Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza
Chapter 29
Dico che questi dilecti figliuoli, e' quali sonno gionti a perfectissimo stato con perseveranzia, con vigilie, umili e continue orazioni, mi dimostrano che in veritá amino me e che essi hanno bene studiato, seguitando questa sancta doctrina della mia Veritá, con loro pena e fadiga che portano per la salute del proximo loro, perché altro mezzo non hanno trovato, in cui dimostrare l'amore che hanno a me, che questo. Anco ogni altro mezzo, che ci fusse a potere dimostrare che amano, si è posto sopra questo principale mezzo della creatura che ha in sé ragione, sí come in un altro luogo io ti dixi che ogni bene si faceva col mezzo del proximo tuo e ogni operazione. Perché neuno bene può essere facto se non nella caritá mia e del proximo; e, se non è facto in questa caritá, non può essere veruno bene, poniamo che gli acti suoi fussero virtuosi. E cosí el male anco si fa con questo mezzo per la privazione della caritá. Sí che vedi che in questo mezzo, che Io v'ho posto, dimostrano la loro perfeczione e l'amore schiecto che hanno a me, procurando sempre la salute de' proximi col molto sostenere. Adunque Io gli purgo, perché facciano maggiore e piú soave fructo, con le molte tribulazioni. Grande odore gicta a me la pazienzia loro.
Quanto è soave e dolce questo fructo e di quanta utilitá a l'anima che sostiene senza colpa! Ché, se ella el vedesse, non sarebbe veruna che con grande sollicitudine e allegrezza non cercasse di portare. Io, per dar lo' questo grande tesoro, gli proveggo di poner lo' il peso delle molte fadighe, acciò che la virtú della pazienzia non irrugginisca in loro; sí che, venendo poi el tempo che ella bisogna provare, non la trovassero ruginosa, trovandovi, per non averla abituata, la ruggine della inpazienzia, la quale rode l'anima.
Alcuna volta uso uno piacevole inganno con loro per conservarli nella virtú de l'umilitá: ch'io lo' farò adormentare il sentimento loro, che non parrá che nella volontá né nel sentimento essi sentano veruna cosa adversa, se non come persone adormentate, non dico morte. Però che 'l sentimento sensitivo dorme ne l'anima perfecta, ma non muore; però che, subbito ch'egli allentasse l'exercizio e il fuoco del sancto desiderio, si destarebbe piú forte che mai. E però non sia veruno che se ne fidi, sia perfecto quanto si vuole: egli gli bisogna stare nel sancto timore di me; ché molti per lo fidarsi caggiono miserabilemente, ché altrementi non cadrebbero eglino. Sí che dico che in loro pare che dormano i sentimenti, e, sostenendo e portando i grandi pesi, non pare che sentano. A mano a mano, in una picciola cosellina che sará non cavelle, che essi medesimi se ne faranno beffe poi, si sentiranno per sí facto modo in loro medesimi, che vi diventaranno stupefacti. Questo fa la providenzia mia perché l'anima cresca e vada nella valle de l'umilitá: però che ella allora, come prudente, si leva sé sopra di sé, non perdonandosi; ma coll'odio e rimproverio gastiga il sentimento; el quale gastigare è uno farlo adormentare piú fortemente.
Alcuna volta proveggo ne' grandi servi miei di dar lo' uno stimolo, sí com'Io feci al dolce appostolo Pavolo, vasello d'eleczione. Avendo ricevuta la doctrina della mia Veritá ne l'abisso di me, Padre etterno; e nondimeno gli lassai lo stimolo e inpugnazione della carne sua. E non potevo Io fare, e posso, a Pavolo e agli altri in cui Io lasso lo stimolo in diversi modi, che essi non l'avessero? Sí. Perché il fa la mia providenzia? Per farli meritare, per conservarli nel cognoscimento di loro, unde traggono la vera umilitá, e per farli pietosi e non crudeli verso de' proximi loro, che siano conpassionevoli a le loro fadighe. Però che molta piú conpassione hanno a' tribolati e passionati, sentendo eglino passione, che se non l'avessero. Crescono in maggiore amore, e corrono a me tucti unti di vera umilitá e arsi nella fornace della divina caritá. E con questi mezzi e con infiniti altri giongono ad perfecta unione, sí come Io ti dixi. In tanta unione e cognoscimento della mia bontá che, essendo nel corpo mortale, gustano il bene degl'inmortagli; stando nella carcere del corpo, ne lo' pare essere di fuore; e, perché molto hanno cognosciuto di me, molto m'amano. E chi molto ama, molto si duole; unde a cui cresce amore, cresce dolore.
