Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza

Chapter 15

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Cosí questi due stati, de' quali è facto uno, notricano l'anima nelle virtú, crescendola nella perfeczione delle virtú e de l'unitivo stato. Non che muti altro stato, poi che è gionto a questo; ma questo medesimo cresce la ricchezza della grazia in nuovi e in diversi doni e amirabili elevazioni di mente, sí come Io ti dixi, con uno cognoscimento di veritá che quasi, essendo mortale, pare immortale: perché 'l sentimento della propria sensualitá è mortificato, e la volontá è morta per l'unione che ha facta in me.

Oh, quanto è dolce questa unione a l'anima che la gusta! che, gustandola, vede le segrete cose mie, onde spesse volte riceverá spirito di profezia in sapere le cose future. Questo fa la mia bontá, benché l'anima umile sempre le debba spregiare: none l'affecto della mia caritá che do, ma l'appetito delle proprie consolazioni, reputandosi indegna della pace e quiete della mente, per notricare la virtú dentro ne l'anima sua. E none sta nel secondo stato, ma torna a la valle del conoscimento di sé.

Questo le permecto, per grazia, di darle questo lume acciò che sempre cresca, perché l'anima non è tanto perfecta in questa vita che non possa crescere a maggiore perfeczione, cioè a perfeczione d'amore. Solo el dilecto unigenito mio Figliuolo, capo vostro, fue quello a cui non poté crescere alcuna perfeczione perché Egli era una cosa con meco e Io con lui; l'anima sua era beata per l'unione della natura mia divina. Ma voi, perregrini membri, sempre sète apti a crescere in maggiore perfeczione. Non però ad altro stato, come decto è, poi che sète gionti a l'ultimo; ma potete crescere quello ultimo medesimo con quella perfeczione che sará di vostro piacere, mediante la grazia mia.

CAPITOLO XC

Repetizione breve del precedente capitolo. E come el demonio fugge da quelli che sono gionti a le quinte lagrime. E come le molestie del dimonio sono verace via da giognere a questo stato.

--Ora hai veduto gli stati delle lagrime e la differenzia loro, secondo che è piaciuto a la mia veritá di satisfare al desiderio tuo. Delle prime, di coloro che sonno in stato di morte (di colpa di peccato mortale), vedesti che 'l pianto loro procede dal cuore generalmente, perché 'l principio de l'affecto, unde venne la lagrima, era corrocto, e però n'esce corrocto e miserabile pianto e ogni loro operazione.

El secondo stato è di coloro che cominciano a conoscere i loro mali per la propria pena che lo' séguita doppo la colpa. Questo è uno comincio generale buonamente dato da me a' fragili, che, come ignoranti, s'anniegano giú per lo fiume, schifando la doctrina della mia veritá; ma molti e molti sonno quegli che conoscono loro senza timore servile, cioè di propria pena, e vannosene chi, di subbito, con uno grande odio di sé, per lo quale odio si reputa degno della pena; alcuni con una buona simplicitá si dánno servire me, loro Creatore, dolendosi de l'offesa che hanno facta a me. È vero che egli è piú apto a giognere a lo stato perfecto colui che va con grandissimo odio che gli altri, bene che, exercitandosi, l'uno e l'altro giogne; ma questo giogne prima. Debba guardare l'uno di non rimanere nel timore servile, e l'altro nella tiepidezza sua, cioè che in quella simplicitá, non exercitandola, non vi s'intepidisse dentro. Sí che questo è uno chiamare comune.

El terzo e il quarto è di coloro che, levati dal timore, sono gionti a l'amore e a speranza, gustando la divina mia misericordia, ricevendo molti doni e consolazioni da me, per le quali l'occhio, che satisfa al sentimento del cuore, piagne; ma perché ancora è imperfecto, mescolato col pianto sensitivo spirituale, come decto è, giogne, exercitandosi in virtú, al quarto, dove l'anima, cresciuta in desiderio, uniscesi e conformasi con la mia volontá, in tanto che non può volere né desiderare se non quel ch'Io voglio, vestito della caritá del proximo, unde traie uno pianto d'amore in sé e dolore de l'offesa mia e danno del proximo suo. Questo è unito con la quinta e ultima perfeczione, dove egli si unisce in veritá, dove è cresciuto el fuoco del sancto desiderio, dal quale desiderio el dimonio fugge e non può percuotere l'anima, né per ingiuria che le fusse facta, perché ella è facta paziente nella caritá del proximo, non per consolazione né spirituale né temporale, però che per odio e vera umilitá le spregia.

