Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza
Chapter 10
La seconda manifestazione della caritá è pure in loro medesimi, manifestandomi per affecto d'amore. None che Io sia acceptatore delle creature, ma del sancto desiderio; manifestandomi ne l'anima in quella perfeczione che ella mi cerca. Alcuna volta mi manifesto (e questa è pure la seconda) dando lo' spirito di profezia, mostrando lo' le cose future. E questo è in molti e in diversi modi, secondo el bisogno che Io vego ne l'anima propria e ne l'altre creature.
Alcuna volta (e questa è la terza) formarò nella mente loro la presenzia della mia Veritá, unigenito mio Figliuolo, in molti modi, secondo che l'anima appetisce e vuole. Alcuna volta mi cerca ne l'orazione, volendo cognoscere la potenzia mia; e Io le satisfo facendole gustare e sentire la mia virtú. Alcuna volta mi cerca nella sapienzia del mio Figliuolo, e Io le satisfo ponendolo per obiecto a l'occhio de l'intellecto suo. Alcuna volta mi cerca nella clemenzia dello Spirito sancto; e alora la mia bontá le fa gustare il fuoco della divina caritá, concipendo le vere e reali virtú, fondate nella caritá pura del proximo suo.
CAPITOLO LXII
Perché Cristo non dixe: «Io manifestarò el Padre mio», ma dixe: «Io manifestarò me medesimo».
--Adunque vedi che la Veritá mia disse veritá, dicendo: «Chi m'amará sará una cosa con meco»; però che, seguitando la doctrina sua, per affecto d'amore sète uniti in lui. Ed essendo uniti in lui, sète uniti in me, perché siamo una cosa insieme; e cosí manifesto me medesimo a voi, perché siamo una medesima cosa. Unde, se la mia Veritá dixe: «Io manifestarò me a voi», dixe veritá; però che manifestando sé manifestava me, e manifestando me manifestava sé.
Ma perché non disse: «Io manifestarò el Padre mio a voi»? Per tre cose singulari. Una, perché egli volse manifestare che Io non so' separato da lui, né egli da me; e però a sancto Filippo, quando gli dixe: «Mostraci el Padre e basta a noi», dixe: «Chi vede me vede il Padre, e chi vede el Padre vede me». Questo disse, però che era una cosa con meco, e quello che egli aveva l'aveva da me, e none Io da lui. E però dixe a' giuderi: «La doctrina mia non è mia, ma è del Padre mio che mi mandò». Perché il Figliuolo mio procede da me, e non Io da lui. Ma ben so' una cosa con lui ed egli con meco. Però adunque non dixe: «Io manifestarò el Padre», ma dixe: «Io manifestarò me», cioè: «però che so' una cosa col Padre».
La seconda fu però che, manifestando sé a voi, non porgeva altro che quel che aveva avuto da me, Padre, quasi volesse elli dire: «El Padre ha manifestato sé a me, perch'Io so' una cosa con lui. E Io, me e lui, per mezzo di me, manifestarò a voi».
La terza fu perché Io, invisibile, non posso essere veduto da voi, visibili, se non quando sarete separati da' corpi vostri. Alora vedrete me, Dio, a faccia a faccia, e il Verbo del mio Figliuolo intellectualmente di qui al tempo della resurreczione generale, quando l'umanitá vostra si conformará e dilectará ne l'umanitá del Verbo, sí come di sopra nel _Tractato della resurreczione_ ti contiai.
Sí che me, come Io so', non mi potete vedere. E però velai Io la divina natura col velame della vostra umanitá, acciò che mi poteste vedere. Io, invisibile, mi feci quasi visibile, dandovi el Verbo del mio Figliuolo, velato del velame della vostra umanitá. Egli manifesta me a voi; e però adunque non disse: «Io manifestarò el Padre», ma disse: «Io manifestarò me a voi», quasi dica: «secondo che m'ha dato el Padre mio, manifestarò me a voi».
Sí che vedi che in questa manifestazione, manifestando sé, manifesta me. Ed anco hai udito perché egli non disse: «Io manifestarò el Padre a voi», cioè perché a voi nel corpo mortale non è possibile di vedere me, come decto è, e perché egli è una cosa con meco.
CAPITOLO LXIII
Che modo tiene l'anima per salire lo scalone secondo del sancto ponte, essendo giá salita el primo.
