Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza
Chapter 11
D'ogni altra cosa che l'anima cominciasse, la debba cominciare vocalmente per giognere a la mentale. E sentendosi la mente disposta, la debba lassare per la cagione decta. Questa orazione vocale, facta nel modo che decto t'ho, giognerá ad perfeczione; e però non debba lassare l'orazione vocale, per qualunque modo ella è facta, ma debba andare col modo che decto t'ho. E cosí con l'essercizio e perseveranzia gustará l'orazione in veritá e il cibo del sangue de l'unigenito mio Figliuolo. E però ti dixi che alcuno si comunicava virtualmente del Corpo e del sangue di Cristo, benché non sacramentalmente, cioè comunicandosi de l'affecto della caritá, la quale gusta col mezzo della sancta orazione, poco e assai, secondo l'affecto di colui che òra.
Chi va con poca prudenzia, e non con modo, poco truova; chi con assai, assai truova; perché quanto l'anima piú s'ingegna di sciogliere l'affecto suo e legarlo in me col lume de l'intellecto, piú cognosce: chi piú cognosce piú ama; piú amando, piú gusta.
Adunque vedi che l'orazione perfecta non s'acquista con molte parole, ma con affecto di desiderio, levandosi in me con cognoscimento di sé, condito insieme l'uno con l'altro. Cosí insiememente avará la vocale e la mentale, perché elle stanno insieme sí come la vita activa e la vita contemplativa.
Benché in molti e in diversi modi s'intenda orazione vocale o vuoli mentale: perché posto t'ho che 'l desiderio sancto è continua orazione, cioè d'avere buona e sancta volontá. La quale volontá e desiderio si leva al luogo e al tempo ordinato actualmente, agionto a quella continua orazione del sancto desiderio. E cosí l'orazione vocale, stando l'anima nella sancta volontá, la fará al tempo ordinato; o alcuna volta fuore del tempo ordinato la fa continua, secondo che gli richiede la caritá in salute del proximo (sí come vede il bisogno e la necessitá) e secondo lo stato che Io l'ho posto.
Ogniuno, secondo lo stato suo, debba adoperare in salute de l'anime secondo el principio della sancta volontá. Ciò che aduopera vocalmente e actualmente nella salute del proximo è uno orare virtuale: poniamo che actualmente, a luogo debito, la facci per sé. E fuore della debita orazione sua, ciò che egli fa nella caritá del proximo suo, o in sé per exercizio che egli facesse actualmente di qualunque cosa si fusse, è uno orare. Sí come disse il glorioso mio banditore di Pavolo, cioè che «non cessa d'orare chi non cessa di bene adoperare». E però ti dixi che l'orazione si faceva in molti modi se si vede l'actuale unita con la mentale, perché l'actuale orazione facta per lo modo decto è facta con l'affecto della caritá. El quale affecto di caritá è la continua orazione.
Ora t'ho decto in che modo si giogne a l'orazione mentale, cioè con l'essercizio e perseveranzia e lassando la vocale per la mentale quando Io visito l'anima. E hotti decto quale è l'orazione comune e la vocale comunemente fuore del tempo ordinato, e l'orazione della buona e sancta volontá; e come ogni exercizio in sé e nel proximo, che fa con buona volontá, fuore de l'ordinato tempo, è orazione. Adunque virilmente l'anima debba speronare se medesima con questa madre de l'orazione. Questo è quello che fa l'anima che è rinchiusa in casa del cognoscimento di sé, gionta a l'amore de l'amico e filiale. E se essa anima non tiene i modi decti, sempre rimarrebbe nella tiepidezza e imperfeczione sua. E tanto amarebbe, quanto sentisse dilecto o utilitá in me o nel proximo suo.
CAPITOLO LXVII
De lo inganno che ricevono gli uomini mondani, e' quali amano e servono Dio per propria consolazione e dilecto.
--Del quale amore imperfecto ti voglio dire. E non ti voglio tacere uno inganno che in esso amore possono ricevere, nella parte d'amare me per propria consolazione. Unde voglio che tu sappi che il servo mio, che imperfectamente m'ama, cerca piú la consolazione, per la quale egli m'ama, che me. E a questo se ne può avedere: che, mancandoli la consolazione o spirituale, cioè di mente, o consolazione temporale, si turba.
