Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza
Chapter 23
O carissima figliuola, la Carne che è levata sopra tucti e' cori degli angeli, per la natura mia divina unita con la natura vostra umana, questi la dánno a tanta miseria. O abominevole e miserabile uomo, non uomo, ma animale, che la carne tua, unta e consacrata a me, tu la dái alle meritrici e anco peggio! A la carne tua e di tucta l'umana generazione fu tolta la piaga, che Adam l'aveva facta per lo peccato suo, in sul legno della sanctissima croce col Corpo piagato de l'unigenito mio Figliuolo. O misero! Egli ha facto a te onore; e tu gli fai vergogna! Egli t'ha sanate le piaghe col sangue suo, e piú, ché ne se' facto ministro; e tu el percuoti con lascivi e disonesti peccati! Il pastore buono ha lavate le pecorelle nel sangue suo; e tu gli lordi quelle che sonno pure, tu ne fai la tua possibilitá di mecterle nel letame. Tu debbi essere specchio d'onestá; e tu se' specchio di disonestá. Tucte le membra del corpo tuo hai dirizzate in adoperarle miserabilemente, e fai el contrario di quello che per te ha facto la mia Veritá. Io sostenni che li fussero fasciati gli occhi per te illuminare; e tu con gli occhi tuoi lascivi gitti saette avelenate ne l'anima tua e nel cuore di coloro in cui con tanta miseria raguardi. Io sostenni che Elli fusse abeverato di fiele e d'aceto; e tu, come animale disordinato, ti dilecti in cibi delicati, facendoti del ventre tuo Dio. Nella lingua tua stanno disoneste e vane parole; con la quale lingua tu se' tenuto d'amonire il proximo tuo e d'anunziare la parola mia e dire l'Offizio col cuore e con la lingua tua, e Io non ne sento altro che puzza, giurando e spergiurando come se tu fussi uno baractiere, e spesse volte bastemiandomi. Io sostenni che li fussero legate le mani per sciogliere te e tucta l'umana generazione dal legame della colpa, e le mani tue unte e consacrate ministrando el sanctissimo Sacramento; e tu laidamente le exerciti in miserabili toccamenti. Tucte le tue operazioni, le quali s'intendono per le mani, sonno corrocte e di rizzate nel servizio del dimonio. Oh! misero, e Io t'ho posto in tanta dignitá perché tu serva solamente a me, te ed ogni creatura che ha in sé ragione!
Io volsi che gli fussero conficti e' piei, facendoti scala del Corpo suo; e il costato aperto, acciò che tu vedessi el secreto del cuore, Io ve l'ho posto per una bottiga aperta dove voi potiate vedere e gustare l'amore ineffabile che Io v'ho, trovando e vedendo la natura mia divina unita nella natura vostra umana: ine vedi che 'l Sangue, il quale tu ministri, Io te n'hoe facto bagno per lavare le vostre iniquitá. E tu del tuo cuore hai facto tempio del dimonio. E l'affecto tuo, il quale è significato per li piei, non tiene né offera a me altro che puzza e vitoperio; e' piei de l'affecto tuo non portano l'anima altro che ne' luoghi del dimonio. Sí che con tucto el corpo tuo tu percuoti el Corpo del Figliuolo mio, facendo tu el contrario di quello che ha facto Egli e di quello che tu e ogni creatura sète tenuti e obligati di fare. Questi strumenti del corpo tuo hanno ricevuto in male il suono, perché le tre potenzie de l'anima tua sonno congregate nel nome del dimonio; colá dove tu le debbi congregare nel nome mio.
La memoria tua debba essere piena de' benefizi miei, e' quali tu hai ricevuti da me; ed ella è piena di disonestá e di molti altri mali. L'occhio de l'intellecto el debbi ponere col lume della fede ne l'obiecto di Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo, di cui tu se' facto ministro; e tu gli hai posto dinanzi delizie, stati e ricchezza del mondo con misera vanitá. L'affecto tuo debba solamente amare me senza alcuno mezzo; e tu l'hai posto miseramente in amare le creature e nel corpo tuo, e i tuoi animali amarai piú che me. E chi mel dimostra? la tua impazienzia che tu hai verso di me quando Io ti tollesse la cosa che tu molto ami, e il dispiacimento che tu hai al proximo tuo quando ti paresse ricevere alcuno danno temporale da lui, e odiandolo e bastemmiandolo ti parti dalla caritá mia e sua. Oh! disaventurato te! se' facto ministro del fuoco della divina mia caritá; e tu, per li tuoi propri e disordinati dilecti e per picciolo danno che ricevi dal proximo tuo, la perdi.
