Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza

Chapter 13

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Nel primo spogliâro e' piei de l'affecto de l'amore del vizio; nel secondo gustâro el secreto e l'affecto del cuore, unde concepettero amore nelle virtú; nel terzo (cioè della pace e quiete della mente) provarono in sé le virtú e, levandosi da l'amore imperfecto, gionsero a la grande perfeczione. Unde hanno trovato el riposo nella doctrina della mia Veritá; hanno trovata la mensa, el cibo e il servidore. El quale cibo gustano col mezzo della doctrina di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo; Io lo' so' letto e mensa. Questo dolce e amoroso Verbo l'è cibo, sí perché gustano el cibo de l'anime in questo glorioso Verbo, e sí perché egli è cibo dato da me a voi: la carne e 'l sangue suo, tucto Dio e tucto uomo, el quale ricevete nel Sacramento de l'altare, posto e dato a voi da la mia bontá, mentre che sète peregrini e viandanti, acciò che non veniate meno, ne l'andare, per debilezza, e perché non perdiate la memoria del benefizio del Sangue sparto per voi con tanto fuoco d'amore, ma perché sempre vi confortiate e dilectiate nel vostro andare. Lo Spirito sancto gli serve, cioè l'affecto della mia caritá, la quale caritá lo' ministra e' doni e le grazie. Questo dolce servidore porta e arreca: arreca a me i penosi e dolci ed amorosi desidèri, e porta a loro el fructo della divina caritá delle loro fadighe ne l'anime loro, gustando e notricandosi della dolcezza della mia caritá. Sí che vedi che Io lo' so' mensa, el Figliuolo mio l'è cibo, e lo Spirito sancto gli serve, che procede da me Padre e dal Figliuolo.

Vedi dunque che sempre, per sentimento, mi sentono nella loro mente. E quanto piú hanno spregiato el dilecto e voluta la pena, piú hanno perduta la pena e acquistato el dilecto. Perché? perché sonno arsi e affocati nella mia caritá, dove è consumata la volontá loro. Unde el dimonio teme il bastone della caritá loro, e però gicta le saecte sue da longa e non s'ardisce d'acostare. El mondo percuote nella corteccia de' corpi loro credendo offendere, ed egli è offeso, perché la saecta, che non truova dove intrare, ritorna a colui che la gitta. Cosí el mondo con le saecte delle ingiurie e persecuzioni e mormorazioni sue, gictandole ne' perfectissimi servi miei, non v'è luogo da veruna parte dove possa intrare, perché l'orto de l'anima loro è chiuso; e però ritorna la saecta a colui che la gicta, avelenata col veleno della colpa.

Vedi che da veruno lato la può percuotere, però che, percotendo el corpo, non percuote l'anima. Ma sta beata e dolorosa: dolorosa sta de l'offesa del proximo suo, e beata per l'unione e affecto della caritá che ha ricevuta in sé.

Questi seguitano lo immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, el quale stando in croce era beato e doloroso: doloroso era, portando la croce del corpo, sostenendo pena, e la croce del desiderio per satisfare la colpa de l'umana generazione; e beato era, perché la natura divina, unita con la natura umana, non poteva sostenere pena, e sempre faceva l'anima sua beata mostrandosi a lei senza velame. E però era beato e doloroso, perché la carne sosteneva, e la deitá pena non poteva patire; neanco l'anima quanto a la parte di sopra de l'intellecto.

Cosí questi dilecti figliuoli, gionti al terzo e al quarto stato, sonno dolorosi portando la croce actuale e mentale: cioè actualmente, sostenendo pene ne' corpi loro, secondo che Io permecto, e la croce del desiderio del crociato dolore de l'offesa mia e danno del proximo. Dico che sonno beati, però che 'l dilecto della caritá, la quale gli fa beati, non lo' può essere tolto, unde eglino ricevono allegrezza e beatitudine. Unde si chiama questo dolore, non «dolore affliggitivo» che disecca l'anima, ma «ingrassativo», che ingrassa l'anima ne l'affecto della caritá, perché le pene aumentano la virtú e fortificano e crescono e pruovano la virtú.

