Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza
Chapter 2
Io sí ti dixi che la caritá dava vita a tucte le virtú, e cosí è: che veruna virtú si può avere senza la caritá, cioè che la virtú s'acquisti per puro amore di me. Ché poi che l'anima ha cognosciuta sé, come di sopra dicemmo, ha trovata umilitá e odio della propria passione sensitiva, cognoscendo la legge perversa che è legata nelle membra sue che sempre impugna contra lo spirito. E però s'è levata con odio e dispiacimento d'essa sensualitá, conculcandola socto la ragione con grande sollicitudine; e in sé ha trovata la larghezza della mia bontá per molti benefizi che ha ricevuti da me, e' quali tucti ritruova in se medesima. E il cognoscimento che ha trovato di sé il retribuisce a me per umilitá, cognoscendo che per grazia Io l'abbi tracto della tenebre e recato a lume di vero cognoscimento.
E poi che ha cognosciuta la mia bontá, l'ama senza mezzo ed amala con mezzo: cioè senza mezzo di sé e di sua propria utilitá; e amala col mezzo della virtú (la quale virtú ha conceputa per amor di me), perché vede che in altro modo non sarebbe grato né accepto a me se non concepesse l'odio del peccato e amore delle virtú. E poi che l'ha conceputa per affecto d'amore, subbito la parturisce al proximo suo, ché in altro modo non sarebbe veritá che egli l'avesse conceputa in sé. Ma come in veritá m'ama, cosí fa utilitá al proximo suo; e non può essere altrementi, perché l'amore di me e del proximo è una medesima cosa, e tanto quanto l'anima ama me, tanto ama lui, perché l'amore verso di lui esce di me.
Questo è quel mezzo che io v'ho posto acciò che exercitiate e proviate la virtú in voi: che, non potendo fare utilitá a me, dovetela fare al proximo. Questo manifesta che voi aviate me per grazia ne l'anima vostra; facendo fructo in lui di molte e sancte orazioni con dolce e amoroso desiderio, cercando l'onore di me e la salute de l'anime. Non si ristá mai l'anima inamorata della mia veritá di fare utilitá a tucto el mondo, in comune e in particulare, poco e assai, secondo la disposizione di colui che riceve e de l'ardente desiderio di colui che dá, sí come di sopra fu manifestato quando ti dichiarai che pura la pena, senza il desiderio, non era sufficiente a punire la colpa.
Poi che egli ha facto utilitá per l'amore unitivo che ha facto in me, per lo quale ama lui, disteso l'affecto alla salute di tucto quanto il mondo, sovenendo alla sua necessitá, ingegnasi (poi che ha facto bene a sé per lo concipere la virtú, unde ha tracta la vita della grazia) di ponere l'occhio a la necessitá del proximo in particulare. Poi che mostrato l'ha generalmente a ogni creatura che ha in sé ragione, per affecto di caritá, come decto è, ed egli soviene quelli da presso, secondo diverse grazie che Io gli ho date a ministrare: chi di doctrina, cioè con la parola consigliando schiectamente senza alcuno rispecto; chi con exemplo di vita. E questo debba fare ogniuno, e dare edificazione al proximo di sancta e onesta vita.
Queste sonno le virtú, e molte altre, le quali non potresti narrare, che si parturiscono nella dileczione del proximo. Perché l'ho poste tanto differenti che Io non ho dato tucto a uno, anco a cui ne do una, e a cui ne do un'altra particulare? poniamo che una non ne possa avere che tucte non l'abbi, perché tucte le virtú sono legate insieme. Ma dolle molte, quasi come per capo di tucte l'altre virtú; cioè che a cui darò principalmente la caritá, e a cui la giustizia, e a cui l'umilitá, e a cui una fede viva; ad altri una prudenzia, una temperanzia, una pazienzia; ad altri una fortezza. Queste e molte altre darò ne l'anima differentemente a molte creature: poniamo che l'una di queste sia posta per uno principale obiecto di virtú ne l'anima, disponendosi piú a conversazione principale con essa che con l'altre; e per questo affecto di questa virtú trae a sé tucte l'altre virtú, ché (come decto è) elle sono tucte legate insieme ne l'affecto della caritá.