--Ora hai veduto in quanta excellenzia sta colui che è gionto a l'amore de l'amico. Questo ha salito el piè de l'affecto ed è gionto al secreto del cuore, cioè al secondo de' tre scaloni e' quali sonno figurati nel corpo del mio Figliuolo. Díxiti che significati erano nelle tre potenzie de l'anima, e ora tel pongo significare e' tre stati de l'anima. Ora, innanzi ch'Io ti gionga al terzo, ti voglio mostrare in che modo gionse ad essere amico (ed essendo facto amico, è facto figliuolo, giognendo a l'amore filiale), e quello che fa essendo facto amico, e in quello che si vede che egli è facto amico.
El primo, cioè come egli è venuto ad essere amico, dicotelo. In prima era imperfecto, essendo nel timore servile: exercitandosi e perseverando, venne a l'amore del dilecto e della propria utilitá, trovando dilecto e utilitá in me. Questa è la via, e per questa passa colui che desidera di giognere a l'amore perfecto, cioè ad amore d'amico e di figliuolo.
Dico che l'amore filiale è perfecto, però che ne l'amore del figliuolo riceve la ereditá di me, Padre etterno. E perché amore di figliuolo non è senza l'amore de l'amico, però ti dixi che d'amico era facto figliuolo.
Ma che modo tiene a giógnarvi? Dicotelo. Ogni perfeczione ed ogni virtú procede da la caritá, e la caritá è notricata da l'umilitá, e l'umilitá esce del cognoscimento e odio sancto di se medesimo, cioè della propria sensualitá. Chi ci giogne, conviene che sia perseverante e stia nella cella del cognoscimento di sé; nel quale cognoscimento di sé cognoscerá la misericordia mia nel sangue de l'unigenito mio Figliuolo, tirando a sé con l'affecto suo la divina mia caritá, exercitandosi in extirpare ogni perversa volontá spirituale e temporale, nascondendosi nella casa sua. Sí come fece Pietro e gli altri discepoli, che, doppo la colpa della negazione che fece del mio Figliuolo, pianse. El suo pianto era ancora imperfecto: e imperfecto fu infino a doppo e' quaranta dí, cioè doppo l'Ascensione, poi che la mia Veritá ritornò a me secondo l'umanitá sua. Alora si nascosero Pietro e gli altri nella casa aspectando l'avenimento dello Spirito sancto, sí come la mia Veritá aveva promesso a loro.
Essi stavano inserrati per paura, però che sempre l'anima, infino che non giogne al vero amore, teme: ma perseverando in vigilia, in umile e continua orazione infino che ebbero l'abondanzia dello Spirito sancto, alora, perduto el timore, seguitavano e predicavano Cristo crocifixo.
Cosí l'anima che ha voluto o vuole giognere a questa perfeczione, poi che doppo la colpa del peccato mortale s'è levata e ricognosciuta sé, comincia a piagnere per timore della pena. Poi si leva a la considerazione della misericordia mia, dove truova dilecto e sua utilitá. E questo è imperfecto. E però Io, per farla venire ad perfeczione, doppo e' quaranta dí (cioè doppo questi due stati), a ora a ora mi sottraggo da l'anima: non per grazia ma per sentimento.
Questo vi manifestò la mia Veritá, quando dixe a' discepoli: «Io andarò e tornarò a voi». Ogni cosa che egli diceva era decta in particulare a' discepoli, ed era decta in generale e comunemente a tucti e' presenti e a' futuri, cioè di quelli che dovevano venire. Disse: «Io andarò e tornarò a voi»; e cosí fu: ché, tornando lo Spirito sancto sopra e' discepoli, tornò Egli, perché, come di sopra ti dixi, lo Spirito sancto non tornò solo, ma venne con la potenzia mia e con la sapienzia del Figliuolo (che è una cosa con meco), e con la clemenzia sua d'esso Spirito sancto, el quale procede da me, Padre, e dal Figliuolo.