Sí che è pena ingrassativa e non affliggitiva, perché veruno dolore né pena la può trare del fuoco, se non come il tizzone, che è tucto consumato nella fornace, che veruno è che 'l possa pigliare per spegnere, perché gli è facto fuoco. Cosí queste anime, gictate nella fornace della mia caritá, non rimanendo veruna cosa fuore di me, cioè veruna loro volontá, ma tucti affocati in me, veruno è che le possa pigliare né trarle fuore di me per grazia, perché sonno facte una cosa con meco ed Io con loro. E mai da loro non mi sottraggo per sentimento che la mente loro non mi senta in sé, sí come degli altri ti dixi che Io andavo e tornavo, partendomi per sentimento e non per grazia; e questo facevo per farli venire a la perfeczione. Gionti a la perfeczione, lo' tolgo el giuoco de l'amore d'andare e di tornare, el quale si chiama «giuoco d'amore», ché per amore mi parto e per amore torno: non propriamente Io (ché Io so' lo Idio vostro immobile che non mi muovo), ma el sentimento che dá la mia caritá ne l'anima è quello che va e torna.

CAPITOLO LXXIX

Come Dio da' predecti perfectissimi non si sottrae per sentimento né per grazia, ma sí per unione.

--Dicevo che a costoro l'è tolto che 'l sentimento non perdono mai. Ma in un altro modo mi parto: perché l'anima che è legata nel corpo non è sufficiente a ricevere continuamente l'unione ch'Io fo ne l'anima; e perché non è sufficiente, mi sottrago non per sentimento né per grazia, ma per unione. Perché, levandosi l'anime con ansietato desiderio, corsero con virtú per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo; giongono a la porta levando la mente loro in me, bagnate, inebriate di Sangue, arse di fuoco d'amore; gustano in me la deitá etterna, el quale è a loro uno mare pacifico, dove l'anima ha facta tanta unione che veruno movimento quella mente non ha altro che in me.

Ed essendo mortale, gusta el bene degl'inmortali; ed essendo col peso del corpo, riceve la leggerezza dello spirito. Unde spesse volte il corpo è levato da la terra per la perfecta unione che l'anima ha facta in me, quasi come il corpo grave diventasse leggiero. Non è però che gli sia tolta la gravezza sua, ma perché l'unione che l'anima ha facta in me è piú perfecta che non è l'unione fra l'anima e 'l corpo; e però la fortezza dello spirito unita in me leva da tera la gravezza del corpo. El corpo sta come immobile, tucto stracciato da l'affecto de l'anima, intanto che (sí come ti ricorda d'avere udito da alcune creature) non sarebbe possibile di vivere se la mia bontá non el cerchiasse di fortezza.

Unde Io voglio che tu sappi che maggiore miracolo è a vedere che l'anima non si parte dal corpo in questa unione, che vedere molti corpi resuscitati. E però Io, per alcuno spazio, sottrago l'unione, facendola tornare al vasello del corpo suo: cioè che 'l sentimento del corpo, che era tucto alienato per l'affecto de l'anima, torna al sentimento suo. Però che, non è che l'anima si parta dal corpo, ché ella non si parte se non col mezzo della morte, ma partonsi le potenzie e l'affecto de l'anima per amore unito in me. Unde la memoria non si truova piena d'altro che di me; lo intellecto è levato speculando ne l'obiecto della mia Veritá; l'affecto, che va dietro a l'intellecto, ama e uniscesi in quello che l'occhio de l'intellecto vide.

Congregate e unite tucte insieme queste potenzie, e immerse e affogate in me, perde il corpo el sentimento: ché l'occhio vedendo non vede, l'orecchia udendo non ode, la lingua parlando non parla (se non come alcuna volta, per l'abondanzia del cuore, permectarò che 'l membro della lingua parli per sfogamento del cuore e per gloria e loda del nome mio; sí che parlando non parla, la mano toccando non tocca, e' piei andando non vanno; tucte le membra sonno legate e occupate dal legame e sentimento de l'amore. Per lo quale legame sonnosi soctoposte a la ragione e uniti con l'affecto de l'anima, ché, quasi contra sua natura, a una voce tucte gridano a me, Padre etterno, di volere essere separate da l'anima, e l'anima dal corpo. E però grida, dinanzi da me, col glorioso di Pavolo: «O disaventurato a me, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Perch'io ho una legge perversa che impugna contra lo spirito».