O figliuola carissima, questa è una di quelle tre miserabili colonne che Io ti narrai.
CAPITOLO CXXVII
Come ne' predecti ministri regna l'avarizia, prestando ad usura; ma singularmente vendendo e comprando li benefizi e le prelazioni. E de' mali che per questa cupiditá sono advenuti ne la sancta Chiesa.
--Ora ti dirò della seconda, cioè de l'avarizia; ché quello che il mio Figliuolo ha dato in tanta larghezza (unde tu el vedi tucto aperto il Corpo suo in sul legno della croce che da ogni parte versa), e non l'ha ricomprato d'oro né d'argento, anco di sangue; per larghezza d'amore non ci capie solo una metá del mondo, ma tucta l'umana generazione, e' passati, e' presenti e i futuri. Non v'è ministrato Sangue che non v'abbi ministrato e dato fuoco, perché per fuoco d'amore egli ve l'ha dato; né fuoco né Sangue senza la natura mia divina, perché perfectamente si uní la natura divina nella natura umana; e di questo Sangue unito per larghezza d'amore, te misero Io n'ho facto ministro: e tu, con tanta avarizia e cupiditá, quello che il mio Figliuolo ha acquistato in su la croce (ciò sonno l'anime ricomprate con tanto amore), e quello che Elli t'ha dato essendo facto ministro del Sangue, e tu ne se' facto, misero, in tanta strectezza che per avarizia ti poni a vendere la grazia dello Spirito sancto, volendo che i tuoi subditi si ricomprino da te, quando ti chieggono, quello che tu hai ricevuto in dono.
La tua gola non hai disposta a mangiare anime per onore di me, ma a devorare pecunia. E tanto se' facto strecto in caritá di quel che tu hai ricevuto in tanta larghezza, che Io non cappio in te per grazia, né il proximo tuo per amore. La substanzia che tu ricevi temporale in virtú di questo Sangue, la ricevi largamente; e tu, misero avaro, non se' buono altro che per te, e come ladro e furo, degno della morte etternale, imboli quel de' poveri e della sancta Chiesa, e spendilo luxuriosamente con femmine e uomini disonesti e co' parenti tuoi, e spendilo in delizie e règgine i tuoi figliuoli.
O miserabili, dove sonno e' figliuoli delle reali e dolci virtú, le quali tu debbi avere? dove è l'affocata caritá con che tu debbi ministrare? dove è l'ansietato desiderio de l'onore di me e salute de l'anime? dove è il crociato dolore che tu debbi portare di vedere il lupo infernale che ne porta le tue pecorelle? Non ci è, perché nel tuo cuore strecto non v'è né amore di me né di loro: tu ami solamente te medesimo d'amore proprio sensitivo, col quale amore aveleni te e altrui. Tu se' quel dimonio infernale che le inghioctisci con disordinato amore; altro non appetisce la gola tua, e però non ti curi perché 'l dimonio invisibile ne le porti: tu, esso dimonio visibile, ne se' facto istrumento a mandarle a l'inferno. Cui ne vesti e ne ingrassi di quel della Chiesa? te e gli altri dimòni con teco insieme e gli animali, cioè i grossi cavagli che tu tieni per tuo dilecto disordinato e non per necessitá. E tu debbi tenere per necessitá e non per dilecto; questi dilecti sonno degli uomini del mondo, e i tuoi dilecti debbono essere i poveri e il visitare gl'infermi, sovenendoli ne' loro bisogni spiritualmente e tenporalmente, però che per altro non t'ho Io facto ministro né dátati tanta dignitá. Ma, perché tu se' facto animale bruto, però ti dilecti in essi animali. Tu non vedi, ché, se tu vedessi e' supplíci che ti sonno apparecchiati se tu non ti correggi, tu non faresti cosí: anco ti dorresti di quello che tu hai facto nel tempo passato e correggeresti el presente.
