Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza

Chapter 28

Chapter 283,969 wordsPublic domain

E non poteva Io cosí provedere nel principio come ne l'ultimo? Sí bene: ma follo per crescerla nel lume della fede, acciò che mai non manchi che ella none speri nella mia bontá; e per farla cauta e prudente, ché imprudentemente non volti el capo a dietro, allentando la fame del sancto desiderio: e però la indugio. Sí come ti ricorda di quella anima, che, giognendo nella sancta chiesa con grande fame della comunione, e giognendo el ministro a l'altare, ella dimandò el Corpo di Cristo tucto Dio e uomo: egli rispose che non volea darlele. In lei crebbe il pianto e il desiderio: e in lui, quando venne ad offerire il calice, crebbe lo stimolo della coscienzia, costrecto dal servidore dello Spirito sancto che provedeva a quella anima. E come provedeva e lavorava in quel cuore dentro, cosí el mostroe di fuore, dicendo a quel che 'l serviva:--Dimanda se ella si vuole comunicare, ché Io lel darò volontieri.--E se ella aveva una sprizza di fede e d'amore, crebbe in grandissima abondanzia il desiderio; intantoché pareva che la vita si volesse partire dal corpo. E però l'avevo Io permesso: per farla crescere e farle diseccare ogni amore proprio, infidelitá e speranza che avesse in sé. Alora providi col mezzo della creatura. Un'altra volta provedará el servidore dello Spirito sancto solo, senza questo mezzo, sí come piú volte a molte persone è adivenuto e adiviene tucto dí a' servi miei. Ma, tra l'altre, due admirabili, sí come tu sai, te ne narrarò per farti dilatare in fede e a commendazione della mia providenzia.

Ricordati e rammentati in te medesima d'avere udito di quella anima, che, stando nel tempio mio della sancta chiesa, el dí della conversione del glorioso appostolo Pavolo mio dolce banditore, con tanto desiderio di giognere a questo sacramento, pane di vita, cibo degli angeli dato a voi uomini, che ella provò quasi a quanti ministri vennero a celebrare; e da tucti le fu denegato per mia dispensazione, perché volsi che ella cognoscesse che, mancandole gli uomini, non le mancavo Io, suo Creatore. E però a l'ultima messa Io tenni questo modo che Io ti dirò, e usai uno dolce inganno per farla inebbriare della providenzia mia. Lo inganno fu questo: che, avendo ella detto di volersi comunicare, quel che serviva nol volse dire al ministro. Vedendo ella che egli non rispondeva del no, aspectava con grande desiderio di potersi comunicare. Decta la messa e trovandosi di no, crebbe in tanta fame e in tanto desiderio, con vera umilitá reputandosene indegna e riprendendo la sua presumpzione, parendole avere presumpto di giognere a tanto misterio. Io, che exalto gli umili, trassi a me il desiderio e l'affecto di quella anima, dandole cognoscimento ne l'abisso della Trinitá di me, Dio etterno, illuminando l'occhio de l'intellecto suo nella potenzia di me, Padre etterno, nella sapienzia de l'unigenito mio Figliuolo e nella clemenzia dello Spirito sancto, e' quali siamo una medesima cosa. E in tanta perfeczione si uní quella anima, che 'l corpo si sospendeva da la terra, perché, come nello stato unitivo de l'anima Io ti narrai, era piú perfecta l'unione che l'anima aveva facta per affecto d'amore in me che nel corpo suo. E in questo abisso grande, per satisfare al desiderio suo, ricevecte da me la sancta comunione. E in segno di ciò che Io in veritá l'avevo satisfacto, per piú dí sentí per admirabile modo nel gusto corporale il sapore e odore del Sangue e del Corpo di Cristo crocifixo, mia Veritá. Unde ella si rinnovellò nel lume della mia providenzia, avendola gustata cosí dolcemente.

