Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza
Chapter 33
L'obbediente vuole essere il primo che entri in coro e l'ultimo che n'esca. E quando vede il frate piú obbediente e sollicito di lui, egli piglia una sancta invidia, furandoli quella virtú: non volendo però che ella diminuisca in colui. Ché, se egli volesse, sarebbe separato dalla caritá del proximo suo. L'obbediente non abandona il refectorio, anco il visita continuamente, e dilectasene di stare alla mensa co' povarelli. E in segno che egli se ne dilectava, per non avere materia di stare di fuore, ha tolta da sé la substanzia temporale, observando perfectamente il voto della povertá; e tanto perfectamente, che la necessitá del corpo tiene con rimproverio. La cella sua è piena de l'odore della povertá, e non di panni: non ha pensiero ch'e' ladri vengano per inbolarli, né che la ruggine o tigniuole li rodino e' vestimenti suoi. E se gli è donato alcuna cosa, non ha pensiero di riponerla, ma liberamente la comunica co' fratelli suoi, non pensando el dí di domane; ma nel dí presente tolle la sua necessitá, pensando solo del reame del cielo, e della vera obbedienzia in che modo meglio la possino observare. E perché per la via de l'umilitá meglio si conserva, egli si soctomecte al piccolo come al grande e al povaro come al ricco; di tucti si fa servo: non rifiutando mai labore, ogniuno serve caritativamente. L'obbediente non vuole fare l'obbedienzia a suo modo, né eleggere tempo né luogo, ma a modo de l'ordine e del prelato suo.
Tucto questo fa senza pena o tedio di mente il vero obbediente e perfecto. Egli passa, con questa chiave in mano, per lo sportello strecto de l'ordine agiatamente e senza violenzia, perché ha observato e observa il voto della povertá, de l'obbedienzia vera e della continenzia, levata l'altezza della superbia e chinato il capo a l'obbedienzia per umilitá. E però non rompe il capo per inpazienzia, ma è paziente con fortezza e longa perseveranzia, che sonno amici de l'obbedienzia. Passa l'assedio delle dimonia, mortificando e macerando la carne sua, spogliandola delle delizie e dilecti, e vestela delle fadighe de l'ordine con fede e senza sdegno. Come parvolo, che non tiene a mente la bactitura del padre né ingiuria che gli fusse facta, cosí questo parvolo non tiene a mente né ingiurie né fadighe né bactiture che ricevesse ne l'ordine dal prelato suo; ma, chiamandolo, umilemente torna a lui, non passionato d'odio, d'ira né di rancore, ma con mansuetudine e benivolenzia.
Questi sonno quelli parvoli che contòe la mia Veritá, quando dixe a' discepoli, che contendevano insieme qual di loro fusse il maggiore, facendosi venire uno fanciullo, dicendo:--«Lassate li parvoli venire a me, ché di questi cotali è il reame del cielo; e chi non si umiliará come questo fanciullo, cioè che egli abbi la condizione sua, non intrarrá nel reame del cielo».--Però che chi s'aumiliará, carissima figliuola, sará exaltato, e chi sé exalta sará umiliato: anco questo medesimo dixe la mia Veritá. Dunque, giustamente, questi parvoli umili, che per amore si sonno umiliati e facti subditi con vera e sancta obbedienzia, non ricalcitrando a l'ordine e al loro prelato, sonno exaltati da me, sommo ed etterno Padre, co' veri cittadini della vita beata, dove sonno remunerati d'ogni loro fadiga, e in questa vita gustano vita etterna.
CAPITOLO CLX
Come li veri obedienti ricevono per uno cento e vita eterna. E che s'intende per quello uno e per quello cento.