E cosí molti doni e grazie di virtú e d'altro, spiritualmente e corporalmente (corporalmente dico per le cose necessarie per la vita de l'uomo), tucte l'ho date in tanta differenzia che non l'ho poste tucte in uno, perché abbi materia, per forza, d'usare la caritá l'uno con l'altro. Ché ben potevo fare gli uomini dotati di ciò che bisogna e secondo il corpo e secondo l'anima; ma Io volsi che l'uno avesse bisogno de l'altro, e fussero miei ministri a ministrare le grazie e i doni che hanno ricevuti da me. Ché voglia l'uomo o no, non può fare che per forza non usi l'acto della caritá. È vero che, se ella non è facta e donata per amore di me, quello acto non gli vale quanto a grazia.
Sí che vedi che acciò che essi usassero la virtú della caritá, Io gli ho facti miei ministri e posti in diversi stati e variati gradi. Questo vi mostra che nella Casa mia ha molte mansioni, e che Io non voglio altro che amore. Però che ne l'amore di me compie l'amore del proximo; compíto l'amore del proximo, ha observata la legge: ciò che può fare d'utilitá, secondo lo stato suo, colui che è legato in questa dileczione, sí el fa.
CAPITOLO VIII
Come le virtú si pruovano e fortificano per li loro contrari.
--Hotti decto come egli fa utilitá al proximo, nella quale utilitá mostra l'amore che ha a me. Ora ti dico che nel proximo pruova in se medesimo la virtú della pazienzia nel tempo della ingiuria che riceve da lui. E pruova l'umilitá nel superbo, e pruova la fede ne l'infedele, e pruova la vera speranza in colui che none spera, e la giustizia nello ingiusto, e la pietá nel crudele, e la mansuetudine e benignitá ne l'iracundo.
Tucte le virtú si pruovano e parturiscono nel proximo, sí come gl'iniqui parturiscono ogni vizio nel proximo loro. Se tu vedi bene, l'umilitá è provata nella superbia: cioè che l'umile spegne la superbia, però che 'l superbo non può fare danno a l'umile; né la infidelitá dello iniquo uomo, che non ama né spera in me, a colui che è fedele a me non diminuisce né la fede, né la speranza in colui che l'ha conceputa in sé per amore di me: anco la fortifica e la pruova nella dileczione de l'amore del proximo. Ché conciosiacosa che egli el vegga infedele e senza speranza in me e in lui (ché colui che non ama me non può avere fede né speranza in me, anco la pone nella propria sensualitá, la quale egli ama), el servo fedele mio non lassa però che fedelmente non l'ami e che sempre con esperanza non cerchi in me la salute sua. Sí che vedi che nella loro infidelitá e mancamento di speranza pruova la virtú della fede. In questo e ne l'altre cose nelle quali è bisogno di provarla, egli la pruova in sé e nel proximo suo.
E cosí la giustizia non diminuisce per le sue ingiustizie, anco dimostra di provare la giustizia, cioè che dimostra che egli è giusto per la virtú della pazienzia; come la benignitá e mansuetudine nel tempo de l'ira si manifesta con la dolce pazienzia; e la invidia, dispiacimento e odio con la dileczione della caritá, fame e desiderio della salute de l'anime.
Anco ti dico che non tanto che si pruovi la virtú in coloro che rendono bene per male, ma Io ti dico che spesse volte gictará carboni accesi di fuoco di caritá, el quale dissolve e l'odio e il rancore del cuore e della mente de l'iracundo; e da odio torna spesse volte a benivolenzia. E questo è per la virtú della caritá e perfecta pazienzia che è in colui che sostiene l'ira de l'iniquo, portando e sopportando e' difecti suoi.
Se tu raguardi la virtú della fortezza e perseveranzia, ella è provata nel molto sostenere, nelle ingiurie e detraczioni degli uomini, e' quali spesse volte, quando per ingiuria e quando con lusinghe, il vogliono ritrare da seguitare la via e doctrina della veritá, in tucto è forte e perseverante se la virtú della fortezza è dentro conceputa; alora la pruova nel proximo, come decto t'ho. E se ella, al tempo che è provata con molti contrari, non facesse buona pruova, non sarebbe virtú in veritá fondata.
