Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza
Chapter 16
Dicevo che veniva uno vento di coscienzia; e questo fa la divina mia Bontá, che, avendo provato con la prosperitá per trarli per amore e col timore, ché per importunitá dirizzassero el cuore ad amare con virtú e non senza virtú; provato con la tribolazione, data perché cognoscano la fragilitá e poca fermezza del mondo; ad alcuni altri, poi che questo non giova, perché v'amo ineffabilemente, do uno stimolo di coscienzia, perché si levino ad aprire la bocca bomicando el fracidume de' peccati per la sancta confessione. Ma essi, come obstinati, e drictamente riprovati da me per le iniquitá loro (che non hanno voluto ricevere la grazia mia in veruno modo), fugono lo stimolo della coscienzia, e vannolo spassando con miserabili dilecti e dispiacere mio e del proximo loro. Tucto l'adiviene perché è corrocta la radice con tucto l'arbore, e ogni cosa l'è in morte, e stanno in continue pene, pianti e amaritudine, come decto è. E se non si correggono mentre che hanno el tempo di potere usare el libero arbitrio, passano da questo pianto dato in tempo finito, e con esso giongono al pianto infinito. Sí che il finito lo' torna ad infinito, perché la lagrima fu gictata con infinito odio della virtú, cioè col desiderio de l'anima, fondato in odio, che è infinito.
Vero è che, se avessero voluto, ne sarebbero esciti mediante la mia divina grazia nel tempo che essi erano liberi, non obstante ch'Io dicesse essere infinito: infinito è in quanto l'affecto è essere de l'anima, ma none l'odio e l'amore che fusse ne l'anima; ché, mentre che sète in questa vita, potete amare e odiare, secondo che è di vostro piacere. Ma se finisce in amore di virtú, riceve infinito bene, e se finisce in odio, sta in infinito odio ricevendo l'ecterna dannazione, sí come Io ti dixi quando ti contiai che s'annegavano per lo fiume; intanto che non possono desiderare bene, privati della misericordia mia e della caritá fraterna, la quale gustano e' sancti l'uno con l'altro, cioè della caritá di voi, perregrini viandanti in questa vita, posti qui da me per giognere al termine vostro, di me, vita etterna.
Né orazioni né limosine né verun'altra operazione lor vale: essi sono membri tagliati dal corpo della divina mia caritá, perché, mentre che vissero, non volsero essere uniti a l'obbedienzia de' sancti miei comandamenti nel corpo mistico della sancta Chiesa e nella dolce sua obbedienzia, unde traete il sangue dello immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo. E però ricevono el fructo de l'ecterna dannazione con pianto e stridore di denti.
Questi sonno quelli martiri del dimonio, de' quali Io ti dixi; sí che 'l dimonio lo' dá quello fructo che ha per sé. Adunque vedi che questo pianto dá fructo di pene in questo tempo finito, e ne l'ultimo lo' dá la infinita conversazione delle dimonia.
CAPITOLO XCV
De' fructi de le seconde e de le terze lagrime.
--Ora ti resto a dire de' fructi che ricevono coloro che si cominciano a levare da la colpa per timore della pena, ad acquistare la grazia. Alquanti sonno che escono della morte del peccato mortale per timore della pena. Questo è il generale chiamare, come detto è.
Che fructo riceve questo? che egli comincia a votiare la casa de l'anima sua della immondizia, mandando el libero arbitrio el messo del timore della pena. Poi che egli ha purificata l'anima da la colpa, riceve pace di coscienzia, comincia a disponere l'affecto de l'anima e aprire l'occhio de l'intellecto a vedere il luogo suo, che, prima che fusse vòto, non il vedeva né vedeva altro che puzza di molti e diversi peccati. Comincia a ricevere consolazioni, perché 'l vermine della coscienzia sta in pace, quasi aspectando di prendere il cibo della virtú. Sí come fa l'uomo, che, poi che ha sanato lo stomaco e tractone fuore gli umori, dirizza l'appetito a prendere il cibo; cosí questi cotali aspectano pure che la mano del libero arbitrio con l'amore del cibo delle virtú gli apparecchi, ché doppo l'apparecchiare aspecta di mangiare. E cosí è veramente: che, exercitando l'anima el primo timore, votiato de' peccati l'affecto suo, ne riceve il secondo fructo, cioè il secondo stato delle lagrime, dove l'anima, per affecto d'amore, comincia a fornire la casa di virtú. Benché imperfecta sia ancora, poniamo che sia levata dal timore, riceve consolazione e dilecto perché l'amore de l'anima sua ha ricevuto dilecto da la mia veritá che so' esso amore; e, per lo dilecto e consolazione che truova in me, comincia ad amare molto dolcemente, sentendo la dolcezza della consolazione mia o dalle creature per me.
