Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza
Chapter 26
Tu, amore inextimabile, l'hai manifestato dandomi la medicina dolce e amara, perché io mi levi in tucto da la infermitá della ignoranzia e negligenzia, e con sollicitudine e anxietato desiderio ricorra a te, cognoscendo me e la bontá tua, e l'offese che sonno facte a te da ogni maniera di gente e spezialmente da' ministri tuoi, acciò che io distilli uno fiume di lagrime sopra me miserabile, traendole del cognoscimento della tua infinita bontá, e sopra questi morti, e' quali tanto miserabilmente vivono. Unde io non voglio, ineffabile fuoco e dileczione di caritá, Padre etterno, che 'l desiderio mio si stanchi mai di desiderare il tuo onore e la salute de l'anime, e gli occhi miei non si ristiano; ma dimandoti per grazia che sieno facti due fiumi d'acqua, che esca di te, mare pacifico. Grazia, grazia sia a te, Padre, che, satisfacendo a me di quel che io ti dimandai e di quello che io non cognoscevo e non ti dimandai, tu m'hai invitata, dandomi la materia del pianto, e d'offerire dolci e amorosi e anxietati desidèri dinanzi da te con umile e continua orazione. Ora t'adimando che tu facci misericordia al mondo e alla sancta Chiesa tua. Pregoti che tu adempia quello che tu mi fai adimandare. Oimè, misera, dolorosa l'anima mia, cagione d'ogni male! Non indugiare piú a fare misericordia al mondo: conscende e adempie il desiderio de' servi tuoi. Oimè! tu se' colui che gli fai gridare: adunque ode la voce loro. La tua Veritá disse che noi chiamassimo e sarebbeci risposto, bussassimo e sarebbeci aperto, chiedessimo e sarebbeci dato. O Padre etterno, e' servi tuoi chiamano a te misericordia: risponde lo' dunque. Io so bene che la misericordia t'è propria, e però non la puoi stollere che tue non la dia a chi te l'adomanda. Essi bussano a la porta della tua Veritá, però che nella Veritá tua, unigenito tuo Figliuolo, cognoscono l'amore ineffabile che tu hai a l'uomo, sí che bussano a la porta. Unde il fuoco della tua caritá non si debba né può tenere che tu non apra a chi bussa con perseveranzia.
Adunque apre, diserra e spezza e' cuori indurati delle tue creature: non per loro che non bussano, ma fallo per la tua infinita bontá e per amore de' servi tuoi, che bussano a te per loro. Dá lo', Padre etterno, ché vedi che stanno a la porta della Veritá tua e chiegono. E che chiegono? il Sangue di questa porta, Veritá tua. E nel sangue tu hai lavate le iniquitá, e tracta la marcia del peccato d'Adam. El Sangue è nostro, però che ce n'hai facto bagno: nol puoi né vuogli disdire a chi te l'adimanda in veritá. Dá' dunque il fructo del Sangue a le tue creature: pone nella bilancia el prezzo del sangue del tuo Figliuolo, acciò che le dimonia infernali non ne portino le tue pecorelle. Oh! tu se' pastore buono, che ci desti el Pastore vero de l'unigenito tuo Figliuolo, el quale, per l'obbedienzia tua, pose la vita per le tue pecorelle e del Sangue ci fece bagno. Questo è quel Sangue che t'adimandano come affamati e' servi tuoi a questa porta: per lo quale Sangue adimandano che tu facci misericordia al mondo, e rifiorisca la sancta Chiesa di fiori odoriferi di buoni e sancti pastori, e con l'odore spenga la puzza degl'iniqui fiori e putridi. Tu dicesti, Padre etterno, che per l'amore che tu hai alle tue creature, che hanno in loro ragione, che con l'orazioni dei servi tuoi e col molto loro sostenere fadighe senza colpa, faresti misericordia al mondo e riformaresti la Chiesa tua, e cosí ci daresti refrigerio. Adunque non indugiare a vòllere l'occhio della tua misericordia, ma risponde, però che vuoli rispondere prima che noi chiamiamo, con la voce della tua misericordia.
