Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza

Chapter 6

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Come per questi e per altri defecti si cade nel falso giudicio. E de la indignitá ne la quale perciò si viene.

--E per questo e altri difecti caggiono nel falso giudicio, sí come di sotto ti distendarò. Sempre si scandalizzano nelle mie operazioni, le quali tucte sonno giuste e in veritá tucte facte per amore e misericordia.

Con questo falso giudicio, col veleno della invidia e della superbia erano calunniate e giudicate ingiustamente l'operazioni del mio Figliuolo, con false bugie dicendo: «Costui el fa in virtú di Belzebub». Cosí costoro, iniqui, posti ne l'amore proprio, nella immondizia, nella superbia, ne l'avarizia, in una invidia, fondati nella perversa indiscrezione, con una impazienzia e con molti altri mali che si commectono, sempre si scandalizzano in me e ne' servi miei, giudicando che fictivamente aduoparino la virtú. Perché 'l cuore loro è fracido e hanno guasto el gusto, però le cose buone lo' paiono gactive, e le gactive, cioè el disordinato vivere, lo' pare buono.

O ciechitá umana, che non guardi la tua dignitá! ché di grande se' facto piccolo, di signore se' facto servo della piú vile signoria che possa avere, però che tu se' facto servo e schiavo del peccato, e tale diventi quale è quella cosa che tu servi. El peccato non è cavelle: adunque tu se' tornato non cavelle. Hassi tolta la vita e data la morte.

Questa vita e questa signoria vi fu data per lo Verbo unigenito mio Figliuolo e glorioso ponte; essendo servi del dimonio, vi trasse della servitudine sua; feci lui servo per tollervi la servitudine, e posili l'obbedienzia per consumare la disobbedienzia d'Adam, umiliandosi esso a l'obbrobriosa morte della croce per confondere la superbia. Tucti e' vizi destruxe con la morte sua, acciò che neuno potesse dire:--Il cotale vizio rimase che non fusse punito e fabricato con pene,--sí come ti dixi di sopra, dicendo che del corpo suo aveva facto ancudine. Tucti e' rimedi sonno posti per camparli della morte etternale, ed essi spregiano il Sangue e hannolo conculcato co' piei del disordinato affecto.

E questa è la ingiustizia e il falso giudicio de' quali è ripreso el mondo e sará ripreso ne l'ultimo dí del giudicio. E questo volse dire la mia Veritá quando dixe: «Io mandarò el Paraclito che riprendará el mondo della ingiustizia e del falso giudicio». Alora fu ripreso quando mandai lo Spirito sancto sopra gli appostoli.

CAPITOLO XXXVI

Qui parla sopra quella parola che dixe Cristo quando dixe: «Io mandarò el Paraclito che riprenderá el mondo de la ingiustizia e del falso giudicio». E qui dice come una di queste reprensioni è continua.

--Tre riprensioni sonno: l'una fu data quando lo Spirito sancto venne sopra e' discepoli, come decto è; e' quali, fortificati dalla potenzia mia, illuminati dalla sapienzia del Figliuolo mio dilecto, tucto ricevettero nella plenitudine dello Spirito sancto. Alora lo Spirito sancto, che è una cosa con meco e col Figliuolo mio, riprendecte il mondo per la bocca de' discepoli con la doctrina della mia Veritá. Eglino e tucti gli altri che sonno discesi da loro seguitando la veritá, la quale intesero per mezzo di loro, riprendono el mondo. Questa è quella continua riprensione che Io fo al mondo col mezzo della sancta Scriptura e de' servi miei, ponendosi lo Spirito sancto nelle lingue loro anunziando la mia veritá; sí come el dimonio si pone in su la lingua de' servi suoi, cioè di coloro che passano per lo fiume iniquamente.

Questa è quella dolce reprensione posta continua, per lo modo decto, per grandissimo affecto d'amore che Io ho a la salute de l'anime. E non possono dire:--Io non ebbi chi mi riprendesse;--però che giá l'è mostrata la veritá, mostrando lo' el vizio e la virtú, e facto lo' vedere il fructo della virtú e il danno del vizio, per dar lo' amore e timore sancto con odio del vizio e amore della virtú. E giá non l'è stata mostrata questa doctrina e veritá per angelo, acciò che non possano dire:--L'angelo è spirito beato e non può offendere, e non sente le molestie della carne come noi, né la gravezza del corpo nostro.--Questo l'è tolto, che nol possono dire; perché ella è stata data dalla mia Veritá, Verbo incarnato con la carne vostra mortale.

