comune, non levandosi actualmente, non ne perdono però vita etterna, perché non ne sonno tenuti; ma debbonle possedere, se eglino vogliono le cose del mondo, per lo modo che decto t'ho. Tenendole, non offendono, perché ogni cosa è buona e perfecta e creata da me, che so' somma bontá, e facte perché servano alle mie creature che hanno in loro ragione, e non perché le creature si faccino servi e schiavi delle delizie del mondo; anco perché le tengano (se lo' piace di tenere, non volendo andare alla grande perfeczione) non come signori ma come servi. E 'l desiderio loro debbono dare a me, e ogni altra cosa amare e tenere non come cosa loro ma come cosa prestata, come decto t'ho.

Io non so' acceptatore delle creature né degli stati, ma de' sancti desidèri. In ogni stato che la persona vuole stare, abbi buona e sancta volontá, ed è piacevole a me. Chi le terrá a questo modo? coloro che n'hanno mozzato el veleno con l'odio della propria sensualitá e con amore della virtú. Avendo mozzo el veleno della disordinata volontá e ordinatala con l'amore e sancto timore di me, egli può tenere ed eleggere ogni stato che egli vuole: e in ognuno sará acto ad avere vita etterna.

Poniamo che maggiore perfeczione, e piú piacevole a me, sia di levarsi mentalmente e actualmente da ogni cosa del mondo, chi non si sente di giognere ad questa perfeczione, ché la fragilitá sua non el patisse, può stare in questo stato comune, ogniuno secondo lo stato suo. E questo ha ordinato la mia bontá acciò che veruno abbi scusa di peccato in qualunque stato si sia. E veramente non hanno scusa, però che Io so' consceso alle passioni e debilezze loro per sifacto modo che, volendo stare nel mondo, possono e possedere le ricchezze e tenere stato di signoria e stare allo stato del matrimonio e notricare ed affadigarsi per li figliuoli. E qualunque stato si vuole essere, possono tenere, purché in veritá essi taglino el veleno della propria sensualitá, la quale dá morte etternale.

E drictamente ella è uno veleno che, come el veleno dá pena nel corpo, e ne l'ultimo ne muore se giá egli non s'argomenta di bomitarlo e di pigliare alcuna medicina, cosí questo scarpione del dilecto del mondo: non le cose temporali in loro, che giá t'ho decto che elle sonno buone e facte da me che so' somma bontá, e però le può usare come gli piace con sancto amore e vero timore; ma dico del veleno della perversa volontá de l'uomo. Dico che ella avelena l'anima e dálle la morte se esso non el vomita per la confessione sancta, traendone il cuore e l'affecto. La quale è una medicina che 'l guarisce di questo veleno, poniamo che paia amara a la propria sensualitá.

Vedi dunque quanto sonno ingannati! ché possono possedere e avere me, e possono fuggire la tristizia e avere letizia e consolazione, ed essi vogliono pure male, socto colore di bene, e dánnosi a pigliare l'oro con disordinato amore. Ma perché essi sonno aciecati con molta infedelitá, non cognoscono el veleno; veggonsi avelenati e non pigliano el rimedio. Costoro portano la croce del dimonio, gustando l'arra de l'inferno.

CAPITOLO XLVIII

Come li mondani con ciò che posseggono non si possono saziare; e de la pena che dá loro la perversa volontá pur in questa vita.

--Io sí ti dixi di sopra che solo la volontá dava pena a l'uomo. E perché i servi miei sonno privati della loro e vestiti della mia, non sentono pena affliggitiva, ma sonno saziati sentendo me per grazia ne l'anime loro. Non avendo me, non possono essere saziati, se essi possedessero tucto quanto el mondo; perché le cose create sonno minori che l'uomo, però che elle sonno facte per l'uomo e non l'uomo per loro: e però non può essere saziato da loro. Solo Io el posso saziare. E però questi miserabili, posti in tanta ciechitá, sempre s'affannano e mai non si saziano, e desiderano quel che non possono avere, perché non l'adimandano a me che li posso saziare.

