Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza

Chapter 4

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--Sappi che veruno può escire delle mie mani: però che Io so' Colui che so'; e voi non sète per voi medesimi se non quanto sète facti da me, il quale so' Creatore di tucte le cose che participano essere, excepto che del peccato che non è, e però non è facto da me e, perché non è in me, non è degno d'essere amato. E però offende la creatura: perché ama quel che non debba amare, cioè il peccato; e odia me che è tenuto e obligato d'amarmi, che so' sommamente buono e hogli dato l'essere con tanto fuoco d'amore. Ma di me non possono escire: o eglino ci stanno per giustizia per le colpe loro, o essi ci stanno per misericordia. Apre dunque l'occhio de l'intellecto e mira nella mia mano, e vedrai che egli è la veritá quel ch'Io t'ho decto.--

Alora ella, levando l'occhio per obedire al sommo Padre, vedeva nel pugno suo rinchiuso tucto l'universo mondo, dicendo Dio:--Figliuola mia, or vedi e sappi che veruno me ne può essere tolto, però che tucti ci stanno o per giustizia o per misericordia, come decto è, perché sonno miei e creati da me, e amoli ineffabilemente. E però, non obstanti le iniquitá loro, Io lo' farò misericordia col mezzo de' servi miei, e adempirò la petizione tua, che con tanto amore e dolore me l'hai adimandata.

CAPITOLO XIX

Come questa anima crescendo nell'amoroso fuoco desiderava di sudare di sudore di sangue; e reprendendo se medesima faceva singulare orazione per lo padre dell'anima sua.

Alora quella anima come ebbra e quasi fuore di sé, crescendo el fuoco del sancto desiderio, stava quasi beata e dolorosa. Beata stava per l'unione che aveva facta in Dio, gustando la larghezza e bontá sua, tucta annegata nella sua misericordia: e dolorosa era vedendo offendere tanta bontá. E rendeva grazie a la divina Maiestá, quasi cognoscendo che Dio avesse manifestato e' difecti delle creature perché fusse costrecta a levarsi con piú sollicitudine e maggiore desiderio.

Sentendosi rinnovare il sentimento de l'anima nella Deitá etterna, crebbe tanto el sancto e amoroso fuoco che il sudore de l'acqua, el quale ella gictava per la forza che l'anima faceva al corpo (perché era piú perfecta l'unione che quella anima aveva facta in Dio, che non era l'unione fra l'anima e il corpo, e però sudava per forza e caldo d'amore), ella lo spregiava per grande desiderio che aveva di vedere escire del corpo suo sudore di sangue; dicendo a se medesima:--O anima mia, oimè! tucto il tempo della vita tua hai perduto, e però sonno venuti tanti danni e mali nel mondo e nella sancta Chiesa; molti, in comune e in particulare. E però Io voglio che tu ora rimedisca col sudore del sangue.--

Veramente questa anima aveva bene tenuta a mente la doctrina che le die' la Veritá: di sempre cognoscere sé e la bontá di Dio in sé; e il remedio che si voleva a rimediare tucto quanto el mondo, a placare l'ira e il divino giudicio, cioè con umili, continue e sancte orazioni.

Alora questa anima, speronata dal sancto desiderio, si levava molto maggiormente aprendo l'occhio de l'intellecto, e speculavasi nella divina caritá, dove vedeva e gustava quanto siamo tenuti d'amare e di cercare la gloria e loda del nome di Dio nella salute de l'anime. A questo vedeva chiamati e' servi di Dio. E singularmente chiamava ed eleggeva la Veritá etterna el padre de l'anima sua, el quale ella portava dinanzi a la divina bontá, pregandola che infondesse in lui uno lume di grazia acciò che in veritá seguitasse essa Veritá.

CAPITOLO XX

Come senza tribolazioni portate con pazienzia non si può piacere a Dio; e però Dio conforta lei e il padre suo a portare con vera pazienzia.

Alora Dio, rispondendo a la terza petizione, cioè della fame della salute sua, diceva:

--Figliuola, questo voglio: che egli cerchi di piacere a me, Veritá, nella fame della salute de l'anime, con ogni sollicitudine. Ma questo non potrebbe né egli né tu né veruno altro avere senza le molte persecuzioni, sí come Io ti dixi di sopra, secondo ch'Io ve le concedarò.