Apre la porta della tua inextimabile caritá, la quale ci donasti per la porta del Verbo. Sí, so io che tu apri prima che noi bussiamo, però che con l'affecto e amore, che hai dato a' servi tuoi, bussano e chiamano a te, cercando l'onore tuo e la salute de l'anime. Dona lo' dunque il pane della vita, cioè il fructo del sangue de l'unigenito tuo Figliuolo, el quale t'adimandiamo per gloria e loda del nome tuo e per salute de l'anime. Però che piú gloria e loda pare che torni a te a salvare tante creature, che a lassarle obstinate permanere nella durizia loro. A te, Padre etterno, ogni cosa è possibile: poniamo che tu ci creasti senza noi, ma salvare senza noi questo non vuogli fare; ma pregoti che sforzi la volontá loro e dispongali a volere quello che essi non vogliono. Questo t'adimando per la tua infinita misericordia. Tu ci creasti di non cavelle; adunque, ora che noi siamo, facci misericordia e rifa' e' vaselli che tu hai creati e formati a la imagine e similitudine tua. Riformagli a grazia nella misericordia e nel sangue del tuo Figliuolo, Cristo dolce Iesú.
TRACTATO DE LA PROVIDENZIA
CAPITOLO CXXXV
Qui comincia el tractato de la providenzia di Dio. E prima de la providenzia in generale, cioè come providde creando l'uomo a la imagine e similitudine sua. E come provide con la incarnazione del Figliuolo suo, essendo serrata la porta del paradiso per lo peccato d'Adam. E come providde dandocisi in cibo continuamente nell'altare.
Alora el sommo ed etterno Padre con benignitá ineffabile volleva l'occhio della sua clemenzia inverso di lei, quasi volendo mostrare che in tucte le cose la providenza sua non mancava mai a l'uomo, pure che egli la voglia ricevere, manifestandolo con uno dolce lagnarsi dell'uomo in questo modo, dicendo:
--O carissima figliuola mia, sí come in piú luoghi Io t'ho decto, Io voglio fare misericordia al mondo e in ogni necessitá provedere a la mia creatura che ha in sé ragione. Ma lo ignorante uomo piglia in morte quello che Io do in vita, e cosí si fa crudele a se medesimo. Io sempre proveggo; e sí ti fo sapere che ciò che Io ho dato a l'uomo è somma providenzia. Unde con providenzia el creai: quando raguardai in me medesimo, inamora'mi della mia creatura; piacquemi di crearla a la imagine e similitudine mia con molta providenzia. Unde providdi di darle la memoria perché ritenesse i benefizi miei, facendole participare della potenzia di me Padre etterno. Die' le l'intellecto acciò che nella sapienzia de l'unigenito mio Figliuolo ella intendesse e cognoscesse la volontá di me Padre etterno, donatore delle grazie a lei con tanto fuoco d'amore. Die' le la volontá ad amare, participando la clemenzia dello Spirito sancto, acciò che potesse amare quello che lo 'ntellecto vide e cognobbe.
Questo fece la dolce mia providenzia solo perché ella fusse capace ad intendere e gustare me, e godere de l'etterna mia bontá ne l'etterna mia visione. E, sí come in molti luoghi Io t'ho narrato, perché giognesse a questo fine, essendo serrato el cielo per la colpa d'Adam, il quale non cognobbe la sua dignitá, raguardando con quanta providenzia e amore ineffabile Io l'avevo creato; unde, perché egli non la conobbe, però cadde nella disobbedienzia, e dalla disobbedienzia a la immondizia, con superbia e piacere feminile, volendo piú tosto conscendere e piacere a la compagna sua (poniamo che non credesse però a lei quello che ella diceva), consenti piú tosto di trapassare l'obbedienzia mia che contristarla; cosí per questa disobbedienzia vennero e sonno venuti poi tucti quanti e' mali; tucti contraeste di questo veleno (della quale disobbedienzia in uno altro luogo ti narrarò come ella è pericolosa, ad commendazione de l'obbedienzia); unde, per tollere via questa morte, Io providi a l'uomo dandovi el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo con grande prudenzia e providenzia per provedere a la vostra necessitá. Dico «con prudenzia», però che con l'esca della vostra umanitá e l'amo della mia Deitá Io presi el dimonio, el quale non poté cognoscere la mia Veritá. La quale Veritá, Verbo incarnato, venne a consumare e a distruggere la sua bugia con la quale aveva ingannato l'uomo.
