Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza
Chapter 32
Voglionsi questi cotali, per odio di loro e per uccidere in tucto la loro volontá, legarsi piú corti. O essi si legano al giogo de l'obbedienzia nella sancta religione; o egli si legano fuore della religione ad alcuna creatura, sottomectendo la loro volontá in lei, per andare piú expediti a diserrare il cielo. Questi son quegli, de' quali Io ti dixi che eleggevano l'obbedienzia perfectissima.
Decto t'ho della generale obbedienzia; e, perché Io so che la tua volontá è che Io ti parli de l'obbedienzia piú particulare, perfectissima, però ti narrarò ora di questa seconda, la quale non esce però della prima, ma è piú perfecta: perché giá ti dixi che elle erano unite insieme per sí facto modo, che separare non si possono.
Hotti decto unde procede e dove si truova l'obbedienzia generale, e quale è quella cosa che ve la tolle. Ora ti dirò della particulare, non traendoti di questo principio.
CAPITOLO CLVIII
Per che modo si viene da l'obedienzia generale a la particulare. E de la excellenzia de le religioni.
--L'anima che con amore ha preso il giogo de l'obbedienzia de' comandamenti, seguitando la doctrina della mia Veritá, per lo modo che decto t'ho, con l'exercizio exercitandosi in virtú in questa generale obbedienzia, verrá alla seconda con quello lume medesimo che venne alla prima. Perché col lume della sanctissima fede avará cognosciuto nel sangue de l'umile Agnello la mia veritá, l'amore ineffabile che Io gli ho e la fragilitá sua, che non risponde, con quella perfeczione che debba, a me.
Va cercando con questo lume in che luogo e in che modo possa rendermi il debito, e conculcare la propria fragilitá e uccidere la volontá sua. Raguardando, ha trovato il luogo col lume della fede, cioè la sancta religione. La quale è fatta dallo Spirito sancto, posta come navicella per ricevere l'anime che vogliono còrrire a questa perfeczione, e conducerle a porto di salute. El padrone di questa navicella è lo Spirito sancto, che in sé non manca mai per difecto di veruno subdito religioso che trapassasse l'ordine suo: non può offendere questa navicella, ma offende se medesimo. È vero che, per difecto di colui che tenesse il timone, la fa andare a onde; e questi sonno e' gattivi e miserabili pastori, prelati posti dal padrone di questa navicella. Ella è di tanto dilecto in se medesima, che la lingua tua nol potrebbe narrare.
Dico che questa anima, cresciuto il fuoco del desiderio, con odio sancto di sé avendo trovato il luogo, col lume della fede v'entra dentro morta, se egli è vero obbediente, cioè che perfectamente abbi observata l'obbedienzia generale. E se egli v'entra inperfecto, non è però che non possa giognere alla perfeczione: anco vi giogne, volendo exercitare in sé la virtú de l'obbedienzia. Anco la maggiore parte di quegli che v'entrano sonno inperfecti: chi v'entra con perfeczione, chi v'entra per fanciullezza, chi v'entra per timore, chi per pena e chi per lusinghe. Ogni cosa sta poi in exercitarsi nella virtú e in perseverare infino alla morte; ché per l'entrare veruno giudicio non si può ponere, ma solo nella perseveranzia. Però che molti sonno paruti che sieno andati perfecti, che hanno poi voltato el capo adietro, o stati ne l'ordine con molta inperfeczione. Sí che il modo e l'acto, con che entrano nella navicella (che sono tucti ordinati da me, chiamandoli in diversi modi), non si può giudicare; ma solo l'affecto di colui che dentro vi persevera con vera obbedienzia.