Or cosí ti dico: che, per fare levare l'anima dalla imperfeczione, Io mi sottraggo, per sentimento, privandola della consolazione di prima. Quando ella era nella colpa del peccato mortale, ella si partí da me, ed Io sottraxi la grazia per la colpa sua, perché essa aveva serrata la porta del desiderio; unde il sole della grazia n'escí fuore, non per difecto del sole, ma per difecto della creatura, che serrò la porta del desiderio. Ricognoscendo sé e la tenebre sua, apre la finestra, vomitando el fracidume per la sancta confessione. Io alora per grazia so' tornato ne l'anima, e ritraggomi da lei non per grazia ma per sentimento, come decto è. Questo fo per farla umiliare e per farla exercitare in cercare me in veritá, e per provarla nel lume della fede, perché ella venga a prudenzia. Alora, se ella ama senza rispecto, con viva fede e con odio di sé, gode nel tempo della fadiga, reputandosi indegna della pace e quiete della mente. E questa è la seconda cosa delle tre, delle quali Io ti dicevo, cioè di mostrare in che modo viene ad perfeczione, e che fa quando ella è gionta.
Questo è quel che fa: che, perché ella senta ch'Io sia ritracto a me, non volta el capo a dietro; anco persevera con umilitá ne l'exercizio suo, e sta serrata nella casa del cognoscimento di sé. E ine con fede viva aspecta l'avenimento dello Spirito sancto, cioè me, che so' esso fuoco di caritá. Come aspecta? non oziosa, ma in vigilia e continua e sancta orazione. E non solamente la vigilia corporale, ma la vigilia intellectuale, cioè che l'occhio de l'intellecto non si serra, ma col lume della fede veghia, extirpando con odio le cogitazioni del cuore; veghiando ne l'affecto della mia caritá, cognoscendo che Io non voglio altro che la sua sanctificazione. E questo n'è certificato nel sangue del mio Figliuolo.
Poi che l'occhio vegghia nel cognoscimento di me e di sé, òra continuamente con orazione di sancta e buona volontá: questa è orazione continua. E anco con l'orazione actuale, cioè, dico, facta ne l'actuale tempo ordinatamente, secondo l'ordine della sancta Chiesa.
Questo è quello che fa l'anima che s'è partita dalla imperfeczione e gionta alla perfeczione. E acciò che ella vi giognesse, mi partii da lei, non per grazia ma per sentimento.
Partiimi ancora perché ella vedesse e cognoscesse il difecto suo: però che, sentendosi privata della consolazione, se sente pena affliggitiva e sentesi debile e non stare ferma né perseverante, in questo truova la radice de l'amore spirituale proprio di sé. E però l'è materia di cognoscersi e di levarsi sé sopra di sé, salendo sopra la sedia della coscienzia sua; e non lassare passare quel sentimento che non sia correcto con rimproverio, dibarbicando la radice de l'amore proprio col coltello de l'odio d'esso amore e con l'amore della virtú.
CAPITOLO LXIV
Come, amando Dio inperfectamente, inperfectamente s'ama el proximo. E de' segni di questo amore inperfecto.
--E voglio che tu sappi che ogni inperfeczione e perfeczione si manifesta e s'acquista in me; e cosí s'acquista e manifesta nel mezzo del proximo. Bene il sanno e' semplici, che spesse volte amano le creature di spirituale amore. Se l'amore di me ha ricevuto schiectamente senza alcuno rispecto, schiectamente beie l'amore del proximo suo, sí come il vasello che s'empie nella fonte: che, se nel traie fuore, beiendo, el vasello rimane vòtio; ma se egli el beie stando el vasello nella fonte, non rimane vòto, ma sempre sta pieno. Cosí l'amore del proximo, spirituale e temporale, vuole essere beiuto in me, senza alcuno rispecto.
Io vi richiegio che voi m'amiate di quello amore che Io amo voi. Questo non potete fare a me, però che Io v'amai senza essere amato. Ogni amore, che voi avete a me, m'avete di debito e non di grazia, però che 'l dovete fare. E Io amo voi di grazia e non di debito. Adunque a me non potete rendere questo amore che Io vi richiego; e però v'ho posto el mezzo del proximo vostro, acciò che faciate a lui quello che non potete fare a me, cioè d'amarlo senza veruno respecto, di grazia e senza aspectarne alcuna utilitá. E io reputo che faciate a me quello che fate allui.
Questo mostrò la mia Veritá dicendo a Pavolo, quando mi perseguitava: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Questo diceva, reputando che Pavolo perseguitasse me perseguitando e' miei fedeli.
