Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza
Chapter 30
--Ora ti voglio dire una picciola particella de' modi ch'Io tengo a sovenire i servi miei, che sperano in me, nella necessitá corporale. E tanto la ricevono perfectamente e inperfectamente, quanto essi sonno perfecti e inperfecti, spogliati di loro e del mondo: ma ogniuno proveggo. Unde i povaregli miei, povari per spirito e di volontá, cioè per spirituale intenzione, non semplicemente dico povari, però che molti sonno povari e non vorrebbero essere: questi sonno ricchi quanto alla volontá e sonno mendíchi, perché non sperano in me né portano volontariamente la povertá che Io l'ho data per medicina de l'anima loro, perché la ricchezza l'arebbe facto male e sarebbe stata loro dannazione; ma e' servi miei sonno poveri e non mendíchi. El mendíco spesse volte non ha quello che gli bisogna e pate grande necessitá; ma el povaro non abonda, ma ha apieno la sua necessitá. Io non gli manco mai mentre ch'egli spera in me: conducoli bene alcuna volta in su la extremitá, perché meglio cognoscano e veggano che Io gli posso e voglio provedere, inamorinsi della providenzia mia e abbraccino la sposa della vera povertá. Unde il servo loro dello Spirito sancto, clemenzia mia, vedendo che non abbino quello che lo' bisogna alla necessitá del corpo, accenderá uno desiderio con uno stimolo nel cuore di coloro che possono sovenire, che essi andaranno e soverrannoli de' loro bisogni. Tucta la vita de' dolci miei povaregli si governa per questo modo: con sollicitudine che Io do di loro a' servi del mondo. È vero che, per provarli in pazienzia, in fede e perseveranzia, Io sosterrò che lo' sia decto rimproverio ingiuria e villania; e nondimeno quel medesimo che lo' dice e fa ingiuria è costretto dalla mia clemenzia di dar lo' l'elimosina e sovenire ne' loro bisogni.
Questa è providenzia generale data a' miei povarelli. Ma alcuna volta l'usarò ne' grandi servi miei senza il mezzo della creatura, solo per me medesimo, sí come tu sai d'avere provato. E hai udito del glorioso padre tuo Domenico che, nel principio dell'ordine, essendo e' frati in necessitá, intantoché essendo venuta l'ora del mangiare e non avendo che, il dilecto mio servo Domenico, col lume della fede sperando che Io provedesse, dixe:--Figliuoli, ponetevi a mensa.--Obbediendolo e' frati, alla parola sua si posero a mensa. Allora Io, che proveggo chi spera in me, mandai due angeli con pane bianchissimo, intantoché n'ebbero in grandissima abondanzia per piú volte. Questa fu providenzia non con mezzo d'uomini, ma facta dalla clemenzia mia dello Spirito sancto.
Alcuna volta proveggo multiplicando una piccola quantitá, la quale non era bastevole a loro, sí come tu sai di quella dolce vergine sancta Agnesa. La quale, dalla sua puerizia infino a l'ultimo, serví a me con vera umilitá, con esperanza ferma, intantoché non pensava di sé né della sua famiglia con dubbitazione. Unde ella con viva fede, per comandamento di Maria, si mosse, poverella e senza alcuna substanzia temporale, a fare il monasterio. Sai che era luogo di peccatrici. Ella non pensò:--Come potrò io fare questo?--Ma sollicitamente, con la mia providenzia, ne fece luogo sancto, monasterio ordinato a religiose. Ine congregò nel principio circa diciotto fanciulle vergini senza avere cavelle, se non come Io la provedevo: tra l'altre volte, avendo Io sostenuto che tre dí erano state senza pane, solo con l'erba. E se tu mi dimandassi:--Perché le tenesti a quel modo, conciosiacosaché di sopra mi dicesti che tu non manchi mai a' servi tuoi che sperano in te, e che essi hanno la loro necessitá? In questo mi pare che lo' mancasse il loro bisogno, perché pure de l'erba non vive il corpo della creatura, parlando comunemente e in generale di chi non è perfecto: ché, se Agnesa era perfecta ella, non erano l'altre in quella perfeczione;--Io ti risponderei ch'Io el feci e permissi per farla inebriare della providenzia mia; e quelle, che anco erano inperfecte, per lo miracolo che poi seguitò, avessero materia di fare il principio e fondamento loro nel lume della sanctissima fede. In quella erba o in altro a cui divenisse simile caso, o per verun altro modo, davo e do una disposizione a quel corpo umano, intantoché meglio stará con quella poca dell'erba, o alcuna volta senza cibo, che inanzi non faceva col pane e con l'altre cose che si dánno e sonno ordinate per la vita de l'uomo. E tu sai che egli è cosí, che l'hai provato in te medesima.