Vuogli ti dica come essi stanno in pene? Tu sai che l'amore sempre dá pena, perdendo quella cosa con cui essi si son conformati. Costoro hanno facta conformitá per amore nella terra in diversi modi, e però terra sonno diventati. Chi fa conformitá con la ricchezza, chi nello stato, chi ne' figliuoli, chi perde me per servire a le creature, chi fa del corpo suo uno animale bruto con molta immondizia. E cosí per diversi stati appetiscono e pasconsi di terra. Vorrebbero che fussero stabili, ed essi non sonno; anco passano come il vento, però che o essi vengono meno a loro col mezzo della morte, overo che di quello che essi amano ne sono privati per mia dispensazione. Essendone privati, sostengono pena intollerabile; e tanto la perdono con dolore quanto l'hanno posseduta con disordinato amore. Avesserle tenute come cosa prestata e non come cosa loro, lassavanle senza pena. Hanno pena perché non hanno quel che desiderano, però che, come Io ti dixi, el mondo non gli può saziare. Non essendo saziati, hanno pena.

Quante sonno le pene dello stimolo della coscienzia! quante sonno le pene di colui che appetisce vendecta! Continuamente si rode e prima ha morto sé, cioè l'anima sua, che egli ucida el nemico suo; el primo morto è egli, uccidendo sé col coltello de l'odio. Quanta pena sostiene l'avaro, che per avarizia strema la sua necessitá! quanto tormento ha lo invidioso, che sempre nel suo cuore si rode, e non gli lassa pigliare dilecto del bene del proximo suo! Di tucte quante le cose, che esso ama sensitivamente, ne trae pena con molti disordinati timori; hanno presa la croce del dimonio, gustando l'arra de l'inferno in questa vita, ne vivono infermi con molti diversi modi se essi non si corregono, e ricevonne poi morte etternale.

Or costoro sonno quegli che sonno offesi dalle spine delle molte tribolazioni, crociandosi loro medesimi con la propria disordinata volontá. Costoro hanno croce di cuore e di corpo; cioè che con pena e tormento passa l'anima e'l corpo senza alcuno merito, perché non portano le fadighe con pazienzia, anco con impazienzia, perché hanno posseduto e acquistato l'oro e le delizie del mondo con disordinato amore; privati della vita della grazia e de l'affecto della caritá. Facti sonno arbori di morte, e però tucte le loro operazioni sonno morte, e con pena vanno per lo fiume annegandosi, e giongono a l'acqua morta, passando con odio per la porta del dimonio, e ricevono l'etterna dannazione.

Ora hai veduto come essi s'ingannano e con quanta pena essi vanno a l'inferno, facendosi martiri del dimonio; e quale è quella cosa che gli acieca, cioè la nuvila de l'amore proprio, posta sopra la pupilla del lume della fede. E veduto hai come le tribulazioni del mondo, da qualunque lato elle vengono, offendono e' servi miei corporalmente, cioè che sonno perseguitati dal mondo, ma non mentalmente, perché sonno conformati con la mia volontá: però sonno contenti di sostenere pena per me.

Ma e' servi del mondo sonno percossi dentro e di fuore: e singularmente dentro, dal timore che essi hanno di non pèrdare quello che possegono, e da l'amore, desiderando quel che non possono avere. Tucte l'altre fadighe, che seguitano doppo queste due che sonno le principali, la lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarle. Vedi dunque che in questa vita medesima hanno migliore partito e' giusti ch'e' peccatori.

Ora hai veduto a pieno el loro andare e il termine loro.

CAPITOLO XLIX

Come el timore servile non è sufficiente a dare vita eterna; e come exercitando questo timore si viene ad amore de le virtú.

--Ora ti dico che alquanti sonno che, sentendosi speronare dalle tribulazioni del mondo (le quali Io do acciò che l'anima cognosca che 'l suo fine non è questa vita e che queste cose sonno imperfecte e transitorie, e desideri me che so' suo fine, e cosí le debba pigliare), questi cominciano a levarsi la nuvila con la propria pena che essi sentono, e con quella che veggono che lo' debba seguitare doppo la colpa. Con questo timore servile cominciano a escire del fiume, bomicando el veleno el quale l'era stato gictato dallo scarpione in figura d'oro, e preso l'avevano senza modo e non con modo, e però ricevettero el veleno da lui. Cognoscendolo, el cominciano a levare e dirizzarsi verso la riva per actaccarsi al ponte.

