Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza

Chapter 18

Chapter 184,101 wordsPublic domain

Sí che vedi, carissima e dolcissima figliuola, quanto sarebbe ignorante e degno di grande reprensione questo giudicio, che tu o alcuno altro per questo semplice vedere giudicassi che vizio fusse in quella anima, perché Io te la manifestasse cosí tenebrosa; dove giá hai veduto che egli non è privato della grazia, ma del sentimento della dolcezza che Io, per sentimento, gli davo di me.

Voglio dunque, e debbi volere tu e gli altri servi miei, che vi diate a cognoscere perfectamente voi, acciò che piú perfectamente cognosciate la bontá mia in voi. E questo e ogni altro giudicio lassate a me, però che egli è mio e non vostro; ma abandonate il giudicio, che è mio, e pigliate la compassione con fame de l'onore mio e salute de l'anime; e con ansietato desiderio anunziate la virtú e riprendete il vizio in voi e in loro per lo modo che decto t'ho di sopra. Per questo modo verrai a me in veritá e mostrarrai d'avere tenuto a mente e observata la doctrina che ti fu data dalla mia Veritá, cioè di giudicare la volontá mia e non quella degli uomini; e cosí debbi fare se vuoli avere la virtú schiectamente e stare ne l'ultimo perfectissimo e glorioso lume, pascendoti a la mensa del sancto desiderio del cibo de l'anime, per gloria e loda del nome mio.

CAPITOLO CIV

Come la penitenzia non si die pigliare per fondamento né per principale affecto, ma l'affecto e l'amore de le virtú.

--Decto t'ho, carissima figliuola, delle due: ora ti dirò della terza, a la quale Io voglio che tu abbi avertenzia, e riprenda te medesima se alcuna volta el dimonio o el tuo basso vedere ti molestasse di volere mandare e vedere andare tucti e' servi miei per quella via che tu andassi tu; però che questo sarebbe contra la doctrina data a te da la mia Veritá.

Perché spesse volte adiviene che, vedendo andare molte creature per la via della molta penitenzia, tucti gli vorrebbe mandare per quella medesima via; e se vede che non vi vadano, ne piglia dispiacimento e scandalo in se medesimo, parendoli che non faccian bene. Or vedi quanto è ingannato, però che spesse volte adiverrá che fará meglio colui di cui gli pare male perché fa meno penitenzia, e piú virtuoso sará (poniamo che non facci tanta penitenzia) che colui che ne mormora. E però ti dixi di sopra che coloro che si pascono a la mensa della penitenzia, se non vanno con vera umilitá e che la penitenzia loro non sia posta per principale affecto ma per strumento di virtú, spesse volte per questa mormorazione offendaranno la perfeczione loro. E però non debbono essere ignoranti, ma debbono vedere che la perfeczione non sta solamente in macerare né in ucidere il corpo, ma in ucidere la propria e perversa volontá. E per questa via della volontá, annegata e sottoposta a la dolce volontá mia, dovete desiderare, e voglio che tu desideri, che tucti vadano.

Questa è la doctrina della luce di quello glorioso lume, dove l'anima corre inamorata e vestita della mia Veritá. E non dispregio però la penitenzia: perché la penitenzia è buona a macerare il corpo quando vuole impugnare contra lo spirito. Ma non voglio però, carissima figliuola, che tu mel ponga per regola a ogniuno. Però che tucti e' corpi non sonno aguagliati né d'una medesima forte complessione, però che ha piú forte natura uno che un altro; e anco perché spesse volte, sí com'Io ti dixi, adiviene che la penitenzia che si comincia, per molti accidenti che possono adivenire, si conviene lassare. E se 'l fondamento dunque fusse in te, o che tu el dessi altrui, facessi o facessi fare sopra la penitenzia, verrebbe meno e sarebbe imperfecto; e mancarebbevi la consolazione e la virtú ne l'anima. Essendo poi privati di quella cosa che amavate e dove avavate facto el vostro principio, vi parrebbe essere privati di me, e, parendovi essere privati della mia bontá, verreste a tedio e a grandissima tristizia, amaritudine e confusione. Per questo modo perdareste l'exercizio e la fervente orazione, la quale solevate fare quando faciavate la vostra penitenzia. La quale lassata per molti accidenti che vengono, non vi sa l'orazione di quello sapore che vi sapeva prima. Questo adiverrebbe, perché il fondamento sarebbe facto ne l'affecto della penitenzia e non ne l'ansietato desiderio: desiderio, dico, delle vere e reali virtú.

