Part 4
--Venite qua--e a voi più direttamente mi volgo, o amici sconosciuti, i quali per tanti anni aveste la bontà di rappresentare, dinanzi alle mie critiche più o meno bestiali, più o meno assurde e colpevoli, la parte di pubblico. È a voi che io dedico questa mia confessione generale; confessione sincera ed integra quant'altra mai, perchè fatta sotto l'intimazione di quel prete terribile che si chiama il rimorso, al cospetto di quel Dio esploratore delle reni e dei lombi, che si chiama la coscienza.
Una confessione generale! Sapete voi che gli è un affare assai grave!... Buon per me che, a compiere questo grande atto di espiazione, non ho atteso i singulti dell'agonia....
Io mi trovo, laddiograzia, sano di corpo e di mente; le stoltezze e le nequizie della mia gioventù mi sfilano dinanzi agli occhi come una schiera di camelli o di paperi....
Come si fa a coordinare queste tumultuose reminiscenze, a ricostruire questo passato pieno di errori e di perfidie, in guisa che la coscienza non abbia più tardi a rinfacciarmi delle ommissioni?--Lo ripeto: è un affare assai grave.
Sulle prime, m'era venuto in pensiero di riprodurre e di confutare con eroica abnegazione tutte le enormità da me stampate in quindici anni di vita giornalistica.--Ohimè! Come rileggere duemila e centosessantadue articoli, sperperati in varî giornali, e oggimai inghiottiti per la massima parte da quei tubi assorbenti, ove lo spirito umano, già tradotto in materia mercè l'inchiostro e la carta, subisce l'ultima, forse la più utile decomposizione, diventando concime?
E tante altre maniere di confessione mi erano passate per la testa....
Ohimè!--La confessione ripugna all'orgoglio umano--nè alcuno farà meraviglia ch'io mi sia data la pena di tradurla in una forma, la quale fosse atta ad esprimere il vero, senza troppo pregiudicarmi nell'opinione del mondo.
Vediamo se ci riesco.
Io mi farò ad esprimere colla più scrupolosa sincerità le impressioni da me raccolte nel campo della letteratura e dell'arte; dichiarerò i miei veri e spontanei apprezzamenti su tutto ciò che ho veduto, o letto, o ascoltato, o meditato nel corso della intera mia vita. La mia confessione sarà una rettifica ed una ammenda, ma io non avrò da arrossire che in faccia a quei soli, i quali vorranno darsi la noia di raffrontare le menzogne dell'antico peccatore colle schiette manifestazioni del critico ravveduto.
*
Entriamo innanzi tutto nel campo della letteratura.
Fatta astrazione da Omero, che io lessi più volte con immenso diletto e pel quale professo la più sentita ammirazione, debbo confessare che il mio entusiasmo per i poeti dell'antica Grecia non salì mai a quel grado di elevazione ch'io lasciai supporre a' miei creduli ascoltatori.
Nella sonante e robusta versione di Felice Belletti ho comprese e gustate le tragedie di Eschilo, di Sofocle e di Euripide. Il secondo mi piacque di preferenza; ma allorquando, per far pompa di classica erudizione, ebbi a citare alcuni brani del _Filottete_, mentii ignobilmente a me stesso ed al pubblico, asserendo che quella tragedia mi aveva commosso alle lagrime.--Ci vuol del coraggio, miei cari, a rettificare quella vile menzogna e a proclamare che alcune _tirate_ del più patetico, del più appassionato dramma del teatro greco, provocarono in me una ilarità irresistibile!
Quante volte mi è uscito dalla penna: _l'inimitabile, l'insuperato_ Aristofane! Quante volte, ricordando quel grossolano e sguaiato motteggiatore, ebbi anch'io l'impudenza di chiamarlo argutissimo e festevolissimo! Aveva io dimenticato che la più parte de' suoi personaggi si permettono ad ogni tratto di ruttare plebeamente alla barba degli spettatori, quando non scendano in piazza a recitare un turpe monologo, _facendo le loro occorrenze?_... E questo era _l'attico sale_, di cui ho parlato così spesso nelle mie enfatiche digressioni sulla greca letteratura!...