Non tanto diceva Pavolo della impugnazione che fa el sentimento sensitivo contra lo spirito, ché per la parola mia era quasi certificato quando gli fu decto: «Pavolo, bastiti la grazia mia». Ma perché il diceva? perché, sentendosi Pavolo legato nel vasello del corpo, el quale gl'impediva per spazio di tempo la visione mia (cioè infino a l'ora de la morte), l'occhio era legato a non potere vedere me, Trinitá etterna, nella visione de' beati immortali che sempre rendono gloria e loda al nome mio, ma trovavasi fra' mortali che sempre offendono me, privato della mia visione, cioè di vedermi ne l'essenzia mia.

None che esso e gli altri servi miei non mi veggano e gustino, non in essenzia, ma in affecto di caritá in diversi modi, secondo che piace a la bontá mia di manifestare me medesimo a voi; ma ogni vedere, che l'anima riceve mentre che è nel corpo mortale, è una tenebre a rispecto del vedere che ha l'anima separata dal corpo. Sí che pareva a Pavolo che 'l sentimento del vedere impugnasse il vedere dello spirito, cioè che 'l sentimento umano della grossezza del corpo impedisse l'occhio de l'intellecto, che non lassava vedere me a faccia a faccia. La volontá gli pareva che fusse legata a non potere tanto amare quanto desiderava d'amare, perché ogni amore in questa vita è imperfecto infino che non giogne a la sua perfeczione.

None che l'amore di Pavolo o degli altri veri servi miei fusse imperfecto a grazia e a perfeczione di caritá (ché egli era perfecto), ma era imperfecto ché non aveva sazietá nel suo amore; unde era con pena. Ché se fusse stato pieno el desiderio di quello che egli amava, non avarebbe avuta pena; ma perché l'amore perfectamente, mentre che egli è nel corpo mortale, non ha quel che egli ama, però ha pena. Ma, separata l'anima dal corpo, ha pieno il desiderio suo, e però ama senza pena. È saziata, e di longa è il fastidio da la sazietá; essendo saziata, ha fame, ma di longa è la pena da la fame, perché, separata l'anima dal corpo, è ripieno el vasello suo in me in veritá, fermato e stabilito che non può desiderare cosa che non abbi. Desiderando di vedere me, egli mi vede a faccia a faccia; desiderando di vedere la gloria e loda del nome mio ne' sancti miei, egli la vede sí nella natura angelica e sí nella natura umana.

CAPITOLO LXXX

Come li mondani rendono gloria e loda a Dio, vogliano essi o no.

--E tanto è perfecto el suo vedere che non tanto ne' cittadini che sonno a vita etterna ma nelle creature mortali vede la gloria e loda del nome mio; ché, o voglia el mondo o no, egli mi rende gloria. Vero è che non me la rende per lo modo che debba, amando me sopra ogni cosa. Ma da la parte mia Io trago di loro gloria e loda al nome mio, cioè che in loro riluce la misericordia mia e l'abbondanzia della mia caritá, prestando el tempo, non comandando a la terra che gl'inghioctisca per li difecti loro. Anco gli aspecto, e a la terra comando che lo' doni de' fructi suoi, al sole che gli scaldi e dia lo' la luce e 'l caldo suo, al cielo che si muova; e in tucte quante le cose create facte per loro Io uso la mia misericordia e caritá, non sottraendole per li difecti loro. Anco le do al peccatore come al giusto, e spesse volte piú al peccatore che al giusto, perché il giusto, che è apto a portare, il privarò del bene della terra per darli piú abondantemente del bene del cielo. Sí che la misericordia mia e caritá riluce sopra di loro.

Alcuna volta, nelle persecuzioni ch'e' servi del mondo faranno a' servi miei, provando in loro la virtú della pazienzia e della caritá, offerendo il servo mio, che sostiene, umili e continue orazioni, me ne torna gloria e loda al nome mio. Sí che, o voglia quello iniquo o no, me ne torna gloria; poniamo che 'l suo rispecto non fusse per ciò, ma per farmi vituperio.