Dico che Io proveggo col moltiplicare. Ché, essendo ella stata in questo spazio del tempo, che Io t'ho decto, senza pane, vollendo ella l'occhio della mente sua col lume della fede a me, disse:--Padre e Signore mio, sposo etterno, ed ha' mi tu facte trare queste figliuole delle case de' padri loro perché elle periscano di fame? Provede, Signore, alla loro necessitá.--Io ero Colui che la facevo adimandare: piacevami di provare la fede sua, e l'umile sua orazione era a me piacevole. Distesi la mia providenzia in quello che con la mente sua stava dinanzi a me, e costrinsi per spirazione una creatura, nella sua mente, che le portasse cinque panuccioli. E, manifestandolo a lei nella sua mente, dixe, vollendosi a le suore:--Andate, figliuole mie, rispondete alla ruota, e tollete quel pane.--Arrecandolo elle, si posero a mensa. Io le diei tanta virtú, nello spezzare el pane che ella fece, che tucte se ne saziarono apieno, e tanto ne levarono di su la mensa, che pienamente un'altra volta n'ebbero abondantemente alla necessitá del corpo loro.
Queste sonno delle providenzie che Io uso co' servi miei a quelli che son povari volontariamente; e non pure volontariamente, ma per spirito. Però che senza spirituale intenzione nulla lo' varrebbe. Sí come divenne a' filosofi, che, per amore che avevano alla scienzia e volontá d'impararla, spregiavano le ricchezze e facevansi povari volontariamente; cognoscendo, di cognoscimento naturale, che la sollicitudine delle mondane ricchezze gli aveva ad inpedire di non lassarli giognere al termine loro della scienzia, el quale ponevano, per uno loro fine, dinanzi all'occhio de l'intellecto loro. Ma, perché questa volontá de la povertá non era spirituale, facta per gloria e loda del nome mio, però non avevano vita di grazia né perfeczione, ma morte etternale.
CAPITOLO CL
Dei mali che procedono dal tenere o desiderare disordinatamente le ricchezze temporali.
--Doh! raguarda, carissima figliuola, quanta vergogna a' miseri uomini amatori delle ricchezze, che non seguitano il cognoscimento che lo' porge la natura per acquistare il sommo ed etterno Bene! Lo fanno questi filosofi, che, per amore della scienzia, cognoscendo che e' l'era inpedimento, le gittavano da loro. E questi de le ricchezze si vogliono fare uno idio. E questo manifesta ch'egli è cosí: che essi si dogliono piú quando perdono la ricchezza e substanzia temporale che quando perdono me, che so' somma ed etterna ricchezza. Se tu raguardi bene, ogni male n'esce di questo disordenato desiderio e volontá della ricchezza.