Questa navicella è ricca, che non bisogna al subdito che abbi pensiero veruno di quello che gli bisogni né spiritualmente né temporalmente; però che, se egli è vero obbediente e observatore de l'ordine, egli è proveduto dal padrone dello Spirito sancto, come tu sai ch'Io ti dixi, quando ti parlai della providenzia mia, che i servi miei, se essi erano povari, non erano mendíchi: cosí costoro; sí che trovavano la loro necessitá. Bene la provavano e pruovano quegli che sonno observatori de l'ordine. Unde vedi che, ne' tempi che gli ordini si reggevano in fiore di virtú con vera povertá e con caritá fraterna, non lo' venne mai meno la substanzia temporale, ma avevanne piú che non richiedeva il loro bisogno. Ma, perché e' ci è intrata la puzza de l'amore proprio in vivere in particulare, ed è mancata l'obbedienzia, lo' viene meno la sustanzia temporale. E quanta piú ne posseggono, in maggiore mendicaggine si truovano. Giusta cosa è che, infino alle cose minime, pruovino che fructo lo' dá la disobbedienzia; ché, se fussero obbedienti, observarebbero il voto della povertá e non terrebbero proprio, né vivarebbero in particulare.
Truovaci la ricchezza delle sancte ordinazioni, poste con tanto ordine e con tanto lume da coloro che erano facti tempio di Spirito sancto. Raguarda Benedecto con quanto ordine ordinò la navicella sua. Raguarda Francesco con quanta perfeczione e odore di povertá, con le margarite delle virtú, egli ordinò la navicella de l'ordine suo, dirizzandoli nella via dell'alta perfeczione; ed egli fu il primo che la fece, dando lo' per sposa la vera e sancta povertá, la quale aveva presa per se medesimo, abbracciando le viltá. Spiacendo a se medesimo, non disiderava di piacere a veruna creatura fuore della volontá mia; anco desiderava d'essere avilito nel mondo, macerando il corpo suo e uccidendo la volontá, vestitosi degli obrobri, pene e vitopèri per amore de l'umile Agnello, col quale egli s'era conficto e chiavellato per affecto d'amore in su la croce: intantoché, per singulare grazia, nel corpo suo apárbero le piaghe della mia Veritá, mostrando nel vasello del corpo quello che era ne l'affecto de l'anima sua. Sí che egli lo' fece la via.
Ma tu mi dirai:--E non sonno fondate in questo medesimo l'altre?--Sí; ma in ogniuno non è principale (poniamo che tucte sieno fondate in questo), ma adiviene come delle virtú: tucte le virtú hanno vita dalla caritá; e nondimeno, come in altri luoghi t'ho decto, a cui è propria l'una, e a cui è propria l'altra, e nondimeno tucti stanno in caritá. Cosí questi: a Francesco povarello gli fu propria la vera povertá, facendo il suo principio della navicella, per affecto d'amore, in essa povertá, con molto ordine strecto, da gente perfecta e non comune, da pochi e buoni. «Pochi» dico, perché non sonno molti quelli che eleggono questa perfeczione; ma per li difecti loro sonno moltiplicati in gente e venuti meno in virtú: non per difecto della navicella, ma per li disobbedienti subditi e gattivi governatori.
E se tu raguardi la navicella del padre tuo Domenico, dilecto mio figliuolo, egli l'ordinò con ordine perfecto, ché volse che attendessero solo a l'onore di me e salute de l'anime col lume della scienzia. Sopra questo lume volse fare il principio suo, non essendo però privato della povertá vera e volontaria. Anco l'ebbe, e, in segno ch'egli l'aveva e dispiacevali il contrario, lassa per testamento a' figliuoli suoi per ereditá la maladiczione sua e la mia, se essi posseggono o tengono possessione veruna in particulare o in generale, in segno ch'egli aveva electa per sua sposa la reina della povertá. Ma per piú proprio suo obiecto prese il lume della scienzia, per stirpare gli errori che a quello tempo erano levati. Egli prese l'officio del Verbo, unigenito mio Figliuolo. Drictamente nel mondo pareva uno apostolo: con tanta veritá e lume seminava la parola mia, levando la tenebre e donando la luce. Egli fu uno lume, che Io porsi al mondo col mezzo di Maria, messo nel corpo mistico della sancta Chiesa come stirpatore de l'eresie.