Sí che usai grande providenzia e prudenzia. Pensa, carissima figliuola, che maggiore non la poteva usare che darvi el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo. A lui posi la grande obbedienzia per trare il veleno, che per la disobbedienzia era caduto ne l'umana generazione. Unde egli, come inamorato vero obbediente, corse a l'obrobriosa morte della sanctissima croce, e con la morte vi die' la vita. None in virtú de l'umanitá, ma in virtú della mia Deitá; la quale, per mia providenzia, unii con la natura umana per satisfare a la colpa che era facta contra a me, Bene infinito, la quale richiedeva satisfaczione infinita, cioè che la natura umana, che aveva offeso (che era finita), fusse unita con cosa infinita, acciò che infinitamente satisfacesse a me infinito, e a la natura umana, a' passati, a' presenti e a' futuri, e tanto quanto offendesse l'uomo, volendo ritornare a me nella vita sua, trovasse perfecta satisfaczione. E però unii la natura divina con la natura umana, per la quale unione avete ricevuta satisfaczione perfecta. Questo ha facto la mia providenzia: che, con l'operazione finita (ché finita fu la pena della croce nel Verbo), avete ricevuto fructo infinito in virtú della Deitá, come decto è.
Questa infinita ed etterna providenzia di me Dio, Padre vostro, Trinitá etterna, provide di rivestire l'uomo. El quale, avendo perduto el vestimento della innocenzia e dinudato d'ogni virtú, periva di fame e moriva di freddo in questa vita della perregrinazione. Soctoposto era ad ogni miseria, serrata era la porta del cielo e perduta n'aveva ogni speranza; la quale speranza, se l'avesse potuta pigliare, gli sarebbe stato uno refrigerio in questa vita. None l'aveva, e però stava in grande affliczione. Ma Io, somma providenzia, providi a questa necessitá: unde, non costrecto dalle vostre giustizie né virtú, ma dalla mia bontá, vi diei el vestimento per mezzo di questo dolce e amoroso Verbo unigenito mio Figliuolo. El quale, spogliando sé della vita, rivestí voi di innocenzia e di grazia; la quale innocenzia e grazia ricevete nel sancto baptesmo in virtú del Sangue, lavando la macchia del peccato originale, nel quale sète conceputi, contraendolo dal padre e dalla madre vostra. E però la mia providenzia provide non con pena di corpo, sí come era usanza nel Testamento vecchio, quando erano circuncisi, ma con la dolcezza del sancto baptesmo.
Sí che egli è rivestito. Anco l'ho scaldato, manifestandovi l'unigenito mio Figliuolo, per l'apriture del Corpo suo, el fuoco della mia caritá, el quale era velato sotto questa cennere de l'umanitá vostra. E non díe questo riscaldare l'affreddato cuore de l'uomo, se egli non è giá obstinato, aciecato dal proprio amore, che egli non si vegga amare da me tanto ineffabilemente? La mia providenzia gli ha dato el cibo per confortarlo mentre che egli è perregrino e viandante in questa vita, sí come in un altro luogo ti dixi. Facto ho indebilire i nemici suoi, che veruno gli può nocere se non esso medesimo. La strada è battuta nel Sangue della mia Veritá, acciò che possa giognere al termine suo, a quello fine per lo quale Io el creai. E che cibo è questo? Sí come in un altro luogo Io ti narrai, è il Corpo e 'l Sangue di Cristo crocifixo tucto Dio e tucto uomo, cibo degli angeli e cibo di vita. Cibo che sazia ogni affamato che di questo pane si dilecta, ma none colui che non ha fame; però che egli è uno cibo che vuole essere preso con la bocca del sancto desiderio e gustato per amore. Sí che vedi che la mia providenzia ha proveduto di darli conforto.
CAPITOLO CXXXVI
Come Dio providde dando la speranza ne le sue creature. E come chi piú perfectamente spera, piú perfectamente gusta la providenzia sua.
