Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza
Chapter 24
O dolcissima figliuola, chi tiene la terra che non gl'inghioctisce? chi tiene la mia potenzia che non gli fa essere immobili e statue ferme innanzi a tucto el popolo per loro confusione? La misericordia mia. E tengo me medesimo, cioè che con la misericordia tengo la divina mia giustizia per vincerli per forza di misericordia. Ma essi, come obstinati dimòni, non cognoscono né veggono la misericordia mia; ma, quasi come se credessero avere per debito ciò che egli hanno da me, perché la superbia gli ha aciecati, non veggono che l'hanno solo per grazia e non per debito.
CAPITOLO CXXIX
Di molti altri defecti e' quali per superbia e per l'amore proprio si comectono.
--Tucto questo t'ho decto per darti piú materia di pianto e d'amaritudine della ciechitá loro, cioè di vederli stare in stato di dannazione, e perché tu cognosca meglio la misericordia mia, acciò che tu in questa misericordia pigli fiducia e grandissima sicurtá, offerendo loro ministri della sancta Chiesa e tucto quanto el mondo dinanzi a me, chiedendo a me, per loro, misericordia. E quanto piú per loro m'offerirai dolorosi e amorosi desidèri, tanto piú mi mostrarrai l'amore che tu hai a me. Però che quella utilitá che tu a me none puoi fare, né tu né gli altri servi miei, dovete farla e mostrarla col mezzo di loro. E Io allora mi lassarò costrignere al desiderio, alle lagrime e a l'orazioni de' servi miei, e farò misericordia alla sposa mia, riformandola di buoni e sancti pastori.
Riformatala di buoni pastori, per forza si correggeranno e' subditi, però che, quasi, de' mali che si fanno per li subditi sonno colpa e' gattivi pastori; però che, se essi correggessero, e rilucesse in loro la margarita della giustizia, con onesta e sancta vita, non farebbero cosí. E sai che n'adiviene di questi cotali perversi modi? che l'uno séguita le vestigie de l'altro; però che i subditi non sonno obbedienti, perché, quando el prelato era subdito, non fu obbediente al prelato suo. Unde riceve da' subditi suoi quel che die' egli; e perché fu gattivo subdito, è gattivo pastore.
Di tucto questo, e d'ogni altro difecto, è cagione la superbia fondata in amore proprio. Ignorante e superbo era subdito, e molto piú è ignorante e superbo ora che è prelato. E tanta è la sua ignoranzia che, come cieco, dará l'offizio del sacerdote a uomo idiota, il quale a pena saprá pure leggere e non saprá l'officio suo. E spesse volte, per la sua ignoranzia, non sapendo bene le parole sacramentali, non consacrará. Unde, per questo, commecte quello medesimo difecto di non consecrare, che quegli hanno facto per malizia, non consecrando ma facendo vista di consecrare. Colá dove egli debba scegliere uomini experti e fondati in virtú che sappino e intendano quello che dicono. Ed essi fanno tucto il contrario, perché non mirano che egli sappi e non mirano a tempo ma a dilecto: pare che scelgano fanciulli e non uomini maturi. E non mirano che essi siano di sancta e onesta vita, né che cognoscano la dignitá alla quale essi vengono, né il grande misterio che essi hanno a fare; ma mirano pure di moltiplicare gente, ma non virtú. Essi sonno ciechi e ragunatori di ciechi, e non veggono che Io di questo e de l'altre cose lo' richiedarò ragione ne l'ultima extremitá della morte. E poi che egli hanno facti e' sacerdoti cosí tenebrosi come decto è, ed essi lo' danno ad avere cura d'anime, e veggono che di loro medesimi non sanno avere cura.