Exercitando l'amore nella casa de l'anima sua, che è intrato dentro poi che 'l timore l'ebbe purificata, comincia a ricevere i fructi della divina mia bontá, unde ebbe la casa de l'anima sua. Poi che egli è intrato l'amore a possedere, comincia a gustare ricevendo molti vari e diversi fructi di consolazione; e ne l'ultimo, perseverando, riceve fructo di ponere la mensa: cioè, poi che l'anima è trapassata dal timore a l'amore delle virtú, si pone la mensa sua. Gionto a le terze lagrime, egli pone la mensa della sanctissima croce nel cuore e ne l'anima sua; poi che l'ha posta, trovandovi el cibo del dolce e amoroso Verbo (el quale dimostra l'onore di me Padre e la salute vostra per la quale fu aperto el Corpo de l'unigenito mio Figliuolo dandosi a voi in cibo), alora comincia a mangiare l'onore di me e la salute de l'anime con odio e dispiacimento del peccato.
Che fructo riceve l'anima di questo terzo stato delle lagrime? Dicotelo: riceve una fortezza fondata in odio sancto della propria sensualitá, con uno fructo piacevole di vera umilitá, con una pazienzia che tolle ogni scandalo, e priva l'anima d'ogni pena, perché col coltello de l'odio ucise la propria volontá, dove sta ogni pena: ché solo la volontá sensitiva si scandalizza delle ingiurie, delle persecuzioni e delle consolazioni temporali o spirituali, come di sopra ti dixi, e cosí viene ad impazienzia. Ma, perché la volontá è morta, con lagrimoso e dolce desiderio comincia a gustare il fructo della lagrima della dolce pazienzia.
O fructo di grande soavitá, quanto se' dolce a chi ti gusta, e piacevole a me, che stando ne l'amaritudine gusta la dolcezza! Nel tempo de l'ingiuria ricevi la pace; nel tempo che se' nel mare tempestoso che i venti pericolosi percuotono con le grandi onde la navicella de l'anima, tu se' pacifica e tranquilla senza veruno male, ricoperta la navicella con la dolce, etterna mia volontá divina. Unde hai ricevuto vestimento di vera e ardentissima caritá, perché acqua non vi possa intrare. O dilectissima figliuola, questa pazienzia è reina, posta nella ròcca della fortezza: ella vince e non è mai vinta; essa non è sola, ma è acompagnata con la perseveranzia; ella è il mirollo della caritá; ella è colei che manifesta il vestimento d'essa caritá se egli è vestimento nupziale o no; se egli è rocto d'imperfeczione, ella el manifesta, sentendo subbito el contrario della inpazienzia. Tucte le virtú si possono alcuna volta occultare, mostrandosi perfecte essendo imperfecte, excepto che a te non si possono nascondere: ché, se ella è ne l'anima questa dolce pazienzia, mirollo di caritá, ella dimostra che tucte le virtú sonno vive e perfecte; e se ella non v'è, manifesta che tucte le virtú sonno imperfecte e non sonno gionte ancora alla mensa della sanctissima croce, dove essa pazienzia fu conceputa nel cognoscimento di sé e nel cognoscimento della mia bontá in sé, e parturita da l'odio sancto e unta di vera umilitá. A questa pazienzia non è denegato el cibo de l'onore di me e salute de l'anime: anco essa è quella che 'l mangia continuamente, e cosí è la veritá.