Sí che vedi quanto male ne seguitarebbe per fare solo el principio nella penitenzia. E però sareste ignoranti e cadreste nella mormorazione verso de' servi miei, come decto è, e verrestene a tedio e a molta amaritudine, e studiareste di fare solo operazioni finite a me che so' Bene infinito, e però Io vi richiego infinito desiderio.

Convienvi dunque fare il fondamento in uccidere e annegare la propria volontá, e con essa volontá, sottoposta a la volontá mia, mi darete dolce e afamato e infinito desiderio, cercando l'onore di me e la salute de l'anime. E cosí vi pascerete a la mensa del sancto desiderio; el quale desiderio non è mai scandalizzato né in sé né nel proximo suo, ma d'ogni cosa gode e trae fructo di tanti diversi e variati modi che Io do ne l'anima. Non fanno cosí e' miserabili che non seguitano questa doctrina, dolce e dricta via data da la mia Veritá: anco fanno el contrario, giudicando secondo la cechitá e infermo vedere loro; e però vanno come farnetichi, e privansi del bene della terra e del bene del cielo. E in questa vita, sí come Io ti dixi in un altro luogo, gustano l'arra de l'inferno.

CAPITOLO CV

Repetizione in somma de le predecte cose, con una agiunta sopra la reprensione del proximo.

--Ora t'ho decto, carissima figliuola, satisfacendo al desiderio tuo e dichiaratati di quello che mi dimandasti, cioè in che modo tu debbi riprendere il proximo tuo, acciò che tu non sia ingannata dal dimonio né dal tuo basso vedere. Cioè che tu debbi riprendere in generale e non in particulare (se giá per expressa revelazione tu non l'avessi da me), ma con umilitá, per lo modo che decto t'ho, riprendere te e loro.

Anco t'ho decto e dico che in veruno modo del mondo t'è licito el giudicare in alcuna creatura, né in comune né in particulare, ne le menti dei servi miei, né trovandola disposta né non disposta. E decta t'ho la cagione per la quale tu non puoi giudicare, e giudicando rimarresti ingannata nel tuo giudicio; ma compassione debbi avere tu e gli altri, e il giudicio lassare a me.

E anco t'ho decta la doctrina e il principale fondamento che tu debbi dare a coloro che venissero a te per consiglio e che volessero escire delle tenebre del peccato mortale e seguitare la via delle virtú: cioè che tu lo' dia per principio e fondamento l'affecto e l'amore delle virtú nel cognoscimento di loro e della mia bontá in loro; e ucidano e annieghino la loro propria volontá, acciò che in neuna cosa ribellino a me. E la penitenzia lo' dá come strumento e non per principale affecto, come decto è, non a ogniuno equalmente, ma secondo che sonno apti a portare e secondo la loro possibilitá e stato suo, chi poco e chi assai, secondo che può di questi strumenti di fuore.

E perch'Io ti dixi che la riprensione non t'era licito di farla altro che in generale per lo modo che decto t'ho (e cosí è la veritá), non vorrei però che tu credessi che, vedendo tu actualmente uno expresso difecto, tu nol possa correggere fra te e lui: anco puoi, e anco, se egli fusse obstinato che non si correggesse, el puoi fare manifesto a due o a tre; e se questo non giuova, farlo manifesto al corpo mistico della sancta Chiesa. Ma hotti decto che licito non è per tuo vedere o sentire dentro nella mente tua: né anco, per ogni vedere di fuore, non ti debbi cosí tosto mutare: se tu non vedessi expressamente la veritá o che nella mente tua l'avessi per expressa mia revelazione, non debbi usare la reprensione se non per lo modo che Io ti dissi. Quella è piú sicura per te, da non potere il dimonio ingannarti col mantello della caritá del proximo.

Compíto t'ho ora, carissima figliuola, di dichiararti sopra questa parte quello che bisogna a conservare e crescere la perfeczione ne l'anima tua.

CAPITOLO CVI

De' segni da cognoscere quando le visitazioni e visioni mentali sono da Dio o dal demonio.

