Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza

Chapter 31

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Sí che i ricchi stanno in tristizia e i dolci miei povarelli in allegrezza. Io me gli tengo al pecto mio, dando lo' del lacte delle molte consolazioni: perché tucto lassarono, però tucto mi posseggono; lo Spirito sancto si fa baglia de l'anime e de' corpicelli loro in qualunque stato e' sieno. Agli animali li fo provedere in diversi modi, secondo che hanno bisogno: agl'infermi solitari farò escire l'altro solitario della cella per andare a sovenirlo; e tu sai che molte volte t'adivenne ch'Io ti trassi di cella per satisfare alla necessitá delle povarelle che avevano bisogno. Alcuna volta te la feci provare in te questa medesima providenzia, facendoti sovenire alla tua necessitá, e, quando mancava la creatura, non mancavo Io, tuo Creatore. In ogni modo Io gli proveggo. E unde verrá che l'uomo, stando nelle ricchezze e in tanta cura del corpo suo e con molti panni, e sempre stará infermiccio; e spregiando poi sé e abbracciando la povertá per amore di me, el vestimento terrá solo per ricoprire il corpo suo, e diventará forte e sano, e veruna cosa parrá che gli sia nociva, che a quello corpo non pare che gli faccia danno piú né freddo né caldo né grossi cibi? Dalla mia providenzia gli venne, che providdi e tolsi ad avere cura di lui, perché tucto si lassò.

Adunque vedi, dilectissima figliuola, in quanto riposo e dilecto stanno questi dilecti miei povaregli.

CAPITOLO CLII

Repetizione in somma de la predecta divina providenzia.

--Ora t'ho narrato alcuna picciola particella della providenzia mia in ogni creatura e in ogni maniera di gente, come decto è; mostrandoti che, dal principio ch'Io creai el mondo primo, e il secondo mondo della mia creatura, dandole l'essere alla imagine e similitudine mia, infino a l'ultimo, Io ho usato, facto e fo ciò che Io fo con providenzia per procurare alla salute vostra, perché Io voglio la vostra sanctificazione; e ogni cosa data a voi, che abbia essere, vi do per questo fine. Questo non veggono gl'iniqui uomini del mondo che s'hanno tolto il lume; e decto t'ho che, però che non cognoscono, si scandelizzano in me. Nondimeno Io con pazienzia gli porto, aspectandogli infine a l'ultimo, procurando sempre al loro bisogno, sí com'Io ti dissi, a loro che sonno peccatori, come de' giusti, in queste cose temporali e nelle spirituali. Anco t'ho contata la inperfeczione delle ricchezze, una sprizza della miseria nella quale conducono colui che le possiede con disordinato affecto, e della excellenzia della povertá: della ricchezza che dá nell'anima che la elegge per sua sposa, aconpagnata con la sorella della viltá. Della quale viltá insieme con l'obbedienzia ti narrarò.

Anco t'ho mostrato quanto è piacevole a me e come Io la tengo cara e come Io la proveggo con la providenzia mia. Tucto l'ho decto a comendazione di questa virtú e della sanctissima fede, con la quale gionse a questo perfectissimo stato ed excellentissimo, per farti crescere in fede e in speranza, e perché bussi alla porta della mia misericordia. Con fede viva tiene che il desiderio tuo e de' servi miei Io l'adempirò col molto sostenere infino alla morte. Ma confortati ed exulta in me, che so' tuo difenditore e consolatore.

Ora ho satisfacto al parlare della providenzia, della quale tu mi pregasti che Io provedesse alla necessitá delle mie creature, e hai veduto che Io non so' dispregiatore de' sancti e veri desidèri.

CAPITOLO CLIII

Come questa anima, laudando e ringraziando Dio, el prega che esso le parli de la virtú de la obedienzia.