--Anco gli ho dato el refrigerio della speranza, se col lume della sanctissima fede raguarda el prezzo del Sangue che è pagato per lui, el quale gli dá ferma speranza e certezza della salute sua. Negli obrobri di Cristo crocifixo gli è renduto l'onore; ché se con tucte le membra del corpo suo egli offende me, e Cristo benedecto, dolcissimo mio Figliuolo, in tucto el Corpo suo ha sostenuti grandissimi tormenti, e con la sua obbedienzia ha levata la vostra disobbedienzia. Dalla quale obbedienzia tucti avete contracto la grazia, sí come per la disobbedienzia tucti contraeste la colpa.
Questo v'ha conceduto la mia providenzia, la quale, dal principio del mondo infino al dí d'oggi, ha proveduto e provederá, infino a l'ultimo, a la necessitá e salute dell'uomo in molti e diversi modi (secondo che Io, giusto e vero medico, veggo che vi bisogna a le vostre infermitá), secondo che n'ha bisogno per renderli sanitá perfecta o per conservarlo nella sanitá. La mia providenzia non mancará mai, a chi la vorrá ricevere, in quegli che perfectamente sperano in me. E chi spera in me, bussa e chiama in veritá, non solamente con la parola, ma con affecto e col lume della sanctissima fede, gustaranno me nella providenzia mia; ma non coloro che solamente bussano e suonano col suono della parola, chiamandomi:--Signore, Signore!--Dicoti che, se essi con altra virtú non m'adimandano, non saranno conosciuti da me per misericordia, ma per giustizia. Sí che Io ti dico che la mia providenzia non mancará a chi in veritá spera in me, ma in chi si dispera di me e spera in sé.
Sai che speranza in due cose contrarie non si può ponere. Questo volse dire a voi la mia Veritá nel sancto Evangelio, quando dixe: «Veruno può servire a due signori»; ché, se serve a l'uno, è incontempto a l'altro. Servire non è senza speranza, però che 'l servo, che serve, serve con esperanza che ha nel prezzo e utilitá che se ne vede trare, o con esperanza che egli ha di piacere al signore suo. Onde al nemico del suo signore punto non servirebbe; el quale servizio fare non potrebbe senza alcuna speranza. Onde, servendo e sperando, si vederebbe privare di quello che aspectava dal signore suo. Or cosí pensa, carissima figliuola, che adiviene a l'anima: o egli si conviene che ella serva e speri in me, o serva e speri nel mondo e in se medesima: però che tanto serve al mondo, fuore di me, di servizio sensuale, quanto serve e ama la propria sensualitá; del quale amore e servizio spera d'avere dilecto, piacere e utilitá sensitiva. Ma, perché la speranza sua è posta in cosa finita, vana e transitoria, però gli viene meno, e non giogne in effecto di quel che desiderava. Mentre che egli spera in sé e nel mondo, none spera in me: perché 'l mondo, cioè i desidèri mondani dell'uomo sono a me in odio, e in tanta abominazione mi furono che Io diei l'unigenito mio Figliuolo a l'obrobriosa morte della croce; onde il mondo non ha conformitá meco, né Io con lui. Ma l'anima, che perfectamente spera in me e serve con tucto el cuore e con tucto l'affecto suo, subbito per necessitá, per la cagione decta, si conviene che si disperi di sé e del mondo, di speranza posta con propria fragilitá.
Questa vera e perfecta speranza è meno e piú perfecta, secondo la perfeczione de l'amore che l'anima ha in me. E cosí, perfecta e imperfecta, gusta della providenzia mia: piú perfectamente la gustano e la ricevono quegli che servono e sperano di piacere solamente a me, che quegli che servono con esperanza del fructo e per dilecto che trovassero in me. Questi primi sonno quegli che, ne l'ultimo stato de l'anima, Io ti narrai della loro perfeczione. E questi, che Io ora ti conto, sonno e' secondi e i terzi, che vanno con esperanza del dilecto e del fructo, e sonno quegli imperfecti de' quali Io ti contai narrandoti degli stati de l'anima.