In su che dolore e pene rimangono? Non in ingiurie che lo' fussero facte, né per pene corporali, né per molestie di dimonio, né per veruna altra cosa che lo' potesse avenire, propriamente a loro, che l'avesse a dare pena; ma solo si dolgono de l'offese facte a me (vedendo e cognoscendo ch'Io so' degno d'essere amato e servito) e del danno de l'anime, vedendoli andare per la tenebre del mondo e stare in tanta ciechitá. Perché ne l'unione, che l'anima ha facta in me per affecto d'amore, raguardò e cognobbe in me quanto Io amo la mia creatura ineffabilemente. E, vedendola rappresentare la imagine mia, s'inamorò di lei per amore di me. Unde sente intollerabile dolore quando gli vede dilongare dalla mia bontá; e so' sí grandi queste pene, che ogni altra pena fanno diminuire e venire meno in lei, che niente l'apprezza se non come non fusse egli che ricevesse.
Io gli proveggo. Con che? Con la manifestazione di me medesimo a loro, facendo lo' in me vedere, con grande amaritudine, le iniquitá e miserie del mondo, la danpnazione de l'anime in comune e in particulare, secondo che piace alla mia bontá, per farli crèsciare in amore e in pena; acciò che, stimolati dal fuoco del desiderio, gridino a me, con speranza ferma e col lume della sanctissima fede, a chiedere l'aiutorio mio che sovenga a tante loro necessitá. Sí che insiememente proveggo con divina providenzia per sovenire al mondo, lassandomi costringere da' penosi, dolci e anxietati desidèri de' servi miei, e a loro notricandoli e crescendoli, per questo, in maggiore e piú perfecto cognoscimento e unione di me.
Adunque vedi che Io proveggo questi perfecti per molte vie e diversi modi, perché, mentre che voi vivete, sempre sète acti a crèsciare lo stato della perfeczione e a meritare. E però Io gli purgo d'ogni proprio e disordenato amore spirituale e temporale; e potogli con le molte tribulazioni, acciò che faccino maggiore e piú perfecto fructo, come decto è. E con la grande tribulazione che sostengono, vedendo offendere me e privare l'anima della grazia, si spegne ogni sentimento di questa minore. Intantoché tucte le fadighe loro, che in questa vita possino sostenere, le reputano meno che non cavelle. E per questo, sí com'Io ti dixi, si curano tanto della tribulazione quanto della consolazione, perché non cercano le loro consolazioni, e non m'amano d'amore mercennaio per proprio dilecto, ma cercano la gloria e loda del nome mio.
Adunque vedi, carissima figliuola, che in ogni creatura che ha in sé ragione Io distendo e uso la providenzia mia in molti e infiniti luoghi, con modi admirabili non cognosciuti dagli uomini tenebrosi, perché la tenebre non può conprendere la luce. Solo da quegli che hanno lume sonno cognosciuti perfectamente e inperfectamente, secondo la perfeczione del lume ch'egli hanno. El quale lume s'acquista nel cognoscimento che l'anima ha di sé, unde si leva con perfectissimo odio della tenebre.
CAPITOLO CXLVI
Repetizione breve de le predecte cose. Poi parla sopra quella parola che dixe Cristo a sancto Pietro, quando dixe: «Mecte la rete da la parte dextra de la nave».
--Hotti narrato e hai veduto, meno che l'odore d'una sprizza che è non cavelle a comparazione del mare, come Io proveggo le mie creature, avendoti parlato in generale e in particulare. E ora per questi stati, contandoti prima del Sagramento, come Io proveggo e per che modo a fare crèsciare la fame ne l'anima, e come Io procuro dentro nel sentimento de l'anime, ministrando lo' la grazia col mezzo del servidore dello Spirito sancto: allo iniquo per riducerlo in stato di grazia, allo inperfecto per farlo giognere a perfeczione, al perfecto per augmentare e crescere la perfeczione in lui, perché sète acti a crescere, e per farli buoni e perfecti mezzi tra l'uomo, che è caduto in guerra, e me. Perché giá ti dixi, se ben ti ricorda, che col mezzo de' servi miei Io farei misericordia al mondo e col molto sostenere riformarei la sposa mia.