Allora quella anima, come ebbra, innamorata della vera e sancta povertá, dilatata nella somma, etterna grandezza, e transformata ne l'abisso della somma e inextimabile providenzia (intantoché, stando nel vassello del corpo, si vedeva fuore del corpo per la obunbrazione e rapire che facto aveva il fuoco della sua caritá in lei), teneva l'occhio de l'intellecto suo fixo nella divina maiestá, dicendo al sommo e etterno Padre:

--O Padre etterno! O fuoco e abisso di caritá! O etterna bellezza, o etterna sapienzia, o etterna bontá, o etterna clemenzia, o speranza, o refugio de' peccatori, o larghezza inextimabile, o etterno e infinito bene, o pazzo d'amore! E hai tu bisogno della tua creatura? Sí, pare a me; ché tu tieni modi come se senza lei tu non potessi vivere, conciosiacosaché tu sia vita, dal quale ogni cosa ha vita e senza te neuna cosa vive. Perché dunque se' cosí inpazzato? Perché tu t'innamorasti della tua factura, piacestiti e dilectastiti in te medesimo di lei, e, come ebbro della sua salute, ella ti fugge, e tu la vai cercando; ella si dilonga, e tu t'appressimi: piú presso non potevi venire che vestirti della sua umanitá. E che dicerò? Farò come Troglio che dicerò:--A, a,--perché non so che mi dire altro, però che la lingua finita non può exprimere l'affecto de l'anima che infinitamente desidera te. Parmi ch'io possa dire la parola di Pavolo, quando disse: «Né lingua può parlare, né urecchia udire, né occhio vedere, né cuore pensare quello che io viddi». Che vedesti? Vidde «_arcana Dei_». E io che dico? Non ci aggiongo con questi sentimenti grossi; ma tanto ti dico che hai gustato e veduto, anima mia, l'abisso della somma, etterna providenzia. Ora rendo grazie a te, sommo etterno Padre, della smisurata tua bontá mostrata a me, miserabile, indegna d'ogni grazia. Ma perch'io veggo che tu se' adempitore de' sancti desidèri, e la tua Veritá non può mentire, e perché io desidero che ora un poco tu mi parlassi della virtú de l'obbedienzia e della excellenzia sua, sí come tu, Padre etterno, mi promectesti che mi narraresti, acciò che io d'essa virtú m'inamori, e mai non mi parta da l'obbedienzia tua; piacciati, per la tua infinita bontá, di dirmi della sua perfeczione, e dove io la posso trovare, e quale è la cagione che me la tolle, e chi me la dá, e il segno che io l'abbi o non l'abbi.

TRACTATO DELL'OBEDIENZIA

CAPITOLO CLIV

Qui comincia el tractato dell'obedienzia. E prima, dove l'obedienzia si truova, e che è quello che ce la tolle, e quale è il segno che l'uomo l'abbi o no, e chi è la sua compagna e da cui è notricata.

Allora el sommo ed etterno Padre, e pietoso, volse l'occhio della misericordia e clemenzia sua inverso di lei, dicendo:--O carissima e dolcissima figliuola, el sancto desiderio e giuste petizioni debbono essere exauditi; e però Io, somma veritá, adempirò la veritá mia, satisfacendo alla promessa che Io ti feci e al desiderio tuo. E se tu mi dimandi: dove la truovi, e quale è la cagione che te la tolle, e il segno che tu l'abbi o no, Io ti rispondo: che tu la truovi conpitamente nel dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo. Fu tanto pronpta in lui questa virtú che, per conpirla, corse all'obrobriosa morte della croce. Chi te la tolle? Raguarda nel primo uomo, e vedrai la cagione che gli tolse l'obbedienzia inposta a lui da me, Padre etterno: la superbia che esci e fu producta da l'amore proprio e piacimento della compagna sua. Questa fu quella cagione che gli tolse la perfeczione de l'obbedienzia e diègli la disobbedienzia; unde gli tolse la vita della grazia e diègli la morte, perdette la innocenzia e cadde in inmondizia e in grande miseria. E non tanto egli, ma e' v'incorse tucta l'umana generazione, sí come Io ti dixi.

El segno che tu abbi questa virtú è la pazienzia; e, non avendola, ti dimostra che tu non l'hai, la inpazienzia. Unde contiandoti di questa virtú, trovarrai che egli è cosí. Ma actende: ché in due modi s'observa obbedienzia. L'una è piú perfecta che l'altra; e non so' però separate, ma unite, sí com'Io ti dixi de' comandamenti e de' consigli. L'uno è buono e perfecto, l'altro è perfectissimo; e neuno è che possa giognere a vita etterna se non l'obbediente, però che senza l'obbedienzia veruno è che vi possa intrare, perché ella fu diserrata con la chiave de l'obbedienzia, e con la disobbedienzia di Adam si serrò.