Egli n'esce la superbia, volendo essere il maggiore; la ingiustizia in sé e in altrui; l'avarizia, che per l'appetito della pecunia non si cura di robbare il fratello suo, né di tollere quello della sancta Chiesa, che è acquistato col sangue del Verbo unigenito mio Figliuolo. Èscene rivendarìa delle carni del proximo suo e del tempo: come sonno gli usurai, che, come ladri, vendono quel che non è loro. Èscene golositá per li molti cibi e disordenatamente prenderli, e disonestá. Ché, se non avesse che spendere, spesse volte non starebbe in conversazioni di tanta miseria. Quanti omicidii, odio e rancore verso il suo proximo, e crudeltá con infidelitá verso di me, presumendo di loro medesimi, come se per loro virtú l'avessero acquistate! Non vedendo che per loro virtú non le tengono né l'acquistano, ma solo per mia, perdono la speranza di me, sperando solo nelle loro ricchezze. Ma la speranza loro è vana, ché, non avedendosene, elle vengono meno: o essi le perdono in questa vita per mia dispensazione e loro utilitá, o essi le perdono col mezzo della morte. Allora cognoscono che vane e none stabili elle erano. Elle inpoveriscono e uccidono l'anima: fanno l'uomo crudele a se medesimo, tolgonli la dignitá dello infinito e fannolo finito, cioè che 'l desiderio suo, che debba essere unito in me che so' bene infinito, egli l'ha posto e unito per affecto d'amore in cosa finita. Egli perde il gusto del sapore della virtú e de l'odore della povertá, perde la signoria di sé, facendosi servo delle ricchezze. È insaziabile, perché ama cosa meno di sé; però che tucte le cose che sonno create sonno facte per l'uomo perché il servissero e non perché egli se ne faccia servo, e l'uomo die servire a me che so' suo fine.
A quanti pericoli e a quante pene si mecte l'uomo, per mare e per terra, per acquistare la grande ricchezza, per tornare poi nella cittá sua con delizie e stati; e non si cura d'acquistare le virtú né di sostenere un poca di pena per averle, che sonno la ricchezza de l'anima. Essi sonno tucti ammersi il cuore, e l'affecto, che debba servire a me, egli l'hanno posto nelle ricchezze, e con molti guadagni inliciti carica la conscienza loro. Vedi a quanta miseria egli si recano e di cui e' si sonno facti servi: non di cosa ferma né stabile, ma mutabile, ché oggi son ricchi e domane povari; ora sonno in alto, ora sonno a basso; ora sono temuti e avuti in reverenzia dal mondo per la loro ricchezza, e ora è facto beffe di loro avendola perduta, con rimproverio e vergogna e senza conpassione eglino son tractati, perché si facevano amare e erano amati per le ricchezze e non per virtú che fussero in loro. Ché, se fussero stati amati e fussersi facti amare per le virtú che fussero state in loro, non sarebbe levata la reverenzia né l'amore, perché la sustanzia temporale fuxe perduta e non la ricchezza delle virtú.
Oh, come è grave loro a portare nella coscienzia loro questi pesi! E l'è sí grave, che in questo camino della perregrinazione non può còrrire né passare per la porta strecta. Nel sancto Evangelio vi disse cosí la mia Veritá: che «egli è piú inpossibile ad intrare uno ricco a vita etterna che uno camello per una cruna d'aco». Ciò sonno coloro che con disordenato e miserabile affecto posseggono o desiderano la ricchezza. Però che molti sonno quelli che sonno povari, sí com'Io ti dixi, e per affecto d'amore disordenato posseggono tucto il mondo con la loro volontá, se essi el potessero avere. Questi non possono passare per la porta, però che ella è strecta e bassa; unde, se non gittano il carico a terra e non ristrengono l'affecto loro nel mondo e chinano il capo per umilitá, non ci potranno passare. E non ci è altra porta che gli conduca ad vita se non questa. Ècci la porta larga che gli mena a l'etterna dannazione; e, come ciechi, non pare che veggano la loro ruina, che in questa vita gustano l'arra de l'inferno. Però che in ogni modo ricevono pena, desiderando quello che non possono avere. Non avendo, hanno pena, e se e' perdono, perdono con dolore. Con quella misura hanno il dolore, che essi la possedevano con amore. Perdono la dileczione del proximo, non si curano d'acquistare veruna virtú. Oh, fracidume del mondo! non le cose del mondo in loro, però che ogni cosa creai buona e perfecta, ma fracido è colui che con disordenato amore le tiene e cerca. Mai non potresti con la tua lingua narrare, figliuola mia, quanti sonno e' mali che n'escono e veggonne e pruovanne tucto dí; e non vogliono vedere né cognoscere il danno loro.
CAPITOLO CLI
De la excellenzia de' poveri per spirituale intenzione. E come Cristo ci amaestrò di questa povertá non solamente per parole, ma per exemplo. E de la providenzia di Dio verso di quelli che questa povertá pigliano.