Raguarda, carissima figliuola, ne' dolci e gloriosi martiri, che col sostenere mangiavano el cibo de l'anime. La morte loro dava vita: resuscitavano e' morti e cacciavano le tenebre de' peccati mortali. El mondo con tucte le sue grandezze e i signori con la loro potenzia non si potevano difendere da loro, per la virtú di questa reina, dolce pazienzia. Questa virtú sta come lucerna in sul candelabro. Questo è il glorioso fructo che die' la lagrima gionta nella caritá del proximo suo, mangiando con lo svenato e immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, con crociato e ansietato desiderio e con pena intollerabile de l'offesa di me, Creatore suo: non pena afliggitiva, ché l'amore con la vera pazienzia ucise ogni timore e amore proprio che dá pena; ma pena consolativa, solo de l'offesa mia e danno del proximo, fondata in caritá, la quale pena ingrassa l'anima. Godene in sé, perché ella è uno segno dimostrativo che dimostra me essere per grazia ne l'anima.
CAPITOLO XCVI
Del fructo de le quarte e unitive lagrime.
--Decto t'ho del fructo delle terze lagrime. Séguita el quarto e ultimo stato della lagrima unitiva, lo quale non è separato dal terzo, come decto è, ma uniti insieme, sí come la caritá mia con quella del proximo l'una condisce l'altra. Ma è in tanto cresciuto, gionto al quarto, che, non tanto che porti con pazienzia (sí come di sopra ti dissi), ma con allegrezza le desidera; in tanto che spregia ogni recreazione, da qualunque lato le viene, pure che si possa conformare con la mia Veritá, Cristo crocifixo.
Questa riceve uno fructo di quiete di mente, una unione, facta per sentimento, nella natura mia dolce divina, dove gusta el lacte. Sí come il fanciullo, che pacificato si riposa al pecto della madre, traie a sé il lacte col mezzo della carne; cosí l'anima, gionta a questo ultimo stato, si riposa al pecto della divina mia caritá, tenendo nella bocca del sancto desiderio la carne di Cristo crocifixo, cioè seguitando le vestigie e la doctrina sua, perché cognobbe bene nel terzo stato che non gli conveniva andare per me, Padre, perché in me, Padre etterno, non può cadere pena: ma sí nel dilecto mio Figliuolo, dolce e amoroso Verbo. E voi non potete andare senza pena, ma con molto sostenere giognerete a le virtú provate. Sí che si pose al pecto di Cristo crocifixo, che è essa veritá; e cosí trasse a sé il lacte della virtú, nella quale virtú ebbe vita di grazia, gustando in sé la natura mia divina che dava dolcezza a le virtú. E cosí è la veritá: che le virtú in loro non erano dolci, ma perché furono facte e unite in me, amore divino: cioè che l'anima non ebbe alcuno rispecto a sua propria utilitá, altro che a l'onore di me e salute de l'anime.
Or raguarda, dolce figliuola, quanto è dolce e glorioso questo stato, nel quale l'anima ha facta tanta unione al pecto della caritá che non si truova la bocca senza el pecto, né il pecto senza el lacte. Cosí questa anima non si truova senza Cristo crociato, né senza me, Padre etterno, el quale truova gustando la somma e etterna Deitá. Oh! chi vedesse come s'empiono le potenzie di quella anima! La memoria s'empie di continuo ricordamento di me, tracto a sé, per amore, i benefizi miei: non tanto l'acto de' benefizi, ma l'affecto della caritá mia con che Io gli l'ho donati; e singularmente il benefizio della creazione, vedendosi creato a la imagine e similitudine mia. Nel quale benefizio, nel primo stato decto, cognobbe la pena della ingratitudine che ne gli seguitava; e però si levò da le miserie nel benefizio del sangue di Cristo, dove Io el ricreai a grazia, lavandovi la faccia de l'anime vostre da la lebra del peccato, dove l'anima trovò nel secondo stato una dolcezza, gustando la dolcezza de l'amore e dispiacere della colpa, nella quale egli vidde che tanto era spiaciuta a me, che Io l'avevo punita sopra el corpo de l'unigenito mio Figliuolo.