Essendo poi Io costrecto dalla mia infinita bontá, vedendo che l'uomo, cui Io tanto amavo, non tornava a me, fine suo, tolsi le chiavi de l'obbedienzia e posile in mano del dolce e amoroso Verbo, mia Veritá; ed egli, come portonaio, diserrò questa porta del cielo. E senza questa chiave e portonaio, mia Veritá, veruno ci può andare. E però dixe egli nel sancto evangelio che veruno poteva venire a me, Padre, se non per lui. Egli vi lassò questa dolce chiave de l'obbedienzia, quando egli ritornò a me, exultando, in cielo, e levandosi dalla conversazione degli uomini per l'ascensione. Sí come tu sai, egli lassò il vicario suo, Cristo in terra, a cui sète tucti obligati d'obbedire infino alla morte. E chi è fuore de l'obbedienzia sua, sta in stato di danpnazione, sí come in un altro luogo Io ti dixi.

Ora Io voglio che tu vegga e cognosca questa excellentissima virtú ne l'umile e inmaculato Agnello, e unde ella procede. Unde venne che tanto fu obbediente questo Verbo? Da l'amore ch'egli ebbe a l'onore mio e alla salute vostra.

Unde procedecte l'amore? Dal lume della chiara visione con la quale vedeva, l'anima sua, chiaramente la divina Essenzia e la Trinitá etterna; e cosí sempre vedeva me, Dio etterno. Questa visione adoperava perfectissimamente in lui quella fedeltá, la quale inperfectamente adopera in voi el lume della sanctissima fede. Ché fu fedele a me, suo Padre etterno, e però corse col lume glorioso, come innamorato, per la via de l'obbedienzia. E perché l'amore non è solo, ma è aconpagnato di tucte le vere e reali virtú, però che tucte le virtú hanno vita da l'amore della caritá (benché altrementi fussero le virtú in lui e altrementi in voi); ma tra l'altre ha la pazienzia, che è il mirollo suo, uno segno dimostrativo che ella fa ne l'anima se ella è in grazia e ama in veritá o no; e però la madre della caritá l'ha data per sorella alla virtú de l'obbedienzia, e halle sí unite insieme, che mai non si perde l'una senza l'altra: o tu l'hai amendune, o tu non hai veruna.

Questa virtú ha una nutrice che la notrica, cioè la vera umilitá; unde tanto è obbediente quanto umile, e umile quanto obbediente. Questa umilitá è baglia e nutrice della caritá, e però el lacte suo medesimo notrica la virtú de l'obbedienzia. El vestimento suo, che questa nutrice le dá, è l'avilire se medesimo, vestirsi d'obrobri, dispiacere a sé e piacere a me. In cui el truovi? In Cristo, dolce Iesú, unigenito mio Figliuolo. E chi s'avilí piú di lui? Egli si satollò d'obrobri, di scherni e di villanie; dispiacque a sé, cioè la vita sua corporale, per piacere a me. E chi fu piú paziente di lui, che non fu udito el grido suo per alcuna mormorazione, ma con pazienzia abbracciando le ingiurie, come inamorato compí l'obbedienzia mia, inposta a lui da me, suo Padre etterno?

Addunque in lui la trovarrete compitamente. Egli vi lassò la regola e questa doctrina, e prima l'osservò in sé; ella vi dá vita, perché ella è via dricta. Egli è la via, e però dixe egli che era via, veritá e vita; e chi va per essa va per la luce, e colui che va per la luce non può offendere né essere offeso che egli non s'avegga, perché ha tolto da sé la tenebre de l'amore proprio unde cadeva nella disobbedienzia: che, com'Io ti dixi, la conpagna, e unde procedeva l'obbedienzia, è l'umilitá. Cosí ti dixi e dico che la disobbedienzia viene dalla superbia, che esce da l'amore proprio di sé, privandosi de l'umilitá. La sorella, che è data da l'amore proprio alla disobbedienzia, è la inpazienzia, e la superbia la notrica; con tenebre d'infidelitá corre per la via tenebrosa, che gli dá morte etternale.

Tucti vi conviene leggere in questo glorioso libro, dove trovate scripta questa e ogni altra virtú.

CAPITOLO CLV

Come l'obedienzia è una chiave con la quale si disera el cielo, e come debba avere el funicello e debbasi portare attaccata a la cintura. E de le excellenzie sue.