--Hottene toccato alcuna cosa perché meglio cognosca il tesoro della povertá volontaria per spirito. Chi la cognosce? I dilecti povaregli servi miei, che, per potere passare questo camino e intrare per la porta strecta, hanno gittato a terra il peso delle ricchezze. Alcuno le gitta actualmente e mentalmente; e questi sonno quegli che observano e' comandamenti e consigli actualmente e mentalmente. E gli altri observano i consigli solo mentalmente, spogliatosi l'affecto della ricchezza, ché non la possiede con disordenato amore, ma con ordine e timore sancto; fattone non posessore, ma dispensatore a' povari. Questo è buono; ma el primo è perfecto, con piú fructo e meno inpaccio, in cui si vede piú rilucere la providenzia mia actualmente. Della quale, insiememente commendando la vera povertá, Io ti compirò di narrare. L'uno e l'altro hanno chinato il capo, facendosi piccoli per vera umilitá. E perché in un altro luogo, se ben ti ricorda, di questo secondo alcuna cosa ti parlai, però ti dirò solo di questo primo.
Io t'ho mostrato e decto che ogni male, danno e pena in questa vita e ne l'altra esce da l'amore delle ricchezze. Ora ti dico, per contrario, che ogni bene, pace e riposo e quiete esce della vera povertá. Mirami pure l'aspecto de' veri povaregli: con quanta allegrezza e giocunditá stanno; mai non si contristano se non de l'offesa mia, la quale tristizia non affligge ma ingrassa l'anima. Per la povertá, hanno acquistata la somma ricchezza; per lassare la tenebre, truovansi perfectissima luce; per lassare la tristizia del mondo, posseggono allegrezza; per li beni mortali, truovano gl'inmortali e ricevono maxima consolazione. Le fadighe e 'l sostenere l'è uno rifrigerio, con giustizia e caritá fraterna con ogni creatura che ha in sé ragione. Non sono acceptatori delle creature in cui riluce la virtú della sanctissima fede e vera speranza, dove arde il fuoco della divina caritá in loro: ché, col lume della fede che ebbero in me, somma e etterna ricchezza, levarono la speranza loro dal mondo e da ogni vana ricchezza, e abbracciarono la sposa della vera povertá con le serve sue. E sai quali sonno le serve della povertá? La viltá e dispiacimento di sé e la vera umilitá, che servono e notricano l'affecto della povertá ne l'anima. Con questa fede e speranza, accesi di fuoco di caritá, saltavano e saltano e' veri servi miei fuore delle ricchezze e del proprio sentimento. Sí come il glorioso Matteo appostolo lassò le grandi ricchezze saltando il banco, e seguitò la mia Veritá, che v'insegnò il modo e regola, insegnandovi amare e seguitare questa povertá. E non ve la insegnò solamente con parole, ma con exemplo; unde, dal principio della sua nativitá infino a l'ultimo della vita sua, in exemplo v'insegnò questa doctrina.
Egli la sposò per voi questa sposa della vera povertá, conciosiacosaché egli fusse somma ricchezza per l'unione della natura divina, unde egli è una cosa con meco e Io con lui, che so' etterna ricchezza. E se tu il vuoli vedere umiliato in grande povertade, raguarda Dio essere facto uomo, vestito della viltá e umanitá vostra. Tu vedi questo dolce e amoroso Verbo nascere in una stalla, essendo Maria in camino, per mostrare a voi viandanti che voi dovete sempre rinascere nella stalla del cognoscimento di voi, dove trovarrete nato me, per grazia, dentro ne l'anima vostra.
Tu il vedi stare ine in mezzo degli animali in tanta povertá, che Maria non ha con che ricoprirlo. Ma, essendo tempo di freddo, col fiato de l'animale e col fieno, sí el riscaldava. Essendo fuoco di caritá, vuole sostenere freddo ne l'umanitá sua in tucta la vita. Mentre che visse nel mondo volse sostenere, e senza e' discepoli e co' discepoli: unde alcuna volta, per la fame, sgranellavano i discepoli le spighe e mangiavano le granella. E, ne l'ultimo della vita sua, nudo fu spogliato e fragellato alla colonna, e assetato sta in sul legno della croce, in tanta povertá, che la terra e il legno gli venne meno, non avendo luogo dove riposare il capo suo; ma convennesi che sopra la spalla sua riposasse il capo, e, come ebbro d'amore, vi fa bagno del sangue suo, aperto il Corpo di questo Agnello, che da ogni parte versa.