Sí come voi desiderate di vedere il mio onore nella sancta Chiesa, cosí dovete concipere amore a volere sostenere con vera pazienzia. E a questo m'avedrò, che egli e tu e gli altri miei servi cercarete il mio onore in veritá. Alora sará egli el carissimo mio figliuolo, e riposarassi, egli e gli altri, sopra el pecto de l'unigenito mio Figliuolo, del quale Io ho facto ponte perché tucti potiate giognere al fine vostro e ricevere il fructo d'ogni vostra fadiga che avarete sostenuta per lo mio amore. Sí che portate virilemente.

CAPITOLO XXI

Come, essendo rotta la strada d'andare al cielo per la disobedienzia d'Adam, Dio fece del suo Figliuolo ponte per lo quale si potesse passare.

--E perché Io ti dixi che del Verbo de l'unigenito mio Figliuolo avevo facto ponte, e cosí è la veritá, voglio che sappiate, figliuoli miei, che la strada si ruppe, per lo peccato e disobedienzia d'Adam, per sí facto modo che neuno potea giognere a vita durabile; e non mi rendevano gloria per quel modo che dovevano, non participando quel bene per lo quale Io gli avevo creati a la imagine e similitudine mia. E non avendolo, non s'adempiva la mia veritá. Questa veritá è che Io l'avevo creato perché egli avesse vita etterna, e participasse me e gustasse la somma ed etterna dolcezza e bontá mia. Per lo peccato suo non giogneva a questo termine, e questa veritá non s'adempiva. E questo era però che la colpa aveva serrato el cielo e la porta della misericordia mia.

Questa colpa germinò spine e tribolazioni con molte molestie; la creatura trovò ribellione a se medesima subbito che ebbe ribellato a me; esso medesimo si fu ribello.

La carne impugnò subbito contra lo spirito, perdendo lo stato della innocenzia, e diventò animale immondo. E tucte le cose create gli furono ribelle, dove in prima gli sarebbero state obedienti se egli si fusse conservato nello stato dove Io el posi. Non conservandosi, trapassò l'obedienzia mia, e meritò morte etternale ne l'anima e nel corpo.

E corse, disúbbito che ebbe peccato, uno fiume tempestoso che sempre el percuote con l'onde sue, portando fadighe e molestie da sé, e molestie dal dimonio e dal mondo. Tucti annegavate, perché veruno, con tucte le sue giustizie, non poteva giognere a vita etterna. E però Io, volendo rimediare a tanti vostri mali, v'ho dato il ponte del mio Figliuolo, acciò che passando el fiume non annegaste. El quale fiume è il mare tempestoso di questa tenebrosa vita.

Vedi quanto è tenuta la creatura a me! e quanto è ignorante a volersi pure annegare e non pigliare il remedio ch'Io l'ho dato!

CAPITOLO XXII

Come Dio induce la predecta anima a raguardare la grandezza d'esso ponte, cioè per che modo tiene da la terra al cielo.

--Apre l'occhio de l'intellecto e vedrai gli acciecati e ignoranti. E vedrai gl'imperfecti e i perfecti che in veritá seguitano me, acciò che tu ti doglia della dannazione degl'ignoranti e rallegriti della perfeczione de' dilecti figliuoli miei. Ancora vedrai che modo tengono quelli che vanno a lume e quelli che vanno a tenebre. Ma innanzi voglio che raguardi el ponte de l'unigenito mio Figliuolo, e vede la grandezza sua che tiene dal cielo a la terra, cioè raguarda che è unita con la grandezza della Deitá la terra della vostra umanitá. E però dico che tiene dal cielo a la terra, cioè per l'unione che Io ho facta ne l'uomo.

Questo fu di necessitá a volere rifare la via che era rocta, sí come Io ti dixi, acciò che giogneste a vita e passaste l'amaritudine del mondo. Pure, di terra non si poteva fare di tanta grandezza che fusse sufficiente a passare il fiume e darvi vita etterna, cioè che pure la terra della natura de l'uomo non era sufficiente a satisfare la colpa e tollere via la marcia del peccato d'Adam, la quale marcia corruppe tucta l'umana generazione e trasse puzza da lei, sí come di sopra ti dixi. Convennesi dunque unire con l'altezza della natura mia, Deitá etterna, acciò che fusse sufficiente a satisfare a tucta l'umana generazione: la natura umana sostenesse la pena, e la natura divina unita con essa natura umana acceptasse il sacrifizio del mio Figliuolo, offerto a me per voi per tòllarvi la morte e darvi la vita.

