Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza

Chapter 27

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Cosí fanno costoro e' quagli, come aciecati, perduto el lume della ragione, toccano con la mano del sentimento sensitivo. E' diletti del mondo lo' paiono buoni; ma, perché essi non veggono, non si guardano che egli è uno panno meschiato di molte spine, con molta miseria e grandi affanni, in tanto che il cuore, che le possiede fuore di me, è incomportabile a se medesimo. Cosí la bocca del desiderio, che disordinatamente l'ama, gli paiono dolci e soavi a prendere, ed egli v'è su l'animale immondo di molti peccati mortali, e' quali fanno immonda l'anima e dilonganla dalla similitudine mia e tolgonla della vita della grazia. Unde, se egli non va col lume della sanctissima fede a purificarla nel Sangue, n'ha morte etternale. L'udire è l'amore proprio di sé, che gli pare che facci uno dolce suono. Perché gli pare? perché l'anima corre dietro a l'amore della propria sensualitá; ma, perché non vede, è ingannato dal suono, e, perché gli andò dietro con disordinato dilecto, truovasi condocto nella fossa, legato col legame della colpa, menato nelle mani de' nemici suoi, però che, come aciecato dal proprio amore e confidanza che hanno posta a loro medesimi e al loro proprio sapere, non s'attengono a me, che so' guida e via loro.

Facta v'è questa via dal Verbo mio Figliuolo, el quale dixe che era «via, veritá e vita», ed è lume. Unde chi va per lui non può essere ingannato né andare in tenebre; e neuno può venire a me se non per lui, perché egli è una cosa con meco; e giá ti dixi che Io ve n'avevo facto ponte, acciò che tucti poteste venire al termine vostro. E nondimeno, con tucto questo, non si fidano di me, che non voglio altro che la loro sanctificazione. Per questo fine, e con grande amore lo' do e permecto ogni cosa, ed essi sempre si scandalizzano in me; e Io con pazienzia gli porto e gli sostengo, perché Io gli amai senza essere amato da loro. Ed essi sempre mi perseguitano con molta impazienzia, odio e mormorazioni e con molta infidelitá, volendosi ponere ad investigare, secondo el loro cieco vedere, gli occulti miei giudici, e' quali sonno fatti tucti giustamente e per amore. E non cognoscono ancora loro medesimi, e però vegono falsamente, però che chi non cognosce se medesimo non può cognoscere me né le giustizie mie in veritá.

CAPITOLO CXXXIX

Come Dio providde in alcuno caso particulare a la salute di quella anima ad cui adivenne el caso.

--Vuogli ti mostri, figliuola, quanto el mondo è ingannato de' misteri miei? Or apre l'occhio de l'intellecto, e raguarda in me; e, mirando, vedrai nel caso particulare del quale Io ti dixi che ti narrarei. E come egli è questo, cosí generalmente ti potrei contare degli altri.--

Alora quella anima, per obbedire al sommo etterno Padre, raguardava in lui con ansietato desiderio. Alora Dio etterno dimostrava la dannazione di colui per cui era adivenuto el caso, dicendo:--Io voglio che tu sappia che, per camparlo di questa etterna dapnazione nella quale tu vedi che egli era, Io permissi questo caso, acciò che col sangue suo nel Sangue della mia Veritá unigenito mio Figliuolo avesse vita. Però che non avevo dimenticato la reverenzia e amore che egli aveva a la dolcissima madre, Maria, dell'unigenito mio Figliuolo. A la quale è dato questo, per reverenzia del Verbo, da la mia bontá: cioè che qualunque sará colui, o giusto o peccatore, che l'abbi in debita reverenzia, non sará tolto né devorato dal demonio infernale. Ella è come una esca posta da la mia bontá a pigliare le creature che hanno in loro ragione. Sí che per misericordia ho facto quello, cioè permessolo, none facta la mala volontá degl'iniqui, che gli uomini tengono crudeltá. E tucto questo l'adiviene per l'amore proprio di loro medesimi, che l'ha tolto el lume, e però non cognoscono la veritá mia. Ma, se essi si volessero levare la nuvila, la cognoscerebbero e amarebbero, e cosí avarebbero ogni cosa in reverenzia, e nel tempo della ricolta riceverebbero el fructo delle loro fadighe. Ma non dubbitare, figliuola mia, ché di quello che tu mi preghi Io adempirò e' desidèri tuoi e de' servi miei. Io so' lo Dio vostro remuneratore d'ogni fadiga e adempitore de' sancti desidèri, purché Io trovasse chi in veritá bussasse a la porta de la mia misericordia con lume, acciò che non errassero né mancassero in speranza della mia providenzia.