Nelle temporali tocca agli uomini del mondo, che vivono con alcuno acto di virtú, mentre che hanno la prosperitá; e sopravenendo la tribulazione, la quale Io do per loro bene, si conturbano in quel poco del bene che adoperavano. E chi gli dimandasse:--Perché ti conturbi?--rispondarebbero:--Perché aviamo ricevuta tribolazione, e quel poco del bene ch'io facevo mel pare quasi perdere, perché non el fo con quel cuore e con quello animo che io facevo, mi pare a me. Questo è per la tribolazione che io ho ricevuta, però che mi pareva piú adoperare, e piú pacificamente col cuore riposato, innanzi che ora.--
Costoro sonno ingannati nel proprio dilecto. E non è la veritá che ne sia cagione la tribolazione: né che essi amino meno né aduoparino meno, cioè che l'operazione, che fanno nel tempo della tribolazione, tanto vale in sé quanto di prima, nel tempo della consolazione; anco lo' potrebbe valere piú, se essi avessero pazienzia. Ma questo l'adiviene perché essi si dilectavano nella prosperitá: ine con un poco d'acto di virtú amavano me; ine pacificavano la mente loro con quella poca operazione. Essendo privati di quello dove si posavano, lo' pare che lo' sia tolto el riposo nel loro adoperare: ed egli non è cosí.
Ma a loro adiviene come de l'uomo che è in uno giardino: che in esso giardino, perché v'ha dilecto, si riposa con la sua operazione. Parli riposare ne l'operazione, ed egli si riposa nel dilecto che egli ha preso nel giardino. E a questo se n'avede che egli è la veritá che egli si dilecta piú nel giardino che ne l'operazione: però che, toltoli el giardino, si sente privato del dilecto. Però che, se 'l principale dilecto avesse posto nella sua operazione, non l'avarebbe perduto, anco l'avarebbe seco; perché l'exercizio del bene adoperare non si può perdere (se egli non vuole) perché gli sia tolto el dilecto della prosperitá, sí come a colui el giardino.
Adunque s'ingannano nel loro adoperare per la propria passione. Unde hanno per uso di dire questi cotali:--Io so che io facevo meglio, e piú consolazione avevo innanzi che io fusse tribulato che ora, e giovavami di fare bene; ma ora non me ne giova né dilecto punto.--El loro vedere e il loro dire è falso, però che, se essi si fussero dilectati del bene per amore del bene della virtú, non l'avarebbero perduto né mancato in loro, anco cresciuto. Ma perché el loro bene adoperare era fondato nel proprio loro bene sensitivo, però lo' manca e vien lo' meno.
Questo è lo inganno che riceve la comune gente in alcuno loro bene adoperare. Questi sonno ingannati da loro medesimi, dal proprio dilecto sensitivo.
CAPITOLO LXVIII
De lo inganno che ricevono e' servi di Dio, e' quali ancora amano Dio di questo amore imperfecto predecto.
--Ma e' servi miei che anco sonno ne l'amore imperfecto, cercando e amando me con affecto d'amore verso la consolazione e dilecto che truovano in me, qualche volta sono ingannati. Perch'Io so' remuneratore d'ogni bene che si fa, poco e assai, secondo la misura de l'amore di colui che riceve; per questo do consolazione mentale, quando in uno modo e quando in un altro, nel tempo de l'orazione. Questo non fo perché ella ignorantemente riceva la consolazione, cioè che ella raguardi piú el presente della consolazione che è data da me che me, ma perché ella raguardi piú l'affecto della mia caritá con che Io lel do e la indegnitá sua che riceve, che el dilecto della propria consolazione. Ma se ella, ignorante, piglia solo el dilecto senza la considerazione de l'affecto mio verso di lei, ne riceve il danno e lo inganno che Io ti dirò.