Dipo' questo ha trovato l'avenimento dello Spirito sancto, el quale dichiarò e dichiara l'anima della veritá. Quando riceve l'anima questo lume? poi che ha cognosciuto, per lo primo e secondo stato, el benefizio mio in sé. Riceve alora lume perfecto, cognoscendo la veritá di me, Padre etterno, cioè che per amore l'avevo creata per darle vita etterna. Questa era la veritá: hovelo manifestato col sangue di Cristo crocifixo. Poi che l'ha cognosciuta l'ama: amandola, el dimostra amando schiectamente quello ch'Io amo e odiando quel ch'Io odio.
Cosí si truova nel terzo stato della caritá del prossimo. Sí che la memoria a questo pecto s'empie, passata ogni imperfeczione, perché s'è ricordata e ha tenuto in sé i benefizi miei. Lo intellecto ha ricevuto el lume: mirando dentro nella memoria, cognobbe la veritá; perdendo la ciechitá de l'amore proprio, rimase nel sole de l'obiecto di Cristo crocifixo, dove cognobbe Dio e uomo. Oltre a questo cognoscimento, per l'unione che ha facta, si leva ad uno lume acquistato non per natura, sí come Io ti dixi, né per sua propria virtú adoperata, ma per grazia data da la mia dolce Veritá, la quale none spregia gli ansietati desidèri né fadighe le quali ha offerte dinanzi da me. Alora l'affecto, che va dietro a lo 'ntellecto, s'unisce con perfectissimo e ardentissimo amore. E chi mi dimandasse:--Chi è questa anima?--direi:--È uno altro me, facta per unione d'amore.--
Quale sarebbe quella lingua che potesse narrare l'excellenzia di questo ultimo stato unitivo, e i fructi diversi e divariati che riceve essendo piene le tre potenzie de l'anima? Questa è quella dolce congregazione della quale, ne' tre scaloni generali, ti feci menzione, dichiarandoti, di sopra, la parola della mia Veritá. Non è sufficiente la lingua a poterlo narrare, ma ben vel dimostrano e' sancti doctori illuminati da questo glorioso lume che con esso spianavano la sancta Scriptura. Unde avete del glorioso Tomaso d'Aquino (che la scienzia sua egli ebbe piú per studio d'orazione ed elevazione di mente e lume d'intellecto, che per studio umano), el quale fu uno lume che Io ho messo nel corpo mistico della sancta Chiesa, spegnendo le tenebre de l'errore. E se ti vòlli al glorioso Giovanni evangelista, quanto lume egli acquistò sopra el prezioso pecto di Cristo, mia Veritá, col quale lume acquistato evangelizzò me, ha cotanto tempo.
E, cosí discorrendo, tucti ve l'hanno manifestata, chi per uno modo e chi per un altro. Ma lo intrinseco sentimento, ineffabile dolcezza e perfecta unione, non el potresti narrare con la lingua tua, perché è cosa finita. Questo parbe che volesse dire Pavolo, dicendo: «Occhio non può vedere, né orecchia udire, né cuore pensare quanto è il dilecto e 'l bene che riceve, e ne l'ultimo è apparecchiato a quelli che in veritá m'amano». Oh quanto è dolce la mansione, dolce sopra ogni dolcezza, con perfecta unione che l'anima ha facta in me, che non ci è in mezzo la volontá de l'anima medesima, perché ella è facta una cosa con meco! Ella gicta odore per tucto quanto el mondo, fructo di continue e umili orazioni: l'odore del desiderio, grido della salute de l'anime con voce senza voce umana, gridando nel conspecto della mia divina maiestá.
Questi sonno e' fructi unitivi che mangia l'anima in questa vita ne l'ultimo stato, acquistato con molte fadighe, lagrime e sudori. E cosí passa con vera perseveranzia dalla vita della grazia, da questa unione che è anco imperfecta, ed è perfecta in grazia. Ma mentre che è legata nel corpo, perché in questa vita non si può saziare di quello che desidera, e anco perché è legata con la legge perversa (che s'è adormentata per l'affecto della virtú, ma non è morta, e però si può destare se levassi lo istrumento della virtú che la fa dormire), e però è decta «imperfecta unione». Ma questa imperfecta unione el conduce a ricevere la perfeczione durabile, la quale non gli può essere tolta per veruna cosa che sia, sí come Io ti dixi narrandoti de' beati. Ine gusta co' gustatori veri in me vita etterna, sommo ed etterno Bene, che mai non finisco. Costoro hanno ricevuto vita etterna incontrario di coloro che ricevettero el fructo del pianto loro, morte etternale. Costoro dal pianto son gionti a l'allegrezza, ricevendo vita sempiterna. Col fructo della lagrima e con l'affocata caritá gridano e offerano lagrima di fuoco, per lo modo decto di sopra, dinanzi a me per voi.