Sí che vuole essere schiecto questo amore. E con quello amore, che voi amate me, dovete amare loro. Sai a che se n'avede che egli non è perfecto colui che ama di spirituale amore? Se si sente pena affliggitiva quando non gli pare che la creatura, che egli ama, satisfaccia a l'amore suo, non parendogli essere amato quanto gli pare amare. Ovvero che egli si vega sottrare la conversazione, o privare della consolazione, o vedendo amare un altro piú di lui.
A questo e a molte altre cose se ne potrá avedere che questo amore in me e nel proximo è ancora imperfecto, e che questo vasello è beiuto fuore della fonte: poniamo che l'amore abbi tracto da me. Ma perché in me l'aveva ancora imperfecto, però imperfecto el mostra in colui che ama di spirituale amore. Tucto procede perché la radice de l'amore proprio spirituale non era bene dibarbicata.
E però Io permecto spesse volte che ponga questo amore, perché cognosca sé e la sua imperfeczione per lo modo decto. E sottragomi, per sentimento, da lei, perché essa si rinchiuda nella casa del cognoscimento di sé, dove acquistará ogni perfeczione. E poi Io torno in lei con piú lume e cognoscimento della mia veritá, in tanto che si reputa a grazia di potere uccidere la propria volontá per me. E non si ristá mai di potare la vigna de l'anima sua, e di divellere le spine delle cogitazioni, e ponere le pietre delle virtú fondate nel sangue di Cristo crocifixo, le quali ha trovate ne l'andare per lo ponte di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo. Sí com'Io ti dixi, se bene ti ricorda, che sopra del ponte, cioè della doctrina della mia Veritá, erano le pietre fondate in virtú del sangue suo, perché le virtú hanno dato vita a voi in virtú del Sangue.
TRACTATO DELL'ORAZIONE
CAPITOLO LXV
Del modo che tiene l'anima per giognere ad l'amore schietto e liberale. E qui comincia el tractato dell'orazione.
--Poi che l'anima è intrata dentro passando per la doctrina di Cristo crocifixo, con vero amore della virtú e odio del vizio, con perfecta perseveranzia, gionta a la casa del cognoscimento di sé, sta serrata in vigilia e continua orazione, separata al tucto da la conversazione del secolo.
Perché si rinchiuse? Per timore, cognoscendo la sua imperfeczione, e per desiderio che ha di giognere a l'amore schiecto e liberale. E perché vede bene e cognosce che per altro modo non vi può giognere, però aspecta con fede viva l'avenimento di me per acrescimento di grazia in sé.
In che si cognosce la fede viva? Nella perseveranzia della virtú, non vollendo el capo a dietro per veruna cosa che sia, né levarsi da l'orazione sancta per veruna cosa che sia: guarda giá che non fusse per obbedienzia o per caritá; altrimenti non debba partirsi da l'orazione. Però che spesse volte, nel tempo ordinato de l'orazione, el dimonio giogne con le molte battaglie e molestie piú che quando si truova fuore de l'orazione. Questo fa per farle venire a tedio l'orazione sancta, dicendo spesse volte:--Questa orazione non ti vale, però che tu non debbi pensare altro né actendere ad altro che a quel che tu dici.--Questo le fa vedere il dimonio perché ella venga a tedio e a confusione di mente, e lassi l'exercizio de l'orazione. La quale è una arme con che l'anima si difende da ogni adversario, tenuta con la mano de l'amore e col braccio del libero arbitrio, difendendosi con essa arme col lume della sanctissima fede.
CAPITOLO LXVI
Qui, toccando alcuna cosa del sacramento del Corpo di Cristo, dá piena doctrina come l'anima venga da l'orazione vocale a la mentale; e narra qui una visione che questa devota anima ebbe una volta.
--Sappi, figliuola carissima, che ne l'orazione umile e continua e fedele, con vera perseveranzia acquista l'anima ogni virtú. E però debba perseverare e non lassarla mai, né per illusione di dimonio né per propria fragilitá (cioè per pensiero o movimento che venisse nella propria carne sua) né per decto di creatura, ché spesse volte si pone il dimonio sopra le lingue loro, facendo lo' favellare parole che hanno a impedire la sua orazione. Tucte le debba passare con la virtú della perseveranzia. Oh! quanto è dolce a quella anima, e a me è piacevole la sancta orazione facta nella casa del cognoscimento di sé e nel cognoscimento di me, aprendo l'occhio de l'intellecto col lume della fede e con l'affecto ne l'abbondanzia della mia caritá!