Ma non è sufficiente d'andare solo col timore servile; però che spazzare la casa del peccato mortale, senza empirla di virtú fondate in amore e non pure in timore, non è sufficiente a dare vita etterna, se esso non pone amenduni e' piei nel primo scalone del ponte, cioè l'affecto e il desiderio, e' quali sonno e' piei che portano l'anima ne l'affecto della mia veritá, della quale Io v'ho facto ponte.

Questo è il primo scalone del quale Io ti dissi che vi conveniva salire, dicendoti come Egli aveva facta scala del corpo suo. Bene è vero che questo è quasi uno levare generale che comunemente fanno e' servi del mondo, levandosi prima per timore della pena. E perché le tribolazioni del mondo alcuna volta lo' fa venire a tedio loro medesimi, però lo' comincia a dispiacere. Se essi exercitano questo timore col lume della fede, passaranno a l'amore delle virtú.

Ma alquanti sonno che vanno con tanta tepidezza che spesse volte vi ritornano dentro, però che poi che sonno gionti a la riva, giognendo e' venti contrari, sonno percossi da l'onde del mare tempestoso di questa tenebrosa vita. Se giogne il vento della prosperitá, non essendo salito, per sua negligenzia, el primo scalone (cioè con l'affecto suo e con l'amore della virtú), egli vòlle il capo indietro a le delizie con disordinato dilecto. E se viene il vento d'aversitá, si vòlle per impazienzia, perché non ha odiata la colpa sua per l'offesa che ha facta a me, ma per timore della propria pena la quale se ne vede seguitare, col quale timore s'era levato dal vomito: perché ogni cosa di virtú vuole perseveranzia; e non perseverando, non viene in effecto del suo desiderio, cioè di giognere al fine per lo quale egli cominciò, al quale, non perseverando, non giogne mai. E però è bisogno la perseveranzia a volere compire il suo desiderio.

Hocti decto che costoro si vòllono secondo e' diversi movimenti che lor vengono: o in loro medesimi, impugnando la loro propria sensualitá contra lo spirito; o dalle creature, vollendosi a loro o con disordinato amore fuore di me, o per impazienzia per ingiuria che ricevono da loro; o da le dimonia, con molte e diverse bactaglie. Alcuna volta con lo spregiare per farlo venire a confusione, dicendo:--Questo bene che tu hai cominciato non ti vale per li peccati e difecti tuoi.--E questo fa per farlo tornare indietro e farli lassare quello poco de l'exercizio che egli ha preso. Alcuna volta col dilecto, cioè con la speranza che egli piglia della misericordia mia, dicendo:--A che ti vuogli affadigare? Gòdeti questa vita, e nella extremitá della vita, cognoscendo te, riceverai misericordia.--E per questo modo el dimonio lo' fa perdere il timore col quale avevano cominciato.

Per tucte queste e molte altre cose vòllono el capo indietro e non sonno constanti né perseveranti. E tucto l'adiviene perché la radice de l'amore proprio non è punto divelta in loro, e però non sonno perseveranti; ma ricevono con grande presumpzione la misericordia con la speranza, la quale pigliano ma non come la debbono pigliare, ma ignorantemente; e come presumptuosi sperano nella misericordia mia, la quale continuamente è offesa da loro.

Non ho data né do la misericordia perché essi offendano con essa, ma perché con essa si difendano dalla malizia del dimonio e disordinata confusione della mente. Ma essi fanno tucto el contrario, ché col braccio della misericordia offendono; e questo l'adiviene perché non hanno exercitata la prima mutazione che essi fecero levandosi, con timore della pena e impugnati dalla spina delle molte tribulazioni, dalla miseria del peccato mortale. Unde, non mutandosi, non giongono a l'amore delle virtú; e però non hanno perseverato. L'anima non può fare che non si muti; unde, se ella non va innanzi, si torna indietro. Sí che questi cotali, non andando innanzi con la virtú (levandosi da la imperfeczione del timore e giognendo a l'amore), bisogno è che tornino adietro.

CAPITOLO L

Come questa anima venne in grande amaritudine per la cechitá di quelli che s'annegavano giú per lo fiume.