L'uno si è che, ingannata da la propria consolazione, cerca essa consolazione e ine si dilecta. E piú che, alcuna volta, sentendo in alcuno modo la consolazione e visitazione mia in sé, e poi partendosi, andará dietro per la via che tenne quando la trovò, per trovare quella medesima. E Io non le do a uno modo (ché cosí parrebbe ch'Io non avesse che dare); anco le do in diversi modi, secondo che piace a la mia bontá e secondo la necessitá e il bisogno suo. Essendo ella ignorante, cercará pure in quello modo come se ella volesse ponere legge allo Spirito sancto. Non debba fare cosí; ma debba passare virilmente per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo, e ine ricevere in quel modo, in quello luogo e in quel tempo che piace a la mia bontá di dare. E se Io non do, anco quel non dare Io el fo per amore e non per odio, perché essa mi cerchi in veritá e non m'ami solamente per lo dilecto, ma riceva con umilitá piú la caritá mia che il dilecto che truova. Però che, se ella non fa cosí, e che ella vada solo al dilecto a suo modo e non a mio, riceverá pena e confusione intollerabile quando si vedrá tolto l'obiecto del dilecto, el quale si pose dinanzi a l'occhio de l'intellecto suo.
Questi sonno quegli che eleggono le consolazioni a loro modo, cioè che, trovando dilecto, in alcuno modo, di me nella mente loro, vorranno passare con quel medesimo. E alcuna volta sonno tanto ignoranti che, visitandogli Io in altro modo che in quello, faranno resistenzia e non riceveranno, anco vorranno pur quello che s'hanno imaginato. Questo è difecto della propria passione e dilecto spirituale il quale trovò in me: ella è ingannata, però che impossibile sarebbe di stare continuamente in uno modo. Perché, come l'anima non può stare ferma, ché o e' si conviene che ella vada innanzi a le virtú, o ella torni a dietro; cosí la mente in me non può stare ferma solo in uno dilecto, che la mia bontá non ne dia piú. Molto differenti gli do: alcuna volta do dilecto d'una allegrezza mentale; alcuna volta una contrizione e uno dispiacimento, che parrá che la mente sia conturbata in sé; alcuna volta sarò ne l'anima e non mi sentirá; alcuna volta formarò la mia Veritá, Verbo incarnato, in diversi modi dinanzi a l'occhio de l'intellecto suo, e nondimeno non parrá che essa, nel sentimento de l'anima, el senta con quello calore e dilecto che a quello vedere le pare che dovesse seguitare; e alcuna volta sentirá e non vedrá grandissimo dilecto.
Tucto questo fo per amore e per conservarla e acrescerla nella virtú de l'umilitá e nella perseveranzia, e per insegnarle che essa non voglia poner regola a me, né il fine suo nella consolazione, ma solo nella virtú fondata in me; ma con umilitá riceva l'uno tempo e l'altro, e con affecto d'amore l'affecto mio con che Io do; e con viva fede creda ch'Io do a necessitá o della salute sua, o a necessitá di farla venire a la grande perfeczione.
Debba dunque stare umile, facendo el principio e il fine ne l'affecto della mia caritá, e ricevere in essa caritá dilecto e non dilecto, secondo la mia volontá e non secondo la sua. Questo è il modo a non volere ricevere inganno, anco ogni cosa ricevere per amore da me che so' loro fine, fondati nella dolce mia volontá.
CAPITOLO LXIX
Di quelli e' quali, per non lassare la loro pace e consolazione, non sovengono al proximo ne le sue necessitadi.
--Hotti decto de l'inganno che ricevono coloro che a loro modo vogliono gustare e ricevare me nella mente loro.
Ora ti voglio dire il secondo inganno di coloro che tucto el loro dilecto è posto in ricevere la consolazione della mente loro; intanto che spesse volte vedranno el proximo loro in necessitá o spirituale o temporale e non li soverranno, socto colore di virtú dicendo:--Io ne perdo la pace e la quiete della mente, e non dico l'ore mie a l'ora né al tempo.--Unde, non avendo la consolazione, ne lo' pare offendere me: ed essi sonno ingannati dal proprio dilecto spirituale della mente loro; e offendonmi piú non sovenendo a la necessitá del proximo che lassando tucte le loro consolazioni. Perché ogni exercizio vocale e mentale è ordinato da me, che l'anima el facci per giognere a la caritá perfecta di me e del proximo, e di conservarla in essa caritá. Sí che egli m'offende piú lassando la caritá del proximo per lo suo exercizio actuale e quiete di mente, che lassando l'exercizio per lo proximo.