Perché dixi «col mezzo di Maria»? Perché Maria gli die' l'abito: commesso fu l'officio a lei dalla mia bontá. In su che mensa fa mangiare e' figliuoli suoi col lume della scienzia? Alla mensa della croce, in su la quale croce è posta la mensa del sancto desiderio, dove si mangia anime per onore di me. Egli non vuole ch'e' figliuoli suoi attendano ad altro se non a stare in su questa mensa col lume della scienzia, a cercare solo la gloria e loda del nome mio e la salute de l'anime. E, acciò che non attendano ad altro, tolle la cura delle cose temporali, ché vuole che sieno poveri. Vero è che egli mancava in fede, temendo che non fussero proveduti? Non mancava, ché egli era vestito delle fede, ma con ferma speranza sperava nella providenzia mia.
Vuole che observino l'obbedienzia, sieno obbedienti a fare quello che sonno posti. E perché il vivere inmondamente obfusca l'occhio de l'intellecto; e non tanto de l'intellecto, ma per questo miserabile vizio ne manca il vedere corporale; unde egli non vuole che lo' sia inpedito questo lume, col quale lume meglio e piú perfectamente acquistano el lume della scienzia: però pone il terzo voto della continenzia, e in tucti vuole che l'observino con vera e perfecta obbedienzia. Bene che al dí d'oggi male s'observi; anco la luce della scienzia pervertono in tenebre con la tenebre della superbia: non che questa luce in sé riceva tenebre, ma quanto a l'anime loro. Dove è superbia non può essere obbedienzia; e giá ti dixi che tanto era umile quanto obbediente, e tanto obbediente quanto umile. E, trapassando il voto de l'obbedienzia, rade volte è che non trapassi quel della continenzia, o mentalmente o actualmente.
Sí che egli ha ordinata la navicella sua legata con questi tre funicelli: con obbedienzia, continenzia e vera povertá. Egli la fece tucta reale, non strignendola ad colpa di peccato mortale. Alluminato da me, vero lume, con providenzia providde a quegli che fussero meno perfecti; ché, benché tucti quegli che observano l'ordine sieno perfecti, nondimeno anco in vita è piú perfecto uno che un altro; e, perfecti e non perfecti, tucti ci stanno bene in questa navicella. Egli s'acostò con la mia Veritá, mostrando di non volere la morte del peccatore, ma che si convertisse e vivesse. Tucta larga, tucta gioconda, tucta odorifera, uno giardino dilectosissimo in sé; ma e' miseri non observatori de l'ordine, ma trapassatori, l'hanno tucto insalvatichito, tucto ingrossato con poco odore di virtú e lume di scienzia in quegli che si notricano al pecto de l'ordine. Non dico «ne l'ordine», che in sé, com'Io ti dixi, ha ogni dilecto; ma non era cosí nel principio suo, che egli era uno fiore: anco c'erano uomini di grande perfeczione: parevano uno sancto Pavolo, con tanto lume, che a l'occhio loro non si parava tenebre d'errore che non si dissolvesse.
Raguarda il glorioso Tommasso, che con l'occhio de l'intellecto suo tucto gentile si specolava nella mia Veritá, dove acquistò lume sopranaturale e scienzia infusa per grazia; unde egli l'ebbe piú col mezzo de l'orazione che per studio umano. Questi fu una luce ardentissima, che rende lume ne l'ordine suo e del corpo mistico della sancta Chiesa, spegnendo le tenebre de l'eresie.
Raguardami Pietro vergine e martire, che col sangue suo die' lume nelle tenebre delle molte eresie; che tanto l'ebbe in odio, che se ne dispose a lassarvi la vita. E, mentre che visse, l'exercizio suo non er'altro che orare, predicare, disputare con gli eretici e confessare, annunziando la veritá e dilatando la fede senza veruno timore. Ché non tanto ch'egli la confessasse nella vita sua, ma infine a l'ultimo della vita. Unde, nella extremitá della morte, venendoli meno la voce e lo 'nchiostro, avendo ricevuto il colpo, egli intinse il dito nel sangue suo: non ha carta questo glorioso martire, e però s'inchina e scrive in terra confessando la fede, cioè il «_Credo in Deum_». El cuore suo ardeva nella fornace della mia caritá, e però non allentò e' passi voltando il capo adietro, sapendo che doveva morire (però che, prima che egli morisse, gli revelai la morte sua); ma, come vero cavaliere, senza timore servile, egli esce fuore in sul campo della bactaglia.
