Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza
Chapter 25
Oh, quanto è beata l'anima loro quando vengono a l'extremitá della morte, perché sonno stati annunziatori e difenditori della fede al proximo loro. Eglino se l'hanno incarnata intro le mirolla de l'anima, con la quale fede veggono el luogo loro in me. La speranza con la quale sonno vissuti, sperando nella providenzia mia, perdendo ogni speranza di loro medesimi (cioè di none sperare nel loro proprio sapere); e perché essi perdêro la speranza di loro, non posero affecto disordinato in veruna creatura né in veruna cosa creata, perché vissero poveri volontariamente; e però con grande dilecto distendono la speranza loro in me. El cuore loro (che fu uno vasello di dileczione che portava el nome mio con ardentissima caritá, l'annunziavano con exemplo di buona e sancta vita e con la doctrina della parola al proximo loro) levasi adunque con amore ineffabile e strigne me per affecto d'amore, che so' suo fine, recandomi la margarita della giustizia, perché la portò sempre dinanzi da sé, facendo giustizia a ogniuno e rendendo discretamente il debito suo. E però rende a me giustizia con vera umilitá e rende gloria e loda al nome mio, perché retribuisce aver avuto da me grazia d'avere corso el tempo suo con pura e sancta conscienzia; e a sé rende indegnazione, reputandosi indegno d'avere ricevuta e ricevere tanta grazia.
La coscienzia sua mi rende buona testimonianza, e Io a lui giustamente rendo la corona della giustizia adornata delle margarite delle virtú, cioè del fructo che la caritá ha tracto delle virtú. O angelo terrestre! beato te che non se' stato ingrato de' benefizi ricevuti da me e non hai conmessa negligenzia né ignoranzia; ma sollicito, con vero lume, tenesti l'occhio tuo aperto sopra e' subditi tuoi, e come fedele e virile pastore hai seguitata la doctrina del vero e buono Pastore Cristo, dolce Iesú, unigenito mio Figliuolo. E però realmente tu passi per lui bagnato e annegato nel Sangue suo con la torma delle tue pecorelle, delle quali, con la sancta doctrina e vita tua, molte n'hai condocte a la vita durabile, e molte n'hai lassate in stato di grazia.
O figliuola carissima, a costoro non nuoce la visione delle dimonia, però che per la visione di me (la quale per fede veggono e per amore tengono, perché in loro non è veleno di peccato) la obscuritá e terribilezza loro non lo' dá noia né alcuno timore, perché in loro non hanno timore servile, anco timore sancto. Unde non temono e' loro inganni, perché col lume sopranaturale e col lume della sancta Scriptura cognoscono gl'inganni suoi, sí che non ricevono tenebre né turbazione di mente. Or cosí gloriosamente passano bagnati nel Sangue, con la fame della salute de l'anime, tucti affocati nella caritá del proximo, passati per la porta del Verbo e intrati in me. E dalla mia bontá sonno conlocati ciascuno nello stato suo, e misurato lo' secondo la misura che hanno recata a me de l'affecto della caritá.
CAPITOLO CXXXII
De la morte de' peccatori e de le pene loro nel punto de la morte.
--O carissima figliuola, non è tanta l'excellenzia di costoro, che e' non abbino molta piú miseria e' miseri tapinelli de' quali Io t'ho narrato. Quanto è terribile e obscura la morte loro! Però che nel punto della morte, sí come Io ti dixi, le dimonia gli accusano con tanto terrore e obscuritá, mostrando la figura loro, che sai che è tanto orribile che ogni pena che in questa vita si potesse sostenere eleggerebbe la creatura, inanzi che vederlo nella visione sua. E anco se li rinfresca lo stimolo della coscienzia, che miserabilemente il rode nella coscienzia sua. Le disordinate delizie e la propria sensualitá (la quale si fece signora, e la ragione fece serva), l'acusano miserabilmente, perché alora cognosce la veritá di quello che in prima non cognosceva. Unde viene a grande confusione de l'errore suo, perché nella vita sua vixe come infedele e non fedele a me, perché l'amore proprio gli velò la pupilla del lume della sanctissima fede. El dimonio el molesta d'infedelitá, per farlo venire a disperazione.