Tucto questo fu visibile a lei, ma invisibile agli occhi delle creature. Ma el secondo fu visibile agli occhi del ministro a cui adivenne il caso: ché, essendo quella anima con grande desiderio d'udire la messa e della comunione, per passione corporale non era potuta andare alla chiesa a quella ora che bisognava. Pur gionse, essendo l'ora tardi, a la consecrazione, cioè che gionse in su quella ora che 'l ministro consecrava. Ed essendo egli da l'uno capo della chiesa, ella si pose da l'altro, però che l'obbedienzia non le concedeva che ella stesse ine. Ella si pose con grandissimo pianto, dicendo:--O miserabile anima mia! e non vedi tu quanto di grazia tu hai ricevuto, che tu se' nel tempio sancto di Dio e hai veduto il ministro, che se' degna d'abitare ne l'inferno per li tuoi peccati?--El desiderio però non si quietava, ma quanto piú si profondava nella valle de l'umilitá, tanto piú era levata in su, dandole a cognoscere con fede e speranza la mia bontá, confidandosi che 'l servitore dello Spirito sancto notricasse la fame sua. Io alora le diei quello che ella in quello modo non sapeva desiderare. El modo fu questo: che, venendo el sacerdote per comunicarsi, nel dividere ne cadde uno pezzuolo, el quale per mia dispensazione e virtú (il moccolino de l'ostia, cioè quella particella che se n'era levata) si partí da l'altare e andò ne l'altro capo della chiesa, dove ella era. E, credendosi ella che non fusse cosa visibile ma invisibile, sentendosi comunicata, pensossi con grande e affocato desiderio che, come piú volte l'era adivenuto, Io l'avesse satisfacto invisibilmente. Ma egli non parbe cosí al ministro, che, non trovandola, sentiva intollerabile dolore. Se non che 'l servidore della mia clemenzia gli manifestò nella mente sua chi l'aveva avuta, sempre però dubitando infino che dichiarato si fu con lei. E non potevo Io tollerle lo impedimento del difecto corporale e farla andare ad ora, dacciò che ella avesse potuto ricevere il sacramento dal ministro? Sí; ma volevo farle provare che, col mezzo della creatura e senza il mezzo della creatura, in qualunque stato e in qualunque tempo si sia, in qualunque modo sa desiderare e piú che non sa desiderare, Io la posso, so e voglio satisfare, come decto è, con maravigliosi modi.

Questo ti basti, carissima figliuola, averti narrato della providenzia mia, la quale Io uso con l'anime affamate di questo dolce sacramento. E cosí in tucti gli altri, secondo che lo' bisogna, uso questa dolce providenzia. Ora ti dirò alcuna cosellina come Io l'uso dentro ne l'anima, la quale uso senza il mezzo del corpo, cioè con estrumento di fuore. Benché parlandoti degli stati de l'anima Io te ne dicesse, nondimeno anco te ne dirò.

CAPITOLO CXLIII

De la providenzia di Dio verso di coloro che sono in peccato mortale.

--L'anima o ella è in stato di peccato mortale, o ella è imperfecta in grazia, o ella è perfecta. In ogniuno uso, dilargo e do la mia providenzia; ma in diversi modi, con grande sapienzia, secondo che Io veggo che gli bisogna. Agli uomini del mondo, che giacciono nella morte del peccato mortale, provego destandoli con lo stimolo della coscienzia, o con fadiga che sentiranno nel mezzo del cuore per nuovi e diversi modi. E sonno tanti questi modi, che la lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarli. Unde spesse volte si partono, per questa importunitá delle pene e stimolo di coscienzia che è dentro ne l'anima, da la colpa del peccato mortale. E alcuna volta (perché Io delle spine vostre sempre traggo la rosa), concependo el cuore de l'uomo amore al peccato mortale o alla creatura fuore della mia volontá, Io gli tollarò el luogo e il tempo che non potrá compire le volontá sue, intantoché con la stanchezza della pena del cuore, la quale egli ha acquistata per suo difecto, non potendo compire le sue disordinate volontá, torna a se medesimo con compunzione di cuore e stimolo di coscienzia, e con esse gicta a terra il farnetico suo. El quale drictamente si può chiamare «farnetico», ché, credendosi ponere l'affecto suo in alcuna cosa, quando viene a vedere, non era cavelle. Era bene ed è alcuna cosa la creatura cui egli amava di miserabile amore; ma quello, che egli ne pigliava, era non cavelle, però che 'l peccato non è cavelle. Di questo non cavelle della colpa, che è una spina che pugne l'anima, Io ne traggo questa rosa, come decto è, per provedere a la salute sua.