TRACTATO DE LA DISCREZIONE
CAPITOLO IX
Qui comincia el tractato de la discrezione. E prima, come l'affecto non si die ponere principalmente ne la penitenzia ma ne le virtú. E come la discrezione riceve vita da l'umilitá, e come rende ad ciascuno el debito suo.
--Queste sonno le sancte e dolci operazioni che io richieggio da' servi miei: ciò sonno queste virtú intrinseche de l'anima, provate come detto ho; non solamente quelle virtú che si fanno con lo strumento del corpo, cioè con acto di fuore o con diverse e varie penitenzie, le quali sonno strumento di virtú, ma non virtú. Ché se solo fusse questo, senza le virtú di sopra contiate, poco sarebbe piacevole a me: anco, spesse volte, se l'anima non facesse la penitenzia sua discretamente, cioè che l'affecto suo fusse principalmente posto nella penitenzia cominciata, impedirebbe la sua perfeczione. Ma debbalo ponere ne l'affecto de l'amore, con odio sancto di sé, e con vera umilitá e perfecta pazienzia, e ne l'altre virtú intrinseche de l'anima, con fame e desiderio del mio onore e salute de l'anime. Le quali virtú dimostrano che la volontá sia morta, e continuamente s'uccide sensualmente per affecto d'amore di virtú.
Con questa discrezione debba fare la penitenzia sua: cioè di pònare il principale affecto nelle virtú piú che nella penitenzia. La penitenzia die fare come strumento per augmentare la virtú, secondo che è bisogno e che si vede di potere fare secondo la misura della sua possibilitá. In altro modo, cioè facendo il fondamento sopra la penitenzia, impedirebbe la sua perfeczione, perché non sarebbe facta con lume di cognoscimento di sé e della mia bontá discretamente. E non pigliarebbe la veritá mia, ma indiscretamente farebbe, non amando quello che Io piú amo e odiando quello che Io piú odio. Ché «discrezione» non è altro che uno vero cognoscimento che l'anima debba avere di sé e di me; in questo cognoscimento tiene le sue radici.
Ella è uno figliuolo che è innestato e unito con la caritá. È vero che ha molti figliuoli, sí come uno arbore che abbi molti rami; ma quello che dá vita a l'arbore e a' rami è la radice se ella è piantata nella terra de l'umilitá (la quale è balia e nutrice della caritá), dove egli sta innestato questo figliuolo e arbore della discrezione. Ché altrementi non sarebbe virtú di discrezione e non producerebbe fructo di vita, se ella non fusse piantata nella virtú de l'umilitá, perché l'umilitá procede dal cognoscimento che l'anima ha di sé. E giá ti dixi che la radice della discrezione era uno vero cognoscimento di sé e della mia bontá; unde subbito rende a ogniuno discretamente il debito suo.
E principalmente il rende a me, rendendo gloria e loda al nome mio; e retribuisce a me le grazie e i doni che vede e cognosce avere ricevuti da me. E a sé rende quello che si vede avere meritato, cognoscendo sé non essere; e l'essere suo, el quale ha, cognosce avere avuto per grazia da me; e ogni altra grazia, che ha ricevuta sopra l'essere, la retribuisce a me e non a sé. Parle essere ingrata a tanti benefizi e negligente in non avere exercitato il tempo e le grazie ricevute, e però le pare essere degna delle pene. Alora si rende odio e dispiacimento nelle colpe sue.
E questo fa la virtú della discrezione, fondata nel cognoscimento di sé con vera umilitá. Ché se questa umilitá non fusse ne l'anima (come decto è), sarebbe indiscreta e non discreta. La quale indiscrezione sarebbe posta nella superbia, come la discrezione è posta ne l'umilitá. E però indiscretamente, sí come ladro, furarebbe l'onore a me e darebbelo a sé per propria reputazione; e quello che è suo porrebbe a me, lagnandosi e mormorando de' misteri miei e' quali Io adoperasse in lui o ne l'altre mie creature; d'ogni cosa si scandelizzarebbe in me e nel proximo suo.