Ma, in veruno modo, a' perfecti e agli imperfecti non mancará la mia providenzia, purché l'uomo non presummi né speri in sé. El quale presummere e sperare in sé, perché esce da l'amore proprio, obfusca l'occhio de l'intellecto, traendone el lume della sanctissima fede. Unde non va con lume di ragione, e però non cognosce la mia providenzia, non che egli non ne pruovi. Però che neuno è, né giusto né peccatore, che non sia proveduto da me, perché ogni cosa è facta e creata da la mia bontá, però che Io so' Colui che so', e senza me veruna cosa è facta, se non solo el peccato che non è. Sí che essi ricevono bene della mia providenzia, ma non la intendono, perché non la cognoscono: non cognoscendola, non l'amano: e però non ne ricevono fructo di grazia. Ogni cosa veggono torta, dove ogni cosa è dricta. E, sí come ciechi, ogni cosa vegono in tenebre, e la tenebre in luce, perché hanno posta la speranza e il servizio loro nella tenebre, unde caggiono in mormorazione e vengono ad impazienzia.
E come sonno tanto macti? Doh, carissima figliuola, come possono essi credere che Io, somma ed etterna bontá, possa volere altro che il loro bene nelle cose piccole che tucto dí Io permecto per salute loro, quando pruovano che Io non voglio altro che la loro sanctificazione nelle cose grandi? Ché, con tucta la loro ciechitá, non possono fare che almeno con uno poco di lume naturale non veggano la bontá mia e il benefizio della mia providenzia, la quale truovano (e non la possono dinegare) nella prima creazione e nella ricreazione che ha ricevuto l'uomo nel Sangue, ricreandolo a grazia, sí come decto t'ho. Questa è cosa sí chiara e manifesta che non possono dire di no. Poi mancano e vengono meno a l'ombra loro, perché questo lume naturale non è stato exercitato in virtú. El macto uomo non vede che di tempo in tempo Io ho proveduto generalmente al mondo, e in particulare a ogniuno secondo el suo stato. E perché veruno è che in questa vita stia fermo, ma sempre si muta di tempo in tempo in sino che egli è gionto a lo stato suo fermo, sempre il provego di quel che gli bisogna nel tempo che egli è.
CAPITOLO CXXXVII
Come Dio provide nel Testamento vecchio con la legge e co' profeti; e poi con mandare el Verbo; poi con gli apostoli, co' martiri e con gli altri sancti uomini. Come nulla adiviene a le creature, che tucto non sia providenzia di Dio.
--Generalmente Io providi con la legge, che Io diei a Moisé nel Testamento vecchio, e con molti altri sancti profeti. Anco ti fo sapere che, innanzi l'avenimento del Verbo mio Figliuolo, poco stecte il popolo giudaico senza profeta, per confortare il popolo con le profezie, dando lo' speranza che la mia Veritá, profeta de' profeti, li traesse della servitú e facesseli liberi e diserrasse lo' el cielo col sangue suo, che tanto tempo era stato serrato. Ma, poi che venne il dolce e amoroso Verbo, neuno profeta si levò tra loro: per certificarli che quello, che egli aspectavano, l'avevano avuto, unde non bisognava che piú profeti l'annunziassero: benché essi nol cognobbero né cognoscono per la ciechitá loro. Doppo costoro, providi venendo el Verbo, sí come decto è, il quale fu vostro tramezzatore tra me, Dio etterno, e voi. Doppo lui, gli appostoli, martiri, doctori e confessori, sí come in un altro luogo Io ti dixi. Ogni cosa ha facto la mia providenzia, e cosí ti dico che infino a l'ultimo provederá. Questa è generale, data a ogni creatura che ha in sé ragione, che di questa providenzia vorrá ricevere el fructo. In particulare lo' do ogni cosa per mia providenzia: e vita e morte (per qualunque modo Io la dia), fame, sete, perdimento di stato nel mondo, nuditá, freddo, caldo, ingiurie, scherni e villanie. Tucte queste cose permecto che lo' siano facte o decte dagli uomini. Non che Io faccia la malizia della mala volontá di colui che fa el male e la ingiuria, ma el tempo e l'essere che egli ha avuto da me. El quale essere gli diei non perché offendesse me né il prossimo suo, ma perché servisse me e lui con dileczione di caritá. Unde Io permecto quello acto o per provare la virtú della pazienzia in quella anima di colui che riceve, o per farlo ricognoscere.