Chi mi costrigne a farlo? Non egli, che non mi cerca né adimanda l'aiutorio e providenzia mia se none in colpa di peccato, in delizie, ricchezze e stati del mondo: ma l'amore mi costrigne, perché v'amai prima che voi fuste; senza essere amato da voi, Io v'amai ineffabilemente. Questo mi costrigne a farlo, e l'orazioni de' servi miei, e' quali (el servidore dello Spirito sancto, clemenzia mia, ministrando lo' l'onore di me e la dileczione del proximo loro) cercano con inextimabile caritá la salute loro, studiandosi di placare l'ira mia e di legare le mani della divina mia giustizia, la quale merita lo iniquo uomo che Io usi contra di lui. Essi mi strengono con le lagrime, umili e continue orazioni. Chi gli fa gridare? La mia providenzia, che proveggo a la necessitá di quel morto, perché decto è ch'Io non voglio la morte del peccatore, ma che egli si converta e viva.

Inamórati, figliuola, della mia providenzia. Se tu apri l'occhio della mente tua e del corpo, tu vedi che gli scellerati uomini che giacciono in tanta miseria, e' quali so' facti puzza di morte, obscuri e tenebrosi per la privazione del lume, essi vanno cantando e ridendo, spendendo il tempo loro in vanitá, in delizie e grandi disonestá: tucti lascivi, mangiatori e bevitori, intantoché del ventre loro si fanno dio, con odio, con rancore, con superbia e con ogni miseria (delle quali miserie piú distintamente sai ch'Io te ne narrai), e non cognoscono lo stato loro. Vanno per la via a giognere alla morte etternale, se non si correggono nella vita loro, e vanno cantando! E non sarebbe reputata grande stoltizia e pazzia se quelli, che è condannato a la morte e va a la giustizia, andasse cantando e ballando, mostrando segni d'allegrezza? Certo sí. In questa stoltizia stanno questi miseri, e tanto piú senza comparazione veruna, quanto essi ricevono, quegli pena finita, e costoro pena infinita, morendo in stato di danpnazione. E vanno cantando! Ciechi sopra ciechi! stolti e macti sopra ogni stoltizia!

E i servi miei stanno in pianto, in affliczione di corpo e in contrizione di cuore, in vigilia e continua orazione, con sospiri e lamenti, macerando la carne loro per procurare a la loro salute; ed essi si fanno beffe di loro! Ma elle caggiono sopra e' loro capi, tornando la pena della colpa in cui ella debba tornare, e i fructi delle fadighe portate per amore di me si dánno in cui la bontá mia gli ha facti meritare, però che io so' lo Idio vostro giusto, che a ogniuno rendo secondo che averá meritato. Ma e' veri servi miei non allentano e' passi per le beffe, persecuzioni e ingratitudine loro; anco crescono in maggiore sollicitudine e desiderio. Questo chi el fa, che con tanta fame bussino alla porta della mia misericordia? La providenzia mia, che proveggo e procuro insiememente la salute di questi miseri, e augmento la virtú e cresco il fuoco della dileczione della caritá ne' servi miei.

Infiniti sonno questi modi di providenzia, ch'Io uso ne l'anima del peccatore per trarlo della colpa del peccato mortale. Ora ti parlaró di quello che fa la mia providenzia in coloro che sonno levati dalla colpa, e sonno ancora inperfecti; non ricapitolando gli stati de l'anima, perché giá ordinatamente te gli ho narrati, ma breve breve alcuna cosa ti dirò.

CAPITOLO CXLIV

De la providenzia che Dio usa verso di coloro che sono ancora nell'amore inperfecto.

--Sai tu, carissima figliuola, che modo Io tengo per levare l'anima inperfecta dalla sua inperfeczione? Che alcuna volta Io la proveggo con molestie di molte e diverse cogitazioni, e con la mente sterile. Parrá che sia tucto abandonata da me, senza veruno sentimento: né nel mondo gli pare essere, ché non v'è; né in me gli pare essere, ché non ha sentimento veruno, fuore che sente che la volontá sua non vuole offendere.