E cosí molti te ne potrei contiare, e' quali, perché non avessero il martirio actualmente, l'avevano mentalmente, sí come ebbe Domenico. Odi lavoratori, che questo padre misse nella vigna sua a lavorare, extirpando le spine de' vizi e piantando le virtú! Veramente Domenico e Francesco sonno stati due colonne nella sancta Chiesa: Francesco con la povertá, che principalmente gli fu propria, come decto è; e Domenico con la scienzia.
CAPITOLO CLIX
De la excellenzia de li obedienti e de la miseria de li inobedienti, li quali vivono ne lo stato de la religione.
--Poi che i luoghi sonno trovati, cioè queste navicelle ordinate dallo Spirito sancto per lo mezzo di questi padroni, e però ti dixi che lo Spirito sancto era padrone di queste navicelle fondate col lume della sanctissima fede, cognoscendo con questo lume che la clemenzia mia (esso Spirito sancto) ne sarebbe governatore, hotti mostrato il luogo, dicendoti della sua perfeczione. Ora ti parlarò de l'obbedienzia e disobbedienzia di quegli che sono in questa navicella, parlandoti insieme di tucti, e non in particulare: cioè non parlandoti piú d'uno ordine che d'un altro, mostrando insiememente il difecto del disobbediente con la virtú de l'obbediente, acciò che meglio cognosca l'uno per l'altro, e come debba andare, cioè in che modo, colui che va ad intrare nella navicella de l'ordine.
Come debba andare colui che vuole intrare alla perfecta obbedienzia particulare? Col lume della sanctissima fede, col quale lume cognosca che gli conviene uccidere la propria volontá col coltello de l'odio d'ogni propria passione sensitiva, pigliando la sposa che gli dará la caritá e la sorella. La sposa, dico, della vera e prompta obbedienzia con la sorella della pazienzia e con la nutrice de l'umilitá; ché, se egli non avesse questa nutrice, l'obbedienzia perirebbe di fame, perché ne l'anima, dove non è questa virtú piccola de l'umilitá, l'obbedienzia vi muore di subbito.
La umilitá non è sola, ma ha la serva della viltá e spregio del mondo e di sé, che fa l'anima tenere vile: non appetisce onori, ma vergogne. Cosí morto debba andare alla navicella de l'ordine quello che è in etá da ciò; ma, per qualunque modo egli v'entra (perché ti dixi che in diversi modi Io gli chiamavo), egli debba acquistare e conservare in sé questa perfeczione: pigliare largamente e festinamente la chiave de l'obbedienzia de l'ordine. La quale chiave diserra lo sportello che è nella porta del cielo, sí come la porta che ha lo sportello. Cosí questi cotali hanno preso a diserrare lo sportello, passando dalla chiave grossa de l'obbedienzia generale che diserra la porta del cielo, sí com'Io ti dixi. In questa porta hanno presa una chiave sottile, passando per lo sportello basso e strecto. Non è separato però dalla porta: anco è nella porta, sí come materialmente tu vedi. Questa chiave la debbono tenere, poi che essi l'hanno presa, e non gictarla da loro.