--Ora ti dichiararò di quello che tu mi dimandasti sopra el segno che Io ti dixi che Io davo ne l'anima a cognoscere la visitazione che riceve l'anima o per visioni o altre consolazioni che le paia ricevere. E dissiti el segno per lo quale ella si potesse cognoscere quando fusse da me o no. El suo segno era l'allegrezza che rimaneva ne l'anima doppo la visitazione, e la fame delle virtú, e spezialmente unta della virtú della vera umilitá, e arsa nel fuoco della divina caritá.

Ma perché tu m'adimandi se ne l'allegrezza si potesse ricevere inganno alcuno (però che, cognoscendolo, ti vorresti attenere a la parte piú sicura, cioè al segno della virtú che non può essere ingannata), Io ti dirò lo inganno che si può ricevere, e a quello che tu cognoscerai che l'allegrezza sia in veritá o no. Lo inganno si può ricevere in questo modo: Io voglio che tu sappi che di ciò che la creatura, che ha in sé ragione, ama o desidera d'avere, avendola n'ha allegrezza. E tanto quanto piú ama quella cosa che egli ha, tanto meno vede e si dá a cognoscere con prudenzia unde ella viene, per lo dilecto che ha preso in essa consolazione; però che l'allegrezza nel ricevere la cosa che ama non gli li lassa vedere, né si cura di discernerla. Cosí coloro, che molto si dilectano e amano la consolazione mentale, cercano le visioni, e piú hanno posto el principale affecto nel dilecto della consolazione che propriamente in me; sí come Io ti dixi di coloro che anco erano nello stato imperfecto, che raguardavano piú al dono delle consolazioni che ricevevano da me donatore, che a l'affecto della mia caritá con che Io lo' do.

Qui possono ricevere inganno questi cotali, cioè ne l'allegrezza loro, oltre agli altri inganni ch'Io ti contai distinctamente in un altro luogo. In che modo el ricevono? Dicotelo: che poi che essi hanno conceputo l'amore grande a la consolazione, come decto è, ricevendo poi la consolazione o visione, in qualunque modo l'avesse, sente allegrezza perché si vede quello che ama e desiderava d'avere; e spesse volte potrebbe essere dal dimonio, e sentirebbe pure questa allegrezza: della quale allegrezza Io ti dixi che, quando ella era dal dimonio, questa visitazione della mente veniva con allegrezza e rimaneva con pena e stimolo di coscienzia e vòtia del desiderio della virtú. Ora ti dico che alcuna volta potrá avere questa allegrezza, e con essa allegrezza si levará da l'orazione: se questa allegrezza si trova senza l'affocato desiderio della virtú, unta d'umilitá e arsa nella fornace della divina mia caritá, quella visitazione e consolazione e visione, che ella ha ricevuta, è dal demonio e non da me, non obstante che si senta el segno de l'allegrezza. Ma perché l'allegrezza non è unita con l'affecto della virtú per lo modo che decto t'ho, puoi vedere manifestamente che quella è allegrezza tracta da l'amore che aveva a la propria consolazione mentale, e però gode ed ha allegrezza perché si vede avere quello che desiderava; perché gli è condiczione de l'amore di qualunque cosa si sia, sentire allegrezza quando riceve quella cosa che egli ama.

Sí che per pura allegrezza non te ne potresti fidare: poniamo che l'allegrezza ti durasse mentre che tu hai la consolazione, e anco piú. L'amore ignorante in essa allegrezza non cognosciarebbe l'inganno del dimonio, non andando con altra prudenzia; ma, se con prudenzia andará, vederá se l'allegrezza andará con l'affecto della virtú, o sí o no, e cognoscerá in questo modo se ella sará da me o dal dimonio la visitazione che riceve nella mente sua.

Questo è quello segno che Io ti dixi in che modo tu potessi cognoscere che l'allegrezza ti fusse segno quando fusse visitata da me, se ella fusse unita con la virtú, sí com'Io t'ho decto. Veramente questo è segno dimostrativo, che ti dimostra quello che è inganno e quello che non è inganno: cioè de l'allegrezza che ricevi nella mente tua da me in veritá, da l'allegrezza che ricevessi per proprio amore spirituale, cioè da l'amore ed affecto che avessi posto a la propria consolazione: quella che è da me è unita l'allegrezza con l'affecto della virtú, e quella che è dal dimonio sente solamente allegrezza, e, quando viene a vedere, tanta virtú si truova quanto prima. Questa allegrezza lo' procede da l'amore della propria consolazione, come detto è.