--Conpiesi in loro la parola che dixe nel sancto Evangelio il dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo, quando rispose a Pietro, che l'aveva dimandato:--«Maestro, noi aviamo lassato ogni cosa per lo tuo amore e noi medesimi, e aviamo seguitato te: che ci darai?»--La Veritá mia rispose:--«Daròvi per uno cento, e vita etterna possederete».--Quasi volesse dire la mia Veritá:--Ben hai facto Pietro, ché in altro modo non mi potevi seguitare; ma Io in questa vita te ne darò, per uno, cento.--E quale è questo cento, dilectissima figliuola, che, di po' questo, séguita vita etterna? Di quale intese e dixe la mia Veritá? Di substanzia temporale? No, propriamente (poniamo che alcuna volta ne l'elimosiniere Io facci multiplicare i beni temporali); ma di quali? Di quello che dá la propria sua volontá, che è una volontá, Io ne gli rendo cento per questa una. Perché ti pongo numero di cento? Perché cento è numero perfecto, e non puoi agiognervi piú, se tu non ti ricominci al primo. Cosí la caritá è perfectissima sopra tucte l'altre virtú, ché non si può salire ad virtú piú perfecta. Ricominciti bene al cognoscimento di te, e cresci numero di centonaia in merito, ma tu giogni pure al numero del cento. Questo è quello cento, che è dato a quelli che hanno dato l'uno della loro volontá e ne l'obbedienzia generale e in questa particulare; e con questo cento avete vita etterna, però che solo la caritá è quella che entra dentro come donna, menandosene seco il fructo di tucte l'altre virtú (ed esse rimangono di fuore), in me, vita durabile, in cui essi gustano vita etterna, però che Io so' essa vita etterna. Non ci saglie la fede, perché essi hanno quello, per pruova e in essenzia, che hanno creduto per fede; né la speranza, ché essi sonno in possessione di quello che hanno sperato; e cosí tucte l'altre virtú. Solo la caritá entra come reina e possiede me, suo possessore. Vedi dunque che questi parvoli ricevono per uno cento, e vita etterna con esso, ricevendo qui el fuoco della divina caritá, posto per lo numero del cento, come decto è. E perché da me hanno ricevuto questo cento, stanno in admirabile allegrezza cordiale. Perché nella caritá non cade tristizia, ma allegrezza: fa el cuore largo e liberale, e non doppio né strecto. L'anima, che è ferita di questa dolce saetta, non mostra una in faccia e in lingua, e un'altra abbi nel cuore; non serve, né fa fictivamente e con ambizione al proximo suo, però che la caritá è aperta a ogni creatura. E però l'anima, che la possiede, non cade in pena né in tristizia afflictiva, né si scorda de l'obbedienzia, ma è obbediente infino a la morte.
CAPITOLO CLXI
De la perversitá, miserie e fadighe de lo inobediente. E de' miserabili fructi che procedono da la inobedienzia.
--El contrario fa il miserabile disobbediente, che sta nella navicella de l'ordine con tanta pena a sé e ad altrui, che in questa vita gusta l'arra de l'inferno. Egli sta sempre in tristizia, confusione e stimolo di conscienzia, con dispiacimento de l'ordine e del prelato suo; incomportabile è a se medesimo. Or che è a vedere, figliuola mia, quello che ha presa la chiave de l'obbedienzia de l'ordine con la disobbedienzia, alla quale egli s'è facto schiavo, e la disobbedienzia ha facta donna, con la compagna della inpazienzia, nutricata dalla superbia col proprio piacere. La quale superbia decto è che esce dall'amore proprio di sé. Tucto si rivolle in contrario ad quello che decto t'ho della vera obbedienzia; e come può questo misero stare altro che in pena, che è privato della caritá? Conviengli chinare il capo della volontá sua per forza; e la superbia gli li tiene ritto. Tucte le sue volontá si discordano dalla volontá de l'ordine. Egli li comanda l'obbedienzia, ed egli ama la disobbedienzia; la povertá volontaria, ed egli la fugge, possedendo e desiderando la ricchezza; vuole continenzia e puritá, ed egli inmondizia. Trapassando questi tre voti, figliuola mia, il religioso cade in ruina e in tanti miserabili difecti, che l'aspecto suo non pare religioso, ma uno dimonio incarnato, sí come in un altro luogo Io ti narrai piú distesamente. Non lassarò però che alcuna cosa non te ne conti dello inganno loro e del fructo che traggono della disobbedienzia, a comendazione ed exaltazione de l'obbedienzia.