Veramente questi cotali si possono chiamare un altro Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo, perché hanno preso a fare l'offizio suo. Egli venne come tramezzatore, per levare la guerra e reconciliare in pace con meco l'uomo, col molto sostenere infino a l'obbrobriosa morte della croce. Cosí questi cotali vanno crociati, facendosi mezzo con l'orazione, con la parola e con la buona e sancta vita, ponendola per exempro dinanzi a loro. Rilucono le pietre preziose delle virtú con pazienzia, portando e sopportando i loro difecti. Questi sonno e' lami con che essi pigliano l'anime. Essi gictano la rete da la mano dricta e non da la manca, come dixe la mia Veritá a Pietro e agli altri discepoli doppo la resurreczione; però che la mano manca del proprio amore è morta in loro, e la mano dricta è viva d'uno vero e schiecto, dolce e divino amore, col quale gictano la rete del sancto desiderio in me, mare pacifico. E giugnendo la storia che fu inanzi a la resurreczione con quella che fu doppo, sappi che, tirando a loro la rete, richiudendola nel cognoscimento di loro, pigliano tanta abondanzia di pesci d'anime, che si conviene che chiamino il compagno perché gli aiti a trarli della rete, però che solo non può. Perché nello strignere e nel gittare gli conveniva la compagnia della vera umilitá, chiamando il proximo per dileczione, chiedendo che gli aiti a trare questi pesci de l'anime.
E che questo sia vero, tu il vedi ne' servi miei e pruovi: ché sí grande peso lo' pare a tirare queste anime che sonno prese nel sancto desiderio loro, che chiamano compagnia, e vorrebero che ogni creatura che ha in sé ragione gli aitasse, con umilitá reputandosi insufficienti. E però ti dixi che chiamavano l'umilitá e la caritá del proximo, ché gli aitasse a trare questi pesci. Tirando, ne trae in grandissima abondanzia: poniamo che molti per li loro difecti n'escono, che non stanno rinchiusi nella rete. La rete del desiderio gli ha ben tucti presi, perché l'anima, affamata de l'onore mio, non si chiama contenta a una particella, ma tucti gli vuole: e' buoni di manda perché gli aitino a mectere e' pesci nella rete sua, acciò che si conservino e crescano la perfeczione. Gl'imperfecti vorrebbe che fussero perfecti, e' gattivi vorrebbe che fussero buoni, gl'infedeli tenebrosi vorrebbe che tornassero al lume del sancto baptesimo. Tucti gli vuole: di qualunque stato o condizione si siano, perché tucti gli vede in me, creati dalla mia bontá in tanto fuoco d'amore e ricomprati del sangue di Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo. Sí che tucti gli ha presi nella rete del sancto desiderio suo. Ma molti n'escono, come decto è, che si partono dalla grazia per li difecti loro: e gl'infedeli e gli altri che stanno in peccato mortale. Non è però che essi non siano in quello desiderio per continua orazione: però che, quantunque l'anima si parta da me per le colpe sue, e da l'amore e conversazione che debbono avere a' servi miei, e debita reverenzia; non è però diminuito, né debba diminuire, l'affecto della caritá in loro. Sí che essi gictano questa dolce rete dalla mano dricta.
O figliuola carissima, se tu considerrai punto l'acto che fece il glorioso appostolo Pietro, il quale si conta nel sancto Evangelio, che gli fece fare la mia Veritá quando gli comandò che gittasse la rete nel mare, Pietro rispose che tucta nocte s'era afadigato e neuno n'aveva potuto avere, dicendo:--«Ma nel comandamento e alla parola tua, io la gittarò»;--gittandola, ne prese in tanta abondanzia, che solo non poté tirarla fuore, e chiamò e' discepoli che l'aitassero. Dico che in questa figura, la quale fu in veritá cosí (ma figura te per quello che decto Io t'ho), tu la troverai che ella t'è propria. E fotti sapere che tucti e' misteri e modi che tenne la mia Veritá nel mondo, e co' discepoli e senza e' discepoli, erano figurativi dentro ne l'anima de' servi miei, e in ogni maniera di genti; acciò che in ogni cosa poteste avere regola e doctrina, speculandovi col lume della ragione: e a' grossi e a' sottili, a quegli che hanno basso intendimento e alto; ogniuno può pigliare la parte sua, pure che voglia.