E voglio che tu sappi che ogniuno non riceve però inganno da questa allegrezza, se non solamente questi imperfecti che pigliano dilecto e consolazione, e piú raguardano al dono che a me donatore. Ma quegli, che, schiectamente e senza rispecto alcuno di loro, raguardano come affocati a l'affecto solamente di me che dono e non al dono, e il dono amano per me che dono e non per propria loro consolazione, non possono essere ingannati da questa allegrezza.

E però l'è a loro subito questo el segno, quando el dimonio alcuna volta volesse per suo inganno trasformarsi in forma di luce e mostrarsi nella mente loro, giognendo subito con grande allegrezza. Ma essi, che non sono passionati da l'amore della consolazione nella mente loro, con prudenzia in veritá cognoscono lo inganno suo: passando tosto l'allegrezza, vegonsi rimanere in tenebre. E però s'aumiliano con vero cognoscimento di loro, e spregiano ogni consolazione e abracciano e stringono la doctrina della mia Veritá. El dimonio, come confuso, rade volte o non mai in questa forma vi torna.

Ma quelli, che sonno amatori della propria consolazione, spesse volte ne riceveranno; ma conosceranno l'inganno loro per lo modo che decto t'ho, cioè trovando l'allegrezza senza la virtú, cioè che non si vega escire di quello camino con umilitá e vera caritá, fame de l'onore di me, Dio etterno, e della salute de l'anime.

Questo ha facto la mia bontá: d'avere proveduto verso di voi, a' perfecti e agl'imperfecti, in qualunque stato voi sète, perché neuno inganno voi potiate ricevere, se vorrete conservarvi el lume de l'intellecto che Io v'ho dato con la pupilla della sanctissima fede, che voi non vel lassiate obumbrare dal dimonio e nol veliate con l'amore proprio di voi. Perché, se non vel tollete voi, non è alcuno che vel possa tollere.

CAPITOLO CVII

Come Dio è adempitore de' sancti desidèri de' servi suoi, e come molto gli piace chi dimanda e bussa a la porta de la sua Veritá con perseveranzia.

--Ora t'ho decto, carissima figliuola, e in tucto dichiarato e illuminatone l'occhio de l'intellecto tuo verso gl'inganni che 'l dimonio ti potesse fare. E ho satisfacto al desiderio tuo in quello che tu mi dimandasti, perché Io non so' spregiatore del desiderio de' servi miei. Anco do a chi mi dimanda, e invitovi a dimandare; e molto mi spiace colui che in veritá non bussa a la porta della sapienzia de l'unigenito mio Figliuolo, seguitando la doctrina sua; la quale doctrina, seguitandola, è uno bussare chiamando a me, Padre etterno, con la voce del sancto desiderio, con umili e continue orazioni. E Io so' quel Padre che vi do el pane della grazia col mezzo di questa porta, dolce mia Veritá. E alcuna volta, per provare i desidèri vostri e la vostra perseveranzia, fo vista di non intendervi; ma Io v'intendo, e dòvi, mentre, quello che bisogna, perché vi do la fame e la voce con che chiamate a me; e Io, vedendo la costanzia vostra, compio e' vostri desidèri, quando sonno ordinati e dirizzati in me.

A questo chiamare v'invitoe la mia Veritá quando dixe: «Chiamate e saravi risposto; bussate e saravi aperto; chiedete e saravi dato». E cosí ti dico che Io voglio che tu facci: che tu non allenti mai el desiderio tuo di chiedere l'aiutorio mio; né abbassi la voce tua di chiamare a me, ch'Io facci misericordia al mondo; né ti ristare di bussare a la porta della mia Veritá, seguitando le vestigie sue; e dilèctati in croce con Lui, mangiando el cibo de l'anime per gloria e loda del nome mio. E con ansietá di cuore mughiare sopra el morto de l'umana generazione, el quale vedi condocto a tanta miseria che la lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo. Con questo mughio e grido vorrò fare misericordia al mondo. E questo è quello che Io richiego da' servi miei, e questo mi sará segno che in veritá m'amino. E Io non sarò spregiatore de' loro desidèri, sí come Io t'ho decto.