Vedi quanto, carissima figliuola, Io ho ragione di lagnarmi di questi miseri, e quanta larghezza Io ho usata in loro; ed essi verso me tanta strectezza. Che piú? Come Io ti dixi, saranno alcuni che prestaranno a usura; non che tengano la tenda come i publichi usurai, ma con molto soctili modi vendaranno el tempo al proximo loro per la loro cupiditá; la qual cosa non è licita per veruno modo del mondo. Se egli fusse uno presente d'una piccola cosa, e con la sua intenzione egli el ricevesse per prezzo sopra el servizio che egli ha facto a colui prestandoli el suo, quello è usura, e ogni altra cosa che ricevesse per quel tempo, come decto è. E Io ho posto il misero che le vieti a' secolari, e egli fa quel medesimo e piú; ché, andandoli uno a chiedere consiglio sopra questa materia, perché egli è in quello simile difecto e perché egli ha perduto il lume della ragione, el consiglio che egli li dae è tenebroso e passionato, per quella passione che è dentro ne l'anima sua.
Questo e molti altri difecti nascono dal cuore suo strecto, cupido e avaro. E' si può dire quella parola che dixe la mia Veritá quando entrò nel tempio, che egli vi trovò coloro che vendevano e compravano, cacciandoli fuore con la ferza della fune, dicendo:--«Della casa del Padre mio, che è casa d'orazione, n'avete facta spilonca di ladroni».--
Tu vedi bene, dolcissima figliuola, che egli è cosí che della Chiesa mia, che è luogo d'orazione, n'è facto spilonca di ladroni: eglino vendono e comprano, e hanno facta mercanzia della grazia dello Spirito sancto. Unde tu vedi che chi vuole le prelazioni e i benefizi della sancta Chiesa, gli comprano con molti presenti, presentando quegli che sonno d'atorno di derrate e di denari; e i miserabili non raguardano che elli sia buono piú che gattivo, ma, per compiacerli e per amore del dono che hanno ricevuto, s'ingegnano di mectere questa pianta putrida nel giardino della sancta Chiesa, e faranno per questo, e' miseri, buona relazione di lui a Cristo in terra. E cosí l'uno e l'altro usano la falsitá e l'inganno verso Cristo in terra, colá dove essi debbono andare schiecti e con ogni veritá. Ma se il vicario del mio Figliuolo s'avede de' difecti dell'uno e de l'altro, li debba punire: e a colui tollere l'offizio suo, se non si corregge e non amenda la sua mala vita; e a colui che compra gli starebbe bene che egli li desse, in quello scambio, la pregione, sí che egli sia correcto del suo difecto, e gli altri ne prendano exemplo e temano, acciò che neuno si levi piú a farlo. Se Cristo in terra el fa, fa el debito suo; e se non el fa, non sará impunito questo peccato, quando li converrá rendere ragione dinanzi a me delle sue pecorelle.
Credemi, figliuola mia, che oggi egli non si fa, e però è venuta la Chiesa mia in tanti difecti e abominazioni. Essi non cercano né vanno investigando de la vita loro, quando dánno le prelazioni, se essi sono buoni o gattivi; e se alcuna cosa ne cercano, ne dimandano e cercano da coloro che sonno gattivi con loro insieme, e' quali non renderebbero altro che buona testimonianza, perché quegli simili difecti sonno in loro medesimi. E non raguardano ad altro se non a grandezza di stato e a gentilezza e a ricchezza e che sappiano parlare molto polito. E peggio, ché alcuna volta allegará el concestoro che egli abbi bella persona. Odi cose di dimòni! ché dove essi debbono cercare l'adornamento e bellezza delle virtú, ed essi raguardano a la bellezza del corpo! Debbono cercare gli umili poverelli che per umilitá fuggano le prelazioni, ed essi tolgono coloro che vanamente e con infiata superbia le cercano.