Questa porta della volontá, che è libera, non do Io licenzia a' nemici che l'aprano. Ma do bene licenzia alle dimonia e agli altri nemici de l'uomo che percuotano l'altre porte; ma questa, che è la principale, no, ché conserva la cittá de l'anima. È vero che ha la guardia del libero arbitrio, che sta a questa porta: hogliele dato libero, che dica sí e no, secondo che gli piace. Molte sonno le porte che ha questa cittá. Le principali sonno tre (ché l'una è quella che sempre si tiene, se ella vuole, ed è guardia de l'altre): ciò sonno la memoria, lo 'ntellecto e la volontá. Unde, se la volontá consente, v'entra il nemico de l'amore proprio e tucti gli altri nemici che seguitano doppo lui. Subbito lo 'ntellecto riceve la tenebre, che è nemica della luce; e la memoria riceve el odio per ricordamento della ingiuria (el quale odio è nemico della dileczione della caritá del proximo suo); ritiene e' dilecti e piaceri del mondo in diversi modi, come sonno diversi e' peccati e' quali sonno contrari alle virtú.

Subito che sonno aperte le porte, s'aprono li sportegli de' sentimenti del corpo, e' quali sonno tucti strumenti che rispondono a l'anima. Unde tu vedi che l'affecto disordenato de l'uomo, che ha uperte le porte sue, risponde con questi organi; unde tucti e' suoni sonno guasti e contaminati, cioè le sue operazioni. L'occhio non porge altro che morte, perché è posto a vedere cosa morta con disordenato guardare colá dove non debba; con vanitá di cuore, con leggerezza, con modi e guardature disoneste è cagione di dare morte a sé e ad altrui. Oh misero te! quel ch'Io t'ho dato perché tu raguardi el cielo e tucte l'altre cose e la bellezza della creatura per me e perché tu raguardi e' misteri miei; e tu raguardi in loto e in miseria, e cosí n'acquisti la morte.

Cosí l'orecchia si dilecta in cose disoneste, o in udire e' facti del proximo suo per giudicio; dove Io gli li diei perché udisse la parola mia e la necessitá del proximo suo. La lingua ho data perché annunzi la parola mia e confessi e' difecti suoi, e perché l'aduopari in salute de l'anime; ed egli l'aduopera in bastemmiare me, che so' suo Creatore, e in ruina del proximo, nutricandosi delle carni sue, mormorando e giudicando l'operazioni buone in male e le gattive in bene; bastemiando, dando falsa testimonanza; con parole lascive pericola sé e altrui; gitta parole d'ingiuria, che trapassano ne' cuori de' proximi come coltella, le quali parole li provocano ad ira. Oh, quanti sonno e' mali e omicidii, quanta disonestá, quanta ira, odio e perdimento di tempo che escono per questo menbro!

Se egli è l'odorato, né piú né meno offende ne l'essere suo con disordenato piacere nel suo odorare. E, se egli è il gusto, con golositá insaziabile, con disordenato appetito volendo le molte e varie vivande, non mira se non d'empire il ventre suo, non raguardando la misera anima, che aperse la porta, che per lo disordenato prendere de' cibi viene a riscaldamento la fragile carne sua, con disordenato desiderio di corrómpare se medesimo. Le mani, in tòllere le cose del proximo suo, e con laidi e miserabili toccamenti, le quali sonno facte per servire il proximo quando il vede nella infermitá, sovenendo con la elemosina nella necessitá sua. E' piei, gli sono dati perché servino e portino il corpo in luogo sancto e utile a sé e al proximo suo per gloria e loda del nome mio; ed egli spende e porta el corpo in luoghi vitoperosi in molti e diversi modi, novellando e spiacevoleggiando, corrompendo con le loro miserie l'altre creature in molti modi, secondo che piace alla disordenata volontá.