Essendo in miseria, dona a voi la grande ricchezza; stando in sul legno strecto della croce, egli spande la larghezza sua a ogni creatura che ha in sé ragione; assaggiando l'amaritudine del fiele, egli dá a voi perfectissima dolcezza; stando in tristizia, vi dá consolazione; stando confitto e chiavellato in croce, vi scioglie dal legame del peccato mortale; essendosi facto servo, ha facti voi liberi e tracti de la servitudine del dimonio; essendo venduto, v'ha ricomperati di Sangue; dando a sé morte, ha dato a voi vita.
Bene v'ha dato dunque regola d'amore, mostrandovi maggiore amore che mostrare vi potesse, dando la vita per voi, che eravate facti nemici a lui e a me, sommo ed etterno Padre. Questo non cognosce lo ignorante uomo, che tanto m'offende e tiene a vile sí facto prezzo. Havi data regola di vera umilitá, umiliandosi a l'obrobriosa morte della croce; e di viltá, sostenendo gli obrobri e i grandi rimprovèri; e di vera povertá, unde parla di lui la Scrittura, lamentandosi in sua persona: «Le volpi hanno tana e gli uccelli hanno il nido, e 'l Figliuolo della Vergine non ha dove riposare il capo suo». Chi el cognosce questo? Quello che ha il lume della sanctissima fede. In cui truovi questa fede? Ne' povaregli per spirito, che hanno presa per sposa la reina della povertá, perché hanno gittato da loro le ricchezze che dánno tenebre d'infidelitá.
Questa reina ha il reame suo che non v'è mai guerra, ma sempre ha pace e tranquilitá. Ella abbonda di giustizia, perché quella cosa che commecte ingiustizia è separata da lei; le mura della cittá sua son forti, perché 'l fondamento non è facto sopra la terra, ma sopra la viva pietra: Cristo, dolce Iesú, unigenito mio Figliuolo. Dentro v'è luce senza tenebre, perché la madre di questa reina è l'abisso della divina caritá. L'addornamento di questa cittá è la pietá e misericordia, perché n'ha tracto il tiranno della ricchezza che usava crudeltá. Ine v'è una benivolenzia con tucti i cittadini, cioè la dileczione del proximo. Èvi la longa perseveranzia con la prudenzia, che non va né governa la cittá sua imprudentemente, ma con molta prudenzia e solicita guardia. Unde l'anima, che piglia questa dolce reina della povertá per sposa, si fa signore di tucte queste ricchezze, e non può essere de l'uno che ella non sia de l'altro.
Guarda giá che la morte de l'appetito delle ricchezze non cadesse in quella anima: allora sarebbe divisa da quello bene, e trovarebbesi di fuore della cittá in somma miseria. Ma, se ella è leale e fedele a questa sposa, sempre in etterno le dona la ricchezza sua. Chi vede tanta excellenzia? in cui riluce il lume della fede. Questa sposa riveste lo sposo suo di puritá, tollendo via la ricchezza che 'l faceva inmondo; privalo delle gattive conversazioni e dágli le buone; tra'ne la marcia della negligenzia, gittando fuore la sollicitudine del mondo e delle ricchezze; tra'ne l'amaritudine e rimane la dolcezza; taglia le spine e rimanvi la rosa; vòta lo stomaco de l'anima d'umori corrocti del disordenato amore, e fallo leggiero; e, poi che egli è vòto, l'empie del cibo delle virtú, che dánno grandissima soavitá. Ella gli pone il servo de l'odio e de l'amore, acciò che purifichi il luogo suo: unde el odio del vizio e della propria sensualitá spazza l'anima, e l'amore delle virtú l'addorna; tra'ne ogni dubbitazione, privandola del timore servile e dálle sicurtá con timore sancto.