Egli è ben vero che 'l dimonio da la parte sua non dorme mai, ma insegna a voi negligenti che nel tempo del guadagno state a dormire. Ma la sua vigilia a questi cotali non può nuocere, perché non può sostenere il calore della caritá loro né l'odore de l'unione che ha facta in me, mare pacifico, dove l'anima non può essere ingannata mentre che stará unita in me. Sí che fugge come fa la mosca da la pignacta che bolle, per paura che ha del fuoco: se fusse tiepida, non temarebbe, ma andarebbevi dentro, benché spesse volte egli vi perisce, trovandovi piú caldo che non si imaginava. E cosí diviene de l'anima prima che venga a lo stato perfecto: el dimonio, perché gli pare tiepida, v'entra dentro con molte diverse temptazioni; ma, essendovi ponto di cognoscimento e di calore e dispiacimento della colpa, resiste, legando la volontá, che non consenta, col legame de l'odio del peccato e amore della virtú.

Rallegrisi ogni anima che sente le molte molestie, perché quella è la via da giognere a questo dolce e glorioso stato. Perché giá ti dixi che per lo conoscimento e odio di voi e per conoscimento della mia bontá voi venivate a perfeczione. Veruno tempo è che si conosca tanto bene l'anima se Io so' in lei, quanto nel tempo delle molte bactaglie. In che modo? Dicotelo: sé conosce bene, vedendosi nelle bactaglie e non si può liberare né resistere che non l'abbia; può bene resistere a la volontá a non consentire, ma in altro no. Alora può conoscere sé non essere: ché se ella fusse alcuna cosa per se medesima, si levarebbe quelle che ella non vuole. Cosí per questo modo s'aumilia con vero conoscimento di sé, e col lume della sanctissima fede corre a me, Dio etterno, per la cui bontá si truova conservare la buona e sancta volontá che non consente, al tempo delle molte bactaglie, ad andare dietro a le miserie nelle quali si sente molestare.

Bene avete dunque ragione di confortarvi con la doctrina del dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo, nel tempo delle molte molestie e pene, adversitá e temptazioni dagli uomini e dal demonio, poi che aumentano la virtú e fanvi giognere a la grande perfeczione.

CAPITOLO XCI

Come quelli, che desiderano le lagrime degli occhi e non le possono avere, hanno quelle del fuoco. E per che cagione Dio sottrae le lagrime corporali.

--Decto t'ho delle lagrime perfecte e imperfecte, e come tucte escono del cuore. Di questo vasello esce ogni lagrima di qualunque ragione si sia, e però tucte si possono chiamare «lagrime cordiali»: solo la differenzia sta ne l'ordinato o disordinato amore e ne l'amore perfecto o imperfecto, secondo che decto è di sopra.

Restoti ora a dire, a satisfaczione del desiderio tuo che m'hai domandato, d'alcuni che vorrebbero la perfeczione delle lagrime e non pare che le possino avere. Hacci altro modo che lagrima d'occhio? Sí: ècci un pianto di fuoco, cioè di vero e sancto desiderio, el quale si consuma per affecto d'amore: vorrebbe dissolvere la vita sua in pianto per odio di sé e salute de l'anime, e non pare che possa. Dico che costoro hanno lagrima di fuoco, in cui piagne lo Spirito sancto dinanzi a me per loro e per lo proximo loro. Cioè dico che la divina mia caritá accende con la sua fiamma l'anima che offera ansietati desidèri dinanzi da me, senza lagrima d'occhio. Dico che queste sono lagrime di fuoco: per questo modo dicevo che lo Spirito sancto piagneva. Questo non potendo fare con lagrime, offera desidèri di volontá che ha di pianto, per amore di me. Benché, se aprono l'occhio de l'intellecto, vedranno che ogni servo mio che gitta odore di sancto desiderio ed umili e continue orazioni dinanzi da me, piagne lo Spirito sancto per mezzo di lui. A questo modo parbe che volesse dire il glorioso apostolo Pavolo, quando dixe che lo Spirito sancto piagneva dinanzi a me, Padre, con gemito inenarrabile per voi.