CAPITOLO CXL

Qui, narrando Dio la providenzia sua verso de le sue creature in diversi altri modi, si lagna de la infedelitá d'esse sue creature. Ed exponendo una figura del vecchio Testamento, dá una utile doctrina.

--Hotti narrato di questo caso particulare: ora ti ritorno al generale. Tu non potresti mai vedere quanta è la ignoranzia dell'uomo. Egli è senza veruno senno o cognoscimento, avendoselo tolto per sperare in sé e confidarsi nel suo proprio sapere. O stolto uomo, e non vedi tu che il sapere tuo tu non l'hai da te, ma la mia bontá, che provide al tuo bisogno, te l'ha dato? Chi tel mostra? Quel che tu in te medesimo pruovi: che tale ora vuoli tu fare una cosa, che tu non la puoi fare né saprai fare. Alcuna volta non avarai el tempo, e, se avarai el tempo, ti mancará el volere. Tucto questo t'è dato da me per provedere a la salute tua, perché tu cognosca te non essere e abbi materia d'umiliarti e non d'insuperbire. Unde in ogni cosa truovi mutazione e privazione, però che non stanno in tua libertá: solo la grazia mia è quella che è ferma e stabile, che non ti può essere tolta né mutata (cioè di farti partire da essa grazia e tornare a la colpa), se tu medesimo non te la muti.

Dunque, come puoi levare il capo contra la mia bontá? Non puoi, se tu vuoli seguitare la ragione, né puoi sperare in te né confidarti del tuo sapere. Ma, perché se' facto animale senza ragione, non vedi che ogni cosa si muta, excepto la grazia mia. E perché non ti confidi di me, che so' el tuo Creatore? perché ti confidi in te. E non so' Io fedele e leale a te? Certo sí: e questo non t'è nascosto, però che continuamente l'hai per pruova.

O dolcissima e carissima figliuola, l'uomo non fu leale né fedele a me, trapassando l'obbedienzia che Io gli avevo imposta, per la quale cadde nella morte. E Io fui fedele a lui, actenendoli quello per che Io l'avevo creato, volendogli dare il sommo ed etterno Bene. E, per compire questa mia veritá, unii la Deitá mia, somma altezza, con la bassezza della sua umanitá, essendo ricomprato e restituito a grazia col mezzo del sangue de l'unigenito mio Figliuolo. Sí che egli l'ha provato. Ma e' pare che essi non credano che Io sia potente a poterli sovenire, forte a poterli aitare e difendere da' nemici loro, e sapiente per illuminarli l'occhio de l'intellecto loro, né che Io abbi clemenzia a voler lo' dare quello che è di necessitá a la salute loro, né sia ricco per poterli aricchire, né sia bello per poter lo' dare bellezza, né abbi cibo per dar lo' mangiare, né vestimento per rivestirli. L'operazioni loro mi manifestano che essi nol credono: però che, se il credessero in veritá, sarebbe con opera di sancte e buone operazioni.

E nondimeno essi pruovano continuamente che Io so' forte, perché li conservo ne l'essere e difendoli da' nemici loro. E veggono che neuno può ricalcitrare contra la potenzia e fortezza mia; ma essi nol veggono, ché nol vogliono vedere. Con la mia sapienza Io ho ordinato e governo tucto quanto el mondo con tanto ordine, che veruna cosa vi manca e veruno ci può apponere. Ne l'anima e nel corpo, in tucto ho proveduto; non costrecto a farlo da la volontá vostra, però che voi non eravate, ma solo da la mia clemenzia, costrecto da me medesimo, facendo el cielo e la terra e il mare e il fermamento; cioè il cielo, perché si movesse sopra di voi; l'aere, perché respiraste; el fuoco e l'acqua, per temperare contrario con contrario; el sole, perché non steste in tenebre; tucti facti e ordinati, perché sovengano a la necessitá dell'uomo. El cielo adornato degli ucelli; la terra germina e' fructi, con molti animali, per la vita dell'uomo; el mare, adornato di pesci. Ogni cosa ho facto con grandissimo ordine e providenzia.