El contrario che fanno coloro che hanno la virtú della discrezione: che, poi che hanno renduto il debito che detto è a me e a loro, rendono poi al proximo il principale debito de l'affecto della caritá e de l'umile e continua orazione. El quale debba rendere ciascuno l'uno a l'altro; e rendeli debito di doctrina, di sancta e onesta vita per exemplo, consigliandolo e aitandolo secondo che gli è di bisogno a la salute sua, come di sopra ti dixi.
In ogni stato che l'uomo è, o signore o prelato o subdito, se egli ha questa virtú, ogni cosa che fa e rende al proximo suo fa discretamente e con affecto di caritá, perché elle sonno legate e innestate insieme e piantate nella terra della vera umilitá, la quale esce del cognoscimento di sé.
CAPITOLO X
Similitudine come la caritá, l'umilitá e la discrezione sono unite insieme; a la quale similitudine l'anima si debba conformare.
--Sai come stanno queste tre virtú? come se tu avessi uno cerchio tondo posto sopra la terra; e nel mezzo del cerchio escisse uno arbore con uno figliuolo dallato unito con lui. L'arbore si notrica nella terra che contiene la larghezza del cerchio, ché se egli fusse fuore della terra, l'arbore sarebbe morto e non darebbe fructo infino che non fusse piantato nella terra.
Or cosí ti pensa che l'anima è uno arbore facto per amore, e però non può vivere altro che d'amore. È vero che, se ella non ha amore divino di perfecta caritá, non produce fructo di vita ma di morte. Conviensi che la radice di questo arbore, cioè l'affecto de l'anima, stia e non esca del cerchio del vero cognoscimento di sé; el quale cognoscimento di sé è unito in me che non ho né principio né fine, sí come el cerchio che è tondo; ché quanto tu ti vai ravollendo dentro nel cerchio, non truovi né fine né principio; e pure dentro vi ti truovi. Questo cognoscimento di sé e di me in sé, truova e sta sopra la terra della vera umilitá; la quale è tanto grande quanto la larghezza del cerchio, cioè il cognoscimento che ha avuto di sé, unito in me come decto è. Ché altrimenti non sarebbe cerchio senza fine né senza principio: anco avarebbe principio, avendo cominciato a cognoscere sé, e finirebbe nella confusione se questo cognoscimento non fusse unito in me.
Alora l'arbore della caritá si nutrica ne l'umilitá, mectendo il figliuolo dallato della vera discrezione per lo modo che decto t'ho. El mirollo de l'arbore, cioè de l'affecto della caritá che è ne l'anima, è la pazienzia; la quale è uno segno dimostrativo che dimostra me essere ne l'anima e l'anima unita in me. Questo arbore cosí dolcemente piantato gicta fiori odoriferi di virtú, con molti e divariati sapori; egli rende fructo di grazia a l'anima e fructo d'utilitá al proximo secondo la sollicitudine di chi vorrá ricevere de' fructi de' servi miei. A me rende odore di gloria e loda al nome mio; e cosí fa quello per che Io el creai, e da questo giogne al termine suo, cioè me, che so' vita durabile che non gli posso essere tolto se egli non vuole.
Tucti quanti e' fructi che escono de l'arbore sonno conditi con la discrezione, perché sonno uniti insieme, come detto t'ho.
CAPITOLO XI
Come la penitenzia e gli altri exercizi corporali si debbono prendere per strumento da venire a virtú e non per principale affecto. E del lume de la discrezione in diversi altri modi e operazioni.
--Questi sonno e' fructi e l'operazioni che Io richieggio da l'anima: la pruova delle virtú al tempo del bisogno. E però ti dixi, se bene ti ricorda giá cotanto tempo, quando desideravi di fare grande penitenzia per me, dicendo:--Che potrei io fare che io sostenesse pena per te?--E Io ti risposi nella mente tua, dicendo:--Io so' colui che mi dilecto di poche parole e di molte operazioni;--per dimostrarti che non colui che solamente mi chiamará col suono della parola:--Signore, Signore, io vorrei fare alcuna cosa per te;--né colui che per me desidera e vuole mortificare il corpo con le molte penitenzie, senza uccidere la propria volontá, m'era molto a grado. Ma Io volevo le molte operazioni del sostenere virilmente e con pazienzia, e l'altre virtú che contiate t'ho, intrinseche de l'anima, le quali tucte sonno operative, che aduoperano fructo di grazia.