Dixiti che Pietro al comandamento del Verbo gittò la rete. Sí che fu obbediente, credendo con fede viva poterli pigliare; e però ne prese assai, ma non nel tempo della nocte. Sai tu qual è il tempo della nocte? È la scura nocte del peccato mortale, quando l'anima è privata del lume della grazia. In questa nocte veruna cosa prende, però che gitta l'affecto suo non nel mare vivo, ma nel morto, dove truova la colpa, che è non cavelle. Indarno s'affadiga con grandi e intollerabili pene, senza veruna utilitá: fannosi márteri del dimonio e non di Cristo crocifixo. Ma, apparendo el dí, che egli esce della colpa e torna a lo stato della grazia, gli appariscono nella mente sua e' comandamenti della Legge, e' quali li comandano che gitti questa rete nella parola del mio Verbo, amando me sopra ogni cosa e il proximo come se medesimo. Allora con obbedienzia e col lume della fede, con ferma speranza, la gitta nella parola sua, seguitando la doctrina e le vestigie di questo dolce e amoroso Verbo, e discepoli. E come gli piglia, e cui egli chiama, giá te l'ho decto di sopra, e però non te gli ricapitolo piú.
CAPITOLO CXLVII
Come la predecta rete la gitta piú perfectamente uno che un altro, unde piglia piú pesci. E de la excellenzia di questi perfecti.
--Questo t'ho decto, acciò che col lume de l'intellecto cognosca con quanta providenzia questa mia Veritá, nel tempo che conversò con voi, egli adoperò e' ministeri suoi e tucti e' suoi acti; perché tu cognosca quello che vi conviene fare, e quello che fa l'anima che sta in questo perfectissimo stato. E pensa che piú perfecto il fa uno che un altro, secondo che va ad obbedire a questa parola piú promptamente e con piú perfecto lume, perduta ogni speranza di sé, ma solo ricolta in me, suo Creatore. Piú perfectamente la gitta colui che obedisce, observando e' comandamenti e consigli mentalmente e actualmente, che colui che observa solo i comandamenti, e i consigli mentalmente. Ché chi non osservasse i consigli mentalmente, giá non observarebbe e' comandamenti actualmente, perché sonno legati insieme, sí come in un altro luogo piú pienamente Io ti narrai. Sí che perfectamente piglia, secondo che perfectamente gitta. Ma e' perfecti, de' quali Io t'ho narrato, pigliano in abbondanzia e in grande perfeczione.
Oh! come hanno ordinati gli organi loro per la buona e dolce guardia che fece la guardia del libero arbitrio alla porta della volontá. Tucti e' sentimenti loro fanno un suono soavissimo, el quale esce dentro della cittá de l'anima, perché le porte sonno tucte chiuse e aperte. Chiusa è la volontá all'amore proprio; ed è aperta a desiderare e amare il mio onore e la dileczione del proximo. Lo intellecto è chiuso a raguardare le delizie, vanitá e miserie del mondo, le quali sonno tucte una nocte che dánno tenebre allo 'ntellecto che disordenatamente le guarda; ed è aperto col lume posto ne l'obiecto del lume della mia Veritá. La memoria è serrata nel ricordamento del mondo e di sé sensitivamente; ed è aperta a ricevere e reducersi a memoria el ricordamento de' benefizi miei. L'affecto de l'anima fa allora uno giubilo e uno suono, temparate e acordate le corde con prudenzia e lume; accordate tucte a uno suono, cioè a gloria e loda del nome mio.