Poi che Io ebbi facta ogni cosa buona e perfecta, Io creai la creatura razionale a la imagine e similitudine mia, e missila in questo giardino. El quale giardino, per lo peccato di Adam, germinoe spine, dove in prima ci erano fiori odoriferi di innocenzia e di grandissima soavitá. Ogni cosa era obbediente a l'uomo; ma, per la colpa e disobbedienzia commessa, trovò ribellione in sé e in tucte le creature. Insalvatichí el mondo e l'uomo, el quale uomo è un altro mondo. Ma io providi che, mandando nel mondo la mia Veritá, Verbo incarnato, gli tolse il salvaticume, trassene le spine del peccato originale e fecilo uno giardino inaffiato del sangue di Cristo crocifixo, piantandovi le piante de' septe doni dello Spirito sancto e traendone il peccato mortale. E questo fu doppo la morte de l'unigenito mio Figliuolo, ché inanzi no.

Sí come fu figurato nel vecchio Testamento, quando fu pregato Eliseo che risuscitasse quel giovano che era morto. Eliseo non andò, ma mandò Giezzi col bastone suo, dicendo che egli el ponesse sopra 'l dosso del garzone. Andando Giezzi e facendo quello che Eliseo gli disse, non el risuscitò però. Vedendo Eliseo che egli non era risuscitato, andò egli con la propria persona e conformossi tucto col garzone con tucte le membra sue, e spirò aciando septe volte nella bocca sua. E il garzone respirò septe volte, in segno che egli era resuscitato. Questo fu figurato per Moisé, che Io mandai col bastone della legge sopra el morto de l'umana generazione, el quale per questa legge non aveva vita. Mandai el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo (el quale fu figurato per Eliseo), che si conformò con questo figliuolo morto, per l'unione della natura divina unita con la natura vostra umana. Con tucte le membra si uní questa natura divina, cioè con la potenzia mia, con la sapienzia del mio Figliuolo e con la clemenzia dello Spirito sancto, tucto me, Dio, abisso di Trinitá, conformato e unito con la natura vostra umana.

Doppo questa unione fece l'altra il dolce e amoroso Verbo, correndo come inamorato a l'obrobriosa morte della croce. Ine si distese. E doppo questa unione donò e' septe doni dello Spirito sancto a questo figliuolo morto, aciando nella bocca del desiderio de l'anima, tollendole la morte nel sancto baptesmo. Egli spira in segno che egli ha vita, gittando fuore di sé e' septe peccati mortali. Sí che egli è facto giardino adornato di dolci e soavi fructi. È vero che l'ortolano di questo giardino, cioè il libero arbitrio, el può insalvatichire e dimesticare secondo che li piace. Se egli ci semina il veleno de l'amore proprio di sé, unde nascono e' septe principali peccati e tucti gli altri che procedono da questi, esso facto ne caccia e' septe doni dello Spirito sancto e privasi d'ogni virtú. Ine non è fortezza, ché egli è indebilito; non v'è temperanzia né prudenzia, ché egli ha perduto el lume col quale usava la ragione; non v'è fede né speranza né giustizia, però che egli è facto ingiusto, spera in sé e crede con fede morta a se medesimo, fidasi delle creature e non di me suo Creatore; non v'è caritá né pietá veruna, perché se l'ha tolta con l'amore della propria fragilitá: è facto crudele a sé, unde non può essere pietoso al proximo suo. Privato è d'ogni bene e caduto in sommo male. E unde riavará la vita? da questo medesimo Eliseo, Verbo incarnato, unigenito mio Figliuolo. In che modo? che questo ortolano divella queste spine della colpa con odio (ché, se non si odiasse, non ne le trarrebbe mai), e con amore corra a conformarsi con la doctrina della mia Veritá, innaffiandola col Sangue. El quale Sangue gli è gictato sopra el capo suo dal ministro, andando a la confessione con contrizione di cuore e dispiacimento della colpa, e con satisfaczione e con proponimento di none offendere piú.