Tucte le virtú, tucte le grazie, piaceri e dilecti che sa desiderare truova l'anima che piglia per sposa la reina della povertá. Non teme briga, ché non è chi le facci guerra; non teme di fame né di caro, perché la fede vide e sperò in me, suo Creatore, unde procede ogni ricchezza e providenzia, che sempre gli pasco e gli notrico. E trovossi mai uno vero mio servo, sposo della povertá, che perisse di fame? No, ché si sonno trovati di quelli che sonno abondati nelle grandi ricchezze, confidandosi nelle lore ricchezze e non in me, e però perivano; ma a questi non manco Io mai, perché non mancano in speranza, e però gli proveggo come benigno e pietoso padre. E con quanta allegrezza e larghezza sonno venuti a me, avendo cognosciuto col lume della fede che, dal principio infino a l'ultimo del mondo, ho usato e uso e usarò in ogni cosa la providenzia mia spiritualmente e temporalmente, come decto è. Fogli Io bene sostenere, sí com'Io ti dixi, per farli crescere in fede e in speranza e per rimunerarli delle lore fadighe; ma non lo' manco mai in veruna cosa che lo' bisogni. In tucto hanno provato l'abisso della mia providenzia, gustandovi el lacte della divina dolcezza, e però non temono l'amaritudine della morte: ma con ansietato desiderio corrono, come morti al proprio sentimento di loro e delle ricchezze, abbracciati con la sposa della povertá come inamorati, e vivi nella volontá mia, a sostenere freddo, nuditá, caldo, fame, sete, strazi e villanie; e a la morte, con desiderio di dare la vita per amore della Vita (cioè di me, che so' loro vita) e il sangue per amore del Sangue.
Raguarda gli appostoli povarelli e gli altri gloriosi márteri, Pietro, Pavolo, Stefano e Lorenzo, che non pareva che stesse sopra 'l fuoco, ma sopra fiori di grandissimo dilecto, quasi stando in mocti col tiranno, dicendo:--Questo lato è cocto: vòllelo e comincialo a mangiare.--Col fuoco grande della divina caritá spegneva il piccolo nel sentimento de l'anima sua. Le pietre a Stefano parevano rose: chi n'era cagione? L'amore, col quale aveva preso per sposa la vera povertá, avendo lassato il mondo per gloria e loda del nome mio, e presala per sposa col lume della fede, con ferma speranza e prompta obbedienzia: fattisi obbedienti a' comandamenti e a' consigli che lo' die' la mia Veritá actualmente e mentalmente, come decto è.
La morte hanno in desiderio e la vita in dispiacere e ad inpazienzia, non per fuggire labore né fadiga, ma per unirsi in me, che so' loro fine. E perché non temono la morte che naturalmente l'uomo teme? Perché la sposa, la quale egli hanno presa della povertá, gli ha facti sicuri, tollendo lo' l'amore di sé e delle ricchezze. Unde con la virtú hanno conculcato l'amore naturale e ricevuto quello lume e amore divino che è sopra naturale. E come potrá l'uomo che è in questo stato dolersi della morte sua, che desidera di lassare la vita, e pena gli è di portarla quando la vede tanto prolongare? Potrassi dolere di lassare le ricchezze del mondo, che l'ha spregiate con tanto desiderio? Non è grande facto ponto, ché chi non ama non si duole, anco si dilecta quando lassa la cosa che odia. Sí che, da qualunque lato tu ti vòlli, truovi in loro perfecta pace e quiete e ogni bene; e ne' miseri, che posseggono con tanto disordenato amore, sommo male e intollerabili pene: poniamo che all'aspecto di fuore paresse il contrario; ma in veritá egli è pure cosí.
E chi non avarebbe giudicato che Lazzaro povero fusse stato in somma miseria, e il ricco danpnato in grande allegrezza e riposo? E nondimeno non era né fu cosí: ché sosteneva maggiore pena quello ricco con le sue ricchezze, che Lazzaro povarello crociato di lebbra; perché in lui era viva la volontá unde procede ogni pena, e in Lazzaro era morta, e viva in me, che nella pena aveva rifrigerio e consolazione. Essendo cacciato dagli uomini, e maximamente dal ricco danpnato, non forbito né governato da loro, Io provedevo che l'animale, che non ha ragione, leccasse le piaghe sue; e ne l'ultimo della loro vita vedete, col lume della fede, Lazzaro a vita etterna e il ricco ne l'inferno.