Tucto questo t'ho decto, carissima figliuola, per darti materia di pianto di vedere gionta a tanta miseria la nobile cittá de l'anima, e perché tu vegga quanto male esce della principale porta della volontá. Alla quale Io non do licenzia che i nimici de l'anima entrino, come decto è; ma, come Io ti dicevo, do bene licenzia ne l'altre che i nimici le percuotano. Unde lo 'ntellecto sostengo che sia percosso da una tenebre di mente; e la memoria pare molte volte che sia privata del ricordamento di me. E alcuna volta tucti gli altri sentimenti del corpo parrá che siano in diverse bactaglie. Nel guardare le cose sancte e toccandole e udendole e odorandole e andandovi, ogni cosa parrá che gli dia mutazione, disonestá e corrompimento. Ma tucto questo non è a morte, però che Io non voglio la morte sua (guarda che egli non fusse sí stolto che egli aprisse la porta della volontá): Io permecto che eglino stiano di fuore, ma non che entrino dentro. Dentro non possono intrare se non quando la propria volontá vuole.

E perché tengo Io in tanta pena e affliczione questa anima atorniata da tanti nemici? Non perché ella sia presa e perda la ricchezza della grazia; ma follo per mostrarle la mia providenzia, acciò che ella si fidi di me e non in sé, levisi dalla negligenzia e con sollicitudine rifugga a me, che so' suo difenditore, so' Padre benigno, che procuro la salute sua; acciò che ella stia umile e vegga sé non essere, ma l'essere e ogni grazia che è posta sopra l'essere ricognosca da me, che so' sua vita. Come ella cognosce questa vita e providenzie mie in queste bactaglie? Ricevendo la grande liberazione, ché non la lasso permanere continuamente in questo tempo; ma vanno e vengono, secondo ch'Io veggo che le bisognino. Talora gli parrá essere ne lo 'nferno, che, senza veruno suo exercizio che allora faccia, ne sará privata e gustará vita etterna. L'anima rimane serena: ciò che vede le pare che gridi Dio, tucta infiammata d'amoroso fuoco per la considerazione che fa allora l'anima nella mia providenzia, perché si vede essere uscita di sí grande pelago non con suo exercizio, ché il lume venne inproviso, non exercitandosi, ma solo per la mia inextimabile caritá, che volsi provedere alla sua necessitá nel tempo del bisogno, che quasi non poteva piú.

Perché ne l'exercizio, quando s'exercitava a l'orazione e a l'altre cose che bisognano, non le risposi col lume, tollendole la tenebre? Perché, essendo ancora inperfecta, non reputasse in suo exercizio quello che non era suo. Sí che vedi che lo inperfecto nelle bactaglie, exercitandosi, viene a perfeczione, perché in esse bactaglie pruova la divina mia providenzia, unde egli s'è levato da l'amore inperfecto.

Anco uso uno sancto inganno, solo per levarli dalla inperfeczione: ch'Io lo' farò concipere amore ad alcuna creatura spiritualmente e in particulare, oltre a l'amore generale. Unde con questo mezzo s'exercita alla virtú, leva la sua inperfeczione, fallo spogliare il cuore d'ogni altra creatura che egli amasse sensualmente, di padre, madre, suoro, frategli: ne trae ogni propria passione, e amali per me, Dio. E, con questo amore ordinato del mezzo ch'Io gli ho posto, caccia il disordinato, col quale in prima amava le creature. Adunque vedi che tolle questa inperfeczione. Ma actende che un'altra cosa fa questo amore di questo mezzo: che egli fa provare se perfectamente egli ama me e il mezzo che Io gli ho dato, o no. E però gli li diei Io, perché egli el provasse, acciò che avesse materia di cognoscerlo; ché, non cognoscendolo, né a se medesimo dispiacerebbe, né piacerebbe quello che avesse in sé che fusse mio. Per questo modo el cognosce: e giá t'ho decto che ella è ancora inperfecta. E non è dubbio che, essendo inperfecto l'amore che ha a me, è inperfecto quello che ha alla creatura che ha in sé ragione, però che la caritá perfecta del proximo dipende dalla perfecta caritá mia. Sí che con quella misura perfecta e inperfecta che ama me, con quella ama la creatura. Come el cognosce per questo mezzo? In molte cose. Anco, quasi, se voi aprite l'occhio de l'intellecto, non passará tempo che egli nol vegga e pruovi. Ma, perché in un altro luogo Io tel manifestai, poco te ne narrarò.