Oh! quanto gli è dura questa bactaglia, perché 'l truova disarmato e non gli truova l'arme de l'affecto della caritá, perché in tucto, come membri del diavolo, ne sonno stati privati. Unde non hanno lume sopranaturale né quel della scienzia, perché non l'intesero, però che le corna della superbia non lo' lassano intendere la dolcezza del suo merollo; unde ora nelle grandi bactaglie non sanno che si fare. Nella speranza essi non sonno notricati, però che non hanno sperato in me né nel Sangue, del quale Io gli feci ministri, ma solo in loro medesimi e negli stati e delizie del mondo. E non vedeva il misero dimonio incarnato che ogni cosa gli stava ad usura, e come debitore gli conveniva rendere ragione dinanzi a me? Ora si truova innudo e senza alcuna virtú, e, da qualunque lato egli si vòlle, non ode altro che rimproverio con grande confusione.
La ingiustizia sua, la quale egli ha usata nella vita, l'accusa a la coscienzia, unde non s'ardisce di dimandare altro che giustizia. E dicoti che tanta è quella vergogna e confusione, che, se non che essi s'hanno preso nella vita loro per uno uso di sperare nella misericordia mia, bene che per li loro difecti ella è grande presumpzione (perché colui che offende col braccio della misericordia, in effecto non si può dire che questa sia speranza di misericordia, ma è piú tosto presumpzione), ma pure ha preso l'acto della misericordia; unde, venendo a l'extremitá della morte e cognoscendo il difecto suo e scaricando la coscienzia per la sancta confessione, è levata la presumpzione, che non offende piú, e rimane la misericordia. E con questa misericordia possono pigliare atacco di speranza, se essi vogliono. Che se non fusse questo, neuno sarebbe che non si disperasse, e con la disperazione giognarebbe con le dimonia a l'etterna dannazione.
Questo fa la mia misericordia: di farli sperare, nella vita loro, nella misericordia, bene che Io non lo' 'l do perché essi offendano con la misericordia, ma perché si dilatino in caritá e in considerazione della bontá mia. Ma essi l'usano tucta in contrario, però che con la speranza, che essi hanno presa della mia misericordia, m'offendono. E nondimeno Io gli pure conservo nella speranza della misericordia, perché ne l'ultimo della morte egli abbino a che ataccarsi e al tucto non vengano meno nella reprensione e non giongano a disperazione. Però che molto piú è spiacevole a me e danno a loro questo ultimo peccato del disperarsi, che tucti gli altri peccati che egli hanno commessi. E questa è la cagione perché egli è piú danno a loro e spiacevole a me: perché gli altri peccati essi gli fanno con alcuno dilecto della propria sensualitá, e alcuna volta se ne dolgono, unde se ne possono dolere per modo che per quello dolere ricevono misericordia. Ma al peccato della disperazione non ve li muove fragilitá, però che non vi truovano alcuno dilecto né altro che pena intollerabile; e nella disperazione spregia la misericordia mia, facendo maggiore il difecto suo che la misericordia e bontá mia. Unde, caduto che egli è in questo peccato, non si pente né ha dolore de l'offesa mia in veritá come si debba dolere: duolsi bene del danno suo, ma non si duole de l'offesa che ha facta a me; e cosí riceve la etterna dannazione.
Sí che vedi che solo questo peccato el conduce a l'inferno, e ne l'inferno è crociato di questo e di tucti gli altri difecti che egli ha commessi. E se egli si fusse doluto e pentutosi de l'offesa che aveva facta a me e avesse sperato nella misericordia, avarebbe trovato misericordia. Però che senza alcuna comparazione, sí come io ti dixi, è maggiore la misericordia mia che tucti e' peccati che potesse commectere neuna creatura. E però molto mi dispiace che essi pongano maggiori e' difecti loro; e questo è quel peccato che non è perdonato né di qua né di lá. E perché nel punto della morte (poi che la vita loro è passata disordinatamente e scelleratamente), perché molto mi dispiace la disperazione, vorrei che pigliassero speranza nella misericordia mia, e però nella vita loro Io uso questo dolce inganno, cioè di farli sperare largamente nella misericordia mia; però che, quando vi sonno nutricati dentro in questa speranza, giognendo a la morte non sonno cosí inchinevoli a lassarla per le dure reprensioni che odono, sí come farebbero non essendovisi nutricati dentro.