Sí che l'altezza s'aumiliò a la terra, e della vostra umanitá unita l'una con l'altra se ne fece ponte, e rifece la strada. Perché si fece via? acciò che in veritá veniste a godere con la natura angelica; e non bastarebbe a voi ad avere la vita perché 'l Figliuolo mio vi sia facto ponte, se voi non teneste per esso.

CAPITOLO XXIII

Come tutti siamo lavoratori messi da Dio a lavorare ne la vigna de la sancta Chiesa. E come ciascuno ha la vigna propria da se medesimo; e come noi tralci ci conviene essere uniti ne la vera vite del Figliuolo di Dio.

Qui mostrava la Veritá etterna che elli ci aveva creati senza noi, ma non ci salvará senza noi; ma vuole che noi ci mettiamo la volontá libera, col libero arbitrio exercitando el tempo con le vere virtú. E però subgionse a mano a mano dicendo:

--Tucti vi conviene tenere per questo ponte, cercando la gloria e loda del nome mio nella salute de l'anime, con pena sostenendo le molte fadighe, seguitando le vestigie di questo dolce ed amoroso Verbo. In altro modo non potreste venire a me.

Voi sète miei lavoratori che v'ho messi a lavorare nella vigna della sancta Chiesa. Voi lavorate nel corpo universale della religione cristiana; messi da me per grazia, avendovi Io dato el lume del sancto baptesmo. El quale baptesmo aveste nel corpo mistico della sancta Chiesa per le mani de' ministri, e' quali Io ho messi a lavorare con voi.

Voi sète nel corpo universale, ed essi sonno nel corpo mistico, posti a pascere l'anime vostre, ministrandovi el Sangue ne' sacramenti che ricevete da lei, traendone essi le spine de' peccati mortali e piantandovi la grazia. Essi sonno miei lavoratori nella vigna de l'anime vostre, legati nella vigna della sancta Chiesa.

Ogni creatura che ha in sé ragione ha la vigna per se medesima, cioè la vigna de l'anima sua; della quale la volontá col libero arbitrio nel tempo n'è facto lavoratore, cioè mentre che elli vive. Ma poi che è passato el tempo, neuno lavorío può fare, né buono né gattivo; ma mentre che elli vive può lavorare la vigna sua, nella quale Io l'ho messo. E ha ricevuta tanta fortezza questo lavoratore de l'anima che né dimonio né altra creatura gli 'l può tollere se egli non vuole; però che ricevendo el sancto baptesmo si fortificò e fugli dato un coltello d'amore di virtú, e odio del peccato. El quale amore e odio truova nel Sangue, però che per amore di voi e odio del peccato morí l'unigenito mio Figliuolo, dandovi el Sangue, per lo quale Sangue aveste vita nel sancto baptesmo.

Sí che avete il coltello, el quale dovete usare col libero arbitrio, mentre che avete il tempo, per divellere le spine de' peccati mortali e piantare le virtú; però che in altro modo da essi lavoratori che Io ho messi nella sancta Chiesa (de' quali ti dixi che tollevano el peccato mortale della vigna de l'anima e davanvi la grazia, ministrandovi el Sangue ne' sacramenti che ordinati sonno nella sancta Chiesa) non ricevareste el fructo del Sangue.

Conviensi dunque che prima vi leviate con la contrizione del cuore e dispiacimento del peccato e amore della virtú; e alora ricevarete il fructo d'esso Sangue. Ma in altro modo nol potreste ricevere, non disponendovi da la parte vostra come tralci uniti nella vite de l'unigenito mio Figliuolo, el quale dixe: «Io so' vite vera; el Padre mio è il lavoratore, e voi sète i tralci». E cosí è la veritá: che Io so' il lavoratore, però che ogni cosa che ha essere è uscito ed esce di me. La potenzia mia è inextimabile, e con la mia potenzia e virtú governo tucto l'universo mondo. Veruna cosa è facta o governata senza me. Sí che Io so' el lavoratore che piantai la vite vera de l'unigenito mio Figliuolo nella terra della vostra umanitá, acciò che voi, tralci uniti con la vite, faceste fructo.