Mirano a la scienzia. La scienzia in sé è buona e perfecta, quando lo scienziato ha insiememente la scienzia e la buona e onesta vita e con vera umilitá. Ma se la scienzia è nel superbo, disonesto e scellerato nella vita sua, ella è uno veleno, e della Scriptura non intende se non secondo la lectera: in tenebre l'intende perché ha perduto el lume della ragione e ha obfuscato l'occhio de l'intellecto suo. Nel quale lume, col lume sopranaturale, fu dichiarata e intesa la sancta Scriptura, sí come in un altro luogo piú chiaramente ti dixi. Sí che vedi che la scienzia è buona in sé, ma none in colui che non l'usa come egli la debba usare: anco gli sará fuoco pennace se egli non correggerá la vita sua. E però debbono piú tosto raguardare a la sancta e buona vita che allo scienziato che gattivamente guidi la vita sua. Ed eglino ne fanno el contrario: anco e' buoni e virtuosi, che siano grossi in scienzia, reputano macti e sonno spregiati da loro; e i povaregli schifano, perché non hanno che donare.
Sí che vedi che nella casa mia, che debba essere casa d'orazione, e dove debba rilucere la margarita della giustizia e il lume della scienzia con onesta e sancta vita, e debbavi essere l'odore della veritá, ed egli v'abbonda la menzogna. Debbono possedere povertá volontaria, e con vera sollicitudine conservare l'anime e trarle delle mani delle dimonia; ed essi appetiscono ricchezze. E tanto hanno presa la cura delle cose temporali che al tucto hanno abandonata la cura delle spirituali, e non actendono ad altro che a giuoco e a riso e a crescere e multiplicare le substanzie temporali. E' miseri non s'avegono che questo è il modo da perderle, però che, se eglino abondassero in virtú e pigliassero la cura delle spirituali, sí come debbono, abbondarebbero nelle temporali. E molte rebellioni ha avute la sposa mia di quelle che ella non avarebbe avute. Eglino debbono lassare i morti sepellire a' morti, ed essi debbono seguitare la doctrina della mia Veritá e compire in loro la volontá mia, cioè fare quello per che Io gli ho posti. Ed essi fanno tucto el contrario, ché le cose morte e transitorie si pongono a sepellire con disordinato affecto e sollicitudine, e tragono l'officio di mano agli uomini del mondo. Questo è spiacevole a me e danno a la sancta Chiesa. Debbonle lassare a loro, e l'uno morto sepellisca l'altro, cioè che coloro, che sonno posti a governare le cose temporali, le governino.
E perché ti dixi «l'uno morto sepellisca l'altro»? Dico che «morto» s'intende in due modi: l'uno è quando ministra e governa le cose corporali con colpa di peccato mortale per disordinato affecto e sollicitudine; l'altro modo è perché egli è offizio del corpo che sonno cose manuali, e il corpo è cosa morta, che non ha vita in sé se non quanto l'ha tracta da l'anima, e participa della vita mentre che l'anima sta nel corpo, e piú no.
Debbano dunque questi miei unti, che debbono vivere come angeli, lassare le cose morte a' morti ed essi governare l'anime, che sonno cosa viva e non muoiono mai quanto che ad essere, governandole e ministrando lo' e' sacramenti e i doni e le grazie dello Spirito sancto, e pascerle del cibo spirituale con buona e sancta vita. A questo modo sarebbe la casa mia casa d'orazione, abondando delle grazie e virtú loro. E perché essi nol fanno, ma fanno el contrario, posso dire che ella sia facta spilonca di ladroni, perché son facti mercatanti per avarizia, vendendo e comprando, come decto è. Ed è facta receptacolo d'animali, perché vivono come animali bruti disonestamente; unde per questo n'hanno facta stalla, perché ine giacciono nel loto della disonestá, e cosí tengono le dimonia loro nella Chiesa, come lo sposo tiene la sposa nella casa sua.
Sí che vedi quanto male, e molto piú, e quasi senza comparazione che quello che Io t'ho narrato, el quale nasce da queste due colonne fetide e puzzolenti, cioè la immondizia e la cupiditá e avarizia.
CAPITOLO CXXVIII
Come ne' predecti ministri regna la superbia, per la quale si perde el cognoscimento; e come, avendo perduto el cognoscimento, caggiono in questo defecto, cioè che fanno vista di consecrare e non consacrano.
--Ora ti voglio dire della terza, cioè della superbia, che, perché Io te l'abbi posta per l'ultima, ella è ultima e prima, perché tucti e' vizi sonno conditi dalla superbia, sí come le virtú sonno condite e ricevono vita dalla caritá.