--Poi che Io t'ho mostrato dove tu la truovi, e unde ella viene, e chi è la sua compagna, e da cui è nutricata; ora ti parlarò degli obbedienti insieme co' disobbedienti, e de l'obbedienzia generale e della particulare, cioè di quella de' comandamenti e di quella de' consigli.

Tucta la fede vostra è fondata sopra l'obbedienzia, ché ne l'obbedienzia mostrate d'essere fedeli. Posti vi so' dalla mia Veritá, a tucti generalmente, i comandamenti della legge. El principale si è d'amare me sopra ogni cosa e 'l proximo come voi medesimi; e sonno legati questi insieme con gli altri, che non si può observare l'uno che tucti non si observino, né lassarne uno che tucti non si lassino. Chi observa questo observa tucti gli altri, è fedele a me e al proximo suo, ama me e sta nella dileczione della mia creatura; e però è obbediente, fassi subdito a' comandamenti della legge e alle creature per me, con umiltá e pazienzia porta ogni fadiga e detrazione dal proximo.

Questa obbedienzia fu ed è di tanta excellenzia, che tucti ne contraeste la grazia, sí come per la disobbedienzia tucti avavate tracta la morte. Ma e' non bastarebbe, se ella fusse stata solo nel Verbo, e ora non l'usaste voi. Giá ti dixi che ella era una chiave che diserrò il cielo, la quale chiave pose nelle mani del vicario suo. Questo vicario la pone in mano d'ogniuno, ricevendo il sancto baptesmo, dove egli promecte di renunziare al dimonio, al mondo e alle ponpe e delizie sue. Promectendo d'obbedire, riceve la chiave de l'obbedienzia; sí che ogniuno l'ha in particulare, ed è la medesima chiave del Verbo. E se l'uomo non va col lume della fede e con la mano de l'amore a diserrare con questa chiave la porta del cielo, giá mai dentro non vi entrarrá, non obstante che ella sia aperta per lo Verbo; però che Io vi creai senza voi, ma non vi salvarò senza voi.

Addunque vi conviene portare in mano la chiave, e convienvi andare e non sedere: andare per la doctrina della mia Veritá e non sedere, cioè ponendo l'affecto suo in cosa finita, sí come fanno gli uomini stolti che seguitano l'uomo vecchio, il primo padre loro, facendo quello che fece egli, che gittò la chiave de l'obbedienzia nel loto della immondizia; schiacciandola col martello della superbia, arrugginilla con l'amore proprio. Se non poi che venne il Verbo, unigenito mio Figliuolo, che si recò questa chiave de l'obbedienzia in mano e purificolla nel fuoco della divina caritá; trassela del loto, lavandola col Sangue suo; dirizzolla col coltello della giustizia, fabricando le iniquitá vostre in su l'ancudine del corpo suo. Egli la racconciò sí perfectamente che, tanto quanto l'uomo guastasse la chiave sua per lo libero arbitrio, con questo medesimo libero arbitrio, mediante la grazia mia, con questi medesimi strumenti la può racconciare. O cieco sopra cieco uomo, che, poi che tu hai guasta la chiave de l'obbedienzia, tu anco non ti curi di raconciarla! E credi tu che la disobbedienzia, che serrò el cielo, te l'apra? Credi che la superbia, che ne cadde, vi salga? Credi col vestimento stracciato e bructo andare alle nozze? Credi, sedendo e legandoti nel legame del peccato mortale, potere andare? o senza chiave potere aprire l'uscio? Non te lo imaginare di potere, ché ingannata sarebbe la tua imaginazione. E' ti conviene essere sciolto. Esce del peccato mortale per la sancta confessione e contrizione di cuore e satisfazione, e con proponimento di non offendere piú. Gittarai allora a terra el bructo e laido vestimento, e corrirai, col vestimento nunpziale, con lume e con la chiave de l'obbedienzia in mano, a diserrare la porta. Lega, lega questa chiave col funicello della viltá e dispiacimento di te e del mondo; actaccala al piacere di me tuo Creatore: del quale debbi fare uno cingolo e cignerti, acciò che tu non la perda.