Per questo modo può dimesticare questo giardino de l'anima mentre che vive: ché, passata questa vita, non ha piú rimedio veruno, sí come in piú altri luoghi Io t'ho narrato.

CAPITOLO CXLI

Come Dio provede verso di noi, che noi siamo tribolati per la nostra salute. E de la miseria di quelli che si confidano in sé e non ne la providenzia sua. E de la excellenzia di quelli che si confidano in essa providenzia.

--Vedi dunque che con la mia providenzia Io raconciai el secondo mondo de l'uomo. Al primo non fu tolto, che non germinasse spine di molte tribolazioni e che in ogni cosa l'uomo non trovasse ribellione. Questo non è facto senza providenzia né senza vostro bene, ma con molta providenzia e vostra utilitá, per tòllere la speranza del mondo all'uomo e farlo córrire e dirizzare a me che so' suo fine, sí che almeno, per importunitá di molestie, egli ne levi el cuore e l'affecto suo. E tanto ignorante è l'uomo a non cognoscere la veritá, ed è tanto fragile a dilatarsi nel mondo, che, con tucte queste fadighe e spine che egli ci truova, non pare che egli se ne voglia levare, né curi di tornare a la patria sua. Or sappi dunque, figliuola, quel che farebbe se nel mondo trovasse perfecto dilecto e riposo senza veruna pena.

E però con providenzia lo' permecto e do che 'l mondo lo' germini le molte tribulazioni: e per provare in loro la virtú, e della pena, forza e violenzia che fanno a loro medesimi abbi di che remunerarli. Sí che in ogni cosa ha ordinato e proveduto con grande sapienzia la providenzia mia. Ho lo' dato, sí come decto è, perché Io so' ricco e potevolo e posso dare, e la ricchezza mia è infinita; anco ogni cosa è facta da me, e senza me veruna cosa può essere. Unde, se esso vuole bellezza, Io so' bellezza; se vuole bontá, Io so' bontá, perché so' sommamente buono; Io so' sapienzia; Io benigno, Io giusto e misericordioso Dio; Io largo e none avaro; Io so' Colui che do a chi m'adimanda, apro a chi bussa in veritá e rispondo a chi mi chiama. Non so' ingrato, ma grato e conoscente a remunerare chi per me s'afadigará, cioè per gloria e loda del nome mio. Io so' giocondo, che tengo l'anima, che si veste della mia volontá, in sommo dilecto. Io so' quella somma providenzia, che non manco mai a' servi miei, che sperano in me, né ne l'anima né nel corpo.

E come può credere l'uomo, che mi vede pascere e nutricare il vermine intro el legno secco, pascere gli animali bruti e i pesci del mare, tucti gli animali della terra e gli ucelli de l'aria; sopra le piante mando el sole e la rugiada che ingrassi la terra: e non crederá che Io nutrichi lui, el quale è mia creatura, creata a l'imagine e similitudine mia? Conciossiacosaché tucto questo è facto da la mia bontá in servizio suo. Da qualunque lato egli si vòlle, e spiritualmente e temporalmente, non truova altro che 'l fuoco e l'abisso della mia caritá con maxima, dolce e perfecta providenzia. Ma egli non vede, perché s'ha tolto el lume e non si dá a vederlo, e però si scandelizza. Ristrigne la caritá verso el proximo suo, e con avarizia pensa el dí di domane: el quale li fu vetato da la mia Veritá, dicendo: «Non voliate pensare del dí di domane; basti al dí la sollicitudine sua», riprendendovi della vostra infedelitá e mostrandovi la mia providenzia e la brevitá del tempo, dicendo: «Non voliate pensare il dí di domane». Quasi dica la mia Veritá:--Non pensate di quello che non sète sicuri d'avere; basta il presente dí.--E insegnavi a di mandare prima el regno del cielo (cioè la buona e sancta vita), ché di queste cose minime ben so Io, Padre vostro di cielo, che elle vi bisognano, e però l'ho facte e comandato a la terra che vi doni de' fructi suoi.