Chi sonno stati gli altri che hanno seguitato questo Verbo? Creature mortali e passibili come voi, con la impugnazione della carne contra lo spirito, sí come ebbe il glorioso Pavolo mio banditore; e cosí di molti altri sancti e' quali, chi da una cosa e chi da un'altra, sonno stati passionati. Le quali passioni Io permectevo e permecto per acrescimento di grazia e per aumentare la virtú ne l'anime loro: e cosí nacquero di peccato come voi, e notricati d'uno medesimo cibo; e cosí so' Io Dio ora come alora; non è infermata né può infermare la mia potenzia. Sí che Io posso sovenire e voglio, e so sovenire a chi vuole essere sovenuto da me. Alora vuole essere sovenuto da me, quando esce del fiume e va per lo ponte seguitando la doctrina della mia Veritá.

Sí che non hanno scusa però che sonno ripresi, ed è llo' mostrata la veritá continuamente. Unde, se essi non si correggeranno mentre che essi hanno el tempo, saranno condennati nella seconda reprensione, la quale si fará ne l'ultima extremitá della morte, dove grida la mia giustizia dicendo: «_Surgite, mortui; venite ad iudicium_»; cioè: tu che se' morto a grazia e morto giogni a la morte corporale, lévati su, e viene dinanzi al sommo Giudice con la ingiustizia e falso giudicio tuo e col lume spento della fede. El quale lume traesti acceso del sancto baptesmo, e tu lo spegnesti col vento della superbia e vanitá del cuore, del quale facevi vela a' venti che erano contrari a la salute tua; e 'l vento della propria reputazione notricavi con la vela de l'amore proprio. Unde corrivi per lo fiume delle delizie e stati del mondo con la propria volontá, seguitando la fragile carne e le molestie e temptazioni del dimonio. Il quale dimonio con la vela della tua propria volontá t'ha menato per la via di socto, la quale è uno fiume corrente; unde t'ha condocto con lui insieme a l'etterna dannazione.

CAPITOLO XXXVII

De la seconda reprensione, ne la quale si riprende de la ingiustizia e del falso giudicio in generale e in particulare.

--Questa seconda reprensione, carissima figliuola, è in facto, perché è gionto a l'ultimo dove non può avere rimedio, perché s'è condocto a la extremitá della morte, dove il vermine della coscienzia (del quale Io ti dixi che era aciecato per lo proprio amore che egli aveva di sé), ora, nel tempo della morte, perché vede sé non potere escire delle mie mani, questo vermine comincia a vedere, e però rode con reprensione se medesimo, vedendo che per suo difecto è condocto in tanto male. Se essa anima avesse lume che cognoscesse, e dolessesi della colpa sua non per la pena de l'inferno che ne le séguita, ma per me che m'ha offeso che so' somma ed etterna bontá, anco trovarebbe misericordia. Ma se passa el ponto della morte senza lume, e solo col vermine della coscienzia, e senza la speranza del Sangue; o con propria passione, dolendosi del danno suo piú che de l'offesa mia; egli giogne a l'etterna dannazione.

E alora è ripreso crudelmente dalla mia giustizia, ed è ripreso della ingiustizia e del falso giudicio. E non tanto della ingiustizia e giudicio generale, il quale ha usato nel mondo generalmente in tucte le sue operazioni; ma molto maggiormente sará ripreso della ingiustizia e giudicio particulare, il quale ha usato ne l'ultimo, cioè d'avere posta, giudicando, maggiore la miseria sua che la misericordia mia. Questo è quello peccato che non è perdonato né di qua né di lá, perché non ha voluto, spregiando, la mia misericordia; però che piú m'è grave questo che tucti gli altri peccati che egli ha commessi. Unde la disperazione di Giuda mi spiacque piú e fu piú grave al mio Figliuolo che non fu el tradimento che egli gli fece. Sí che sonno ripresi di questo falso giudicio: d'avere posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia, e però sonno puniti con le dimonia e crociati etternalmente con loro.