Ogni altra operazione, posta in altro principio che questo, Io le reputo essere chiamare solo con la parola, perché elle sonno operazioni finite. E Io, che so' infinito, richieggio infinite operazioni, cioè infinito affecto d'amore. Voglio che l'operazioni di penitenzia e d'altri exercizi, e' quali sonno corporali, siano posti per strumento e non per principale affecto. Ché se fusse posto el principale affecto ine, mi sarebbe data cosa finita, e farebbe come la parola che, escita che è fuore della bocca, non è piú; se giá la parola non escisse con l'affecto de l'anima, il quale concipe e parturisce in veritá la virtú; cioè che l'operazione finita (la quale t'ho chiamata «parola») fusse unita con l'affecto della caritá. Alora sarebbe grata e piacevole a me, perché non sarebbe sola ma accompagnata con la vera discrezione, usando l'operazioni corporali per strumento e non per principale capo.
Non sarebbe convenevole che principio e capo si facesse solo nella penitenzia o in qualunque acto di fuore corporale, ché giá ti dixi che elle erano operazioni finite. E finite sonno: sí perché elle sonno facte in tempo finito, e sí perché alcuna volta si conviene che la creatura le lassi, o che elle gli sieno facte lassare. Quando le lassa per necessitá di non potere fare quello acto che ha cominciato, per diversi accidenti che gli vengono, o per obbedienzia che sará comandato dal prelato suo, che facendole, non tanto che egli meritasse, ma egli offendarebbe. Sí che vedi che elle sonno finite. Debba dunque pigliare per uso e non per principio; ché, pigliandole per principio, di bisogno è che in alcuno tempo le lassi, e l'anima alora rimane vòta.
E questo vi mostrò il glorioso Pavolo mio banditore quando dixe nella epistola sua che voi mortificaste il corpo e uccideste la propria volontá: cioè sapere tenere a freno il corpo, macerando la carne, quando volesse inpugnare contra lo spirito; ma la volontá vuole essere in tucto morta e abnegata e sottoposta a la volontá mia. La quale volontá s'uccide con quello debito che Io ti dixi che la virtú della discrezione rendeva a l'anima: cioè odio e dispiacimento de l'offese e della propria sensualitá, il quale acquistò nel cognoscimento di sé.
Questo è quello coltello che uccide e taglia ogni proprio amore fondato nella propria volontá. Or costoro sonno quegli che non mi dánno solamente parole ma molte operazioni. Dicendo «molte» non ti pongo numero, perché l'affecto de l'anima fondato in caritá, che dá vita a tucte le virtú, debba giognere in infinito. E none schifo però la parola, ma dixi ch'Io volevo poche parole, mostrandoti che ogni operazione actuale era finita, e però le chiamai «poche»; ma pure mi piacciono quando sonno poste per strumento di virtú e non per principale virtú.
E però non debba veruno dare giudicio di ponere maggiore perfeczione nel grande penitente, che si dá molto a uccidere il corpo suo, che in colui che ne fa meno; però che, come Io t'ho decto, none sta ine la virtú né il merito loro; però che male ne starebbe chi non può fare, per legiptime cagioni, operazione e penitenzia actuale; ma sta solo nella virtú della caritá, condita col lume della vera discrezione, però che altrimenti non varrebbe. E questo amore la discrezione il dá senza fine e senza modo verso di me, però che so' somma e etterna veritá; non pone legge né termine a l'amore col quale egli ama me, ma bene il pone con modo e con caritá ordinata verso el proximo suo.
El lume della discrezione, la quale esce della caritá, come decto t'ho, dá al proximo amore ordinato, cioè con ordinata caritá che non fa danno di colpa a sé per fare utilitá al proximo. Ché se uno solo peccato facesse per campare tucto il mondo de lo 'nferno, o per adoperare una grande virtú, non sarebbe caritá ordinata con discrezione: anco sarebbe indiscreta, perché licito non è di fare una grande virtú e utilitá al proximo con colpa di peccato. Ma la discrezione sancta è ordinata in questo modo: che l'anima tucte le potenzie sue dirizza a servire me virilmente con ogni sollicitudine, e il proximo ama con affecto d'amore ponendo la vita del corpo per salute de l'anime, se fusse possibile, mille volte; sostenendo pene e tormenti perché abbi vita di grazia. E la substanzia sua temporale pone in utilitá ed in sovenimento del corpo del proximo suo.