Adunque vedi che non è di meno el fructo della lagrima del fuoco che di quella de l'acqua: anco spesse volte è di maggiore, secondo la misura de l'amore. E però non debba venire a confusione di mente, né debbale parere essere privata di me quella anima che desidera lagrime e non le può avere per lo modo che desidera; ma debbale desiderare con la volontá acordata con la mia e umiliata al sí e al no, secondo che piace a la divina mia bontá. Alcuna volta Io permecto di non dare lagrime corporalmente, per fare l'anima continuamente stare dinanzi da me umiliata e con continua orazione e desiderio gustando me; ché avere da me quello che essa dimanda non le sarebbe di quella utilitá che essa si crede, ma starebbesi contenta ad avere quello che ha desiderato, e allentarebbe l'affecto e il desiderio con che ella me l'adimandava. Sí che Io per acrescimento, e non perché diminuisca, sottrago a me di non darle actuali lagrime d'occhio, ma dolle le mentali solamente di cuore, piene di fuoco della divina mia caritá. Sí che in ogni stato e in ogni tempo saranno piacevoli a me, pure che l'occhio de l'intellecto non si serri mai col lume della fede da l'obiecto della mia veritá etterna con affecto d'amore. Però ch'Io so' medico, e voi infermi; e do a tucti quello che è di necessitá e di bisogno a la vostra salute e a crescere la perfeczione ne l'anima vostra.

Questa è la veritá, e la dichiarazione degli stati delle decte lagrime dichiarate da me, Veritá etterna, a te dolcissima mia figliuola. Anniègati dunque nel sangue di Cristo crocifixo, umile, crociato, inmaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, crescendo in continua virtú, acciò che si nutrichi el fuoco della divina mia caritá in te.

CAPITOLO XCII

Come li quatro stati di questi predecti cinque stati de le lagrime dánno infinite varietadi di lagrime. E come Dio vuole essere servito con cosa infinita e non con cosa finita.

--Questi cinque stati predecti sonno come cinque principali canali de' quali e' quattro dánno abondanzia e infinite varietá di lagrime, che tucte dánno vita, se sonno exercitate in virtú, come detto t'ho. Come infinite? Non dico che in questa vita siate infiniti in pianto, ma «infinite» le chiamo per lo infinito desiderio de l'anima.

Ora t'ho decto come la lagrima procede dal cuore, e il cuore la porge a l'occhio, avendola ricolta ne l'affocato desiderio: sí come el legno verde che sta nel fuoco, che per lo caldo geme l'acqua, perché egli è verde (ché, se fusse secco, giá non gemarebbe); cosí el cuore, rinverdito per la rinnovazione della grazia, tráctane la secchezza de l'amore proprio che disecca l'anima. Sí che sonno unite fuoco e lagrime, cioè desiderio affocato. E perché il desiderio non finisce mai, non si sazia in questa vita, ma quanto piú ama meno gli pare amare; e cosí exercita el desiderio sancto che è fondato in caritá, col quale desiderio l'occhio piagne.

Ma, separata che l'anima è dal corpo e gionta a me, fine suo, non abandona però el desiderio che non desideri me e la caritá del proximo suo; inperò che la caritá è intrata dentro come donna, portandosene il fructo di tucte l'altre virtú. È vero che termina e finisce la pena, sí com'Io ti dissi; però che, se egli desidera me, esso m'ha in veritá senza alcuno timore di potere perdere quello che ha tanto tempo desiderato. E in questo modo si notrica la fame: cioè che avendo fame sonno saziati, e saziati hanno fame, e di longa è il fastidio dalla sazietá, e di longa è la pena da la fame, perché ine non manca alcuna perfeczione.