CAPITOLO LXXXI

Come eziandio li demòni rendono gloria e loda a Dio.

--Questi stanno in questa vita ad aumentare la virtú ne' servi miei, sí come le dimonia stanno ne l'inferno come miei giustizieri e aumentatori: cioè facendo giustizia de' dannati, e aumentatori a le creature mie che sonno viandanti e peregrine in questa vita, facte per giognere a me termine loro. Essi gli aumentano exercitandoli in virtú con molte molestie e temptazioni in diversi modi: facendo fare ingiuria l'uno a l'altro, e tòllare le cose l'uno dell'altro non solamente per le cose o per la ingiuria, ma per privarli della caritá. Credendo privare i servi miei, ed essi gli fortificano, provando in loro la virtú della pazienzia, fortezza e perseveranzia.

Per questo modo rendono gloria e loda al nome mio, e cosí s'adempie la mia veritá in loro, che gli avevo creati per gloria e loda di me Padre etterno e perché participassero la bellezza mia; ma, ribellando a me per la superbia sua, cadde e fu privato della mia visione: onde non mi rendono gloria in dileczione d'amore. Ma Io, Veritá etterna, gli ho messi per strumento ad exercitare e' servi miei nella virtú, e come giustizieri di coloro che per li loro difecti vanno a l'ecterna dannazione, e cosí di coloro che vanno a le pene del purgatorio. Sí che vedi che egli è la veritá che la veritá mia è adempita in loro, cioè che mi rendono gloria non come cittadini di vita etterna (ché ne sonno privati per li loro difecti) ma come miei giustizieri, manifestando per loro la giustizia mia sopra e' dannati e sopra quegli del purgatorio.

CAPITOLO LXXXII

Come l'anima, poi che è passata di questa vita, vede pienamente la gloria e loda del nome di Dio in ogni creatura. E come in essa è finita la pena del desiderio, ma non el desiderio.

--Questo chi el vede e gusta: che in ogni cosa creata, e nelle creature che hanno in loro ragione, e nelle dimonia si vega la gloria e loda del nome mio? L'anima che è denudata dal corpo e gionta a me, fine suo, vede schiectamente, e nel suo vedere cognosce la veritá. Vedendo me, Padre etterno, ama; amando, è saziato; saziato, cognosce la veritá; cognoscendo la veritá, è fermata la volontá sua nella volontá mia e legata e stabilita per modo che in veruna cosa può sostenere pena, perché egli ha quello che desiderava d'avere prima di vedere me, e di vedere la gloria e loda del nome mio.

Egli la vede a pieno in veritá ne' sancti miei e negli spiriti beati e in tucte l'altre creature e nelle dimonia, come decto t'ho. E poniamo che anco vega l'offesa che è facta a me, della quale in prima aveva dolore: ora non ne può avere dolore, ma compassione senza pena, amandoli e sempre pregando me con affecto di caritá ch'Io facci misericordia al mondo.

È terminata in loro la pena ma non la caritá: sí come al Verbo del mio Figliuolo in su la croce, nella penosa morte, terminò la pena del crociato desiderio che egli aveva portato dal principio che Io el mandai nel mondo infino a l'ultimo della morte per la salute vostra; ma non terminò l'affecto della vostra salute, ma sí la pena. Ché se l'affecto della mia caritá, la quale per mezzo di lui vi mostrai, fusse alora terminata e finita in voi, voi non sareste, perché sète facti per amore: se l'amore fusse ritracto a me, che Io non amasse l'essere vostro, voi non sareste. Ma l'amore mio vi creò, e l'amore mio vi conserva. E perché Io so' una cosa con la mia Veritá, ed egli, Verbo incarnato, con meco, finí la pena del desiderio e non l'amore del desiderio.

Vedi dunque che i santi e ogni anima che è ad vita ecterna hanno desiderio della salute dell'anime senza pena, però che la pena terminò nella morte loro, ma none l'affecto della caritá. Anche, come ebbri nel sangue dello inmaculato Agnello, vestiti della caritá del proximo, passarono per la porta strecta, bagnati nel sangue di Cristo crucifixo, e trovaronsi in me, mare pacifico, levati dalla imperfeczione, cioè dalla insazietá, e giunti alla perfeczione saziati d'ogni bene.