Se ora vi dicessi francamente che mai non ho potuto reggere alla lettura di una intera ode di Pindaro; che le veneri di Anacreonte mi parvero il più delle volte scipite; come potrete voi perdonarmi di avere, a dispetto dei moderni poeti, simulato una quasi-adorazione per uno stucchevole ineggiatore di circensi, per un elegante ma monotono cantore di Batilli?
Ma io ho spinto più oltre la rettorica menzognera. Ho espresso degli entusiasmi per le statue di Fidia e di Prassitele... ho arso il mio granello di incenso al genio di Zeusi e di Apelle... Li avete visti mai, questi insigni capolavori dello scalpello e della tavolozza degli artisti greci? Nè anche in sogno.--Come avvenne che sì spesso li abbiate ricordati ed ammirati con tanto entusiasmo?--Polvere pei gonzi.
Passiamo ai poeti ed ai prosatori del Lazio.
Non è più tempo che io vi dissimuli la mia predilezione per Catullo e per Ovidio, sebbene, ogniqualvolta mi occorse fare delle citazioni, dalla mia penna sgorgassero di preferenza i nomi di Virgilio e di Orazio.
Virgilio è in gran credito presso i puristi; Orazio è più elevato ed astruso. Conveniva dunque, a riguardo del primo, secondare l'opinione pubblica, ed attestare, facendo l'apoteosi del secondo, un alto grado di comprensività, dal quale i miei buoni lettori sarebbero rimasti intontiti.
Orazio!--Quand'uno proferisce un tal nome con una certa solennità, è sicuro di ottenere il suo effetto.--Un critico che capisce, che gusta, che all'uopo sa commentare questo famigerato applicatore di epiteti, ottiene legalmente il diploma di erudito.
E non è forse l'_Arte poetica_, ricostruita da colui sulle tradizioni di Aristotile, che servì per tanti secoli e serve tuttora di cronometro agli inesorabili pedanti della letteratura e della critica?
È ben vero che nessuno ha mai capito, per esempio, quali alte ragioni di estetica impongano che la tragedia debba dividersi in cinque atti piuttosto che in quattro; ma un critico che si rispetta e che vuol farsi rispettare, avrà sempre buon giuoco in faccia ai suoi lettori ogni qual volta, coll'autorità di Aristotile e di Orazio, coopererà all'immobilizzazione di un pregiudizio.
Ciò che mi ha fatto stupire e quasi rabbrividire percorrendo i classici di ogni nazione, fu l'immoralità delle favole che essi svolsero in poemi drammatici, nonchè le triviali oscenità di che riboccano le loro commedie, le satire, gli epigrammi, le novelle. E nondimeno io pure mi sono unito al coro dei nostri _critici-tartufi_, per deplorare gli scandali della moderna letteratura, per ripetere che il dramma odierno è una scuola di corruzione, che il romanzo dell'epoca nostra rappresenta l'abbominio.
Così avvenne che, dopo aver applaudito senza riserva agli amori incestuosi di Fedra e di Mirra, alle orrende vendette di Medea, agli adulterii di Clitennestra, a quella sequela di tragiche inverecondie per cui si rese proverbiale la famiglia di Tieste, ho finto scandolezzarmi pei ravvedimenti di una Camelia innamorata, ed ostentai una grinza di pudore violato nell'assistere alle peripezie maritali del povero Clémenceau.
Perdonate, o giovani autori, perdonate alla mia ipocrisia!--Io non produrrò la circostanza attenuante dell'esser nato nel più ipocrita dei secoli; e non vi farò notare, a mia discolpa, che l'ipocrisia viene oggimai considerata, fra gli scrittori da gazzette, una figura rettorica;--ma farò degna ammenda delle mie ingiuste e stolide invettive, protestando che nessuno dei moderni drammaturghi ardirebbe oggi presentare sulla scena una figlia innamorata del proprio padre; come nessun poeta bernesco oserebbe segnare col proprio nome degli epigrammi sconci e indecentissimi come quelli di Marziale.