In questo medesimo suono, che sonno acordate le corde grandi delle potenzie de l'anima, sonno acordate le piccole de' sentimenti e strumenti del corpo. Sí com'Io ti dixi, parlandoti degl'iniqui uomini, che tucti sonavano morte, ricevendo e' loro nemici; cosí questi suonano vita, ricevendo gli amici delle vere e reali virtú, stormentano con sancte e buone operazioni. Ogni menbro lavora el lavorio che gli è dato a lavorare, ogniuno perfectamente nel grado suo: l'occhio nel suo vedere, l'orecchia nel suo udire, l'odorato nel suo odorare, il gusto nel suo gustare, la mano nel toccare e adoperare, e' piei ne l'andare. Tucti s'accordano in uno medesimo suono: a servire il proximo per gloria e loda del nome mio, e servire l'anima con buone e sancte e virtuose operazioni, obbedienti a l'anima a rispondere come organi. Piacevoli sonno a me, piacevoli a la natura angelica, e piacevoli a' veri gustatori, che gli aspectano con grande gaudio e allegrezza dove participará il bene l'uno de l'altro, e piacevoli al mondo. Voglia il mondo o no, non possono fare gl'iniqui uomini che non sentano de la piacevolezza di questo suono. Anco, molti e molti con questo lamo e stormento ne rimangono presi: partonsi dalla morte e vengono alla vita.
Tucti e' sancti hanno preso con questo organo. El primo che sonasse in suono di vita fu il dolce e amoroso Verbo, pigliando la vostra umanitá. E con questa umanitá unita con la Deitá, facendo uno dolce suono in su la croce, prese il figliuolo de l'umana generazione, e prese il dimonio, che ne li tolse la signoria che tanto tempo l'aveva posseduto per la colpa sua. Tucti voi altri sonate inparando da questo Maestro. Con questo imparare da lui presero gli appostoli, seminando la parola sua per tucto il mondo; e' márteri e confessori e doctori e le vergini, tucti pigliavano l'anime col suono loro. Raguarda la gloriosa vergine Orsina, che tanto dolcemente sonò il suo stormento, che solo di vergini n'ebbe undici migliaia, e piú d'altretanti d'altra gente ne prese con questo medesimo suono. E cosí tucti gli altri, chi in uno modo e chi in un altro. Chi n'è cagione? La mia infinita providenzia, che ho proveduto in dar lo' gli strumenti, e dato l'ho la via e 'l modo con che possino sonare. E ciò ch'Io do e permetto in questa vita l'è via ad augmentare questi stormenti, se essi la vogliono cognoscere, e che non si voglino tollere il lume, con che e' veggono, con la nuvila de l'amore proprio, piacere e parere di loro medesimi.
CAPITOLO CXLVIII
De la providenzia di Dio in generale, la quale usa verso le sue creature in questa vita e nell'altra.
--Dilarghisi, figliuola, el cuore tuo, e apre l'occhio de l'intellecto col lume della fede a vedere con quanto amore e providenzia Io ho creato e ordinato l'uomo acciò che goda nel mio sommo, etterno bene. E in tucto ho proveduto, come decto t'ho, ne l'anima e nel corpo, negl'imperfecti e ne' perfecti, a' buoni e a' gattivi, spiritualmente e temporalmente, nel cielo e nella terra, in questa vita mortale e nella inmortale.
In questa vita mortale, mentre che sète viandanti, Io v'ho legati nel legame della caritá: voglia l'uomo o no, egli ci è legato. Se egli si scioglie per affecto che non sia nella caritá del proximo, egli ci è legato per necessitá. Unde, acciò che in acto e in affecto usasse la caritá (e se la perdete in affecto per le iniquitá vostre, almeno sète constrecti per vostro bisogno d'usare l'acto), providdi di non dare a uno uomo, né a ogniuno a se medesimo, el sapere fare quello che bisogna fare in tucto alla vita de l'uomo; ma chi n'ha una parte, e chi n'ha un'altra, acciò che l'uno abbi materia, per suo bisogno, di ricòrrire a l'altro. Unde tu vedi che l'artefice ricorre al lavoratore, e il lavoratore a l'artefice: l'uno ha bisogno de l'altro, perché non sa fare l'uno quello che l'altro. Cosí el cherico e il religioso ha bisogno del secolare, e il secolare del religioso; e l'uno non può fare senza l'altro. E cosí d'ogni altra cosa.