Questo misero è ingannato dal proprio amore, perché l'occhio de l'intellecto suo s'è posto, con fede morta, nel piacere della propria volontá e nelle cose del mondo. Ha saltato il mondo col corpo e rimastovi con l'affecto. E perché gli pare fadiga l'obbedienzia, vuole disobbedire per fuggire fadiga; e egli cade in maxima fadiga, ché pure obbedire gli conviene o per forza o per amore. Meglio gli era, e meno fadiga, a fare l'obbedienzia per amore che senza amore.
Oh! come è ingannato! E neuno è che lo inganni, se non egli medesimo. Volendo piacersi, egli si dispiace, dispiacendoli le sue operazioni stesse, che fará per l'obbedienzia che gli è posta. Volendo stare in grande dilecto e farsi vita etterna in questa vita, e l'ordine vuole che egli sia perregrino, e continuamente glil dimostra, ché, quando egli s'è posto in uno luogo a sedere, dove vorrebbe stare per piacere e dilecto che egli vi truova, egli è mutato. Nella mutazione ha pena, perché la volontá sua era viva a non volere. E, se egli non obbedisce, e egli è suggecto a convenirli portare la disciplina e fadiga de l'ordine; e cosí sta in continuo tormento.
Vedi dunque che s'inganna: volendo fuggire le pene, cade intro le pene, perché la ciechitá sua non el lassa cognoscere la via della vera obbedienzia, che è una via di veritá, fondata ne l'obbediente Agnello, unigenito mio Figliuolo, che gli tolle la pena. E però va per la via della bugia, credendovi trovare dilecto, e egli vi truova pena e amaritudine. Chi vel guida? L'amore, che egli ha, per la propria passione, al disobbedire. Questi, come stolto, vuole navicare in questo mare tempestoso sopra le braccia sue, fidandosi nel suo misero sapere; e non vuole navigare sopra le braccia de l'ordine e del prelato suo. Questi sta bene nella navicella de l'ordine corporalmente, ma non mentalmente: anco n'è escito per desiderio, non observando l'ordinazioni né i costumi de l'ordine né i tre voti promessi, che egli promisse, nella sua professione, d'observare. Egli sta nel mare della tempesta percosso dai venti molto contrari alla navicella. Sta actaccato solo per li panni, portando l'abito in sul corpo, ma non in cuore.
Questo non è frate, ma uno uomo vestito: uomo in forma, ma in effecto e nel vivere suo è peggio che animale. E non vede egli che piú fadiga gli è a navicare con le sue braccia che con l'altrui? E non vede egli ch'egli sta a pericolo di morte etternale, come il panno si staccasse dalla navicella, che, subbito che fusse staccato col mezzo della morte, non avarebbe piú rimedio? No, che egli nol vede: perché con la nuvila de l'amore proprio, unde gli è venuta la disobbedienzia, s'è privato del lume che non el lassa vedere e' guai suoi. Adunque miserabilemente s'inganna.
Che fructo produce l'arbore di questo misero? Fructo di morte, perché ha piantata la radice de l'affecto suo nella superbia, che egli ha tracta del piacere e amore proprio di sé. E però ogni cosa n'esce corrocto. E' fiori, le foglie e il fructo e i rami de l'arbore tucti sono guasti. E' tre rami, che ha questo arbore, sonno guasti, cioè il ramo de l'obbedienzia, povertá e continenzia, che sonno tre rami che si contengono nel pedone de l'affecto, el quale è male piantato, come decto è. Le foglie che produce questo arbore, che sono le parole, sonno corrocte per sí facto modo che nella bocca d'uno ribaldo secolare non starebbero. E, s'egli avará ad anunziare la parola mia, egli la gitta con parlare polito, none schiecto ch'egli actenda a pásciare l'anime di questo seme della mia parola, ma parlare molto politamente.
Se tu raguardi e' fiori di questo arbore, essi gittano puzza: ciò sonno le varie e diverse cogitazioni, le quali voluntariamente riceve con dilecto e piacimento, non fuggendo el luogo né le vie che vel fanno venire; anco le cerca per potere venire a compimento del peccato, el quale è uno fructo che l'uccide, tollegli la vita della grazia e dágli morte etternale. E che puzza gitta questo fructo generato col fiore de l'arbore? Gitta puzza di disobbedienzia; col pensiero del cuore vuole investigare e giudicare in male la volontá del prelato suo: gitta inmondizia, dilectandosi con molte conversazioni col miserabile vocabolo delle divote.