Sappi, figliuola mia, che molti sonno quegli che hanno presa questa chiave de l'obbedienzia, perché hanno veduto col lume della fede che in altro modo non possono campare dall'etterna danpnazione. Ma tengonla in mano senza el cingolo cinto e senza el funicello dentrovi: cioè che non si vestono perfectamente del piacere di me, ma anco piacciono a loro medesimi. E non v'hanno posto el funicello della viltá, desiderando d'essere tenuti vili, ma piú tosto dilectatisi della loda degli uomini. Questi sonno acti a smarrire la chiave, pure che lo' soprabondi un poca di fadiga o tribulazione mentale o corporale; e, se non s'hanno ben cura, spesse volte, allentando la mano del sancto desiderio, la perdarebbero. El qual perdere è uno smarrire, ché, volendola ritrovare, possono, mentre che vivono; e non volendo, non la truovano mai. E chi gli li manifestará che l'abbino smarrita? La inpazienzia: perché la pazienzia era unita con l'obbedienzia; non essendo paziente, si dimostra che l'obbedienzia non è ne l'anima.

Oh, quanto è dolce e gloriosa questa virtú, in cui sonno tucte l'altre virtú! Perché ella è conceputa e partorita dalla caritá; in lei è fondata la pietra della sanctissima fede; ella è una reina che, di cui ella è sposa, non sente veruno male: sente pace e quiete. L'onde del mare tempestoso non gli possono nuocere, che l'offendano per alcuna sua tempesta il mirollo de l'anima. Non sente l'odio nel tempo della ingiuria, però che vuole obbedire, ché sa che gli è comandato che perdoni; non ha pena che l'appetito suo non sia pieno, perché l'obbedienzia l'ha facto ordinare a desiderare solamente me, che posso, so e voglio conpire i desidèri suoi, e hallo spogliato delle mondane ricchezze. E cosí in tucte le cose (le quali sarebbero troppo lunghe a narrare) truova pace e quiete, avendo questa reina de l'obbedienzia presa per sposa, la quale t'ho posta come chiave.

O obbedienzia, che navighi senza fadiga, e senza pericolo giogni a porto di salute! Tu ti conformi col Verbo, unigenito mio Figliuolo; tu sali nella navicella della sanctissima croce, recandoti a sostenere per non trapassare l'obbedienzia del Verbo, né escire della doctrina sua; tu te ne fai una mensa, dove tu mangi el cibo de l'anime, stando nella dileczione del proximo! Tu se' unta di vera umilitá, e però non appetisci le cose del proximo fuore della volontá mia. Tu se' dricta senza veruna tortura, ché fai el cuore dricto e non ficto, amando liberalmente e non fictivamente la mia creatura. Tu se' una aurora, che meni teco la luce della divina grazia. Tu se' uno sole che scaldi, perché non se' senza el calore della caritá. Tu fai germinare la terra, cioè che gli strumenti de l'anima e del corpo tucti producono fructo, che dá vita in sé e nel proximo suo. Tu se' tucta gioconda, perché non hai turbata la faccia per inpazienzia, ma ha' la piacevole con la piacevolezza della pazienzia, tucta serena di fortezza. Se' grande con longa perseveranzia, sí grande che tieni dal cielo alla terra, perché con essa si diserra il cielo. Tu se' una margarita nascosta e non cognosciuta, calpestata dal mondo, avilendo te medesima, sottoponendoti alle creature. Egli è sí grande la tua signoria, che veruno è che ti possa signoreggiare, perché se' escita della mortale servitudine della propria sensualitá, la quale ti tolleva la dignitá tua. Morto questo nemico, con l'odio e dispiacimento del proprio piacere, hai riavuta la tua libertá.

CAPITOLO CLVI

Qui insiememente si parla de la miseria de li inobedienti e de la excellenzia de li obedienti.