Questo miserabile, perché la sconfidenzia sua ha ristrecto el cuore e le mani nella caritá del prossimo, non ha lecta questa doctrina che gli ha data el Verbo mia Veritá. Perché non séguita le vestigie sue, esso diventa incomportabile a se medesimo; èscene, di questo fidarsi in sé e none sperare in me, ogni male: essi si fanno giudici della volontá degli uomini, non veggono che Io gli ho a giudicare: Io e non eglino. La volontá mia non intendono né giudicano in bene, se non quando si veggono alcuna prosperitá, dilecto o piacer del mondo. E, venendo lo' meno questo, perché l'affecto loro con esperanza era tucto posto ine, non lo' pare sentire né ricevere né providenzia mia né bontá veruna: par lo' essere privati d'ogni bene. E, perché sonno aciecati dalla propria passione, non vi cognoscono la ricchezza che v'è dentro, né il fructo della vera pazienzia: anco ne tragono morte, e gustano in questa vita l'arra de l'inferno. E Io, con tucto questo, non lasso per la mia bontá che Io non lo' provegga. Cosí, comando a la terra che dia de' fructi al peccatore come al giusto, e cosí mando el sole e la piova sopra el campo suo come sopra quello del giusto, e piú n'avará spesse volte il peccatore che 'l giusto.

Questo fa la mia bontá per dare piú a pieno delle ricchezze spirituali ne l'anima del giusto che per mio amore s'è spogliato delle temporali, renunziando al mondo, con tucte le sue delizie, e a la propria volontá. Questi sonno quegli che ingrassano l'anima loro, dilatandosi ne l'abisso della mia caritá: pèrdono in tucto la cura di loro medesimi, che non tanto delle mondane ricchezze, ma di loro non possono avere cura. Alora Io so' facto el loro governatore spiritualmente e temporalmente: uso una providenzia particulare, oltre a la generale; ché la clemenzia mia, Spirito sancto, se lo' fa servo che gli serve. Questo sai, se ben ti ricorda d'avere lecto nella vita de' sancti padri, che, essendo infermato quello solitario, sanctissimo uomo che tucto aveva lassato sé per gloria e loda del nome mio, la clemenzia mia providde e mandò uno angelo perché 'l governasse e provedesse a la sua necessitá. El corpo era sovenuto nel suo bisogno, e l'anima stava in admirabile allegrezza e dolcezza per la conversazione de l'angelo.

Lo Spirito sancto gli è madre che 'l nutrica al pecto della divina mia caritá. Egli l'ha facto libero, sí come signore, tollendoli la servitudine de l'amore proprio; ché dove è il fuoco della mia caritá non vi può essere l'acqua di questo amore, che spegne questo dolce fuoco ne l'anima. Questo servidore dello Spirito sancto, che io l'ho dato per mia providenzia, la veste, nutrica e inebbria di dolcezza e dálle somma ricchezza. Perché tucto lassoe, tucto truova; perché si spogliò tucto di sé, si truova vestito di me; fecesi in tucto servo per umilitá, e però è facto signore signoreggiando el mondo e la propria sensualitá. Perché tucto s'aciecò nel suo vedere, sta in perfectissimo lume: disperandosi di sé, è coronato di fede viva e di perfecta e compíta speranza; gusta vita etterna, privato d'ogni pena e amaritudine affliggitiva. Ogni cosa giudica in bene, perché in tucte giudica la volontá mia, quale vide col lume della fede che Io non volevo altro che la sua sanctificazione, e però è facto paziente.