Alora quella anima ansietata di desiderio, considerando la sua e l'altrui imperfeczione, adolorata d'udire e vedere tanta ciechitá delle creature, e avendo veduto che tanta era la bontá di Dio che neuna cosa aveva posta in questa vita che fusse impedimento, in qualunque stato si fusse, a la sua salute, ma tucte ad exercitamento e a provazione della virtú, e nondimeno, con tucto questo, per lo proprio amore e disordinato affecto, n'andavano giú per lo fiume non correggendosi, vedevali giognere a l'etterna dannazione.

E molti di quelli che v'erano, che cominciavano, tornavano a dietro per la cagione che udita aveva da la dolce bontá di Dio, che aveva degnato di manifestare se medesimo a lei. E per questo stava in amaritudine. E fermando essa l'occhio de l'intellecto nel Padre etterno, diceva:--O amore inextimabile, grande è l'inganno delle tue creature! Vorrei che, quando piacesse a la tua bontá, tu piú distinctamente mi spianassi e' tre scaloni figurati nel corpo de l'unigenito tuo Figliuolo; e che modo essi debbono tenere per escire al tucto del pelago e tenere la via della Veritá tua, e chi sonno coloro che salgono la scala.

CAPITOLO LI

Come i tre scaloni figurati nel ponte giá decto, cioè nel Figliuolo di Dio, significano le tre potenzie dell'anima.

Alora, raguardando la divina bontá con l'occhio della sua misericordia el desiderio e la fame di quella anima, diceva:--Dilectissima figliuola mia, Io non so' spregiatore del desiderio, anco so' adempitore de' sancti desidèri. E però Io ti voglio dichiarare e mostrare di quel che tu mi dimandi.

Tu mi dimandi ch'Io ti spiani la figura de' tre scaloni e che Io ti dica che modo hanno a tenere a potere escire del fiume e salire il ponte. E poniamo che di sopra, contiandoti lo 'nganno e ciechitá de l'uomo e come in questa vita gustano l'arra de l'inferno, sí come martiri del dimonio, e ricevono l'etterna dannazione (de' quali Io ti contiai el fructo loro che essi ricevono delle loro male operazioni); e narrandoti queste cose, ti mostrai e' modi che dovevano tenere: nondimeno ora piú a pieno tel dichiararò, satisfacendo al tuo desiderio.

Tu sai che ogni male è fondato ne l'amore proprio di sé, el quale amore è una nuvila che tolle el lume della ragione; la quale ragione tiene in sé el lume della fede, e non si perde l'uno che non si perda l'altro.

L'anima creai Io a la imagine e similitudine mia, dandole la memoria, lo 'ntellecto e la volontá. L'intellecto è la piú nobile parte de l'anima: esso intellecto è mosso da l'affecto, e l'intellecto notrica l'affecto. E la mano de l'amore, cioè l'affecto, empie la memoria del ricordamento di me e de' benefizi che ha ricevuti. El quale ricordamento el fa sollicito e non negligente; fallo grato e none scognoscente. Sí che l'una potenzia porge a l'altra, e cosí si notrica l'anima nella vita della grazia.

L'anima non può vivere senza amore, ma sempre vuole amare alcuna cosa, perché ella è facta d'amore, però che per amore la creai. E però ti dixi che l'affecto moveva lo 'ntellecto, quasi dicendo:--Io voglio amare, però che 'l cibo di che io mi notrico si è l'amore.--Alora lo 'ntellecto, sentendosi svegliare da l'affecto, si leva, quasi dica:--Se tu vuoli amare, io ti darò bene quello che tu possa amare.--E subbito si leva, speculando la dignitá de l'anima, e la indegnitá nella quale è venuta per la colpa sua. Nella dignitá de l'essere gusta la inextimabile mia bontá e caritá increata con la quale Io la creai, e in vedere la sua miseria truova e gusta la misericordia mia, che per misericordia l'ho prestato el tempo e tracta della tenebre.

Alora l'affecto si notrica in amore, aprendo la bocca del sancto desiderio, con la quale mangia odio e dispiacimento della propria sensualitá, unta di vera umilitá, con perfecta pazienzia, la quale trasse de l'odio sancto. Concepute le virtú elle si parturiscono perfectamente e imperfectamente, secondo che l'anima exercita la perfeczione in sé, sí come di socto ti dirò.