Questo fa el lume della discrezione che esce della caritá. Sí che vedi che discretamente rende e debba rendere, ogni anima che vuole la grazia, a me amore infinito e senza modo, e al proximo (col mio amore infinito) amare lui con modo e caritá ordinata, come detto t'ho, non rendendo male di colpa a sé per utilitá altrui. E di questo v'amuní sancto Pavolo quando disse che la caritá si debba prima muovere da sé; altrimenti non sarebbe utilitá altrui d'utilitá perfecta. Ché quando la perfeczione non è ne l'anima, ogni cosa è imperfecta: e ciò che aduopera e in sé e in altrui. Non sarebbe cosa convenevole che per salvare le creature, che sonno finite e create da me, fussi offeso Io, che so' Bene infinito; piú sarebbe grave solo quella colpa, e grande, che non sarebbe il fructo che farebbe per quella colpa.
Sí che colpa di peccato in veruno modo tu non debbi fare; la vera caritá il cognosce, perché ella porta seco el lume della sancta discrezione. Ella è quello lume che dissolve ogni tenebre, e tolle la ignoranzia, e ogni virtú condisce; e ogni strumento di virtú actuale è condito da lei. Ella ha una prudenzia che non può essere ingannata; ella ha una fortezza che non può essere venta; ella ha una perseveranzia grande infino al fine che tiene dal cielo a la terra, cioè dal cognoscimento di me al cognoscimento di sé; da la caritá mia a la caritá del proximo. Con vera umilitá campa e passa tucti e' lacciuoli del dimonio e delle creature con la prudenzia sua. Con la mano disarmata, cioè col molto sostenere, ha sconficto el dimonio e la carne con questo dolce e glorioso lume, perché con esso cognobbe la sua fragilitá, e cognoscendola le rende il debito de l'odio. Ha conculcato el mondo e messoselo sotto e' piei de l'affecto. Spregiandolo e tenendolo a vile n'è facto signore, facendosene beffe.
E però gli uomini del mondo non possono tollere le virtú de l'anima; ma tucte le loro persecuzioni sonno acrescimento e provamento della virtú. La quale prima è conceputa per affecto d'amore, come decto è, e poi si pruova nel proximo e si parturisce sopra di lui. E cosí t'ho mostrato che, se ella non si vedesse e rendesse lume al tempo della pruova dinanzi da l'uomo, non sarebbe veritá che la virtú fusse conceputa. Perché giá ti dixi e hotti manifestato che virtú non può essere, che sia perfecta, che dia fructo, senza el mezzo del proximo. Se non come la donna che ha conceputo in sé il figliuolo, che se ella non il parturisce che venga dinanzi a l'occhio della creatura, non si reputa lo sposo d'avere figliuolo; cosí Io che so' sposo de l'anima, se ella non parturisce il figliuolo della virtú nella caritá del proximo, mostrandolo, secondo che è di bisogno, in comune e in particulare, sí come Io ti dixi; dico che in veritá non avará conceputa la virtú in sé. E cosí dico el vizio che tucti si commectono col mezzo del proximo.
CAPITOLO XII
Repetizione d'alcune cose giá decte, e come Dio promecte refrigerio a' servi suoi e la reformazione de la sancta Chiesa col mezzo del molto sostenere.
--Ora hai veduto che Io, Veritá, t'ho mostrata la veritá e la doctrina per la quale tu venga e conservi la grande perfeczione. E anco t'ho dichiarato in che modo si satisfa la colpa e la pena, in te e nel proximo tuo, dicendoti che la pena che sostiene la creatura mentre che è nel corpo mortale, non è sofficiente la pena in se sola a satisfare la colpa e la pena, se giá ella non fusse unita con l'affecto della caritá e con la vera contrizione e dispiacimento del peccato, come decto t'ho.