E però chi non fará fructo di sancte e buone operazioni sará tagliato da questa vite, e seccarassi. Però che separato da essa vite perde la vita della grazia ed è messo nel fuoco etternale, sí come il tralcio che non fa fructo, che è tagliato subbito dalla vite ed è messo nel fuoco perché non è buono ad altro. Or cosí questi cotali tagliati per l'offese loro, morendo nella colpa del peccato mortale, la divina giustizia (non essendo buoni ad altro) gli mecte nel fuoco el quale dura etternalmente.

Costoro non hanno lavorata la vigna loro; anco l'hanno disfacta, e la loro e l'altrui. Non solo che ci abbino messa alcuna pianta buona di virtú; ma essi n'hanno tracto il seme della grazia, el quale avevano ricevuto nel lume del sancto baptesmo, participando el sangue del mio Figliuolo, el quale fu el vino che vi porse questa vite vera. Ma essi ne l'hanno tracto, questo seme, e datolo a mangiare agli animali, cioè a diversi e molti peccati, e messolo sotto e' piei del disordinato affecto, col quale affecto hanno offeso me e facto danno a loro e al proximo.

Ma e' servi miei non fanno cosí; e cosí dovete fare voi, cioè essere uniti e innestati in questa vite. E alora riportarete molto fructo, perché participarete de l'umore della vite. E stando nel Verbo del mio Figliuolo state in me, perché Io so' una cosa con lui ed egli con meco; stando in lui seguitarete la doctrina sua; seguitando la sua doctrina participate della sustanzia di questo Verbo, cioè participate della Deitá etterna unita ne l'umanitá, traendone voi uno amore divino dove l'anima s'inebbria. E però ti dixi che participate della sustanzia della vite.

CAPITOLO XXIV

Per che modo Dio pota i tralci uniti con la predecta vite, cioè i servi suoi, e come la vigna di ciascuno è tanto unita con quella del proximo, che neuno può lavorare o guastare la sua che non lavori o guasti quella del proximo.

--Sai che modo Io tengo poi ch'e' servi miei sonno uniti in seguitare la doctrina del dolce ed amoroso Verbo? Io gli poto, acciò che faccino molto fructo, e il fructo loro sia provato e non insalvatichisca. Sí come il tralcio che sta nella vite, che il lavoratore il pota perché facci migliore vino e piú; e quello che non fa fructo taglia e mecte nel fuoco. E cosí fo Io lavoratore vero: e' servi miei che stanno in me Io gli poto con le molte tribolazioni, acciò che faccino piú fructo e migliore, e sia provata in loro la virtú. E quegli che non fanno fructo sono tagliati e messi al fuoco, come decto t'ho.

Questi cotali sonno lavoratori veri, e lavorano bene l'anima loro, traendone ogni amore proprio, rivoltando la terra de l'affecto loro in me. E nutricano e crescono el seme della grazia, el quale ebbero nel sancto baptesmo. Lavorando la loro, lavorano quella del proximo, e non possono lavorare l'una senza l'altra; e giá sai ch'Io ti dixi che ogni male si faceva col mezzo del proximo e ogni bene. Sí che voi sète miei lavoratori, esciti di me, sommo ed etterno lavoratore, il quale v'ho uniti e innestati nella vite per l'unione che Io ho facta con voi.

Tiene a mente che tucte le creature che hanno in loro ragione hanno la vigna loro di per sé. La quale è unita senza veruno mezzo col proximo loro, cioè l'uno con l'altro. E sonno tanto uniti che veruno può fare bene a sé che nol facci al proximo suo, né male che non il faccia a lui. Di tucti quanti voi è facta una vigna universale, cioè di tucta la congregazione cristiana, e' quali sète uniti nella vigna del corpo mistico della sancta Chiesa, unde traete la vita.