E sonno ripresi della ingiustizia: e questo è quando si dogliono piú del danno loro che de l'offesa mia. Alora commectono ingiustizia, perché non rendono a me quello che è mio ed a loro quello che è loro: a me debbono rendere amore e amaritudine con la contrizione del cuore, e offerirla dinanzi a me per l'offesa che m'hanno facta; ed egli fanno el contrario, ché dánno a loro amore compassionevole di loro medesimi e dolore della pena che per la colpa loro aspectano. Sí che vedi che commectono ingiustizia, e però sonno puniti dell'uno e de l'altro insieme, avendo essi dispregiata la misericordia mia. E Io, con giustizia, gli mando insieme con la serva loro crudele della sensualitá, col crudele tiranno del dimonio, di cui si fecero servi col mezzo d'essa serva della propria sensualitá loro, ché insieme siano puniti e tormentati, come insieme m'hanno offeso. Tormentati, dico, da' miei ministri dimoni, e' quali ha messi la mia giustizia a rendere tormento a chi ha facto male.

CAPITOLO XXXVIII

Di quattro principali tormenti de' danpnati; a' quali seguitano tucti gli altri e in singularitá della ladiezza del demonio.

--Figliuola, la lingua non è sufficiente a narrare la pena di queste tapinelle anime. Come sono tre principali vizi, cioè l'amore proprio di sé; unde esce il secondo, cioè la propria reputazione; e da la reputazione procede il terzo, cioè la superbia, con falsa ingiustizia e crudeltá e con altri immondi e iniqui peccati che doppo questi seguitano: cosí ti dico che ne lo 'nferno egli hanno quattro tormenti principali, a' quali seguitano tucti gli altri tormenti.

El primo si è che si vegono privati della mia visione; el quale l'è tanta pena che, se possibile lo' fusse, eleggerebbero piuttosto el fuoco e i crociati tormenti e vedere me che stare fuore delle pene e non vedermi. Questa pena lo' rinfresca la seconda del vermine della coscienzia, el quale sempre rode, vedendosi privato di me e della conversazione degli angeli per loro difecto, e factisi degni della conversazione delle dimonia e visione loro. El quale vedere del dimonio (che è la terza pena) gli raddoppia ogni sua fadiga.

Unde, come nella visione di me e' sancti sempre exultano, rinfrescandosi con allegrezza il fructo delle loro fadighe che essi hanno portate per me, con tanta abondanza d'amore e dispiacimento di loro medesimi; cosí, in contrario, questi tapinelli si rinfrescano ne' tormenti nella visione delle dimonia, però che nel vedere loro cognoscono piú sé, cioè cognoscono che per loro difecto se ne sonno facti degni. E per questo modo il vermine piú rode, e non ristá mai el fuoco di questa coscienzia d'ardere.

Ancora l'è piú pena, perché 'l vegono nella propria figura sua, la quale è tanto orribile che non è cuore d'uomo che 'l potesse imaginare. E, se ben ti ricorda, sai che, mostrandolo a te nella forma sua in piccolo spazio di tempo (che sai che quasi fu uno punto), tu eleggevi, poi che tornasti a te, prima di volere andare per una strada di fuoco, se dovesse durare infino a l'ultimo dí del giudicio, e andare sopra esso, innanzi che vederlo piú. Con tucto questo che tu vedesti, anco non sai bene quanto egli è orribile; però che si mostra, per divina giustizia, piú orribile ne l'anima che è privata di me, e piú e meno secondo la gravezza delle colpe loro.

El quarto tormento si è il fuoco. Questo fuoco arde e non consuma, però che l'anima non si può consumare l'essere suo; e non è cosa materiale, la quale materia el fuoco la consumasse, però che ella è incorporea. Ma Io per divina giustizia ho permesso che 'l fuoco gli arda affliggitivamente, che gli affligge e non gli consuma. E affliggeli e ardeli con grandissime pene, in diversi modi, secondo la diversitá de' peccati; chi piú e chi meno, secondo la gravezza della colpa.