E la superbia nasce ed è nutricata da l'amore proprio sensitivo, del quale Io ti dixi che era fondamento di queste tre colonne e di tucti quanti e' mali che commectono le creature: però che chi ama sé di disordinato amore, è privato de l'amore di me perché non m'ama; e, non amandomi, m'offende, perché non observa el comandamento della legge, cioè d'amare me sopra ogni cosa e il prossimo come se medesimo. Questa è la cagione che, amandosi d'amore sensitivo, essi non servono né amano me, ma servono e amano el mondo: perché l'amore sensitivo né il mondo non hanno conformitá con meco. Non avendo conformitá insieme, di bisogno è che chi ama el mondo d'amore sensitivo e servelo sensitivamente, odii me; e chi ama me in veritá, odii el mondo. E però dixe la mia Veritá che neuno può servire a due signori contrari, però che, se egli serve a l'uno, sará incontempto a l'altro. Sí che vedi che l'amore proprio priva l'anima della mia caritá e vestela del vizio della superbia, unde nasce ogni difecto per lo principio de l'amore proprio.
D'ogni creatura la quale ha in sé ragione mi doglio e mi lamento, ma singularmente degli unti miei, e' quali debbono essere umili sí perché ogniuno debba avere la virtú de l'umilitá, la quale nutrica la caritá, e sí perché sonno facti ministri de l'umile e immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo. E non si vergognano essi e tucta l'umana generazione d'insuperbire vedendo me, Dio, umiliato a l'uomo, dandovi el Verbo del mio Figliuolo nella carne vostra? E questo Verbo veggono, per l'obbedienzia ch'Io li posi, corrire e umiliarsi a l'obrobriosa morte della croce. Egli ha el capo chinato per te salutare, la corona in capo per te ornare, le braccia stese per te abracciare e i piei conficti per teco stare. E tu, misero uomo, che se' facto ministro di questa larghezza e di tanta umilitá, debbi abbracciare la croce; e tu la fuggi ed abracciti con le inique e inmonde creature. Tu debbi stare fermo e stabile, seguitando la doctrina della mia Veritá, conficcando il cuore e la mente tua in Lui; e tu ti vòlli come la foglia al vento, e per ogni cosa vai a vela. Se ella è prosperitá, ti muovi con disordinata allegrezza; e se ella è adversitá, ti muovi per impazienzia, e cosí trai fuore il mirollo della superbia, cioè la impazienzia; però che come la caritá ha per suo merollo la pazienzia, cosí la impazienzia è il merollo della superbia. Unde d'ogni cosa si turbano e si scandalizzano coloro che sonno superbi e iracundi.
E tanto m'è spiacevole la superbia, che ella cadde di cielo quando l'angelo volse insuperbire. La superbia non saglie in cielo, ma vanne nel profondo de l'inferno; e però dixe la mia Veritá: «Chi si exaltará, cioè per superbia, sará umiliato; e chi se umilia, sará exaltato». In ogni generazione di gente mi dispiace la superbia, ma molto piú in questi ministri, sí come Io t'ho decto, perché Io gli ho posti nello stato umile a ministrare l'umile Agnello; ma essi fanno tucto el contrario. E come non si vergogna el misero sacerdote d'insuperbire, vedendo me umiliato a voi dandovi el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo? E loro n'ho facti ministri, e il Verbo per l'obbedienzia mia s'è umiliato a l'obrobriosa morte della croce! Egli ha el capo spinato; e questo misero leva el capo contra me e contra el proximo suo, e d'agnello umile, che egli debba essere, è facto montone con le corna della superbia, e chiunque se gli accosta, percuote.
O disaventurato uomo! Tu non pensi che tu non puoi escire di me. È questo l'officio che Io t'ho dato, che tu percuota me con le corna della superbia tua, facendo ingiuria a me e al proximo tuo, e con ingiuria e con ignoranzia conversi con lui? È questa la mansuetudine con che tu debbi andare a celebrare il Corpo e 'l Sangue di Cristo mio Figliuolo? Tu se' facto come uno animale feroce, senza veruno timore di me. Tu devori el proximo tuo e stai in divisione, e facto se' acceptatore delle creature, acceptando quelli che ti servono e che ti fanno utilitá, o altri che ti piaccino che siano di quella medesima vita che tu; e' quali tu debbi correggere e dispregiare i difecti loro. E tu fai el contrario, dando lo' exemplo che faccino quello, e peggio. Ma se tu fussi buono, el faresti; ma, perché tu se' gattivo, non sai riprendere né ti dispiace il difecto altrui.