Tucto questo lo' dá el fuoco e l'abisso della inextimabile caritá mia. Ma, perché essi l'hanno usata con la tenebre de l'amore proprio, unde l'è proceduto ogni difecto, non l'hanno cognosciuta in veritá; e però l'è reputato a grande presumpzione, quanto che ne l'affecto loro, la dolcezza della misericordia. E questa è un'altra reprensione che lo' dá la coscienzia ne l'aspecto delle dimonia, rimproverando che 'l tempo e la larghezza della misericordia, nella quale egli sperava, si doveva dilatare in caritá e in amore delle virtú e con virtú spendere il tempo che Io per amore lo' diei; e eglino, col tempo e con la larga speranza della misericordia, m'offendevano miserabilemente. O cieco, sopra cieco! Tu sotterravi la margarita e il talento che Io ti missi nelle mani perché tu guadagnassi con esso; e tu, come presumptuoso, non volesti fare la volontá mia, anco el sotterrasti socto la terra del disordinato amore proprio di te medesimo, il quale ora ti rende fructo di morte. Oh, misero te! quanta è grande la pena tua, la quale tu ora ne l'extremitá ricevi. Elle non ti sonno occulte le tue miserie, però che 'l vermine della coscienzia ora non dorme, anco rode. Le dimonia ti gridano e rendonti el merito che egli usano di rendere a' servi loro: confusione e rimproverio. Acciò che nel punto della morte tu non l'esca delle mani, vogliono che tu gionga a la disperazione, e però ti dánno la confusione, acciò che poi, con loro insieme, ti rendano di quello che egli hanno per loro.
Oh, misero! la dignitá, nella quale Io ti posi, ti si rapresenta lucida come ella è. E per tua vergogna, cognoscendo che tu l'hai tenuta e usata in tanta tenebre di colpa la substanzia della sancta Chiesa, ti pone innanzi che tu se' ladro e debitore, el quale dovevi rendere il debito a' poveri e a la sancta Chiesa. Alora la coscienzia tua tel rapresenta che tu l'hai speso e dato a le publiche meritrici, e notricati e' figliuoli e aricchiti e' parenti tuoi, e haitelo cacciato giú per la gola con adornamento di casa e con molti vasi de l'argento, colá dove tue dovevi vivere con povertá volontaria.
L'officio divino ti rapresenta la tua coscienzia, ché tu el lassavi, e non ti curavi perché cadessi nella colpa del peccato mortale; e, se tu el dicevi con la bocca, el cuore tuo era di longa da me. E' subditi tuoi, cioè la caritá e la fame, che verso di loro dovevi avere di notricarli in virtú, dando lo' exemplo di vita e bacterli con la mano della misericordia e con la verga della giustizia; e, perché tu facesti el contrario, la coscienzia ne l'orribile aspecto delle dimonia ti riprende. E se tu, prelato, hai date le prelazioni o cura d'anime a veruno tuo subdito ingiustamente, cioè che tu non abbi veduto a cui e come tu l'hai dato, ti si pone dinanzi a la coscienzia, perché tu le dovevi dare non per parole lusinghevoli né per piacere alle creature né per doni, ma solo per rispecto di virtú, per onore di me e salute de l'anime. E perché tu non l'hai facto, ne se' ripreso; e per maggiore tua pena e confusione hai dinanzi a la coscienzia e al lume de l'intellecto quello che tu hai facto, che non dovevi fare, e quello che tu dovevi fare, che tu non hai facto.