Nella quale vigna è piantata questa vite de l'unigenito mio Figliuolo, in cui dovete essere innestati. Non essendo voi innestati in lui, sète subito ribelli a la sancta Chiesa e sète come membri tagliati dal corpo che subito imputridisce. È vero che, mentre che avete il tempo, vi potete levare da la puzza del peccato col vero dispiacimento e ricórrire a' miei ministri, e' quali sonno lavoratori che tengono le chiavi del vino, cioè del Sangue uscito di questa vite. El quale Sangue è sí facto e di tanta perfeczione che, per veruno difecto del ministro, non vi può essere tolto el fructo d'esso Sangue.

El legame della caritá è quello che gli lega con vera umilitá, acquistata nel vero cognoscimento di sé e di me. Sí che vedi che tucti v'ho messi per lavoratori. E ora di nuovo v'invito, perché 'l mondo giá viene meno, tanto sonno multiplicate le spine che hanno affogato el seme, in tanto che veruno fructo di grazia vogliono fare.

Voglio dunque che siate lavoratori veri, che con molta sollicitudine aitiate a lavorare l'anime nel corpo mistico della sancta Chiesa. A questo v'eleggo, perch'Io voglio fare misericordia al mondo, per lo quale tu tanto mi preghi.

CAPITOLO XXV

Come la predecta anima, doppo alcune laude rendute a Dio, el prega che le mostri coloro che vanno per lo ponte predecto e quelli che non vi vanno.

Alora l'anima con ansietato amore diceva:--O inextimabile dolcissima caritá, chi non s'accende a tanto amore? Qual cuore si può difendere che non venga meno? Tu, abisso di caritá, pare che impazzi delle tue creature, come tu senza loro non potessi vivere, con ciò sia cosa che tu sia lo Dio nostro che non hai bisogno di noi. Del nostro bene a te non cresce grandezza, però che tu se' immobile; del nostro male a te non è danno, però che tu se' somma ed etterna bontá. Chi ti muove a fare tanta misericordia? L'amore; e non debito né bisogno che tu abbi di noi, però che noi siamo rei e malvagi debitori.

Se io veggo bene, somma ed etterna Veritá, io so' el ladro e tu se' lo 'npiccato per me; perché veggo el Verbo tuo Figliuolo conficto e chiavellato in croce, del quale m'hai facto ponte, secondo che hai manifestato a me, miserabile tua serva. Per la quale cosa el cuore scoppia, e non può scoppiare per la fame e desiderio che è conceputo in te. Ricordomi che tu volevi mostrare chi sono coloro che vanno per lo ponte, e chi non vi va. E però, se piacesse a la bontá tua di manifestarlo, volontieri el vedrei e l'udirei da te.

CAPITOLO XXVI

Come questo benedecto ponte ha tre scaloni, per li quali si significano tre stati dell'anima. E come questo ponte, essendo levato in alto, non è però separato da la terra. E come s'intende quella parola che Cristo dixe: «Se Io sarò levato in alto, ogni cosa trarrò a me».

Alora Dio etterno per fare piú inamorare e inanimare quella anima verso la salute de l'anime, le rispose e dixe:--Prima ch'Io ti mostri quel ch'Io ti voglio mostrare e di che tu mi dimandi, ti voglio dire come il ponte sta.

Decto t'ho che egli tiene dal cielo a la terra: cioè per l'unione che Io ho facta ne l'uomo, el quale Io formai del limo della terra. Questo ponte, unigenito mio Figliuolo, ha in sé tre scaloni; delle quali le due furono fabricate in sul legno della sanctissima croce, e la terza anco sentí la grande amaritudine quando gli fu dato bere fiele ed aceto.

In questi tre scaloni cognoscerai tre stati de l'anima, e' quali Io ti dichiararò di sotto.

El primo scalone sonno e' piei, e' quali significano l'affecto; però che come i piei portano el corpo, cosí l'affecto porta l'anima. E' piei conficti ti sonno scalone acciò che tu possa giognere al costato, il quale ti manifesta el segreto del cuore. Però che salito in su' piei de l'affecto, l'anima comincia a gustare l'affecto del cuore, ponendo l'occhio de l'intellecto nel cuore aperto del mio Figliuolo, dove truova consumato e ineffabile amore.