--Ma Io ti dico, carissima figliuola, tucto questo ha facto la bontá e providenzia mia, che providdi che 'l Verbo racconciasse la chiave, come decto è, di questa obbedienzia; ma gli uomini del mondo, privati d'ogni virtú, fanno tucto il contrario. Essi, sí come animali sfrenati, perché non hanno il freno de l'obbedienzia, corrono, andando di male in peggio, di peccato in peccato, di miseria in miseria, di tenebre in tenebre e di morte in morte; tanto che si conducono in su la fossa della extremitá della morte col vermine della conscienzia che sempre gli rode. E poniamo che anco possano ripigliare l'obbedienzia di volere obbedire a' comandamenti della legge, avendo il tempo e dolendosi di quello che hanno disobbedito, nondimeno è molto malagevole per la longa consuetudine del peccato. E però non sia veruno che se ne fidi, indugiando a pigliare la chiave de l'obbedienzia ne l'ultima extremitá della morte, benché ogniuno possa e debba sperare infine che egli ha il tempo; ma non se ne debba fidare, che per questo pigli indugio a corrèggiare la vita sua. E chi è cagione di tanto loro male e di tanta ciechitá, che non cognoscono questo tesoro? La nuvila de l'amore proprio con la miserabile superbia, unde sonno partiti da l'obbedienzia e caduti nella disobbedienzia. Non essendo obbedienti, non sonno pazienti, come decto è, e nella inpazienzia sostengono intollerabili pene. Halli tracti della via della veritá e menali per la via della bugia, facendosi servi e amici delle dimonia, e con loro insieme, se non si correggono con l'obbedienzia, vanno co' loro signori dimòni a l'etterno supplicio; sí come i dilecti figliuoli observatori della legge e obbedienti godono ed exultano nella etterna mia visione con lo inmaculato e umile Agnello, facitore, adempitore e donatore della legge. In questa vita, observandola, hanno gustata la pace, e nella beata vita ricevono e vestonsi della perfectissima pace, dove è pace senza veruna guerra, e ogni bene senza veruno male, sicurtá senza veruno timore, ricchezza senza povertá, sazietá senza fastidio, fame senza pena, luce senza tenebre, uno sommo bene infinito e non finito, e uno bene participato con tucti e' veri gustatori.

Chi l'ha messo in tanto bene? Il sangue de l'Agnello, nella virtú del quale sangue la chiave de l'obbedienzia perde la ruggine, acciò che con essa potesse di serrare la porta. Sí che l'obbedienzia, in virtú del sangue, te l'ha diserrata. O stolti e macti, non tardate piú a escire del loto delle inmondizie, che pare che faciate come il porco che s'involle nel loto, cosí voi nel loto della carnalitá.

Lassate le ingiustizie, omicidii, odio e rancore, le detrazioni, mormorazioni, giudici e crudeltá, e' quali usate verso il proximo vostro, furti e tradimenti, col disordenato piacere e dilecti del mondo. Tagliate le corna della superbia, col quale tagliare spegnerete l'odio che avete nel cuore verso di chi vi fa ingiuria. Misurate le ingiurie che fate a me e al proximo vostro con quelle che sonno facte a voi, e trovarrete che, a rispecto di quelle che fate a me e a loro, le vostre non sonno cavelle. Voi vedete bene che, stando ne l'odio, voi fate ingiuria a me, perché trapassate il comandamento mio, e fate ingiuria a lui, privandovi della dileczione della caritá. E giá v'è stato comandato che voi amiate me sopra ogni cosa e 'l proximo come voi medesimi. Non vi fu messa chiosa veruna, che vi fusse decto:--Se egli vi fa ingiuria, non l'amate:--no; ma libero e schiecto, perché fu dato a voi dalla mia Veritá, che con schiectezza l'osservò e fece. Con questa schiectezza il dovete observare voi, e, se non l'osservate, fate danno a voi e ingiuria a l'anima vostra, privandola della vita della grazia.

Tollete, dunque, tollete la chiave de l'obbedienzia col lume della fede; non andate piú con tanta ciechitá né freddo; ma con fuoco d'amore tenete questa obbedienzia, acciò che, insiememente con gli observatori della legge, gustiate vita etterna.

CAPITOLO CLVII

Di quelli e' quali pongono tanto amore all'obedienzia che non rimangono contenti de la obedienzia generale de' comandamenti, ma pigliano l'obedienzia particulare.

--Alcuni sonno, dilectissima figliuola mia, che tanto crescerá in loro el dolce e amoroso fuoco d'amore verso questa obbedienzia; e, perché fuoco d'amore non è senza odio della propria sensualitá, crescendo el fuoco, cresce l'odio; unde, per odio e per amore, non si chiamano contenti a l'obbedienzia generale de' comandamenti della legge (a' quali, come decto è, tucti sète tenuti e obligati d'obbedire, se volete avere la vita: se non che, avareste la morte), ma pigliano la particulare, cioè l'obbedienzia particulare che va dietro alla grande perfeczione, unde si fanno observatori de' consigli actualmente e mentalmente.