La quale caritá v'è facta visibile per lo visibile unigenito mio Figliuolo, avendovela mostrata col sangue suo. El quale sangue inebbria l'anima e vestela del fuoco della divina caritá, e dálle il cibo del sacramento (el quale v'ho posto nella bottiga del corpo mistico della sancta Chiesa) del Corpo e del Sangue del mio Figliuolo tucto Dio e tucto uomo, dandolo a ministrare per le mani del mio vicario, el quale tiene la chiave di questo sangue.
Questa è quella bottiga, della quale ti feci menzione, che stava in sul ponte per dare il cibo e confortare e' viandanti e perregrini che passano per la doctrina della mia Veritá, acciò che per debilezza non vengano meno. Questo cibo conforta poco e assai, secondo el desiderio di colui che 'l piglia, in qualunque modo el piglia, o sacramentalmente o virtualmente. Sacramentalmente è quando si comunica del sancto Sacramento; virtualmente è comunicandosi per sancto desiderio: sí per desiderio della comunione, e sí per considerazione del sangue di Cristo crocifixo, cioè comunicandosi sacramentalmente de l'affecto della caritá, la quale ha gustata e trovata nel Sangue, el quale vede che per amore fu sparto. E però vi s'inebria e vi s'accende per sancto desiderio, e vi si sazia trovandosi piena solo della caritá mia e del proximo suo.
Questo dove l'acquistò? Nella casa del cognoscimento di sé, con sancta orazione, dove perdé la imperfeczione. Sí come i discepoli e Pietro perdêro (stando dentro in vigilia e orazione) la imperfeczione loro e acquistâro la perfeczione. Con che? con la perseveranzia condita con la sanctissima fede.
Ma non pensare che riceva tanto ardore e nutrimento da questa orazione solamente con orazione vocale, sí come fanno molte anime, che la loro orazione è di parole piú che d'affecto. Le quali non pare che actendano ad altro se none in compire e' molti salmi e dire i molti paternostri. E compíto el numero che si sonno proposti di dire, non pare che pensino piú oltre. Pare che pongano affecto e actenzione a l'orazione solo nel dire vocalmente: ed egli non si vuole fare cosí; però che, non facendo altro, poco fructo ne tragono, e poco è piacevole a me.
Ma se tu mi dici:--Debbasi lassare stare questa, ché tucti non pare che siano tracti a l'orazione mentale?--No, ma debba andare col modo, ché Io so bene che, come l'anima è prima imperfecta che perfecta, cosí è imperfecta la sua orazione. Debba bene, per non cadere ne l'ozio, quando è ancora imperfecta, andare con l'orazione vocale; ma non debba fare l'orazione vocale senza la mentale: cioè che, mentre che dice, s'ingegni di levare e dirizzare la mente sua ne l'affecto mio, con la considerazione comunemente de' difecti suoi e del sangue de l'unigenito mio Figliuolo, dove truova la larghezza della mia caritá e la remissione de' peccati suoi.
E questo debba fare acciò che 'l cognoscimento di sé e la considerazione de' difecti suoi le faccia cognoscere la mia bontá in sé e continuare l'exercizio suo con vera umilitá.
Non voglio che siano considerati e' difecti in particulare, ma in comune, acciò che la mente non sia contaminata per lo ricordamento de' particulari e ladi peccati. Dicevo che Io non voglio; e non debba avere solo la considerazione de' peccati in comune né in particulare senza la considerazione e memoria del Sangue e larghezza della misericordia, acciò che non venga a confusione. Ché se 'l cognoscimento di sé e considerazione del peccato non fusse condito con la memoria del Sangue e speranza della misericordia, starebbe in essa confusione: e con essa, insieme col dimonio che l'ha guidato socto colore di contrizione e dispiacimento del peccato, giognerebbe a l'etterna dannazione; non solamente per questo, ma perché da questo, non pigliando el braccio della misericordia mia, verrebbe a disperazione.