Sí che il desiderio vostro è infinito: ché altrementi non varrebbe né avarebbe vita alcuna virtú se fussi solamente servito con cosa finita, perché Io, che so' Dio infinito, voglio essere servito da voi con cosa infinita; e infinito altro non avete se non l'affecto e il desiderio vostro de l'anima. E per questo modo dicevo che erano infinite varietá di lagrime, e cosí è la veritá per lo modo che decto ho: per lo infinito desiderio che era unito con la lagrima. La lagrima, partita che l'anima è dal corpo, rimane di fuore; ma l'affecto della caritá ha tracto a sé el fructo della lagrima e consumatala, sí come l'acqua nella fornace: non è che l'acqua sia fuore della fornace, ma el calore del fuoco l'ha consumata e tracta in sé. Cosí l'anima, gionta a gustare il fuoco de la divina mia caritá, è passata di questa vita con l'affecto della caritá di me e del prossimo suo, e con l'amore unitivo col quale gictava la lagrima. E non restano mai di continuamente offerire loro desidèri beati e lagrimosi senza pena: non con lagrima d'occhio, ché ella è diseccata nella fornace, come decto è; ma lagrima di fuoco di Spirito sancto.

Veduto hai dunque come sonno infinite, che pure in questa vita medesima non è lingua sufficiente a narrare quanti diversi pianti si fanno in questo stato decto. Ma hocti decta la differenzia de' quattro stati delle lagrime.

CAPITOLO XCIII

Del fructo de le lagrime degli uomini mondani.

--Restoti a dire del fructo che dá la lagrima gictata con desiderio, e quello che adopera ne l'anima. Ma prima ti cominciarò della quinta, della quale al principio ti feci menzione, cioè di coloro che miserabilmente vivono nel mondo, facendosi Dio delle creature e delle cose create e della loro propria sensualitá, unde vi viene ogni danno de l'anima e del corpo. Io ti dixi che ogni lagrima procedeva dal cuore, e cosí è la veritá, perché tanto si duole il cuore quanto egli ama. Gli uomini del mondo piangono quando el cuore sente dolore, cioè quando è privato di quella cosa che egli amava. Ma molto sonno diversi e' pianti loro: sai quanto? quanto è differente e diverso l'amore. E perché la radice è corrocta del proprio amore sensitivo, ogni cosa n'esce corrocta. Egli è uno arbore che non germina altro che fructi di morte, fiori putridi, foglie macchiate, rami inchinati infino a terra, percossi da diversi venti: questo è l'arbore de l'anima. Perché tucti sète arbori d'amore, e però senza amore non potete vivere, perché sète facti da me per amore. L'anima che virtuosamente vive pone la radice de l'arbore suo nella valle della vera umilitá: ma questi che miserabilmente vivono l'hanno posta nel monte della superbia; unde, perché egli è mal piantato, non produce fructo di vita, ma di morte. E' fructi sonno le loro operazioni, e' quali sonno tucti avelenati di molti e diversi peccati: e se veruno fructo di buona operazione essi fanno, perché è corrocta la radice, ogni cosa n'esce guasto; cioè che l'anima che è in peccato mortale, neuna buona operazione che faccia, le vale a vita etterna, perché non sonno facte in grazia. Benché non debba lassare però la buona operazione, perché ogni bene è remunerato e ogni colpa punita. El bene che è facto fuore della grazia non è sufficiente né gli vale a vita etterna, come decto è; ma la divina bontá e mia giustizia dá remunerazione imperfecta, come ella è data a me l'operazione imperfecta: alcuna volta l'è remunerato in cose temporali, alcuna volta ne gli presto el tempo, sí come in un altro luogo, sopra questa materia, di sopra ti narrai, dandoli spazio pure perché egli si possa correggere. Questo anco alcuna volta gli farò: che gli darò vita di grazia con alcuno mezzo de' servi miei e' quali sono piacevoli e accepti a me; sí come feci al glorioso apostolo Pavolo, che, per l'orazioni di sancto Stefano, si levò da la sua infidelitá e persecuzioni che faceva a' cristiani. Sí che vedi bene che, in qualunque stato l'uomo si sia, non debba mai lassare di ben fare.