CAPITOLO CVIII

Come questa devota anima, rendendo grazie a Dio, s'umilia. Poi fa orazione per tucto el mondo e singularmente per lo corpo mistico de la sancta Chiesa e per li figliuoli suoi spirituali e per li due padri de l'anima sua. E, doppo queste cose, dimanda d'udire parlare de' defecti de' ministri de la sancta Chiesa.

Alora quella anima, come ebbra veramente, pareva fuore di sé, e, alienati e' sentimenti del corpo suo, per l'unione de l'amore che facta aveva nel Creatore suo, levata la mente e specolando nella Veritá etterna con l'occhio de l'intellecto suo, avendo cognosciuta la veritá, s'era innamorata della veritá, e diceva:

--O somma ed etterna bontá di Dio, e chi so' io, miserabile, che tu, sommo ed etterno Padre, hai manifestata a me la veritá tua e gli occulti inganni del dimonio; e lo 'nganno del proprio sentimento, che io e gli altri potiamo ricevere in questa vita della perregrinazione, acciò che io non sia ingannata né dal dimonio né da me medesima? Chi t'ha mosso? L'amore. Però che tu m'amasti senza essere amato da me. O fuoco d'amore, grazia, grazia sia a te, Padre etterno. Io, imperfecta, piena di tenebre; e tu, perfecto e luce, hai mostrato a me la perfeczione e la via lucida della doctrina de l'unigenito tuo Figliuolo. Io ero morta, e tu m'hai risuscitata; io ero inferma, e tu m'hai data la medicina: e non tanto la medicina del Sangue che tu desti allo 'nfermo de l'umana generazione col mezzo del tuo Figliuolo, ma tu m'hai data una medicina contra una infermitá occulta, la quale io non cognoscevo, dandomi tu la doctrina che in neuno modo io posso giudicare alcuna creatura che abbi in sé ragione, e singularmente verso de' servi tuoi, de' quali spesse volte, come cieca e inferma di questa infermitá, sotto spezie e colore de l'onore tuo e salute de l'anime, davo giudicio. E però io ti ringrazio, somma ed etterna bontá, che, nel manifestare la tua veritá e lo inganno del dimonio e la propria passione, m'hai facto conoscere la infermitá mia. Unde io t'adimando per grazia e misericordia che oggi sia posto termine e fine che io mai non esca della doctrina tua, data a me da la tua bontá e a chiunque la vorrá seguitare, però che senza te neuna cosa è facta.

A te dunque ricorro e rifugo, Padre etterno, e non te l'adimando per me sola, Padre, ma per tucto quanto el mondo, e singularmente per lo corpo mistico della sancta Chiesa: che questa veritá e doctrina riluca ne' ministri tuoi, data da te, Veritá etterna, a me miserabile. Ed anco t'adimando spezialmente per tucti coloro e' quali m'hai dati che io ami di singulare amore, e' quali hai facti una cosa con meco; però che essi saranno el mio refrigerio per gloria e loda del nome tuo, vedendoli còrrire per questa dolce e dricta via schiecti e morti ad ogni loro volontá e pareri, e senza alcuno giudicio o scandalo o mormorazione del proximo loro. E pregoti, dolcissimo amore, che neuno me ne sia tolto delle mani dal dimonio infernale, sí che ne l'ultimo giongano a te, Padre etterno, fine loro.

Anco ti fo un'altra petizione per le due colonne de' padri che m'hai posti in terra a guardia e doctrina di me, inferma, miserabile, dal principio della mia conversione infino a ora: che tu gli unisca e di due corpi facci una anima, e che neuno actenda ad altro che a compire in loro, e nei misterii che tu l'hai posti nelle mani, la gloria e loda del nome tuo in salute de l'anime. E io, indegna e miserabile, schiava e non figliuola, tenga quel modo, con debita reverenzia e sancto timore verso di loro, per amore di te, che sia tuo onore, pace e quiete loro ed edificazione del proximo.