Alcuna volta permectarò che al giusto tucto el mondo gli sará contrario, e ne l'ultimo fará morte la quale dará grande admirazione agli uomini del mondo. Parrá a loro una cosa ingiusta di vedere perire uno giusto quando in acqua, quando in fuoco, quando strangolato da l'animale e quando per cadimento di casa sopra di lui, nel quale perderá la vita corporale. Oh, quanto paiono fuore di modo queste cose a quello occhio che non v'è dentro el lume della sanctissima fede! Ma none al fedele: però che 'l fedele ha trovato e gustato, per affecto d'amore, nelle cose grandi sopradecte la mia providenzia; e cosí vede e tiene che con providenzia Io fo ciò ch'Io fo, solo per procurare a la salute dell'uomo. E però ha ogni cosa in reverenzia: non si scandalizza in sé, né ne l'operazioni mie, né nel proximo suo; ma ogni cosa trapassa con vera pazienzia. La providenzia mia non è tolta a veruna creatura, perché tucte le cose sonno condite con essa. Alcuna volta parrá a l'uomo, o grandine o tempesta o saecta che Io mandi sopra el corpo della creatura, che ella sia crudeltá, quasi giudicando che Io non abbi proveduto a la salute di colui. E Io l'ho facto per camparlo della morte etternale; ed egli tiene il contrario. E cosí gli uomini del mondo in ogni cosa vogliono contaminare le mie operazioni e intenderle secondo el loro basso intendimento.
CAPITOLO CXXXVIII
Come ciò che Dio ci permecte è solamente per nostro bene e per nostra salute. E come sono ciechi e ingannati quelli che giudicano el contrario.
--E voglio che tu vegga, dilectissima figliuola, con quanta pazienzia a me conviene portare le mie creature, le quali Io ho create, come decto è, a la imagine e similitudine mia con tanta dolcezza d'amore. Apre l'occhio de l'intellecto e raguarda in me; e ponendoti Io uno caso particulare avenuto, del quale se ben ti ricorda, tu mi pregasti ch'Io provedesse, e io providi, sí come tu sai, che senza pericolo di morte riebbe lo stato suo. E come egli è questo particulare, cosí è generalmente in ogni cosa.--
Alora quella anima, aprendo l'occhio de l'intellecto col lume della sanctissima fede nella divina sua maestá con anxietato desiderio (perché per le parole decte piú conosceva della sua veritá nella dolce providenzia sua) per obbedire al comandamento suo, specolandosi ne l'abisso della sua caritá, vedeva come egli era somma e etterna Bontá, e come per solo amore ci aveva creati e ricomprati del sangue del suo Figliuolo, e che con questo amore medesimo dava ciò che egli dava e permecteva: tribulazioni e consolazioni; ogni cosa era dato per amore e per provedere a la salute de l'uomo, e non per verun altro fine.
El Sangue sparto con tanto fuoco d'amore vedeva che manifestava che questa era la veritá. Alora diceva el sommo ed etterno Padre:--Questi sono come aciecati per lo proprio amore che hanno di loro medesimi, scandalizzandosi con molta impazienzia. Io ti parlo ora in particulare e in generale, ripigliando quel ch'Io dicevo. Essi giudicano in male, in loro danno, in ruina e in odio quello che Io fo per amore e per loro bene, per privarli dalle pene etternali, per guadagno e per dar lo' vita etterna. E perché dunque si lagnano di me? perché none sperano in me, ma in loro medesimi; e giá t'ho decto che per questo vengono a tenebre, sí che non cognoscono. Unde odiano quel che debbono avere in reverenzia, e, come superbi, vogliono giudicare gli occulti miei giudizi, e' quali sonno tucti dricti. Ma essi fanno come il cieco, che col tacto della mano, o alcuna volta col sapore del gusto, e quando col suono della voce, vorrá giudicare in bene e in male, secondo el suo basso, infermo e picciolo sapere. E non si vorranno actenere a me, che so' vero lume e so' Colui che gli nutrico spiritualmente e corporalmente, e senza me veruna cosa possono avere. E se alcuna volta sonno serviti da la creatura, Io so' Colui che l'ho data la volontá, l'aptitudine, el sapere, el potere a poterlo fare. Ma, come macto, egli andare vuole col sentimento della mano, che è ingannata nel suo toccare perché non ha lume per discernere il colore: e cosí el gusto s'inganna, perché non vede l'animale immondo che si pone alcuna volta in sul cibo; l'orecchia è ingannata nel dilecto del suono, perché non vede colui che canta; se non si guardasse da lui, per lo diletto egli li può dare la morte.