Oh, quanto è beata questa anima, la quale, essendo anco nel corpo mortale, gusta il bene immortale! Ogni cosa ha in reverenzia; tanto gli pesa la mano manca quanto la ricta, tanto la tribolazione quanto la consolazione, tanto la fame e la sete quanto el mangiare e il bere, tanto el freddo, el caldo e la nuditá quanto el vestimento, tanto la vita quanto la morte, tanto l'onore quanto el vitoperio e tanto l'affliczione quanto la recreazione. In ogni cosa sta solido, fermo e stabile, perché è fondato sopra la viva pietra. Ha cognosciuto e veduto, col lume della fede e con ferma speranza, che ogni cosa do con uno medesimo amore e per uno medesimo rispecto, cioè per la salute vostra, e che in ogni cosa Io proveggo. Però che nella grande fadiga Io do la grande fortezza, e non pongo maggiore peso che si possa portare, pure che si disponga a volere portare per lo mio amore. Nel Sangue v'è facto manifesto che Io non voglio la morte del peccatore, ma voglio che si converta e viva; e per sua vita gli do ciò ch'Io gli do.

Questo ha veduto l'anima spogliata di sé, e però gode in ciò che ella vede o sente in sé o in altrui. Non dubbita che le vengano meno le cose minime, perché col lume della fede è certificata nelle cose grandi, delle quali nel principio di questo tractato Io ti narrai. Oh! quanto è glorioso questo lume della sanctissima fede, col quale vide e cognobbe, e cognosce la mia veritá; el quale lume ha dal servidore dello Spirito sancto, el quale è uno lume sopranaturale, che l'anima acquista per la mia bontá, exercitando el lume naturale che Io l'ho dato.

CAPITOLO CXLII

Come Dio providde verso de l'anime dando i sacramenti, e come provede a' servi suoi affamati del sacramento del Corpo di Cristo; narrando come providde piú volte, per mirabile modo, verso d'una anima affamata d'esso sacramento.

--Sai tu, carissima figliuola, come Io provego questi miei servi che sperano in me? In due modi: cioè che tucta la providenzia, che Io uso a le mie creature che hanno in loro ragione, è sopra l'anima e sopra 'l corpo. E ciò, che Io adopero di providenzia nel corpo, è facto in servizio de l'anima, per farla crescere nel lume della fede, farla sperare in me e perdere la speranza di sé, e perché vega e cognosca che Io so' Colui che so', che posso, voglio e so sovenire al suo bisogno e salute. Tu vedi che ne l'anima, per la vita sua, Io l'ho dati e' sacramenti della sancta Chiesa, perché sonno suo cibo: none il pane, che è cibo grosso corporale, e però è dato al corpo; ma, perché ella è incorporea, vive della parola mia. Però disse la mia Veritá nel sancto Evangelio che di solo pane non viveva l'uomo, ma d'ogni parola che procede da me, cioè di seguitare con spirituale intenzione la doctrina di questa mia Parola incarnata, la quale parola in virtú del Sangue suo e' sacramenti vi dánno vita.

Sí che i sacramenti spirituali sonno dati a l'anima: poniamo che si pongano e si diano con lo strumento del corpo; non darebbe a l'anima vita di grazia solamente quello acto, se essa anima non si disponesse a riceverli con espirituale, sancto e vero desiderio. E però ti dixi che egli erano spirituali, che si dánno a l'anima perché è cosa incorporea: non obstante che sieno pórti per lo mezzo del corpo, come decto è, al desiderio de l'anima è dato che 'l riceva. Alcuna volta, per crescerla in fame e sancto desiderio, gli le farò desiderare e non potrá averli; non potendoli avere, cresce la fame, e nella fame il cognoscimento di sé, reputandosene indegna per umilitá. E Io alora la fo degna, provedendo spesse volte in diversi modi sopra questo sacramento. E tu sai che egli è cosí, se ben ti ricorda d'averlo udito e provato in te medesima. Perché la clemenzia mia dello Spirito sancto, che gli ha presi a servire (dato lo' da me per la mia bontá), spirará la mente d'alcuno ministro che l'ha a dare questo cibo, che, costrecto dal fuoco della mia caritá d'esso Spirito sancto, el quale gli dá stimolo di coscienzia, unde per coscienzia si muove a pascere la fame e compire il desiderio di quella anima. Farò indugiare alcuna volta in su l'extremitá e, quando in tucto ella n'avará perduta la speranza, ed ella avará quel che desidera.