O misero, tu non t'avedi che, socto il colore della devozione, riescirai con la brigata de' figliuoli! Questo ti dá la disobbedienzia tua. Non hai presi e' figliuoli delle virtú, sí come fa il vero obbediente. Egli cerca d'ingannare il prelato suo, quando vede che gli diniega quello che la perversa sua volontá vorrebbe, usando le foglie delle parole lusinghevoli o aspre, parlando inreverentemente e con rimproverio. Egli non conporta il fratello suo, né può sostenere una piccola parola né riprensione che gli fusse facta; ma subbito traie fuore il fructo avelenato della inpazienzia, ira e odio verso il fratello suo, giudicando in suo male quello che egli ha facto in suo bene; e, cosí scandalizzato, vive in pena l'anima e 'l corpo.
Perché è dispiaciuto al fratello suo? Perché piacque a sé sensitivamente. Egli fugge la cella come fusse uno veleno, perché egli è escito della cella del cognoscimento di sé, per la qual cosa egli venne a disobbedienzia: però non può stare nella cella actuale. Nel refectorio non vuole apparire, se non come a suo nemico, mentre che egli ha che spendere: non avendo che, la necessitá vel mena. Bene fecero dunque gli obbedienti, che volsero observare il voto della povertá per non avere che spendere, acciò che non gli traesse della soave mensa del refectorio, dove l'obbediente notrica in pace e in quiete l'anima e 'l corpo. Non ha pensiere d'apparechiare né provedersi come il misero; el quale misero, al gusto suo, il visitare il refectorio gli pare amaro, e però il fugge.
Al coro sempre vuole essere l'ultimo a intrare e il primo che n'esca. Con le labbra sue s'appressima a me, e col cuore se ne dilunga. Il capitolo, per timore della penitenzia, il fugge volontieri quando egli può: lo starvi fa come se fusse suo nemico mortale, con vergogna e confusione nella mente sua (quello che nel commectere le colpe non ebbe, non vergognandosi di commectere la colpa de' peccati mortali). Chi ne gli è cagione? La disobbedienzia. Egli, non vigilia né orazione, e non tanto l'orazione mentale, ma spesse volte l'officio, ad che egli è obligato, non il dirá; non caritá fraterna, ché egli non ama altro che sé, non d'amore ragionevole, ma d'amore bestiale. Tanti sonno e' mali che gli caggiono in capo al disobbediente, tanti sono i dolorosi fructi suoi, che la lingua tua non gli potrebbe narrare!
Oh disobbedienzia, che spogli l'anima d'ogni virtú e vestila d'ogni vizio! Oh disobbedienzia, che privi l'anima del lume de l'obbedienzia, tollile la pace e da'le la guerra, tollile la vita e da'le la morte, traendola della navicella de l'observanzie de l'ordine, affoghila nel mare, facendola notare sopra le braccia sue e non sopra quelle de l'ordine. Tu la vesti d'ogni miseria, fa'la morire di fame, tollendole il cibo del merito de l'obbedienzia. Tu le dái continua amaritudine, e privila d'ogni dilecto di dolcezza e d'ogni bene, e fa'la stare in ogni male. In questa vita le fai portare l'arra de' crociati tormenti; e, se egli non si corregge inanzi ch'e' panni si stacchino dalla navicella col mezzo della morte, tu, disobbedienzia, conduci l'anima a l'etterna danpnazione con le demonia, che caddero di cielo perché furono ribelli a me e andarono nel profondo. Cosí tu, disobbediente, perché se' stato ribello a l'obbedienzia; e questa chiave, con che dovevi aprire la porta del cielo, tu l'hai gittata da te, e con la chiave della disobbedienzia hai aperto lo 'nferno.
CAPITOLO CLXII
De la inperfeczione di quelli che tiepidamente vivono ne la religione, avengaché si guardino da peccato mortale. E del remedio da uscire de la loro tiepiditade.