E voglio che tu sappi, carissima figliuola, che piú perfectamente si cognosce la bianchezza allato al nero e il nero allato a la bianchezza, che separati l'uno da l'altro. Cosí adiviene a questi miseri, a costoro in particulare e a tucti gli altri generalmente, che nella morte (dove l'anima comincia piú a vedere i guai suoi, e il giusto la beatitudine sua) ella è rapresentata al misero la vita sua scellerata. E non bisogna che alcuno l'il ponga dinanzi, però che la coscienzia sua si pone innanzi e' difecti che egli ha commessi e le virtú che doveva adoperare. Perché la virtú? per maggiore sua vergogna: perché, essendo allato il vizio e la virtú, per la virtú cognosce meglio el difecto, e quanto piú el cognosce, maggiore vergogna n'ha. E per lo difecto suo cognosce meglio la perfeczione della virtú, unde ha maggiore dolore, perché si vede nella vita sua essere stato fuore d'ogni virtú. E voglio che tu sappi che nel cognoscimento, che essi hanno della virtú e del vizio, veggono troppo bene el bene che séguita doppo la virtú a l'uomo virtuoso, e la pena che séguita a quel che è giaciuto nella tenebre del peccato mortale.
Questo cognoscimento do non perché venga a disperazione, ma perché venga a perfecto cognoscimento di sé e a vergogna del difecto suo con esperanza; acciò che con la vergogna e cognoscimento sconti de' difecti suoi e plachi l'ira mia, dimandando umilmente misericordia. El virtuoso ne cresce in gaudio e in cognoscimento della mia caritá, perché retribuisce la grazia d'avere seguitate le virtú e d'essere ito per la dottrina della mia Veritá, da me e non da sé, e però exulta in me. Con questo vero lume e cognoscimento gusta e riceve il dolce fine suo per lo modo che Io in un altro luogo ti dixi. Sí che l'uno exulta in gaudio, cioè il giusto che è vissuto con ardentissima caritá, e lo iniquo tenebroso si confonde in pena. Al giusto la tenebre e visione delle dimonia non gli nuoce, e non teme, però che solo el peccato è quel che teme e riceve nocimento. Ma quegli, che lascivamente e con molte miserie hanno guidata la vita loro, ricevono nocimento e timore ne l'aspecto delle dimonia. Non è nocimento di disperazione, se essi non vorranno, ma di pena di riprensione, di rinfrescamento di coscienzia e di paura e timore ne l'orribile aspecto loro.
Ora vedi quanto è differente, carissima figliuola, la pena della morte e la bactaglia che ricevono nella morte, quella del giusto da quella del peccatore, e quanto è differente il fine loro. Una piccola, piccola particella te n'ho narrato e mostrato a l'occhio de l'intellecto tuo: ed è sí piccola per rispecto di quel che ella è, cioè della pena che riceve l'uno e del bene che riceve l'altro, che è quasi non cavelle. Or vedi quanta è la ciechitá dell'uomo, e spezialmente di questi miserabili, però che tanto quanto hanno ricevuto piú da me e piú sonno illuminati della sancta Scriptura, piú sonno obligati e ricevono piú intollerabile confusione. E perché piú cognobbero della sancta Scriptura nella vita loro, piú cognoscono nella morte loro e' grandi difecti che hanno commessi, e sonno conlocati in maggiori tormenti che gli altri, sí come e' buoni sonno posti in maggiore excellenzia. A costoro adiviene come del falso cristiano, che ne l'inferno è posto in maggiore tormento che uno pagano, perché esso ebbe il lume della fede e renunziò al lume della fede, e colui non l'ebbe. Cosí questi miseri avaranno piú pena d'una medesima colpa che gli altri cristiani, per lo misterio che Io lo' diei dando lo' a ministrare il Sole del sancto Sacramento, e perché ebbero el lume della scienzia a potere discernere la veritá e per loro e per altrui, se essi avessero voluto. E però giustamente ricevono maggiori pene.
Ma e' miseri nol cognoscono; ché, se essi avessero punto di considerazione dello stato loro, non verrebbero in tanti mali, ma sarebbero quel che debbono essere e non sonno. Anco tucto el mondo è corrocto, facendo molto peggio essi che i secolari nel grado loro. Unde con le loro puzze lordano la faccia de l'anime loro e corrompono e' subditi e succhiano il sangue a la sposa mia, cioè alla sancta Chiesa. Unde per li loro difecti essi la impalidiscono, cioè che l'amore e l'affecto della caritá, che debbono avere a questa sposa, l'hanno posto a loro medesimi, e non actendono ad altro che a piluccarla e a trarne le prelazioni e le grandi rendite, dove essi debbono cercare anime. Unde per la loro mala vita vengono e' secolari ad inreverenzia e a disobbedienzia alla sancta Chiesa, benché essi nol debbano fare. E non è scusato il difecto loro per lo difecto de' ministri.