Cosí per lo contrario, se l'affecto sensitivo si muove a volere amare cose sensitive, l'occhio de l'intellecto a quello si muove, e ponsi per obiecto solo cose transitorie, con amore proprio, con dispiacimento della virtú e amore del vizio; unde traie superbia e impazienzia. La memoria non s'empie d'altro che di quello che le porge l'affecto. Questo amore ha abbaccinato l'occhio, che non discerne né vede se non cotali chiarori. Questo è il chiarore suo: che lo 'ntellecto ogni cosa vede e l'affecto ama con alcuna chiarezza di bene e di dilecto; e se questo chiarore non avesse, non offendarebbe, perché l'uomo di sua natura non può desiderare altro che bene. Sí che il vizio è colorato col colore del proprio bene, e però offende l'anima. Ma perché l'occhio non discerne per la ciechitá sua, non cognosce la veritá; e però erra cercando el bene e i dilecti colá dove non sonno.

Giá t'ho detto ch'e' dilecti del mondo senza me sonno tucti spine piene di veleno; sí che è ingannato l'intellecto nel suo vedere e la volontá ne l'amare (amando quel che non die) e la memoria nel ritenere. Lo 'ntellecto fa come il ladro che imbola l'altrui; e cosí la memoria ritiene il ricordamento continuo di quelle cose che sonno fuore di me: e per questo modo l'anima si priva della grazia.

Tanta è l'unitá di queste tre potenzie de l'anima, che Io non posso essere offeso da l'una che tucte non m'offendano. Perché l'una porge a l'altra, sí com'Io t'ho decto, el bene e 'l male, secondo che piace al libero arbitrio. Questo libero arbitrio è legato con l'affecto, e però el muove secondo che gli piace, o con lume di ragione o senza ragione. Voi avete la ragione legata in me, colá dove el libero arbitrio con disordinato amore non vi tagli; e avete la legge perversa, che sempre impugna contra lo spirito. Avete dunque due parti in voi, cioè la sensualitá e la ragione. La sensualitá è serva, e però è posta perché ella serva a l'anima, cioè che con lo strumento del corpo proviate ed exercitiate le virtú.

L'anima è libera (liberata da la colpa nel sangue del mio Figliuolo), e non può essere signoreggiata se ella non vuole consentire con la volontá, la quale è legata col libero arbitrio; e esso libero arbitrio si fa una cosa con la volontá, acordandosi con lei. Egli è legato in mezzo fra la sensualitá e la ragione; e a qualunque egli si vuole vollere, si può. È vero che, quando l'anima si reca a congregare con la mano del libero arbitrio le potenzie sue nel nome mio, sí come decto t'ho, alora sonno congregate tucte l'operazioni che fa la creatura, temporali e spirituali. E il libero arbitrio alora si scioglie da la propria sensualitá e legasi con la ragione. Io alora, per grazia, mi riposo nel mezzo di loro. E questo è quello che dixe la mia Veritá, Verbo incarnato, dicendo: «Quando saranno due o tre o piú congregati nel nome mio, Io sarò nel mezzo di loro». E cosí è la veritá. E giá ti dixi che neuno poteva venire a me se non per lui, e però n'avevo facto ponte con tre scaloni; e' quali tre scaloni figurano tre stati de l'anima, sí come di socto ti narrarò.

CAPITOLO LII

Come, se le predecte tre potenzie dell'anima non sono unite insieme, non si può avere perseveranzia, senza la quale neuno giogne al termine suo.

--Hotti spianata la figura de' tre scaloni in generale per le tre potenzie de l'anima, le quali sonno tre scale, e non si può salire l'una senza l'altra, a volere passare per la doctrina e ponte della mia Veritá. Né non può l'anima, se non ha unite queste tre potenzie insieme, avere perseveranzia. Della quale perseveranzia Io ti dixi di sopra, quando tu mi dimandasti del modo che dovessero tenere questi andatori a escire del fiume e che Io ti spianasse meglio e' tre scaloni; e Io ti dixi che senza la perseveranzia neuno poteva giognere al termine suo.

Due termini sonno, e ogniuno richiede perseveranzia: cioè il vizio e la virtú. Se tu vuoli giognere a vita, ti conviene perseverare nella virtú; e chi vuole giognere a morte etternale persevera nel vizio. Sí che con perseveranzia si viene a me che so' vita, e al dimonio a gustare l'acqua morta.

CAPITOLO LIII

Exposizione sopra quella parola che dixe Cristo: «Chi ha sete venga ad me e beia».