Or come potranno costoro, che non cognoscono el difecto loro, correggerlo e cognoscerlo in altrui? Non può né vuole fare contra se medesimo. E le pecorelle, che non hanno pastore che curi di loro né che le sappi guidare, agevolemente si smarriscono e spesse volte sonno devorate e sbranate da' lupi. E perché è gattivo pastore, non si cura di tenere il cane che abbai vedendo venire il lupo; ma tale il tiene quale è egli. E cosí questi ministri e pastori perché non hanno sollicitudine né hanno el cane della coscienzia, né il bastone della sancta giustizia, né la verga per correggere, e la conscienzia non abbaia riprendendo se medexima, né reprendendo le pecorelle vedendole smarrite e non tenere per la via della veritá, cioè non observando e' comandamenti miei, el lupo infernale le divora. Abbaiando questo cane, ponendo e' difecti loro sopra di sé con la verga della sancta giustizia, come decto è, camparebbe le pecorelle sue e tornarebbero a l'ovile. Ma perché egli è pastore senza verga e senza cane di conscienzia, periscono le sue pecorelle, e non se ne cura, perché il cane della coscienzia sua è indebilito, e però non abbaia, perché non gli ha dato el cibo. Però che il cibo che si debba dare a questo cane è il cibo de l'Agnello mio Figliuolo; però che piena che la memoria è del Sangue, sí come vasello de l'anima, la coscienzia se ne notrica; cioè che per la memoria del Sangue l'anima s'accende ad odio del vizio e amore della virtú. El quale odio e amore purificano l'anima dalla macchia del peccato mortale, e dá tanto vigore a la conscienzia che la guarda, che subbito che veruno nemico de l'anima, cioè il peccato, volesse intrare dentro (non tanto l'affecto, ma el pensiero), subbito la coscienzia come cane abbaia con stimolo, tanto che desta la ragione. E però non commecte ingiustizia, però che colui che ha coscienzia ha giustizia. E però questi cotali iniqui, non degni d'essere chiamati non tanto ministri ma creature ragionevoli, perché sonno facti animali per li loro difecti, non hanno cane (perché si può dire per la debilezza sua che essi non l'abbino), e però non hanno la verga della sancta giustizia. E tanto gli hanno facti timidi e' difecti loro, che l'ombra lo' fa paura, non di timore sancto, ma di timore servile. Eglino si debbono dispónare a la morte per trare l'anime delle mani delle dimonia, ed essi ve le mectono, non dando lo' doctrina di buona e sancta vita, né volendo sostenere una parola ingiuriosa per la salute loro.
E spesse volte sará l'anima del subdito inviluppata in gravissimi peccati, e avará a satisfare ad altrui; e per l'amore disordinato che egli avará a la sua fameglia, per none spropriarli, non renderá il debito suo. La vita sua sará nota a grande quantitá di gente e anco al misero sacerdote; e nondimeno anco gli sará facto sapere, acciò che, come medico che egli debba essere, curi quella anima. El misero ministro andará per fare quello che debba fare; e una parola che gli sia decta ingiuriosa o una mala miratura che gli sia facta, per timore non se ne impacciará piú. E alcuna volta gli sará donato; unde, fra el dono e il timore servile, lassará stare quella anima nelle mani delle dimonia, e daragli el sacramento del Corpo di Cristo, unigenito mio Figliuolo. E vede e sa che quella anima non è sviluppata dalla tenebre del peccato mortale; e nondimeno, per compiacere agli uomini del mondo e per lo disordinato timore e dono che ha ricevuto da loro, gli ha ministrato e' sacramenti e sepellitolo a grande onore nella sancta Chiesa, colá dove, come animale e membro tagliato dal corpo, el dovarebbe gictare fuore. Chi n'è cagione di questo? l'amore proprio e le corna della superbia. Però che, se egli avesse amato me sopra ogni cosa e l'anima di quel tapinello, e fusse stato umile e senza timore, avarebbe cercata la salute di quella anima.
Vedi dunque quanto male séguita di questi tre vizi, e' quali Io t'ho posti per tre colonne unde procedono tucti gli altri peccati: la superbia, avarizia e inmondizia delle menti e corpi loro. L'orecchie tue non sarebbero sufficienti a udirli, quanti sonno e' mali che di costoro escono sí come membri del dimonio. E per la superbia, disonestá e cupiditá loro fanno che alcuna volta (e tu hai veduto coloro a cui egli toccò) saranno cotali semplicelle di buona fede che si sentiranno cotali difecti di paura nelle menti loro. Temendo di non avere il dimonio, vannosene al misero sacerdote, credendo che egli le possa liberare; e vanno perché l'uno diavolo cacci l'altro. E egli, come cupido, riceve il dono, e, come disonesto, bructo, lascivo e miserabile, dirá a quelle tapinelle:--Questo difecto che voi avete non si può levare se non per lo tale modo;--e cosí, miserabilemente, lo' fará fiaccare il collo con lui insieme.