E perché i veri obbedienti hanno veduto, col lume della fede, che col carico delle ricchezze e col peso della loro volontá essi non possono passare per questo sportello senza grande loro fadiga e che non vi lassi la vita, né andare col capo alto che non sel rompano, chinandolo, vogliano essi o no, con loro pena; però gittano via el carico delle ricchezze e della propria loro volontá, observando il voto della povertá volontaria, e non vogliono possedere, perché veggono, col lume della fede, in quanta ruina essi ne verrebbero. Egli trapassarebbero l'obbedienzia, ché non observarebbero il voto promesso della povertá. Essi ne vengono nella superbia, portando il capo ricto della volontá loro; e, convenendo lo' alcuna volta pure obbedire, essi non il chinano per umilitá, ma passanla con superbia, chinando il capo per forza. La quale forza rompe il capo a la volontá, facendo quella obbedienzia con dispiacimento de l'ordine e del prelato loro. A mano a mano essi si vedrebbero ruinare ne l'altro, trapassando il voto della continenzia; però che colui, che non ha ordinato l'appetito suo, né spogliatosi della substanzia temporale, piglia le molte conversazioni e truova degli amici assai, che l'amano per propria utilitá. Dalle conversazioni vengono alle strecte amistá. Il corpo loro tengono in delizie, perché non hanno la baglia de l'umilitá, non hanno la sorella sua della viltá; e però stanno nel piacere di loro medesimi, stando agiatamente e dilicatamente, non come religiosi, ma come signori; non con la vigilia e orazione. Per queste e molte altre cose, le quali l'adivengono e fanno perché hanno che spendere (ché, se non avessero che spendere, non l'adiverrebbe), caggiono nella inmondizia corporale o mentale: ché, se alcuna volta, per vergogna o per non avere il modo, essi se n'astengono corporalmente, non si asterranno mentalmente. Ché inpossibile sarebbe a quegli che sta in molta conversazione, in dilicatezza di corpo, in prendere disordenatamente i cibi e senza la vigilia e orazione, conservare la mente sua pura.
E però il perfecto obbediente vede dalla longa, col lume della sanctissima fede, il male e il danno che ne gli verrebbe del possedere la substanzia temporale, e l'andare col peso della propria volontá. E vede bene che pure passare gli conviene per questo sportello, e che egli el passarebbe con morte e non con vita, perché non l'avarebbe diserrato con la chiave de l'obbedienzia. Perché ti dixi che pure passare gli conveniva, e cosí è: cioè che, non partendosi dalla navicella de l'ordine, pure, voglia egli o no, gli conviene passare per la strectezza de l'obbedienzia del prelato suo. E però il perfecto obbediente leva sé sopra di sé e signoreggia la propria sensualitá. Levandosi sopra e' sentimenti suoi con fede viva, ha messo l'odio nella casa de l'anima sua, come servo perché cacci il nemico de l'amore proprio, perché non vuole che la sposa sua de l'obbedienzia (la quale gli fu data dalla madre della caritá, sposata col lume della fede) sia offesa. E però ne caccia il nemico, e mectevi la compagna e la nutrice della sposa sua, e l'odio ha cacciato il nemico. L'amore de l'obbedienzia vi mecte dentro gli amatori della sposa sua, che amano la sposa de l'obbedienzia: ciò sonno le vere e reali virtú e costumi e l'observanzie de l'ordine. Unde questa dolce sposa entra dentro ne l'anima con la sorella della pazienzia e con la nutrice de l'umilitá, acompagnata con la viltá e dispiacere di sé. Poi che ella è intrata dentro, ella possiede la pace e la quiete, perché ha messi di fuore i nemici suoi. Sta nel giardino della vera continenzia col sole del lume de l'intellecto dentrovi la pupilla della fede, ponendosi per obiecto la mia Veritá, perché l'obiecto suo è veritá. Èvi el fuoco che rende caldo a tucti e' servi e compagni suoi, perché observa l'observanzie de l'ordine con fuoco d'amore.
Quali sonno e' nemici suoi che stanno di fuore? El principale è l'amore proprio, che produce superbia, nemico della caritá e umilitá, la inpazienzia contra la pazienzia, la disobbedienzia contra la vera obbedienzia. La infidelitá è contraria alla fede, il presummere e sperare in sé non s'acorda con la speranza vera, che l'anima debba avere in me. La ingiustizia non si conforma con la giustizia, né la inprudenzia con la prudenzia, né la intemperanzia con la temperanzia, né il trapassare e' comandamenti de l'ordine con l'observanzia de l'ordine, né le gattive conversazioni di coloro che scelleratamente vivono con la buona conversazione (anco so' nemici), né escire de' costumi e delle buone consuetudini de l'ordine. Questi sonno i nemici crudeli suoi: èvi l'ira contra la benivolenzia, la crudeltá contra la pietá, l'iracundia contra la benignitá, l'odio delle virtú contra l'amore d'esse virtú, la inmondizia contra la puritá, la negligenzia contra la sollicitudine, la ingnoranzia contra al cognoscimento, e il dormire contra la vigilia e continua orazione.