Sopra questi quattro tormenti escono tucti quanti gli altri: con freddo e caldo e stridore di denti. Or cosí miserabilemente, doppo la riprensione che lo' fu facta del giudicio e della ingiustizia nella vita loro, e non si corressero in questa prima riprensione, come decto è di sopra; e nella seconda, cioè nella morte, non volsero sperare né dolersi de l'offesa mia ma sí della pena loro; hanno ricevuto morte etterna.

CAPITOLO XXXIX

De la terza reprensione, la quale si fará nel dí del giudicio.

--Ora ti resto a dire della terza riprensione, cioè de l'ultimo dí del giudicio. Giá t'ho decto delle due: ora, acciò che tu vegga bene quanto l'uomo s'inganna, ti dirò della terza, cioè del giudicio generale, nel quale a l'anima tapinella sará rinfrescata e cresciuta la pena, per l'unione che l'anima fará col corpo, con una riprensione intollerabile, la quale le genererá confusione e vergogna.

Sappi che ne l'ultimo dí del giudicio, quando verrá il Verbo mio Figliuolo con la divina mia Maiestá a riprendere il mondo con la potenzia divina, egli non verrá come povarello, sí come quando egli nacque venendo nel ventre della Vergine e nascendo nella stalla fra gli animali, e poi morendo in mezzo fra due ladroni. Alora Io nascosi la potenzia mia in lui, lassandolo sostenere pene e tormenti come uomo: non che la natura mia divina fusse però separata da la natura umana; ma lassa' lo patire come uomo per satisfare a le colpe vostre.

Non verrá cosí ora in questo ultimo punto; ma verrá con potenzia a riprendere egli con la propria persona. E non sará alcuna creatura che non riceva tremore, e renderá a ogniuno il debito suo.

A' dannati miserabili lo' dará tanto tormento l'aspecto suo e tanto terrore che la lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo; a' giusti dará timore di reverenzia con grande giocunditá. Non che egli si muti la faccia sua, però che egli è immutabile, perché è una cosa con meco, secondo la natura divina. E secondo la natura umana, la faccia sua anco è immutabile, poi che prese la gloria della resurrexione. Ma a l'occhio del dannato se gli mostrarrá cotale, però che, con quello occhio terribile e obscuro che egli ha in se medesimo, con quello el vedrá. Sí come l'occhio infermo che del sole, che è cosí lucido, non vede altro che tenebre; e l'occhio sano vede la luce. E questo non è per difecto della luce che si muti piú al cieco che a l'alluminato, ma è per difecto de l'occhio che è infermo. Cosí e' dannati el veggono in tenebre, in confusione e in odio, non per difecto della divina mia Maiestá con la quale egli verrá a giudicare il mondo, ma per difecto loro.

CAPITOLO XL

Come i danpnati non possono desiderare alcuno bene.

--Egli è tanto l'odio che essi hanno, che non possono volere né desiderare veruno bene, ma sempre mi bastemmiano. E sai perché eglino non possono desiderare il bene? però che, finita la vita dell'uomo, è legato el libero arbitrio; per la qual cosa non possono meritare, perduto che essi hanno el tempo.

Se eglino finiscono in odio con la colpa del peccato mortale, sempre per divina giustizia sta legata l'anima col legame de l'odio e sempre sta obstinata in quel male che ella ha, rodendosi in se medesima, e accrescele sempre pene, e spezialmente delle pene d'alcuni in particulare de' quali ella fusse stata cagione della dannazione loro. Sí come vi dimostrò quello ricco dannato quando chiedeva di grazia che Lazzaro andasse a' suoi frategli, e' quali erano rimasi nel mondo, ad anunziare le pene sue. Questo giá non faceva per caritá né per compassione de' frategli, però che egli era privato della caritá e non poteva desiderare bene né in onore di me né in salute loro; perché giá t'ho decto che non possono fare alcuno bene nel proximo e me bastemmiano, perché la vita loro finí ne l'odio di me e della virtú. Ma perché dunque il faceva? però che egli era stato el maggiore e avevali notricati nelle miserie nelle quali egli era vissuto, sí che egli era cagione della dannazione loro. Per la quale cagione se ne vedeva seguitare pena, giognendo eglino al crociato tormento, con lui insieme, dove sempre in odio si rodono, perché ne l'odio finí la vita loro.