Compíto ho di narrarti e' gradi delle lagrime e la loro perfeczione, e il fructo che riceve l'anima d'esse lagrime: che i perfecti ricevono me vita etterna, e gl'iniqui l'etterna dannazione.
CAPITOLO XCVII
Come questa devota anima, ringraziando Dio de la dechiarazione de' predecti stati de le lagrime, gli fa tre petizioni.
Alora quella anima, ansietata di grandissimo desiderio per la dolce dichiarazione e satisfaczione che ebbe da la Veritá sopra e' decti stati, diceva come inamorata:
--Grazia, grazia sia a te, sommo ed etterno Padre, satisfacitore de' sancti desidèri e amatore della salute nostra, che per amore ci hai dato l'amore nel tempo che eravamo in guerra con teco, col mezzo de l'unigenito tuo Figliuolo. Per questo abisso de l'affocata tua caritá t'adimando, di grazia e di misericordia, che, acciò che schiectamente possa venire a te e con lume e non con tenebre corra per la doctrina della tua Veritá, della quale tu chiaramente m'hai dimostrata la veritá, e acciò ch'io possa vedere due altri inganni de' quali io temo che non ci sieno o possano essere, vorrei, Padre etterno, che, prima che io escisse di questi stati, tu mel dichiarassi.
L'uno si è che, se alcuna volta o a me o ad alcuno altro servo tuo fusse venuto per consiglio di volere servire a te, che doctrina io gli debbo dare. Benché di sopra so, dolce Dio etterno, che tu me ne dichiarasti sopra quella parola che tu dicesti:--Io so' colui che mi dilecto di poche parole e di molte operazioni;--nondimeno, se piace a la tua bontá toccarne alcuna parola ancora, sarammi di grande piacere.
E anco, se alcuna volta, pregando io per le tue creature e singularmente per li servi tuoi, io trovasse, ne l'orazione, ne l'uno la mente disposta, parendomelo vedere che esso si goda di te; e ne l'altro mi paresse che fusse la mente tenebrosa, debbo io, Padre etterno, o posso giudicare l'uno in luce e l'altro in tenebre? O che io vedesse l'uno andare con grande penitenzia e l'altro no: debbo io giudicare che maggiore perfeczione abbi colui che fa penitenzia maggiore, che colui che non la fa? Pregoti che acciò ch'io non sia ingannata dal mio poco vedere, che tu mi dichiari in particulare quello che tu m'hai decto in generale.
La seconda cosa della quale io ti dimando, si è che tu mi dichiari meglio, sopra del segno che tu mi dicesti che riceve l'anima quando è visitata da te, se egli è da te, Dio etterno, o no. Se bene mi ricorda tu mi dicesti, Veritá etterna, che la mente rimaneva in allegrezza e inanimata a la virtú. Vorrei sapere se questa allegrezza può essere con inganno della propria passione spirituale; ché, se ci fusse, io m'aterrei solamente al segno della virtú.
Queste sonno quelle cose le quali io t'adimando, acciò che in veritá io possa servire a te e al proximo mio e non cadere in neuno falso giudicio verso le tue creature e de' servi tuoi, perché mi pare che 'l giudicio, cioè il giudicare, dilonghi l'anima da te: e però non vorrei cadere in questo inconveniente.
CAPITOLO XCVIII
Come el lume de la ragione è necessario ad ogni anima che vuole a Dio in veritá servire. E prima, del lume generale.