Perché nella caritá del proximo truovano me, e nel dilecto loro, dove cercano me, ne sarebbero privati. Però che, non sovenendo, _ipso facto_ diminuiscono la caritá del proximo; diminuita la caritá del proximo, diminuisce l'affecto mio verso di loro; diminuito l'affecto, diminuita la consolazione. Sí che, volendo guadagnare, essi perdono; e volendo perdere, guadagnano; cioè che, volendo perdere le proprie consolazioni in salute del proximo, riceve e guadagna me e il proximo suo, sovenendolo e servendolo caritativamente.
E cosí gustarebbero in ogni tempo la dolcezza della caritá mia. E, non facendolo, stanno in pena: perché alcuna volta si converrá pur che 'l sovenga, o per forza o per amore, o per infermitá corporale o per infermitá spirituale che egli s'abbi; sovenendolo, el soviene con pena, con tedio di mente e stimolo di coscienzia, e diventa incomportabile a sé e ad altrui. E chi el dimandasse:--Perché senti questa pena?--rispondarebbe:--Perché mi pare avere perduta la pace e la quiete della mente, e molte cose, di quelle che io solevo fare, ho lassate, e credone offendere Dio.--Ed egli non è cosí; ma perché 'l suo vedere è posto nel proprio dilecto, però non sa discernere né cognoscere in veritá dove sta la sua offesa. Però che vedrebbe che l'offesa non sta in non avere la consolazione mentale, né in lassare l'essercizio de l'orazione nel tempo della necessitá del proximo suo; anco sta in essere trovato senza la caritá del proximo, el quale egli debba amare e servire per amore di me.
Sí che vedi come s'inganna solo col proprio amore spirituale verso di sé.
CAPITOLO LXX
De lo inganno che ricevono quelli li quali hanno posto tucto el loro affecto ne le consolazioni e visioni mentali.
--E alcuna volta per questo cosí facto amore ne riceve anco piú danno. Ché se l'affecto suo solo si pone e cerca nella consolazione e visioni le quali spesse volte dono e do a' servi miei, quando ella se ne vede privata cade in amaritudine e in tedio di mente, perché le pare essere privata della grazia quando alcuna volta mi sottrago della mente sua; sí come ti dixi che Io andavo e tornavo ne l'anima, partendomi non per grazia ma per sentimento, per fare venire l'anima ad perfeczione. Sí che ne cade in amaritudine, e parle essere intro lo 'nferno, sentendosi levata dal dilecto e sentendo le molestie delle molte temptazioni.
Non debba essere ignorante né lassarsi tanto ingannare al proprio amore spirituale che non cognosca la veritá; e cognoscere me in sé, che so' Io colui, sommo Bene, che le conservo la buona volontá, nel tempo delle bactaglie, che non corre per dilecto dietro a loro. Debbasi dunque umiliare, reputandosi indegna della pace e quiete della mente. E però mi sottrago da lei, per questa cagione: per farla umiliare e per farle cognoscere la caritá mia in sé, trovandola nella buona volontá che Io le conservo nel tempo delle bactaglie; e perché essa non riceva solamente il lacte della dolcezza sprizzato da me nella faccia de l'anima sua, ma perché essa s'atacchi al pecto della mia Veritá, sí che riceva el lacte insieme con la carne, cioè di trare a sé il lacte della mia caritá col mezzo della Carne di Cristo crocifixo, cioè della doctrina sua, della quale v'ho facto ponte acciò che per lui giongano a me. Per questo mi ritrago da loro.
Andando elleno con prudenzia, e non con ignoranzia ricevendo solamente il lacte, ritorno a loro con piú dilecto e fortezza e lume e ardore di caritá. Ma se esse ricevono con tedio e con tristizia e confusione di mente el partire del sentimento della dolcezza mentale, poco guadagnano e permangono nella tiepidezza loro.
CAPITOLO LXXI
Come i predecti, che si dilectano de le consolazioni e visioni mentali, possono essere ingannati ricevendo el demonio transfigurato in forma di luce. E de' segni a' quali si può cognoscere quando la visitazione è da Dio, o dal demonio.