Consumato, dico, ché non v'ama per propria utilitá, però che utilitá a lui non potete fare, però che egli è una cosa con meco. Alora l'anima s'empie d'amore, vedendosi tanto amare. Salito el secondo, giogne al terzo, cioè a la bocca, dove truova la pace della grande guerra che prima aveva avuta per le colpe sue.

Per lo primo scalone, levando e' piei de l'affecto dalla terra, si spoglia del vizio; nel secondo s'empí d'amore con virtú, e nel terzo gustò la pace.

Sí che il ponte ha tre scaloni acciò che, salendo el primo e il secondo, potiate giognere a l'ultimo. Ed è levato in alto sí che, correndo l'acqua, non l'offende, però che in lui non fu veleno di peccato.

Questo ponte è levato in alto, e non è separato però dalla terra. Sai quando si levò in alto? Quando fu levato in sul legno della sanctissima croce, non separandosi però la natura divina dalla bassezza della terra della vostra umanitá; e però ti dixi che, essendo levato in alto, non era levato dalla terra, perché ella era unita e impastata con essa. Non era veruno che sopra el ponte potesse andare infino che egli non fu levato in alto; e però dixe egli: «Se Io sarò levato in alto, ogni cosa tirarò a me».

Vedendo la mia bontá che in altro modo non potavate essere tracti, manda' lo perché fusse levato in alto in sul legno della croce, facendone una ancudine dove si fabricasse il figliuolo de l'umana generazione, per tollergli la morte e rivestirlo a la vita della grazia.

E però trasse ogni cosa a sé per questo modo, per dimostrare l'amore ineffabile che v'aveva, perché 'l cuore de l'uomo è sempre tracto per amore. Maggiore amore mostrare non vi poteva che dare la vita per voi. Per forza dunque è tracto da l'amore, se giá l'uomo ignorante non fa resistenzia in non lassarsi trare. Dixe dunque che, essendo levato in alto, ogni cosa trarrebbe a sé; e cosí è la veritá.

E questo s'intende in due modi. L'uno si è che, tracto il cuore de l'uomo per affecto d'amore, come decto t'ho, è tracto con tucte le potenzie de l'anima, cioè la memoria, l'intellecto e la volontá. Acordate queste tre potenzie e congregate nel nome mio, tucte l'altre operazioni che egli fa, actuali e mentali, sonno tracte piacevoli e unite in me per affecto d'amore, perché s'è levato in alto seguitando l'amore crociato. Sí che ben dixe veritá la mia Veritá dicendo: «Se Io sarò levato in alto ogni cosa trarrò a me», cioè che, tracto il cuore e le potenzie de l'anima, saranno tracte tucte le sue operazioni.

L'altro modo si è perché ogni cosa è creata in servigio dell'uomo. Le cose create sonno facte perché servano e sovengano a la necessitá delle creature; e non la creatura, che ha in sé ragione, è facta per loro: anco per me, acciò che mi serva con tucto el cuore e con tucto l'affecto suo. Sí che vedi che, essendo tracto l'uomo, ogni cosa è tracta, perché ogni cosa è facta per lui.

Fu dunque di bisogno che 'l ponte fusse levato in alto, e abbi le scale, acciò che si possa salire con piú agevolezza.

CAPITOLO XXVII

Come questo ponte è murato di pietre, le quali significano le vere e reali virtú, e come in sul ponte è una bottiga, dove si dá el cibo a' viandanti; e come chi tiene per lo ponte va ad vita, ma chi tiene di sotto per lo fiume, va ad perdizione e ad morte.

--Questo ponte si ha le pietre murate acciò che, venendo la piova, non impedisca l'andatore. Sai quali pietre sonno queste? sonno le pietre delle vere e reali virtú. Le quali pietre non erano murate innanzi alla passione di questo mio Figliuolo, e però erano impediti che neuno poteva giognere al termine suo, quantunque essi andassero per la via delle virtú. Non era ancora diserrato el cielo con la chiave del Sangue, e la piova della giustizia non gli lassava passare.

Ma, poi che le pietre furono facte e fabricate sopra el Corpo del Verbo del dolce mio Figliuolo (di cui Io t'ho decto che è ponte), egli le mura e intride la calcina, per murarle, col Sangue suo; cioè che 'l Sangue è intriso con la calcina della Deitá e con la forza e fuoco della caritá.