CAPITOLO CXXXIII
Repetizione breve sopra molte cose giá decte, e come Dio in tucto vieta che i sacerdoti non siano toccati per le mani de' secolari, e come invita la predecta anima a piangere sopra essi miseri sacerdoti.
--Molti difecti t'avarei a dire; ma non voglio piú apuzzare l'orecchie tue. Hotti narrato questo per satisfare al desiderio tuo, e perché tu sia piú sollicita a offerire dolci, amorosi e amari desidèri dinanzi a me per loro. E hotti contata della excellenzia nella quale Io gli ho posti, e del tesoro che v'è ministrato per le mani loro, cioè del sancto Sacramento tucto Dio e tutto uomo, dandoti la similitudine del sole, acciò che tu vedessi che per li loro difecti non diminuisce la virtú di questo Sacramento: e però non voglio che diminuisca la reverenzia verso di loro. E hotti mostrata la excellenzia de' virtuosi ministri miei, in cui riluceva la margarita delle virtú e della sancta giustizia. E hotti mostrato quanto m'è spiacevole l'offesa che fanno e' persecutori della sancta Chiesa, e la inreverenzia che essi hanno al Sangue; però che, perseguitando loro, el reputo facto al Sangue e non a loro, però che Io l'ho vetato che non tocchino e' cristi miei.
Ora t'ho contiato della vitoperosa vita loro, e quanto miseramente vivono, e quanta pena e confusione hanno nella morte, e quanto crudelmente, piú che gli altri, sonno cruciati doppo la morte. Ora t'ho atenuto quel ch'Io ti promissi, cioè di narrarti della vita loro alcuna cosa; e hotti satisfacto di quel che mi dimandasti, volendo tu che Io t'actenesse quel che promesso t'aveva.
Ora ti dico da capo che, con tucti quanti e' loro difecti, e se fussero ancora piú, Io non voglio che neuno secolare s'impacci di punirli. E se essi el faranno, non rimarrá impunita la colpa loro, se giá non la puniscono con la contrizione del cuore, ammendandosi de' difecti loro. Ma l'uno e gli altri sonno dimòni incarnati, e per divina giustizia l'uno dimonio punisce l'altro; e l'uno e l'altro offende. El secolare non è scusato per lo peccato del prelato, né il prelato per lo peccato del secolare. Ora invito te, carissima figliuola, e tucti gli altri servi miei a piagnere sopra questi morti, e a stare come pecorelle nel giardino della sancta Chiesa a pascere per sancto desiderio e continue orazioni, offerendole dinanzi a me per loro, però che Io voglio fare misericordia al mondo. E non vi ritraete da questo pascere né per ingiuria né per alcuna prosperitá, cioè che non voglio che alziate il capo né per impazienzia né per disordinata allegrezza, ma umilmente actendete a l'onore di me e alla salute de l'anime e alla reformazione della sancta Chiesa. E questo mi sará segno che tu e gli altri m'amiate in veritá. Tu sai bene che Io ti manifestai che volevo che tu e gli altri fuste pecorelle, le quali sempre pasceste nel giardino della sancta Chiesa, sostenendo con fadiga, infino a l'ultimo della morte. E, cosí facendo, adempirò e' desidèri tuoi.
CAPITOLO CXXXIV
Come questa devota anima, laudando e ringraziando Dio, fa orazione per la sancta Chiesa.