--E doppo questo, ricevono spesse volte un altro inganno dal dimonio, cioè di trasformarsi in forma di luce. Perché 'l dimonio in quello che vede la mente disposta a ricevere e desiderare, in quello gli dá. Perché vede la mente inghiottornita e posto el suo desiderio solo nelle consolazioni e visioni mentali (a le quali l'anima non debba ponere il suo desiderio, ma solamente nelle virtú, e di quelle per umilitá reputarsene indegna ed in esse consolazioni ricevere l'affecto mio), dico che 'l dimonio alora si trasforma in quella mente in forma di luce, in diversi modi: quando in forma d'angelo, e quando in forma della mia Veritá, o in altra forma de' sancti miei: E questo fa per pigliarla co' l'amo del proprio dilecto spirituale che ha posto nelle visioni e dilecto della mente. E se essa anima non si leva con la vera umilitá, spregiando ogni dilecto, rimane presa con questo lamo nelle mani del dimonio. Ma se essa con umilitá, spregiando el dilecto, e con amore stregne l'affecto di me, che so' donatore, e non del dono, el dimonio non la può sostenere, per la sua superbia, la mente umile.
E se tu mi dimandassi:--A che si può cognoscere che sia piú dal dimonio che da te?--io ti rispondo che questo è il segno: che se ella è dal dimonio, che egli sia venuto nella mente a visitare in forma di luce, come decto è, l'anima riceve subbito nel suo venire allegrezza; e quanto piú sta, piú perde l'allegrezza e rimane tedio e tenebre e stimolo nella mente, obfuscandovisi dentro. Ma se in veritá è visitata da me, Veritá etterna, l'anima riceve timore sancto nel primo aspecto; e con esso timore riceve allegrezza e sicurtá con una dolce prudenzia, che, dubbitando, non dubbita; ma, per cognoscimento di sé reputandosi indegna, dirá:--Io non so' degna di ricevere la tua visitazione; non essendone degna, come può essere?--Alora si vòlle a la larghezza della mia caritá, cognoscendo e vedendo che a me è possibile di dare; e non raguardo alla indegnitá sua, ma a la dignitá mia che la fo degna di ricevere me, per grazia e per sentimento, in sé, perché non dispregio il desiderio col quale ella mi chiama. E però riceve umilmente, dicendo:--Ecco l'ancilla tua: facta sia in me la tua volontá.--E alora esce del camino de l'orazione e visitazione mia con allegrezza e gaudio di mente, e con umilitá reputandosi indegna, e con caritá ricognoscendola da me.
Or questo è il segno che l'anima è visitata da me o dalle dimonia: trovando quando è da me, nel primo aspecto, el timore e, al fine e al mezzo, l'allegrezza e la fame delle virtú. E quando è dal dimonio, el primo aspecto è l'allegrezza, e poi rimane in confusione e in tenebre di mente. Sí che Io ho proveduto in darvi el segno, acciò che l'anima, se ella vuole andare umile e con prudenzia, non possa essere ingannata. El quale inganno riceve l'anima che vorrá navicare solo con l'amore imperfecto delle proprie consolazioni piú che de l'affecto mio, come decto t'ho.
CAPITOLO LXXII
Come l'anima, che in veritá cognosce se medesima, saviamente si guarda da tucti li predecti inganni.
--Non t'ho voluto tacere l'inganno che ricevono e' comuni, ne l'amore sensitivo, nel loro poco bene adoperare, cioè di quella poca virtú che essi adoperavano nel tempo della consolazione; né de l'amore proprio spirituale delle proprie consolazioni de' servi miei, come essi col proprio amore del dilecto s'ingannano che non lo' lassa cognoscere la veritá de l'affecto mio né discernere la colpa dove ella sta, e l'inganno che 'l dimonio usa con loro per loro colpa, se essi non tengono el modo che decto t'ho.