CAPITOLO XLI

De la gloria de' beati.

--Cosí l'anima giusta, che finisce in affecto di caritá e legata in amore, non può crescere in virtú venuto meno el tempo, ma può sempre amare con quella dileczione che egli viene a me; e con quella misura gli è misurato. Sempre desidera me, e sempre m'ha; unde il suo desiderio non è votio, ma avendo fame è saziato; e saziato sí ha fame; e dilonga è il fastidio dalla sazietá, e dilonga è la pena dalla fame.

Ne l'amore godono ne l'etterna mia visione, participando quel bene che Io ho in me medesimo, ognuno secondo la misura sua; cioè con quella misura de l'amore che essi sono venuti a me, con quella l'è misurato, perché sonno stati nella caritá mia e in quella del proximo, e uniti insieme con la caritá comune e con la particulare che esce pure d'una medesima caritá.

Godono ed exultano participando l'uno el bene de l'altro con l'affecto della caritá, oltre al bene universale che essi hanno tucti insieme. E con la natura angelica godono ed exultano, co' quali e' sancti sonno collocati, secondo le diverse e varie virtú le quali principalmente ebbero nel mondo, essendo legati tucti nel legame della caritá. Hanno una singulare participazione con coloro co' quali strectamente d'amore singulare s'amavano nel mondo. Col quale amore crescevano in grazia aumentando la virtú. L'uno era cagione a l'altro di manifestare la gloria e loda del nome mio in loro e nel proximo. Sí che poi nella vita durabile non l'hanno perduto; anco l'hanno, participando strectamente e con piú abondanzia l'uno con l'altro, aggiontolo a l'universale bene.

E non vorrei però che tu credessi che questo bene particulare, il quale Io t'ho decto che egli hanno, l'avessero solo per loro, però che non è cosí; ma è participato da tucti quanti e' gustatori cittadini e dilecti miei figliuoli e da tucta la natura angelica. Unde, quando l'anima giogne a vita etterna, tucti participano el bene di quella anima, e l'anima del bene loro. Non che 'l vasello suo né il loro possa crescere, né che abbi bisogno d'empirsi, però che egli è pieno e però non può crescere; ma hanno una exultazione, una giocunditá, uno giubilo, una allegrezza, la quale si rinfresca in loro per lo cognoscimento il quale hanno trovato in quella anima. Vegono che per mia misericordia ella è levata dalla terra con la plenitudine della grazia, e cosí exultano in me nel bene di quella anima el quale ha ricevuto per la mia bontá.

E quella anima gode in me e ne l'anime e negli spiriti beati, vedendo in loro e gustando la bellezza e dolcezza della mia caritá. E' loro desidèri sempre gridano dinanzi a me per la salvazione di tucto quanto el mondo. Perché la vita loro finí nella caritá del proximo, non l'hanno lassata; anco con essa passarono per la porta de l'unigenito mio Figliuolo per lo modo che Io di sotto ti contiarò. Sí che vedi che con quello legame de l'amore in che finí la vita loro, con quello permangono; e dura sempre etternalmente.

Essi sonno tanto conformati con la mia volontá che essi non possono volere se non quello ch'Io voglio; perché l'arbitrio loro è legato nel legame della caritá per sí facto modo che, venendo meno el tempo a la creatura che ha in sé ragione, morendo in stato di grazia, non può piú peccare. E in tanto è unita la sua volontá con la mia che, vedendo il padre o la madre il figliuolo ne l'inferno, o il figliuolo la madre, non se ne curano; anco sonno contenti di vederli puniti come nemici miei. In neuna cosa si scordano da me: e' desidèri loro sonno pieni.