Alora Dio etterno, dilectandosi della sete e fame di quella anima e della schiectezza del cuore e del desiderio suo con che ella dimandava di volerli servire, volse l'occhio della pietá e misericordia sua verso di lei, dicendo:
--O dilectissima, o carissima, o dolce figliuola e sposa mia, leva te sopra di te e apre l'occhio de l'intellecto a vedere me, bontá infinita, e l'amore ineffabile che Io ho a te e agli altri servi miei. Ed apre l'orecchia del sentimento del desiderio tuo, però che altrementi, se tu non vedessi, non potresti udire: cioè che l'anima, che non vede con l'occhio de l'intellecto suo ne l'obiecto della mia Veritá, non può udire né cognoscere la mia veritá. E però voglio, acciò che meglio la cognosca, che ti levi sopra el sentimento tuo, cioè sopra el sentimento sensitivo; ed Io, che mi dilecto della tua domanda e desiderio, ti satisfarò. Non che dilecto possa crescere a me di voi, però che Io so' colui che so' e che fo crescere voi, e non voi me; ma dilectomi nel mio dilecto medesimo della factura mia.--
Alora quella anima obbedí, levando sé sopra di sé per cognoscere la veritá di quello che dimandava. Alora Dio etterno disse a lei:--Acciò che tu meglio possa intendere quello ch'Io ti dirò, Io mi farò al principio di quello che mi dimandi, sopra tre lumi che escono di me, vero lume.
L'uno è uno lume generale in coloro che sonno nella caritá comune: bene che decto te l'abbi de l'uno e de l'altro, e molte cose di quelle che Io t'ho decte ti dirò, perché 'l tuo basso intendimento meglio intenda quello che tu vuoli sapere. E due altri lumi sonno di coloro che sono levati dal mondo e vogliono la perfeczione. Sopra di questo ti dichiararò di quello che m'hai adimandato, dicendoti piú in particulare quello che ti toccai in comune.
Tu sai, sí come Io ti dixi, che senza el lume neuno può andare per la via della veritá, cioè senza el lume della ragione. El quale lume di ragione traete da me, vero lume, con l'occhio de l'intellecto e col lume della fede che Io v'ho dato nel sancto baptesmo, se voi non vel tollete per li vostri difecti. Nel quale baptesmo, mediante e in virtú del sangue de l'unigenito mio Figliuolo, riceveste la forma della fede. La quale fede, exercitata in virtú col lume della ragione (la quale ragione è illuminata da questo lume), vi dá vita e favi andare per la via della veritá, e con esso giognete a me, vero lume; e senza esso giognereste a la tenebre.
Due lumi, tracti da questo lume, vi sonno necessari d'avere, ed anco a' due ti porrò el terzo. El primo è che voi tucti siate illuminati in cognoscere le cose transitorie del mondo, le quali passano tucte come il vento. Ma non le potete bene cognoscere se prima non cognoscete la propria vostra fragilitá quanto ella è inchinevole, con una legge perversa che è legata nelle membra vostre, a ribellare a me, vostro Creatore. Non che per questa legge neuno possa essere costrecto a commectere uno minimo peccato, se egli non vuole; ma bene impugna contra lo spirito. E non diei questa legge perché la mia creatura, che ha in sé ragione, fusse venta, ma perché ella aumentasse e provasse la virtú ne l'anima, però che la virtú non si pruova se non per lo suo contrario. La sensualitá è contraria a lo spirito, e però in essa sensualitá pruova l'anima l'amore che ha in me, Creatore suo. Quando si pruova? quando con odio e dispiacimento si leva contra di lei.
E anco le diei questa legge per conservarla nella vera umilitá. Unde tu vedi che, creando l'anima a la imagine e similitudine mia posta in tanta dignitá e bellezza, Io l'acompagnai con la piú vile cosa che sia, dandole la legge perversa, cioè legandola col corpo formato del piú vile della terra, acciò che, vedendo la bellezza sua, non levasse il capo per superbia contra di me. Unde il fragile corpo, a chi ha questo lume, è cagione di fare umiliare l'anima, e non ha alcuna materia d'insuperbire: anco di vera e perfecta umilitá. Sí che questa legge non costrigne ad alcuna colpa di peccato per alcuna sua impugnazione, ma è cagione di farvi cognoscere voi medesimi e cognoscere la poca fermezza del mondo.