Hottelo decto, acciò che tu e gli altri servi miei andiate dietro a la virtú per amore di me, e none a veruna altra cosa. Tucti questi inganni e pericoli può ricevare e spesse volte ricevono coloro che sonno ne l'amore imperfecto, cioè d'amare me per rispecto del dono e non di me che do. Ma l'anima, che in veritá è intrata nella casa del cognoscimento di sé, exercitando l'orazione perfecta e levandosi da la imperfeczione de l'amore de l'orazione inperfecta (per quel modo che nel _Tractato de l'orazione_ Io ti contiai), riceve me per affecto d'amore, cercando di trare a sé el lacte della dolcezza mia col pecto della doctrina di Cristo crocifixo.
Gionti al terzo stato, cioè de l'amore de l'amico e filiale, non hanno amore mercennaio, anco fanno come carissimi amici. Sí come fará l'uno amico con l'altro, che, essendo presentato da l'amico suo, l'occhio non si vòlle solamente al presente, anco nel cuore e ne l'affecto di colui che dá, e riceve e tiene caro el presente solo per amore de l'affecto de l'amico suo. Cosí l'anima, gionta al terzo stato de l'amore perfecto, quando riceve i doni e le grazie mie non raguarda solamente il dono, ma raguarda con l'occhio de l'intellecto l'affecto della caritá di me donatore.
E acciò che l'anima non abbi scusa di fare cosí, cioè di raguardare l'affecto mio, Io providi d'unire il dono e 'l donatore, cioè unendo la natura divina con la natura umana quando vi donai el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo, el quale è una cosa con meco, e Io con lui. Sí che per questa unione non potete raguardare il dono che non raguardiate me donatore. Vedi dunque con quanto affecto d'amore dovete amare e desiderare il dono e il donatore! Facendo cosí, sarete in amore puro e schiecto e non mercennaio, sí come fanno questi che sempre stanno serrati nella casa del cognoscimento di loro.
CAPITOLO LXXIII
Per che modi l'anima si parte da l'amore inperfecto e giogne ad l'amore perfecto dell'amico e filiale.
--In fino a ora Io t'ho mostrato per molti modi come l'anima si leva da la imperfeczione e giogne a l'amore perfecto, e quello che fa poi che ella è gionta a l'amore de l'amico e filiale.
Dixiti e dico che ella vi giogne con perseveranzia, serrandosi nella casa del cognoscimento di sé. El quale cognoscimento di sé vuole essere condito col cognoscimento di me, acciò che non venga a confusione. Perché del cognoscimento di sé acquistará l'odio della propria passione sensitiva e del dilecto delle proprie consolazioni. E da l'odio fondato in umilitá trarrá la pazienzia, nella quale pazienzia diventará forte contra le bactaglie del dimonio, contra le persecuzioni degli uomini e verso di me, quando per suo bene sottrago el dilecto da la mente sua. Tucte le portará con questa virtú.
E se la sensualitá propria, per malagevolezza, volesse alzare el capo contra la ragione, el giudice della coscienzia debba salire sopra di sé, e con odio tenersi ragione, e non lassare passare i movimenti che non sieno correcti. Benché l'anima che stará ne l'odio sempre si corregge e riprende, d'ogni tempo: non tanto che quegli che sonno contra la ragione, ma quegli che, spesse volte, saranno da me.
Questo volse dire il dolce servo mio sancto Gregorio, quando disse che «la sancta e pura coscienzia faceva peccato dove non era peccato»: cioè che vedeva, per la puritá della coscienzia, la colpa dove non era la colpa.
Or cosí debba fare e fa l'anima che si vuole levare dalla imperfeczione, aspectando, nella casa del cognoscimento di sé, la providenzia mia col lume della fede, sí come fecero e' discepoli che stectero in casa e non si mossero mai, ma con perseveranzia in vigilia e umile e continua orazione perseverâro infino a l'avenimento dello Spirito sancto.
Questo è quello (sí come Io ti dixi) che l'anima fa, quando s'è levata dalla imperfeczione e rinchiusasi in casa per giognere a perfeczione. Ella sta in vigilia, vegghiando con l'occhio de l'intellecto nella doctrina della mia Veritá, umiliata perché ha cognosciuta sé in continua orazione, cioè di sancto e vero desiderio, perché in sé cognobbe l'affecto della mia caritá.
CAPITOLO LXXIV
De' segni a' quali si cognosce che l'anima sia venuta all'amore perfecto.