CAPITOLO LXXXIII

Come, poi che sancto Paulo appostolo fu tracto a vedere la gloria de' beati, desiderava d'essere sciolto dal corpo; la qual cosa fanno anche quelli che sono giunti al terzo e al quarto santo stato predecto.

--Paulo dunque aveva veduto e gustato questo bene quando Io el trassi al terzo cielo, cioè nell'altezza della Trinitá, gustando e cognoscendo la veritá mia, dove egli ricevette ad pieno lo Spirito santo e imparò la doctrina della mia Veritá, Verbo incarnato. Vestitasi l'anima di Paulo, per sentimento e unione, di me Padre ecterno, come i beati della vita durabile, excepto che l'anima non era separata dal corpo, ma per sentimento e unione; e piacendo alla mia bontá di farlo vasello d'elleczione nell'abisso di me Trinitá ecterna, lo spogliai di me, perché in me non cade pena, e Io volevo che sostenesse per lo nome mio; e però gli posi per obiecto Cristo crucifixo dinanzi ad l'occhio dell'intellecto suo, vestendoli el vestimento della doctrina sua, legato e incatenato con la clemenzia dello Spirito santo, fuoco di caritá. Egli, come vasello disposto e reformato dalla bontá mia, perché non fece resistenzia quando fu percosso, anche dixe: «Signore mio, che vuogli tu che io faccia? Dimi quello che tue vuogli che io faccia, e io el farò»; Io gliel'insegnai, quando gli posi Cristo crucifixo dinanzi ad l'occhio suo, vestendolo della doctrina della mia Veritá. Illuminato perfectiximamente col lume della vera contrizione (colla quale spense el difecto suo), fondato nella mia caritá, si vestí della dottrina di Cristo crucifixo. E strinselo per sí facto modo, siccome esso ti manifestò, che giamai no gli fu tracto di dosso: né per tentazione di demonia, né per lo stimolo della carne che spesse volte lo impugnava (lassato ad lui dalla mia bontá per crescerlo in grazia e in merito, e per umiliazione, però che egli avea gustata l'altezza della Trinitá); neanche per tribolazioni, né per veruna cosa che gli avenisse, allentava el vestimento di Cristo crucifixo, cioè la perserveranzia della doctrina sua, anche, piú strectamente se lo incarnava. E tanto sello strinse, che egli ne die' la vita, e con esso vestimento ritornò ad me, Dio ecterno.

Sicché Paulo avea provato che cosa era gustare me senza la gravezza del corpo, facendogliele Io gustare per sentimento d'unione, ma non per separazione.

Adunque, poi che fu ritornato ad sé, vestito del vestimento di Cristo crocifixo, alla perfeczione dell'amore che in me aveva gustata e veduta e che i santi gustano separati dal corpo, gli pareva, el suo, imperfecto. E però gli pareva che la gravezza del corpo gli ribellasse, cioè che gl'impedisse la grande perfeczione della sazietá del desiderio, che riceve l'anima doppo la morte. Onde la memoria gli pareva imperfecta e debole, come ella è, per la quale debilezza e imperfeczione gl'impediva di potere ritenere ed essere capace e ricevere e gustare me in veritá con quella perfeczione che mi ricevono i santi. E però gli pareva che ogni cosa, mentre che stava nel corpo suo, gli fuxe una legge perversa che impugnasse e ribellasse contro allo spirito. Non di impugnazione di peccato, però che giá ti dixi che Io el certificai dicendo: «Paulo, bastiti la grazia mia»; ma di impugnazione che faceva di impedire la perfeczione dello spirito, cioè di vedere me nell'essenzia mia, el quale vedere era impedito dalla legge e gravezza del corpo. E però gridava: «Disaventurato uomo, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? ché io ho una legge perversa, legata nelle menbra mie, che impugna contro allo spirito». E cosí è la veritá: però che la memoria è impugnata dalla imperfeczione corporale; lo intellecto è impedito e legato, per questa grossezza del corpo, di non vedere me come Io sono nell'essenzia mia; e la volontá è legata, cioè che non può giugnere col peso del corpo a gustare me, senza pena, Dio ecterno, per lo modo che decto t'ho. Sicché Paulo diceva la veritá: che egli aveva una legge perversa legata nel corpo che impugnava contro allo spirito. E cosí questi miei servi, de' quali Io ti dicevo che erano giunti al terzo e al quarto stato della perfecta unione che fanno in me, gridano con lui volendo essere sciolti dal corpo e separati.