Tu dispregi gli umili e virtuosi poveregli. Tu li fuggi: ma tu hai ragione di fuggirli, poniamo che tu nol debba fare; tu li fuggi perché la puzza del vizio tuo non può sostenere l'odore della virtú. Tu ti rechi a vile di vederti a l'uscio e' miei poveregli. Tu schifi ne' loro bisogni d'andare a visitarli: vedili morire di fame e non li sovieni. E tucto questo fanno le corna della superbia, che non si vogliono inchinare a usare uno poco d'acto d'umilitá. Perché non s'inchina? perché l'amore proprio, che notrica la superbia, non l'ha punto tolto da sé; e però non vuole conscendere né ministrare a' poveregli né substanzia temporale né la spirituale senza rivendaría.
O maladecta superbia, fondata ne l'amore proprio, come hai acciecato l'occhio de l'intellecto loro per sí facto modo, che, parendo lo' amare e essere teneri di loro medesimi, essi ne sonno facti crudeli; e parendo lo' guadagnare, pérdono; parendo lo' stare in delizie e in ricchezze e in grande altezza, essi stanno in grande povertá e miseria, perché sonno privati della ricchezza della virtú; sonno discesi da l'altezza della grazia alla bassezza del peccato mortale. Par lo' vedere; ed e' sonno ciechi, perché non conoscono loro né me. Non conoscono lo stato loro né la dignitá dove Io gli ho posti, né conoscono la fragilitá del mondo e la poca fermezza sua; però che, se 'l cognoscessero, non se ne farebbero Dio. Chi l'ha tolto il cognoscimento? la superbia. E a questo modo sonno diventati dimòni, avendoli Io electi per angeli e perché siano angeli terrestri in questa vita; ed essi caggiono da l'altezza del cielo alla bassezza della tenabre. E tanta è multiplicata la tenebre e la loro iniquitá, che alcuna volta caggiono nel difecto che Io ti dirò.
Sono alcuni che sonno tanto dimòni incarnati, che spesse volte faranno vista di consecrare, e non consecraranno, per timore del mio giudicio, e per tollersi ogni freno e timore del loro mal fare. Sarannosi levati la mactina dalla immondizia, e la sera dal disordinato mangiare e bere. Saragli bisogno di satisfare al popolo, e egli, considerando le sue iniquitá, vede che con buona conscienzia egli non debba né può celebrare. Unde gli viene un poco di timore del mio giudicio; non per odio del vizio, ma per amore proprio che egli ha a se medesimo. Vedi, carissima figliuola, quanto egli è cieco! Non ricorre egli a la contrizione del cuore e al dispiacimento del difecto suo con proponimento di correggersi; anco piglia questo remedio: che non consecrará. E, come cieco, non vede che l'errore e il difecto di poi è maggiore che quello di prima, perché fa el popolo idolatro, facendo lo' adorare quella ostia, non consecrata, per lo Corpo e Sangue di Cristo, mio unigenito Figliuolo tucto Dio e tucto Uomo, sí come Egli è quando è consecrato: ed egli è solamente pane.
Or vedi quanta è questa abominazione e quanta è la pazienzia mia che gli sostengo! Ma se essi non si correggeranno, ogni grazia lo' tornerá a giudicio. Ma che dovarebbe fare il popolo acciò che non venisse in quello inconveniente? Debba orare con condiczione: se questo ministro ha decto quel che debba dire, credo veramente che tu sia Cristo Figliuolo di Dio vivo, dato a me in cibo dal fuoco della tua inextimabile caritá, e in memoria della tua dolcissima passione e del grande benefizio del Sangue, il quale spandesti con tanto fuoco d'amore per lavare le nostre iniquitá. Facendo cosí, la ciechitá di colui non lo' dará tenebre, adorando una cosa per un'altra: benché la colpa di peccato è solo del miserabile ministro, ma eglino pure ne l'acto farebbero quello che non si debba fare.