--O carissima figliuola, e quanti sonno questi cotali che al dí d'oggi si pascono in questa navicella? Molti: unde pochi sonno e' contrari, cioè i veri obbedienti. È vero che tra e' perfecti e questi miserabili ci ha assai di quegli che si vivono ne l'ordine comunemente, che né perfecti sonno, come essi debbono essere, né gattivi sonno, cioè che pure conservano la conscienzia loro che non peccano mortalmente, stanno in tiepidezza e freddezza di cuore. E se essi non exercitano un poco la vita loro con l'observanzie de l'ordine, stanno a grande pericolo; e però l'è bisogno molta sollicitudine, e non dormire, e levarsi dalla tiepidezza loro. Ché, se essi vi permangono, sonno acti a cadere. E se pure non cadessero, staranno con uno loro parere e piacere umano, colorato col colore de l'ordine, studiandosi piú d'observare le cirimonie de l'ordine che propriamente l'ordine. E spesse volte, per poco lume, saranno acti a cadere in giudicio in quegli che piú perfectamente di loro observano l'ordine, e in meno perfeczione le cirimonie, delle quali e' si fanno observatori.
Sí che, in ogni modo, è loro nocivo a permanere ne l'obbedienzia comune, cioè che freddamente passano l'obbedienzia loro, con molta fadiga e con molta pena. Però che al cuore freddo pare fadigoso a portare: portano fadiga assai, con poco fructo; offendono la loro perfeczione, nella quale essi sonno intrati e sonno tenuti d'observarla; e, poniamo che faccino meno male che gli altri de' quali Io t'ho contato, pure male fanno: ché essi non si partirono dal secolo per stare con la chiave generale de l'obedienzia, ma per diserrare il cielo con la chiavicella de l'obbedienzia de l'ordine, la quale chiavicella debba essere col funicello della viltá, avilendo se medesimo, e col cingolo de l'umilitá, come decto è, tenerla strecta nella mano de l'affocato amore.
Sappi, carissima figliuola, che essi sono bene acti a giognere alla grande perfeczione, se essi vogliono, perché vi sonno piú presso che gli altri miseri. Ma in un altro modo sonno piú malagevoli questi, nel grado loro, a levarli dalla loro inperfeczione, che lo iniquo, nel suo grado, della sua miseria. E sai tu perché? Perché questo si vede manifestamente che egli fa male, e la conscienzia glil manifesta; unde per l'amore proprio di sé, che l'ha indebilito, non si sforza ad escire di quella colpa che egli vede, con uno lume naturale, che egli fa male quel che fa. Unde chi el dimandasse:--E non fai tu male di fare questo?--Direbbe:--Sí, ma è tanta la mia fragilitá, che non pare ch'io ne possa escire.--Benché egli non dice il vero, ché con l'aiutorio mio ne può escire, se vuole; nondimeno pur cognosce che fa male: col quale cognoscimento gli è agevole a potern'escire, se vuole.
Ma questi tiepidi, che né un grande male fanno né uno grande bene, non cognoscono la freddezza dello stato loro, né in quanto dubbio stanno. Non cognoscendola, non si curano di levarsene né curano che lo' sia mostrato; essendo lo' mostrato, per la freddezza del cuore loro, si rimangono legati nella loro longa consuetudine e usanza.
Che modo ci sará in costoro di farli levare? Che tolgano le legna del cognoscimento di sé, con odio del proprio piacimento e reputazione, e mettanle nel fuoco della divina mia caritá; sposando di nuovo, come se allora allora intrassero ne l'ordine, la sposa della vera obbedienzia con l'anello della sanctissima fede, e non dormano piú in questo stato, ch'egli è molto spiacevole a me e danno a loro. Drictamente si potrebbe dire a loro quella parola: «Maladecti tiepidi! che almen fuste voi pur ghiacci. Se voi non vi correggete, sarete vomicati dalla bocca mia», per quello modo che decto t'ho. Ché, non levandosi, sonno acti a cadere; e, cadendo, sarebbono reprovati da me. Innanzi vorrei che fuste ghiacci: cioè che inanzi vi fuste stati nel secolo con l'obbedienzia generale, la quale, a rispecto del fuoco de' veri obbedienti, si mostra quasi uno ghiaccio; e però dixi: «almeno fuste voi pure ghiacci». Hotti dichiarata questa parola, acciò che in te non cadesse errore di credere ch'Io el volesse piú tosto nel ghiaccio del peccato mortale che nella tiepidezza della inperfeczione. No, ché io non posso volere colpa di peccato, ché in me non è questo veneno: anco mi dispiacque tanto ne l'uomo, che Io non volsi che passasse senza punizione, ché, non essendo l'uomo sufficiente a portare la pena che gli seguitava doppo la colpa, mandai el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo. Egli con l'obbedienzia la fabricò sopra el Corpo suo.