O dimonio sopra dimonio! in tucto se' facto peggio che il dimonio. Molti dimòni sonno che hanno a schifo questo peccato; e tu, che se' facto peggio di lui, vi t'involli dentro come il porco nel loto. O immondo animale, è questo quel ch'Io ti richiego, che tu con la virtú del Sangue, del quale Io t'ho facto ministro, cacci le dimonia da l'anime e da' corpi; e tu ve li mecti dentro? Non vedi che la scure della divina giustizia è giá posta a la radice de l'arbore tuo? E dicoti che elle ti stanno a usura e a l'ora e al tempo suo, se tu non punisci le tue iniquitá con la penitenzia e contrizione del cuore: tu non sarai riguardato perché tu sia sacerdote, anco sarai punito miserabilemente e portarai le pene per te e per loro. E piú crudelmente sarai cruciato che gli altri: staracti a mente alora di cacciare il dimonio col dimonio della concupiscenzia. E l'altro misero, che andará la creatura a lui che l'absolva perché sará legata in peccato mortale, e egli la legará in cotale e maggiore, e per nuove vie e modi cadrá in peccato con lei. E se ben ti ricorda, tu vedesti la creatura con gli occhi tuoi, a cui egli toccò. Bene è dunque pastore senza cane di coscienzia: anco affoga la coscienzia altrui non tanto che la sua.
Io gli ho posti perché cantino e psalmeggino la nocte, dicendo l'officio divino; e essi hanno imparato a fare malie e incantare le dimonia, facendosi venire per incanto di demonio, di mezza nocte, quelle creature che miseramente amano. Parrá che vengano, ma non sará. Or hotti Io posto perché la vigilia della nocte tu la spenda in questo? Certo no, ma perché tu la spenda in vigilia ed orazione, acciò che la mactina, disposto, tu vada a celebrare, e dia odore di virtú al popolo e non puzza di vizio. Se' posto nello stato angelico, acciò che tu possa conversare con gli angeli per sancta meditazione in questa vita, e poi ne l'ultimo gustare me con loro insieme; e tu ti dilecti d'essere dimonio, e di conversare con loro prima che venga el punto della morte. Ma le corna della tua superbia t'hanno percosso dentro ne l'occhio de l'intellecto la pupilla della sanctissima fede, e hai perduto el lume, e però non vedi in quanta miseria tu stai. E non credi in veritá che ogni colpa è punita e ogni bene è remunerato: ché, se in veritá tu el credessi, non faresti cosí, e non cercaresti né vorresti sí facta conversazione, anco ti verrebbe in terrore pure d'udire mentovare il nome suo. Ma perché tu séguiti la volontá sua, di lui e delle sue operazioni pigli dilecto. Cieco sopra cieco, Io vorrei che tu dimandassi el dimonio che merito egli ti può rendere del servizio che tu li fai. Esso ti risponderebbe, dicendo che ti dará quel fructo che ha per sé. Però che altro non ti può dare se non quelli crociati tormenti e fuoco nel quale arde continuamente, dove esso cadde, per la superbia sua, da l'altezza del cielo.
E tu, angelo terrestre, cadi da l'altezza (per la superbia tua) della dignitá del sacerdote e dal tesoro delle virtú nella povertá di molte miserie e, se tu non ti correggerai, nel profondo de l'inferno. Tu t'hai facto dio e signore il mondo e te medesimo: or di' al mondo con tucte le sue delizie che tu hai prese in questa vita, e a la propria tua sensualitá con che tu hai usate le cose del mondo (colá dove Io ti posi nello stato del sacerdozio perché tu le spregiassi, e te e il mondo sensualmente); di' che rendano ragione per te dinanzi a me, sommo giudice. Rispondarannoti che non ti possono aitare e farannosi beffe di te, dicendo:--Per te conviene che riesca.--E tu rimani confuso e vitoperato dinanzi a me e dinanzi al mondo. Tucto questo tuo danno tu nol vedi, però che, come decto è, le corna della superbia tua t'hanno aciecato. Ma tu el vedrai ne l'ultima extremitá della morte, dove tu non potrai pigliare rimedio in alcuna tua virtú, però che non l'hai se non solo nella misericordia mia, sperando in quello dolce Sangue del quale fusti facto ministro. Questo né a te né ad alcuno sará mai tolto, mentre che vorrai sperare nel Sangue e nella misericordia mia; benché neuno debba essere sí matto né tu sí cieco che tu ti conduca a l'extremitá.