El desiderio de' beati è di vedere l'onore mio in voi viandanti, e' quali sète peregrini che sempre corrite verso il termine della morte. Nel desiderio del mio onore desiderano la salute vostra, e però sempre mi pregano per voi. El quale desiderio è adempito da me da la parte mia, colá dove voi ignoranti non ricalcitraste a la mia misericordia. Hanno desiderio ancora di riavere la dota del corpo loro; e questo desiderio non gli affligge non avendolo actualmente, ma godono gustando per certezza che egli hanno d'avere il loro desiderio pieno; non gli affligge però che non avendolo non lo' manca beatitudine, e però non lo' dá pena.

E non ti pensare che la beatitudine del corpo doppo la resurrexione dia piú beatitudine a l'anima. Ché se questo fusse, seguitarebbe che infine che non avessero il corpo avarebbero beatitudine imperfecta; la qual cosa non può essere, però che in loro non manca alcuna perfeczione. Sí che non è il corpo che dia beatitudine a l'anima, ma l'anima dará beatitudine al corpo: dará de l'abondanzia sua, rivestita ne l'ultimo dí del giudicio del vestimento della propria carne la quale lassò.

Come l'anima è facta immortale, fermata e stabilita in me; cosí el corpo in quella unione diventa immortale, perduta la gravezza e facto soctile e leggiero. Unde sappi che 'l corpo glorificato passarebbe per lo mezzo del muro. Né il fuoco né l'acqua non l'offendarebbe, non per virtú sua ma per virtú de l'anima. La quale virtú è mia, data a lei per grazia e per amore ineffabile col quale Io la creai a la imagine e similitudine mia. L'occhio de l'intellecto tuo non è sufficiente a vedere, né l'orecchia a udire, né la lingua a narrare, né il cuore a pensare il bene loro.

Oh quanto dilecto hanno in vedere me che so' ogni bene! oh quanto dilecto avaranno essendo col corpo glorificato! El quale bene ora non avendo, di qui al giudicio generale non hanno pena, perché non lo' manca beatitudine, però che l'anima è piena in sé. La quale beatitudine participará col corpo, come decto t'ho. Dicevoti del bene che avarebbe il corpo glorificato ne l'umanitá glorificata de l'unigenito mio Figliuolo, la quale vi dá certezza della vostra resurrexione. Ine exultano nelle piaghe sue, le quali sonno rimase fresche, riservate le cicatrici nel corpo suo, le quali gridano continuamente misericordia per voi a me sommo ed etterno Padre. Tucti si conformaranno con lui in gaudio e in giocunditá; occhio con occhio e mano con mano e con tucto quanto el corpo del dolce Verbo mio Figliuolo tucti vi conformarete. Stando in me, starete in lui, perch'egli è una cosa con meco. Ma l'occhio del corpo vostro, come decto t'ho, si dilectará ne l'umanitá glorificata del Verbo unigenito mio Figliuolo. Questo perché? però che la vita loro finí nella dileczione della mia caritá, e però lo' dura etternalmente.

Non che possano adoperare alcuno bene, ma godonsi quel che essi hanno portato, cioè che non possono fare veruno acto meritorio per lo quale essi possano meritare. Però che solo in questa vita si merita e pecca, secondo che piace a la propria volontá col libero arbitrio. Costoro none aspectano con timore il divino giudicio, ma con allegrezza. E non lo' parrá, la faccia del Figliuolo mio, terribile né piena d'odio, perché e' sonno finiti in caritá e in dileczione di me e benivolenzia del proximo. Sí che vedi che la mutazione della faccia non sará in lui quando verrá a giudicare con la Maiestá mia, ma in coloro che saranno giudicati da lui. A' dannati aparrá con odio e con giustizia; ne' salvati con amore e misericordia.

CAPITOLO XLII

Come doppo el giudicio generale crescerá la pena de' danpnati.

--Hotti narrato della dignitá de' giusti, acciò che meglio cognosca la miseria de' dannati. E questa è l'altra pena loro: vedere la beatitudine de' giusti. La quale visione è a loro acrescimento di pena, come a' giusti la dannazione de' dannati è acrescimento d'exultazione della mia bontá, perché meglio si cognosce la luce per la tenebre, e la tenebre per la luce. Sí che lo' sará pena la visione de' beati e con pena aspectano l'ultimo dí del giudicio, perché se ne vegono seguitare acrescimento di pena.