Dicevoti che i fiori erano putridi; e cosí è la veritá. E' fiori sonno le puzzolenti cogitazioni del cuore (le quali sonno spiacevoli a me), e odio e dispiacimento verso el proximo suo. Sí come ladro, l'onore ha furato di me, suo Creatore, e datolo a sé. Questo fiore mena puzza di falso e miserabile giudicio, el quale giudicio è in due modi: l'uno verso di me, giudicando gli occulti miei giudici e ogni mio misterio iniquamente, e in odio quello che Io gli ho facto per amore, e in bugia quello che Io gli ho facto per veritá, e in morte quello che Io do per vita. Ogni cosa condannano e giudicano secondo el loro infermo parere, perché si sonno aciecati, col proprio amore sensitivo, l'occhio de l'intellecto e ricoperta la pupilla della sanctissima fede che non lo' lassa vedere né cognoscere la veritá.

L'altro giudicio ultimo è inverso del proximo suo, unde spesse volte n'esce molto male; ché il misero uomo non cognosce sé, e vuolsi ponere a cognoscere il cuore e l'affecto della creatura che ha in sé ragione, e, per una operazione che vedrá o parola che oda, vorrá giudicare l'affecto del cuore. Ma e' servi miei sempre giudicano in bene, perché sonno fondati in me, sommo Bene. Ma questi cotali sempre giudicano in male, perché sonno fondati nel miserabile male. De' quali giudici molte volte ne viene odio, omicidii e dispiacimento verso del proximo suo, e dilungamento da l'amore della virtú de' servi miei.

Cosí a mano a mano seguitano le foglie, le quali sonno le parole che escono della bocca in vitoperio di me e del sangue de l'unigenito mio Figliuolo e in danno del proximo suo. E non si curano d'altro che di maledire e condepnare l'operazioni mie, o di bastemmiare e dire male d'ogni creatura che ha in sé ragione, come facto lo' viene, secondo che il loro giudicio porta. E non tengono a mente (disaventurati a loro!) che la lingua è facta solo per rendere onore a me e per confessare i difecti loro, e adoperare per amore della virtú e in salute del proximo. Queste sonno le foglie macchiate della miserabile colpa, perché 'l cuore, unde sonno procedute, non era schiecto, ma molto maculato di doppiezza e di molta miseria. Quanto pericolo (oltre al danpno spirituale della privazione della grazia che ha facta ne l'anima) esce in danno temporale! Ché per le parole avete udito e veduto venire mutazioni di Stati, disfacimento di cittá e molti omicidii e altri mali: perché la parola intrò nel mezzo del cuore a colui a cui ella fu decta; introe dove non sarebbe passato el coltello colá dove passò e introe la parola.

Dico che l'arbore ha sette rami che chinano infino a terra, de' quali escono e' fiori e le foglie per lo modo che decto t'ho. Questi sonno e' septe peccati mortali, e' quali sono pieni di diversi e molti peccati, legati nella radice e gambone de l'amore proprio di sé e della superbia. La quale ha facto prima e' rami e i fiori delle molte cogitazioni; poi procede la foglia delle parole e il fructo di gattive operazioni. Stanno chinati infino a terra, cioè che i rami de' peccati mortali non si voltano altro che a la terra d'ogni fragile e disordinata sustanzia del mondo, e in altro modo non mira se none in che modo si possa nutricare della terra insaziabilmente, che mai non si sazia. Insaziabili sonno e incomportabili a loro medesimi; e cosa convenevole è che egli sieno sempre inquieti, ponendosi a desiderare e volere quella cosa che lo' dá sempre insazietá, sí come Io ti dixi. Questa è la cagione perché essi non si possono saziare: perché sempre apetiscono cosa finita, ed eglino sonno infiniti quanto ad essere, ché l'essere loro non finisce mai (perché finisca a grazia per la colpa del peccato mortale) e perché l'uomo è posto sopra tucte le cose create, e non le cose create sopra lui; e però non si può saziare né stare quieto se none in cosa maggiore di sé. Maggiore di sé non ci è altro che Io, Dio etterno; e però solo Io gli posso saziare. E perché egli n'è privato per la colpa commessa, sta in continuo tormento e pena. Dipo' la pena gli séguita el pianto; e giognendoli e' venti, percuotono l'arbore de l'amore della propria sensualitá dove egli ha facto ogni suo principio.