Pensa che in su quella extremitá l'uomo che iniquamente è vissuto le dimonia l'accusano, el mondo e la propria fragilitá; e none il lusenga né li mostra il dilecto colá dove era l'amaro, né la cosa perfetta colá dove era imperfeczione, né il lume per la tenebre, sí come fare solevano nella vita sua: anco mostrano la veritá di quello che è. El cane della coscienzia, che era debile, comincia ad abbaiare tanto velocemente che quasi conduce l'anima a la disperazione. Benché neuna ve ne debba giognere, ma debba pigliare con esperanza il Sangue, non obstante i difecti che abbi commessi; però che senza veruna comparazione è maggiore la misericordia mia, la quale ricevete nel Sangue, che tucti e' peccati che si commectono nel mondo. Ma neuno s'indugi, come decto è; ché forte cosa è a l'uomo trovarsi disarmato nel campo della bactaglia tra molti nemici.
CAPITOLO CXXX
Di molti altri defecti e' quali comectono li predecti iniqui ministri.
--O carissima figliuola, questi miseri, de' quali Io t'ho narrato, non ci hanno alcuna considerazione; però che, se essi l'avessero, non verrebbero a tanti difecti né eglino né gli altri, ma farebbero come gli altri che virtuosamente vivevano. E' quali prima eleggevano la morte che volessero offender me e sozzare la faccia de l'anima loro e diminuire la dignitá nella quale Io gli avevo posti, ma crescevano la dignitá e la bellezza de l'anime loro. Non che la dignitá del sacerdote, puramente la dignitá, possa crescere per virtú né minuire per difecto, come decto t'ho; ma le virtú sonno uno adornamento e una dignitá che dánno a l'anima, oltre a la pura bellezza de l'anima che ella ha dal suo principio quando Io la creai a la imagine e similitudine mia. Questi cognobbero la veritá della bontá mia e la bellezza e dignitá loro, perché la superbia e amore proprio non l'aveva obfuscato né tolto el lume della ragione, però che n'erano privati e amavano me e la salute de l'anime.
Ma questi tapinelli, perché al tucto sonno privati del lume, non si curano d'andare di vizio in vizio, in fine che giongono a la fossa. E del tempio de l'anima loro e della sancta Chiesa, che è uno giardino, ne fanno riceptacolo d'animali. O carissima figliuola, quanto m'è abominevole che le case loro che debbono essere riceptacolo de' servi miei e de' poverelli, e debbono tenere per sposa el breviario, e i libri della sancta Scriptura per figliuoli, e ine dilectarsi per dare doctrina al proximo loro in prendere sancta vita; e esse sono riceptacolo d'inmondizie e d'inique persone. La sposa sua non è il breviario, anco tracta la decta sposa del breviario come adultera, ma è una miserabile dimonia che immondamente vive con lui; e' libri suoi sonno la brigata de' figliuoli; e co' figliuoli, che egli ha acquistati in tanta bructura e miseria, si dilecta senza vergogna alcuna. Le pasque e i dí solempni, ne' quali egli debba rendere gloria e loda al nome mio col divino officio e gictarmi oncenso d'umili e devote orazioni, e egli sta in giuoco e in sollazzo con le sue dimonie e va brigatando co' secolari, cacciando e ucellando come se fusse uno secolare e uno signore di corte.