Levinsi dunque con exercizio, con vigilia, con umile e continua orazione; specchinsi ne l'ordine loro e ne' padroni di questa navicella, che sonno stati uomini come eglino, nutricati d'un medesimo cibo, nati in uno medesimo modo. E quello Dio so' ora, che allocta. La potenzia mia non è infermata, la mia volontá non è diminuita in volere la salute vostra, né la sapienzia mia in darvi lume, acciò che cognosciate la mia veritá. Adunque possono, se egli vogliono, pure che se l'arrechino dinanzi a l'occhio de l'intellecto, privandosi della nuvila de l'amore proprio, e col lume corrano co' perfecti obbedienti. Con questo ci giogneranno; in altro modo, no: sí che il remedio ci è.
CAPITOLO CLXIII
De la excellenzia de la obedienzia, e de' beni che dá a chi in veritá la piglia.
--Questo è quello vero remedio che tiene il vero obbediente; e ogni dí di nuovo il tiene, augmentando la virtú de l'obbedienzia col lume della fede, desiderando scherni e villanie e che gli sieno imposti e' grandi pesi dal prelato suo, perché la virtú de l'obbedienzia e la pazienzia sua sorella non irrugginiscano, acciò che, nel tempo che le bisognano adoperare, elle non venissero meno o desserli molta malagevolezza; e però continuamente suona lo stormento del desiderio e non lassa passare il tempo, perché n'ha fame. È una sposa sollicita, che non vuole stare oziosa. Oh obbedienzia dilectevole, oh obbedienzia piacevole, obbedienzia soave; obbedienzia illuminativa, perché hai levata la tenebre del proprio amore; obbedienzia che vivifichi, dando, ne l'anima, la vita de la grazia, che te ha electa per sposa, toltole la morte della volontá propria, che dá guerra e morte ne l'anima! Tu se' larga, ché d'ogni creatura che ha in sé ragione ti fai subdita. Tu se' benigna e pietosa: con benignitá e mansuetudine porti ogni grande peso, perché se' acompagnata con la fortezza e vera pazienzia. Tu se' coronata della corona della perseveranzia; tu non vieni meno per la inportunitá del prelato né per grandi pesi che egli ti ponesse senza discrezione, ma col lume della fede ogni cosa porti. Tu se' sí legata con la umilitá, che neuna creatura la può trare della mano del sancto desiderio de l'anima che ti possiede.
E che diremo, dilectissima e carissima figliuola, di questa excellentissima virtú? Diremo che ella è uno bene senza veruno male; sta nella nave, nascosta, che neuno vento contrario le può nuocere; fa navicare l'anima sopra le braccia de l'ordine e del prelato, e non sopra le sue, perché il vero obbediente non ha a rendare ragione di sé a me, ma il prelato di cui egli è stato subdito.
Inamòrati, dilectissima figliuola, di questa gloriosa virtú. Vuogli tu essere grata de' benefizi ricevuti da me, Padre etterno? Sia obbediente, però che l'obbedienzia ti mostra se tu se' grata, perché procede dalla caritá. Ella ti mostra se tu non se' ignorante, perché procede dal cognoscimento della mia veritá. Unde ella è uno bene cognosciuto nel Verbo, el quale v'insegnò la via de l'obbedienzia come vostra regola, facendosi obbediente infino all'obrobriosa morte della croce, nella cui obbedienzia (che fu la chiave che diserrò il cielo) è fondata l'obbedienzia, data a voi, generale e questa particulare, sí come nel principio del tractato di questa obbedienzia Io ti narrai.