Questo è uno de' soctili inganni che 'l dimonio faccia a' servi miei. E però conviene, per vostra utilitá e per campare l'inganno del dimonio e per essere piacevoli a me, che sempre vi dilarghiate il cuore e l'affecto nella smisurata misericordia mia con vera umilitá. Ché sai che la superbia del dimonio non può sostenere la mente umile; né la sua confusione la larghezza della mia bontá e misericordia, dove l'anima in veritá speri.
E però, se ben ti ricorda, quando el dimonio ti voleva aterrare per confusione, volendoti mostrare che la vita tua fusse stata inganno e non avere seguitata né facta la volontá mia, tu allora facesti quel che tu dovevi fare e che la mia bontá ti die' di potere fare (la quale bontá non è nascosa a chi la vuole ricevere), cioè che t'innalzasti nella misericordia mia con umilitá, dicendo:--Io confesso al mio Creatore che la vita mia non è passata altro che in tenebre; ma io mi nascondarò nelle piaghe di Cristo crocifixo e bagnarommi nel sangue suo; e cosí avarò consumate le iniquitá mie e godarommi, per desiderio, nel mio Creatore.
Sai che alora el dimonio fuggí. E tornando poi con l'altra, cioè di volerti levare in alto per superbia, dicendo:--Tu se' perfecta e piacevole a Dio; non bisogna piú che t'affliga né che pianga e' difecti tuoi;--donandoti Io alora el lume, vedesti la via che ti conveniva fare, cioè d'umiliarti; e rispondesti al dimonio, dicendo:--Miserabile a me! Giovanni Baptista non fece mai peccato e fu sanctificato nel ventre della madre, e nondimeno fece tanta penitenzia! E io ho commessi cotanti difecti, e non cominciai mai a cognoscerlo con pianto e vera contrizione, vedendo chi è Dio che è offeso da me, e chi so' io che l'offendo!--
Allora el dimonio non potendo sostenere l'umilitá della mente né la speranza della mia bontá, disse a te:--Maladecta sia tu, ché modo non posso trovare con teco! Se io ti pongo abasso per confusione, e tu ti levi in alto a la misericordia. E se io ti pongo in alto, e tu ti poni abasso, venendo ne l'inferno per umilitá, e intro lo 'nferno mi perseguiti. Sí che io non tornarò piú a te, però che tu mi percuoti col bastone della caritá.--
Debba dunque l'anima condire col cognoscimento della mia bontá el cognoscimento di sé, e il cognoscimento di me col cognoscimento di sé. A questo modo l'orazione vocale sará utile a l'anima che la fará, e a me sará piacevole. E da l'orazione vocale imperfecta giognará, perseverando con l'exercizio, a l'orazione mentale perfecta. Ma se semplicemente mira di compire el numero suo, o se per la orazione vocale lassasse l'orazione mentale, non vi giogne mai.
Alcuna volta sará l'anima sí ignorante che, factosi el suo proponimento di dire cotanta orazione con la lingua (e io alcuna volta visitarò la mente sua, quando in uno modo e quando in uno altro: alcuna volta in uno lume di cognoscimento di sé con una contrizione del difecto suo; alcuna volta nella larghezza della mia caritá; alcuna volta ponendole dinanzi a la mente sua in diversi modi, secondo che piace a me, la presenzia della mia Veritá, e secondo che essa anima avesse desiderato), ed ella, per compire il suo numero, lassa la visitazione di me che sente nella mente, quasi per coscienzia che si fará di lassare quello che ha cominciato.
Non debba fare cosí, però che, facendolo, sarebbe inganno di dimonio; ma subbito che sente disponere la mente per mia visitazione (per molti modi, come detto è), debba abandonare l'orazione vocale. Poi, passata la mentale, se ha tempo, può ripigliare quello che proposto s'aveva di dire; non avendo tenpo non se ne debba curare, né venirne a tedio né confusione di mente. Cosí debba fare. Guarda giá che non fusse l'offizio divino, el quale i cherici e religiosi sonno tenuti e obligati di dire; e non dicendolo, offendono. Essi debbono infino a la morte dire l'offizio suo. E se essi si sentissero, all'ora debita che si debba dire, la mente tracta e levata per desiderio, si debbano provedere di dirlo innanzi o dirlo poi, sí che non trapassi che il debito de l'offizio non sia renduto.