O misero uomo, a che se' venuto? Tu debbi cacciare e ucellare ad anime per gloria e loda del nome mio, e stare nel giardino della sancta Chiesa; e tu vai per li boschi. Ma perché tu se' facto bestia, tieni dentro ne l'anima tua gli animali de' molti peccati mortali; e però se' facto cacciatore e ucellatore di bestie, perché l'orto de l'anima tua è insalvatichito e pieno di spine: però hai preso dilecto d'andare per li luoghi deserti cercando le bestie salvatiche. Vergògnati, uomo, e raguarda e' tuoi difecti, però che hai materia di vergognarti da qualunque lato tu ti vòlli. Ma tu non ti vergogni, perché hai perduto el sancto e vero timore di me. Ma, come la meretrice che è senza vergogna, ti vantarai di tenere il grande stato nel mondo e d'aver la bella fameglia e la brigata de' molti figliuoli. E se tu non gli hai, cerchi d'averli, perché rimangano eredi del tuo. Ma tu se' ladro e furo, però che tu sai bene che tu non el puoi lassare, perché le tue erede sonno e' poveri e la sancta Chiesa. O dimonio incarnato, senza lume, tu cerchi quel che tu non debbi cercare; loditi e vantiti di quello che tu debbi venire a grande confusione e vergognarti dinanzi a me, che veggo lo intrinsico del cuore tuo, e dinanzi a le creature. Tu se' confuso, e le corna della tua superbia non ti lassano vedere la tua confusione.
O carissima figliuola, Io l'ho posto in sul ponte della doctrina della mia Veritá a ministrare a voi perregrini e' sacramenti della sancta Chiesa; ed egli sta nel miserabile fiume di socto al ponte, e nel fiume delle delizie e miserie del mondo ve li ministra, e non se n'avede che li giogne l'onda della morte, e vanne insieme co' suoi signori dimòni, a' quali esso ha servito e lassatosi guidare per la via del fiume senza alcuno ritegno. E se egli non si corregge, giogne a l'etterna danpnazione con tanta reprensione e rimproverio, che la lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarlo. E molto piú egli che un altro, secolare: unde una medesima colpa è piú punita in lui che in un altro che fusse nello stato del mondo; e con piú rimproverio si levano e' nemici suoi nel ponto della morte ad accusarlo, sí come Io ti dixi.
CAPITOLO CXXXI
De la differenzia de la morte de' giusti ad quella de' peccatori. E prima, de la morte de' giusti.
--E perché Io ti narrai come il mondo, le dimonia e la propria sensualitá l'accusavano, e cosí è la veritá, ora tel voglio dire in questo ponto sopra questi miseri piú distesamente (perché tu l'abbi maggiore compassione) quante sonno differenti le bactaglie che riceve l'anima del giusto da quelle del peccatore, e quanto è differente la morte loro, e in quanta pace è la morte del giusto, piú e meno, secondo la perfeczione de l'anima.
Unde Io voglio che tu sappi che tucte quante le pene, che le creature che hanno in loro ragione hanno, stanno nella volontá; però che, se la volontá fusse ordinata e accordata con la volontá mia, non sosterrebbe pena. Non che fussero però tolte le fadighe; ma a quella volontá, che volontariamente porta per lo mio amore, non le sarebbe pena, perché questi cotali volontieri portano, vedendo che è la volontá mia. E per l'odio sancto, che hanno di loro medesimi, hanno facto guerra col mondo, col dimonio e con la propria loro sensualitá. Unde, venendo el punto della morte, la morte loro è in pace, perché i nemici suoi nella vita sua sonno stati sconficti da lui. El mondo nol può accusare, però che egli cognobbe i suoi inganni, e però renunziò al mondo e a tucte le delizie sue. La fragile sensualitá e corpo suo non l'accusa, però che egli la tenne come serva col freno della ragione, macerando la carne con la penitenzia, con la vigilia e umile e continua orazione. La volontá sensitiva ucise con odio e dispiacimento del vizio e amore della virtú, in tucto perduta la tenerezza del corpo suo; la quale tenerezza e amore, che è tra l'anima e 'l corpo, naturalmente fa parere la morte malagevole, e però naturalmente l'uomo teme la morte.