Alora quella anima, come ebbra, ansietata e affocata d'amore, ferito el cuore di molta amaritudine, si vòlleva alla somma ed etterna bontá, dicendo:--O Dio etterno, o luce sopra ogni altra luce, ché da te esce ogni luce! o fuoco sopra ogni fuoco, però che tu se' solo quello fuoco che ardi e non consumi; e consumi ogni peccato e amore proprio che trovassi ne l'anima; e non la consumi affliggitivamente, ma ingrassila d'amore insaziabile, però che, saziandola, non si sazia, ma sempre ti desidera, e quanto piú t'ha piú ti cerca, e quanto piú ti desidera piú truova e gusta di te, sommo ed etterno fuoco, abisso di caritá! O sommo ed etterno Bene, chi t'ha mosso te, Dio infinito, d'aluminare me, tua creatura finita, del lume della tua veritá? Tu, esso medesimo fuoco d'amore, ne se' cagione. Però che sempre l'amore è quello che ha costrecto e costrigne te a crearci a la imagine e similitudine tua, e a farci misericordia donando smisurate e infinite grazie alle tue creature che hanno in loro ragione. O Bontá sopra ogni bontá! tu solo se' colui che se' sommamente buono, e nondimeno tu donasti el Verbo de l'unigenito tuo Figliuolo a conversare con noi, puzza e pieni di tenebre. Di questo chi ne fu cagione? L'amore, però che ci amasti prima che noi fussimo. O buono, o etterna grandezza, facestiti basso e piccolo per fare l'uomo grande. Da qualunque lato Io mi vòllo, non truovo altro che abisso e fuoco della tua caritá.
E sarò io quella misera che possa restituire alle grazie e a l'affocata caritá che tu hai mostrata, e mostri tanto affocato amore in particulare, oltre a la caritá comune e amore che tu mostri a le tue creature? No: ma solo tu, dolcissimo e amoroso Padre, sarai quello che sarai grato e cognoscente per me, cioè che l'affecto della tua caritá medesima ti renderá grazie; però che io so' colei che non so'. E se io dicesse alcuna cosa per me, io mentirei sopra el capo mio e sarei mendace figliuola del dimonio, che è padre delle bugie. Però che tu se' solo colui che se'; e l'essere e ogni grazia, che hai posta sopra l'essere, ho da te, che mel desti e dái per amore e non per debito. O dolcissimo Padre, quando l'umana generazione giaceva inferma per lo peccato di Adam, e tu le mandasti el medico del dolce e amoroso Verbo, tuo Figliuolo. Ora, quando Io giacevo inferma della infermitá della negligenzia e di molta ignoranzia, e tu, soavissimo e dolcissimo medico, Dio etterno, m'hai data una soave, dolce e amara medicina, acciò che io guarisca e mi levi da la mia infermitá. Soave m'è, però che con la soavitá e caritá tua hai manifestato te a me: dolce sopra ogni dolce m'è, però che hai illuminato l'occhio de l'intellecto mio col lume della sanctissima fede. Nel quale lume, secondo che t'è piaciuto di manifestare, cognobbi la excellenzia e la grazia che hai data a l'umana generazione, ministrando tucto Dio e tucto uomo nel corpo mistico della sancta Chiesa, e la dignitá de' tuoi ministri, e' quali hai posti che ministrino te a noi.
Io desideravo che tu satisfacessi a la promessa la quale facesti a me; e tu desti molto piú, dando quello che io non sapevo adomandare. Unde io cognosco veramente in veritá che 'l cuore dell'uomo non sa tanto adimandare né desiderare quanto tu piú dái; e cosí veggo che tu se' colui che se', infinito e etterno Bene, e noi siamo coloro che non siamo. E perché tu se' infinito e noi finiti, però dái tu quello che la tua creatura, che ha in sé ragione, non può né sa tanto desiderare: né per quel modo che tu sai, puoi e vuogli satisfare a l'anima e saziarla di quelle cose che ella non t'adimanda, né per quel modo tanto dolce e piacevole quanto tu le dái. E però ho ricevuto lume nella grandezza e caritá tua per l'amore, che hai manifestato che tu hai a tucta l'umana generazione, e singularmente agli unti tuoi, e' quali debbono essere angeli terrestri in questa vita. Mostrato hai la virtú e beatitudine di questi tuoi unti, e' quali sonno vissuti come lucerne ardenti con la margarita della giustizia nella sancta Chiesa. E, per questo, meglio ho cognosciuto el difecto di coloro che miserabilemente vivono. Unde ho conceputo grandissimo dolore de l'offesa tua e danno di tucto quanto el mondo: perché fanno danno al mondo, essendo specchio di miseria, dove essi debbono essere specchio di virtú. E perché tu a me, misera, cagione e strumento di molti difecti, hai manifestate e lamentatoti delle iniquitá loro, ho trovato dolore intollerabile.