So' certa, Veritá etterna, che tu non dispregiarai el desiderio mio né le petizioni che Io t'ho adimandate, però che io cognosco per veduta, secondo che t'è piaciuto di manifestare, e molto maggiormente per pruova, che tu se' acceptatore de' sancti desidèri. Io, indegna tua serva, m'ingegnarò, secondo che mi darai la grazia, d'observare il comandamento e la doctrina tua.

O Padre etterno, ricordato m'è d'una parola che tu dicesti quando mi narravi alcuna cosa de' ministri della sancta Chiesa, dicendo tu che piú distinctamente in un altro luogo me ne parlaresti: de' difecti che al dí d'oggi essi commectono. Unde, se piacesse a la tua bontá di dirne alcuna cosa, acciò che io avesse materia di crescere il dolore e la compassione e l'ansietato desiderio per la salute loro (ché mi ricordo che giá tu dicesti che, col sostenere e lagrime, dolori, sudori e orazioni de' servi tuoi, ci daresti refrigerio, riformandola di sancti e buoni pastori); sí che, acciò che questo cresca in me, però te l'adimando.

CAPITOLO CIX

Come Dio rende sollicita la predecta anima all'orazione, rispondendo ad alcuna de le predecte petizioni.

Alora Dio etterno, vollendo l'occhio della sua misericordia e non spregiando el suo desiderio, ma acceptando le sue petizioni, volendo satisfare a l'ultima petizione che ella aveva facta sopra la promessa sua, diceva:--O dilectissima e carissima figliuola, Io adempirò in quello che m'hai adimandato el desiderio tuo, purché da la tua parte non commecta ignoranzia né negligenzia. Però che molto ti sarebbe piú grave e degna di maggiore reprensione ora che prima, perché piú hai cognosciuto della mia veritá. E però sia dunque sollicita di dare orazioni per tucte le creature che hanno in loro ragione, e per lo corpo mistico della sancta Chiesa, e per quegli che Io t'ho dati che tu ami di singulare amore. E non commectere negligenzia in dare orazioni ed exemplo di vita e la doctrina della parola, riprendendo il vizio e commendando la virtú giusta 'l tuo potere. Delle colonne le quali Io ho date a te, delle quali tu mi dicesti, e cosí è la veritá, fa' che tu sia uno mezzo di dare a ciascuno quello che gli bisogna, secondo l'aptitudine loro e come Io, tuo Creatore, ti ministrarò, però che senza me neuna cosa potresti fare; ed Io adempiroe i desidèri tuoi. Ma non mancare tu né eglino nello sperare in me, però che la providenzia mia non mancará in voi; e ogniuno umilemente riceva quello che esso è apto a ricevere, e ogniuno ministri quello che Io gli darò a ministrare, ogniuno nel modo suo, secondo che hanno ricevuto e riceveranno da la mia bontá.

CAPITOLO CX

De la dignitá de' sacerdoti, e del sacramento del Corpo di Cristo. E di quelli che comunicano degnamente e indegnamente.

--Ora ti rispondo di quello che m'hai adimandato sopra e' ministri della sancta Chiesa. E acciò che tu meglio possa cognoscer la veritá, apre l'occhio de l'intellecto tuo e raguarda l'excellenzia loro, in quanta dignitá Io gli ho posti. E perché meglio si cognosce l'uno contrario per l'altro, voglioti mostrare la dignitá di coloro che exercitano in virtú el tesoro che Io lo' missi fra le mani; e per questo, meglio vedrai la miseria di coloro che oggi si pascono al pecto di questa sposa.--

Alora quella anima, per obbedire, si specolava nella veritá, dove vedeva rilucere le virtú ne' veri gustatori. Alora Dio etterno diceva:--Carissima figliuola, prima ti voglio dire la dignitá loro dove Io gli ho posti per la mia bontá; oltre a l'amore generale che Io ho avuto a le mie creature creandovi a la imagine e similitudine mia, e ricreativi tucti a grazia nel sangue de l'unigenito mio Figliuolo; unde veniste in tanta excellenzia, per l'unione ch'Io feci della Deitá mia nella natura umana, che in questo avete maggiore excellenzia e dignitá voi che l'angelo, perch'Io presi la natura vostra e non quella de l'angelo. Unde, sí come Io dixi, Io Dio so' facto uomo e l'uomo è facto Dio per l'unione della natura mia divina nella natura vostra umana.