E perché col lume della fede cognobbe che questi erano tucti nemici, che avevano a contaminare la sposa sua della sancta obbedienzia, però mandò l'odio che gli cacciasse, e l'amore che mectesse dentro gli amici suoi. Unde l'odio col coltello suo uccise la propria perversa volontá; la quale volontá, notricata da l'amore proprio, dava vita a tucti questi nemici della vera obbedienzia. Mozzo il capo al principale, per cui si conservano tucti gli altri, rimane libero e in pace, senza veruna guerra. Non ha chi li li faccia, perché l'anima ha tolto da sé quello che la tenea in amaritudine ed in tristizia.
E che guerra ha l'obbediente? Fagli guerra la ingiuria? No, ché egli è paziente; la quale pazienzia è sorella de l'obbedienzia. Sonnoli gravi e' pesi de l'ordine? No, ché l'obbedienzia nel fa observatore. Dágli pena la grave obbedienzia? No, ché egli ha conculcata la sua volontá e non vuole investigare la volontá del prelato suo né giudicarla, ma col lume della fede giudica la volontá mia in lui, credendo in veritá che la clemenzia mia gli fa comandare e non comandare, secondo che è di necessitá alla salute sua. Recasi egli a schifezza e dispiacere di fare le cose vili de l'ordine? o sostenere le beffe e rimprovèri e gli scherni e villanie, che spesse volte gli sonno facti e decti? e l'essere tenuto vile? No, perch'egli ha conceputo amore a la viltá e dispiacimento a se medesimo, con perfectissimo odio: anco gode con pazienzia, exultando con gaudio e giocunditá con la sposa sua della vera obbedienzia.
Egli non si contrista se non de l'offesa che vede fare a me, suo Creatore; la sua conversazione è con quegli che temono me in veritá. E se pure conversa con quelli che sono separati dalla volontá mia, non il fa per conformarsi co' difecti loro, ma per sottrarli dalla loro miseria, perché, con caritá fraterna, quel bene che egli ha in sé vorrebbe porgere a loro, vedendo che piú loda e gloria tornarebbe al nome mio avere di molti di quelli che observassero l'ordine, che pure di lui. E però s'ingegna di chiamare e religiosi e secolari con la parola e con l'orazione: per qualunque modo egli può, s'ingegna di trarli della tenebre del peccato mortale.
Sí che le conversazioni del vero obbediente sonno buone e perfecte, o con giusti o con peccatori che sieno, per l'ordinato affecto e larghezza di caritá. Della cella si fa uno cielo, dilectandosi di parlare e conversare in me, sommo e etterno Padre, con affecto d'amore, fuggendo l'ozio con l'umile e continua orazione. E quando e' pensieri, per illusione del dimonio, gli abbondano in cella, non si pone a sedere nel lecto della negligenzia, abbracciando l'ozio, né vuole investigare per ragione le cogitazioni del cuore, né i suoi pareri: ma fugge l'ozio, levando sé sopra di sé con odio sopra el sentimento sensitivo, e con vera umilitá e pazienzia a portare le fadighe che sente nella mente sua; resiste con la vigilia e umile orazione, veghiando l'occhio de l'intellecto suo in me, vedendo col lume della fede che Io so' suo subvenitore, e che Io posso, so e voglio subvenirlo; apro le braccia della mia benignitá, e però gli li permecto perché sia piú sollicito a fugire da sé e venire a me. E se l'orazione mentale, per la grande fadiga e tenebre della mente, paresse che gli venisse meno, egli piglia la vocale o l'exercizio corporale, acciò che con la vocale ed exercizio corporale fugga l'ozio. Con lume raguarda in me, che per amore gli li do, unde traie fuore il capo della vera umilitá, reputandosi indegno della pace e quiete della mente, come gli altri servi miei, e degno delle pene. Perché giá ha avilito nella mente sua se medesimo con odio e rimproverio di sé, non pare che si possa saziare delle pene, non mancandoli la speranza né la providenzia mia, ma con fede e con la chiave de l'obbedienzia passa per questo mare tempestoso nella navicella de l'ordine; e cosí è abitatore della cella, fuggendovi l'ozio, come decto è.