Ma perché la virtú nel giusto perfecto passa la natura, cioè che 'l timore, che gli è naturale, lo spegne e trapassa con odio sancto e col desiderio di tornare al fine suo, sí che la tenerezza naturale non gli può fare guerra, la coscienzia sta queta, perché nella vita sua fece buona guardia, abbaiando quando e' nemici passavano per volere tollere la cittá de l'anima. Sí come il cane che sta a la porta, il quale, vedendo e' nemici, abbaia, e abbaiando desta le guardie; cosí questo cane della coscienzia destòe la guardia della ragione, e la ragione insieme col libero arbitrio cognobbero, col lume de l'intellecto, se era amico o nemico. A l'amico, cioè le virtú e i sancti pensieri del cuore, diêro dileczione e affecto d'amore, exercitandole con grande sollicitudine; e al nemico, cioè al vizio e alle perverse cogitazioni, diêro odio e dispiacimento; e col coltello de l'odio e de l'amore, e col lume della ragione, e con la mano del libero arbitrio percossero e' nemici suoi; sí che poi, al ponto della morte, la coscienzia non si rode, perché ella fece buona guardia, ma stassi in pace.
È vero che l'anima per umilitá e perché meglio nel tempo della morte cognosce il tesoro del tempo e le pietre preziose delle virtú, riprende se medesima, parendole poco aver exercitato questo tempo; ma questa non è pena affliggitiva, anco è pena ingrassativa, però che fa ricogliere l'anima tucta in se medesima, ponendosi inanzi el sangue de l'umile e immaculato Agnello mio Figliuolo. E non si vòlle adietro a mirare le virtú sue passate, perché non vuole né può sperare in sue virtú, ma solo nel Sangue, dove ha trovata la misericordia mia. E come è vissuta con la memoria del Sangue, cosí nella morte s'innebria e anniegasi nel Sangue. Le dimonia perché non la possono riprendere di peccato? perché ella nella vita sua con sapienzia vinse la loro malizia; ma giongono per volere vedere se potessero acquistare alcuna cosa. Unde giongono orribili, per farle paura con laidissimo aspecto e con molte e diverse fantasie; ma, perché ne l'anima non è veleno di peccato, l'aspecto loro non le dá quel timore né mecte paura come a uno altro el quale iniquamente sia vissuto nel mondo. Vedendo le dimonia che l'anima è intrata nel Sangue con ardentissima caritá, non la possono sostenere, ma stanno da la longa a gittare le saette loro. E però la loro guerra e le loro grida a quella anima non nocciono, però che ella giá comincia a gustare vita etterna, sí come in un altro luogo ti dixi; però che con l'occhio de l'intellecto, che ha la pupilla del lume della sanctissima fede, vede me, suo infinito ed etterno Bene, el quale aspecta d'avere per grazia e non per debito nella virtú di Iesu Cristo mio Figliuolo. Unde distende le braccia della speranza e con le mani de l'amore lo strigne, intrando in possessione prima che vi sia, come decto t'ho el modo in un altro luogo. Subbito passando (annegata nel Sangue) per la porta strecta del Verbo, giogne in me, mare pacifico, che siamo insieme uniti Io, mare, e la porta: perché Io e la mia Veritá, unigenito mio Figliuolo, siamo una medesima cosa.
Quanta allegrezza riceve l'anima che tanto dolcemente si vede gionta a questo passo, però che gusta el bene della natura angelica! Questo ricevono coloro che passano cosí dolcemente; ma e' ministri miei, de' quali Io ti dixi che erano vissuti come angeli, molto maggiormente, perché in questa vita vissero con piú cognoscimento e con piú fame de l'onore di me e salute de l'anime. Non dico puramente del lume della virtú, che generalmente ogniuno può avere, ma perché questi, aggionto al lume del vivere virtuosamente, che è lume sopranaturale, ebbero el lume della sancta scienzia, per la quale scienzia cognobbero piú della mia Veritá. E chi piú cognosce, piú ama: e chi piú ama, piú riceve. El merito vostro v'è misurato secondo la misura de l'amore. E se tu mi dimandassi:--Un altro, che non abbi scienzia, può giognere a questo amore?--sí bene che egli è possibile che egli vi gionga; ma veruna cosa particulare non fa legge comunemente per ogniuno, e Io ti favello in generale. E anco ricevono maggiore dignitá per lo stato del sacerdote, perché propriamente lo' fu dato l'officio del mangiare anime per onore di me. E poniamo che a ciascuno sia dato che tucti doviate stare nella dileczione del proximo vostro, a costoro è dato a ministrare il Sangue e a governare l'anime; unde, facendolo sollicitamente e con affecto di virtú, come decto è, ricevono costoro piú che gli altri.