CAPITOLO LXXXIV

Per quali cagioni l'anima desidera d'essere sciolta dal corpo. La quale cosa non potendo essere, non discorda però dalla volontá di Dio; ma piú tosto si gloria in questa e in ogni altra pena per onore di Dio.

--Questi non sentono malagevolezza della morte, però che n'hanno desiderio, e con odio perfecto hanno facto guerra col corpo loro; onde hanno perduta la tenerezza che naturalmente è fra l'anima e 'l corpo: sicché, dato el bocto all'amore naturale, con odio della vita del corpo suo e con amore di me, desidera la morte. E però dice: «Chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Io desidero d'essere sciolta dal corpo ed essere con Cristo». E dicono ancora questi cotali col medeximo Paulo: «La morte m'è in dexiderio e la vita impazienzia». Però che l'anima levata in questa perfecta unione desidera di vedere me e di vedermi rendere gloria e loda. Onde, tornando poi alla nuvila del corpo suo, tornando, dico, el sentimento nel corpo (el quale sentimento era tracto in me per affecto d'amore, siccome Io ti dixi, cioè che tucti e' sentimenti del corpo erano tratti per la forza dell'affecto dell'anima, unita in me piú perfectamente che non è l'unione tra l'anima e 'l corpo); traendo dunque ad me questa unione (però che giá ti dixi che il corpo non era sufficiente a portare la continua unione), Io mi parto per unione, ma non per grazia né per sentimento, come nel secondo e terzo stato ti feci menzione, e sempre torno con piú acrescimento di grazia e con piú perfecta unione. Onde, sempre di nuovo e con piú altezza e cognoscimento della mia veritá, torno, manifestando me medeximo a loro. E quando Io mi parto, per lo modo decto, perché il corpo torni un poco al sentimento suo, dico che per l'unione che Io avevo facta nell'anima, e l'anima in me, tornando ad sé, cioè al sentimento del corpo, è impaziente nel vivere, vedendosi levata da l'unione di me, levandosi da la conversazione degl'inmortali e trovandosi con la conversazione de' mortali, vedendo offendere me tanto miserabilemente.

Questo è il crociato desiderio che eglino portano vedendomi offendere da le mie creature. Per questo e per lo desiderio di vedermi, l'è incomportabile la vita loro; e nondimeno, perché la volontá loro non è loro, anco è facta una cosa con meco per amore, non possono volere né desiderare altro che quello ch'Io voglio. Desiderando el venire, sonno contenti di rimanere, se Io voglio che rimangano con loro pena, per piú gloria e loda del nome mio e salute de l'anime. Sí che in veruna cosa si scordano da la mia volontá, ma corrono con espasimato desiderio, vestiti di Cristo crocifixo, tenendo per lo ponte della doctrina sua, gloriandosi degli obrobri e pene sue. Tanto si dilectano quanto si veggono sostenere; anco, nel sostenere de le molte tribulazioni, a loro è uno refrigerio nel desiderio della morte, che, spesse volte, per lo desiderio e volontá del sostenere mitiga la pena che essi hanno d'essere sciolti dal corpo.

Costoro non tanto che portino con pazienzia, come nel terzo stato ti dixi, ma essi si gloriano, per lo nome mio, portare molte tribolazioni. Portando, hanno dilecto; non portando, hanno pena temendo che el loro bene adoperare non el voglia remunerare in questa vita, o che non sia piacevole a me il sacrifizio de' loro desidèri: ma sostenendo, permectendo lo' le molte tribolazioni, essi si rallegrano, vedendosi vestire delle pene e obrobri di Cristo crocifixo. Unde, se lo' fusse possibile d'avere virtú senza fadiga, non la vorrebbero, ché piú tosto si vogliono dilectare in croce con Cristo e con pena acquistare le virtú, che per altro modo avere vita etterna.