E non potevo Io dare a ogniuno tucto? Sí bene; ma volsi, con providenzia, che s'aumiliasse l'uno a l'altro, e costrecti fussero d'usare l'acto e l'affecto della caritá insieme. Mostrato ho la magnificenzia, bontá e providenzia mia in loro, e essi si lassano guidare alla tenebre della propria fragilitá. Le menbra del corpo vostro vi fanno vergogna, perché usano caritá insieme, e non voi: unde, quando il capo ha male, la mano il soviene; e se il dito, che è cosí piccolo menbro, ha male, il capo non si reca a schifo perché sia maggiore e piú nobile che tucta l'altra parte del corpo, anco il soviene con l'udire, col vedere, col parlare e con ciò ch'egli ha. E cosí tucte l'altre menbra. Non fa cosí l'uomo superbo, che, vedendo il povero membro suo infermo e in necessitá, non el soviene, non tanto con ciò che egli ha, ma con una minima parola; ma con rimproverio e schifezza volta la faccia adietro. Abbonda in ricchezze, e lassa lui morire di fame; ma egli non vede che la sua miseria e crudeltá gitta puzza a me, e infino al profondo de lo 'nferno ne va la puzza sua.
Io proveggo quel povarello, e per la povertá gli sará data somma ricchezza. E a lui, con grande rimproverio, gli sará rimproverato dalla mia Veritá, se egli non si corregge, per lo modo che conta nel sancto Evangelio, dicendo: «Io ebbi fame e non mi desti mangiare; ebbi sete, e non mi desti bere; nudo fui, e non mi vestisti; infermo e in carcere, e non mi visitasti». E non gli varrá in quello ultimo di scusarsi, dicendo:--Io non ti viddi mai, ché, se io t'avesse veduto, io l'arei facto.--El misero sa bene (e cosí dixe Egli) che quello che fa a' suoi povaregli, fa a lui. E però giustamente gli sará dato etterno supplicio con le demonia.
Sí che vedi che nella terra Io ho proveduto perché non vadano all'etternale dolore.
Se tu raguardi di sopra, in me vita durabile, nella natura angelica e ne' cittadini che sonno in essa vita durabile, che in virtú del sangue dell'Agnello hanno avuta vita etterna, Io ho ordinato con ordine la caritá loro, cioè che Io non ho posto che l'uno gusti pure il bene suo proprio, nella beata vita che egli ha da me, e non sia participato dagli altri. Non ho voluto cosí: anco è tanto ordinata e perfecta la caritá loro, che il grande gusta el bene del piccolo, e il piccolo quello del grande. Piccolo, dico, quanto a misura, non che 'l piccolo non sia pieno come il grande, ognuno nel grado suo, sí come in un altro luogo Io ti narrai. Oh! quanto è fraterna questa caritá, e quanto è unitiva in me, e l'uno con l'altro, perché da me l'hanno e da me la ricognoscono, con quello timore sancto e debita reverenzia, che rendono loro, s'affogano in me, e in me veggono e cognoscono la loro dignitá nella quale Io gli ho posti. L'angelo si comunica con l'uomo, cioè con l'anime de' beati, e i beati con gli angeli. Sí che ognuno in questa dileczione della caritá, godendo el bene l'uno de l'altro, exultano in me con giubilo e allegrezza senza alcuna tristizia, dolce senza alcuna amaritudine, perché, mentre che vissero e nella morte loro, gustâro me per affecto d'amore nella caritá del proximo.
Chi l'ha ordinato? La sapienzia mia con admirabile e dolce providenzia. E se tu ti vòlli al purgatorio, vi trovarrai la mia dolce e inextimabile providenzia in quelle tapinelle anime che per ignoranzia perdêro il tempo, e perché sonno separate dal corpo, non hanno piú el tempo di potere meritare: unde Io l'ho provedute col mezzo di voi, che anco sète nella vita mortale, che avete il tempo per loro; cioè che con le limosine e divino offizio che facciate dire a' ministri miei, con digiuni e con orazioni facte in istato di grazia, abbreviate a loro il tempo della pena mediante la mia misericordia. Odi dolce providenzia!
Tucto questo ho decto a te che s'appartiene, dentro ne l'anima, alla salute vostra, per farti inamorare e vestire col lume della fede, con ferma speranza nella providenzia mia, e perché tu gitti te fuore di te, e in ciò che tu hai a fare speri in me senza veruno timore servile.
CAPITOLO CXLIX
De la providenzia che Dio usa verso de' poveri servi suoi, sovenendoli ne le cose temporali.