Quando della creatura cui egli ama di singulare amore, come decto è, egli si vede diminuire il dilecto, la consolazione o conversazioni usate, dove trovava grandissima consolazione, o di molte altre cose, o che vedesse che ella avesse piú conversazioni con altrui che con lui, sente pena; la quale pena el fa intrare a cognoscimento di sé. Se vuole andare con lume e con prudenzia, come debba, con piú perfecto amore amerá quel mezzo, perché, col cognoscimento di se medesimo e odio che averá conceputo al proprio sentimento, si tolle la inperfeczione e viene ad perfeczione. Essendo poi perfecto, séguita piú perfecto e maggiore amore nella creatura generale, e nel particulare mezzo posto dalla mia bontá, che ho proveduto a farla spronare con odio di sé e amore delle virtú in questa vita della perregrinazione, pure che ella non sia ignorante a recarsi, nel tempo delle pene, a confusione e tedio di mente, a tristizia di cuore e senza exercizio. Questa sarebbe cosa pericolosa: verrebbeli a ruina e a morte quello che Io gli ho dato per vita. Non die fare cosí; ma con buona sollicitudine e con umilitá reputandosi indegno di quel che desidera (cioè non avendo la consolazione la quale egli voleva), e con lume vegga che la virtú, per la quale principalmente la debba amare, non è diminuita in lui con fame e desiderio di volere portare ogni pena, da qualunque lato ella venga, per gloria e loda del nome mio. Per questo modo adempirá la volontá mia in sé, ricevendo il fructo della perfeczione, per la quale Io ho permesso le bactaglie, el mezzo e ogni altra cosa perché ella venga a lume di perfeczione.

In questo modo negl'imperfecti uso la providenzia mia, e in tanti altri modi che lingua non sarebbe sufficiente a narrarli.

CAPITOLO CXLV

De la providenzia che Dio usa verso di coloro che sono ne la caritá perfecta.

--Ora ti dico de' perfecti, che Io gli proveggo per conservarli e provare la loro perfeczione e per farli crescere continuamente. Però che neuno è in questa vita, sia perfecto quanto vuole, che non possa crescere a magiore perfeczione. E però tengo questo modo tra gli altri, sí come disse la mia Veritá quando dixe: «Io so' vite vera, el Padre mio è il lavoratore, e voi sète i tralci». Chi sta in Lui, che è vite vera, perché procede da me Padre, seguitando la doctrina sua, fa fructo. E, acciò che 'l fructo vostro cresca e sia perfecto, Io vi poto con le molte tribulazioni, infamie, ingiurie, scherni e villanie e rimproverio; con fame e sete, in decti e in facti, secondo che piace alla mia bontá di concederle a ogniuno, secondo ch'egli è acto a portare. Però che la tribulazione è uno segno dimostrativo, che dimostra la perfecta caritá de l'anima e la inperfeczione colá dove ella è. Nelle ingiurie e fadighe, che Io permecto a' servi miei, si pruova la pazienzia, e cresce il fuoco della caritá in quella anima per compassione che ha a l'anima di colui che gli fa ingiuria; ché piú si duole de l'offesa che fa a me e dapno suo, che della sua ingiuria. Questo fanno quelli che sonno nella grande perfeczione; sí che crescono, e però Io lo' permecto questo e ogni altra cosa. Io lo' lasso uno stimolo di fame della salute de l'anime, che dí e nocte bussano alla porta della mia misericordia, intanto che dimenticano loro medesimi, sí come nello stato de' perfecti Io ti narrai. E quanto piú abandonano loro, piú truovano me. E dove mi cercano? Nella mia Veritá, andando con perfeczione per la dolce doctrina sua. Hanno lecto in questo dolce e glorioso libro, e, leggendo, hanno trovato che, volendo compire l'obbedienzia mia e mostrare quanto amava il mio onore e l'umana generazione, corse con pena e obrobrio alla mensa della sanctissima croce, dove, con sua pena, mangiò il cibo de l'umana generazione. Sí che, col sostenere e col mezzo de l'uomo, mostrò a me quanto amasse il mio onore.