CAPITOLO XCIV

Come li predecti piangitori mondani sono percossi da quatro diversi venti.

--O egli è vento di prosperitá, o egli è vento d'aversitá, o di timore, o di coscienzia, che sonno quattro venti.

El vento della prosperitá notrica la superbia con molta presumpzione, con grandezza di sé e avilimento del proximo suo. Se egli è signore, va con molta ingiustizia e con vanitá di cuore, e con immondizia di corpo e di mente, e con propria reputazione e con molte altre cose che seguitano doppo queste, le quali la lingua tua non potrebbe narrare. Questo vento della prosperitá è egli corrocto in sé? No; né questo né veruno; ma è corrocta la principale radice de l'arbore, unde ogni cosa corrompe. Perché Io, che mando e dono ogni cosa che ha essere, so' somamente buono; e però è buono ciò che è in questo vento prospero. Unde ne gli séguita pianto, perché 'l suo cuore non è saziato, ché desidera quello che non può avere; e non potendolo avere, ha pena, e nella pena piagne. Giá ti dixi che l'occhio vuole satisfare al cuore.

Dipo' questo viene uno vento di timore servile, nel quale gli fa paura l'ombra sua, temendo di perdere la cosa che egli ama. O egli teme di perdere la vita sua medesima, o quella de' figliuoli o d'altre creature; o teme di perdere lo stato suo o d'altre per amore proprio di sé, o onore o ricchezza. Questo timore non gli lassa possedere il dilecto suo in pace, perché ordinatamente, secondo la mia volontá, non le possiede; e però gli séguita timore servile e pauroso, facto servo miserabile del peccato, e tale si può reputare quale è quella cosa a cui egli serve. El peccato è non cavelle: adunque egli è venuto a non cavelle.

Mentre che il vento del timore l'ha percosso, ed elli giogne quello della tribulazione e aversitá della quale egli temeva, e privalo di quello che egli aveva, alcuna volta in particulare e alcuna volta in generale. Generale è quando è privato della vita, che per forza della morte è privato d'ogni cosa. Alcuna volta è particulare, ché quando levo una cosa e quando un'altra: o della sanitá, o de' figliuoli, o ricchezze, o stati, o onori, secondo che Io, dolce medico, vego che è di necessitá a la vostra salute, e però ve l'ho date. Ma, perché la fragilitá vostra è tucta corrocta, e senza veruno cognoscimento guasta el fructo della pazienzia; e però germina impazienzia, scandalo e mormorazione, odio e dispiacimento verso di me e delle mie creature, e quello che Io ho dato per vita l'ha ricevuto in morte con quella misura del dolore che egli aveva l'amore.

Ora è condocto a pianto affliggitivo d'impazienzia che disecca l'anima e ucidela tollendole la vita della grazia; e disecca e consuma el corpo, e acciecalo spiritualmente e corporalmente, e privalo d'ogni dilecto e tollegli la speranza, perché è privato di quella cosa nella quale aveva dilecto, dove aveva posto l'affecto e la speranza e la fede sua: sí che piagne. E non solamente la lagrima fa venire tanti inconvenienti, ma el disordinato affecto e dolore del cuore, unde è proceduta la lagrima. Ché non la lagrima de l'occhio in sé dá morte e pena, ma la radice unde ella procede, cioè l'amore proprio disordinato del cuore. Ché, se 'l cuore fusse ordinato e avesse vita di grazia, la lagrima sarebbe ordinata e costrignerebbe me, Dio etterno, a farli misericordia. Ma perché dicevo che questa lagrima dá morte? perché ella è il messo che vi manifesta la vita o morte che fusse nel cuore.