Non esigerete che io ripercorra tutta la biblioteca dei classici per mostrarvi quante volte ho mentito degli entusiasmi per autori non letti, o letti sbadigliando.--Forse meno che altri miei colleghi ho abusato del gran nome di Dante Alighieri. Pure, non debbo tacervi che, mentre ebbi la costanza d'imparare a memoria tutta la cantica dell'_Inferno_ e di rileggere quattro volte il _Purgatorio_, non mi tengo ben certo di aver toccato la fine del _Paradiso_. Voi mi perdonerete, o lettori, se trattandosi di un poeta che ottenne onori divini, io dovetti posare da enfatico ammiratore di lui, fino al punto di dichiarare che ciascuna delle sue terzine è un vasto poema, che tutti i suoi versi meriterebbero di esser stampati in lettere d'oro, compreso anche:
«Ed egli avea del cul fatto trombetta.»
Queste iperboli mi valsero la stima di parecchi dotti, ai quali ero sempre apparso un dappoco.
Ne' miei giudizi sui quattro illustri poeti che più si onorano in Italia, ho vilmente mentito affermando di prediligere il cantore di Madonna Laura, mentre in realtà le mie più vive simpatie erano per l'Ariosto. Non ho mai potuto leggere tutte di seguito quattro pagine del _Canzoniere_, e nondimeno ho osato stampare che i versi del Petrarca, compreso anche:
Fior, fronde, erbe, ombre, antri, onde, aure soavi
danno una melodia di paradiso.
Se un poeta moderno commettesse una si orribile cacofonia di elisioni, verrebbe lapidato.
Dopo ciò, ognun si avvede che anch'io ho seguito, rispetto ai celebri autori dell'antichità, quell'iniquo sistema di menzogna che giova meravigliosamente a deprimere i contemporanei ed a perpetuare il pregiudizio.
Io però non mi accuso di aver troppo abusato della denigrazione nel giudicare i moderni. Rispetto a questi, i miei torti consistono piuttosto in una inconsiderata sovrabbondanza di encomî e di incoraggiamenti.
Non vi tedierò coll'enumerazione de' miei falsi apprezzamenti. Vi dirò solo (e da ciò potrete argomentare il numero e la gravità delle mie colpe) che la più parte dei libri moderni io li ho lodati senza leggerli.--Il delitto non è grave, dirà taluno; non foss'altro, questa maniera di critica incoraggia gli autori e favorisce il commercio librario. Disingannatevi. Gli è con questo sistema che noi abbiamo indotta la diffidenza nel pubblico e ottenuto il miserando vantaggio che molti buoni libri si smercino a peso di stadera.
Ed io pure ho gridato all'unisono coi più gagliardi mistificatori del giornalismo, che l'Italia ha nulla da invidiare alle altre nazioni in fatto di coltura letteraria. E mentre nel periodo di circa vent'anni il paese nostro non ha prodotto che una dozzina di romanzi tollerabili, quattro o cinque volumi di liriche meglio che mediocri, e una dozzina fra drammi e commedie appena degni di plauso, ebbi la sfrontatezza di sostenere che la Francia, l'Inghilterra e la Germania non producono, al nostro confronto, che aborti mostruosi.--Questo linguaggio spavaldo mi valse naturalmente la simpatia e l'ammirazione degli idioti, che costituiscono la maggioranza della nazione.
Gran ventura per me che nessuno mi abbia chiamato al _redde rationem_. Figuratevi il mio imbarazzo, se un Francese od un Inglese mi avessero imposto di appoggiare la mia asserzione con dati statistici!
Eppure, quanto era facile il cogliermi in contraddizione!--Non ho io ricordato con ammirazione, nelle mie riviste critiche, parecchie centinaia di romanzi stranieri che appena pubblicati invasero le nostre biblioteche, i nostri gabinetti di lettura, i nostri salotti, le nostre camere da letto, obbligandoci a vegliare le lunghe notti nelle illusioni di un mondo ideale e fantastico? Balzac, i due Dumas, Eugenio Sue, Giorgio Sand, Alfonso Karr, Victor Hugo, Gauthier, Dikens, Féval.... Quanti nomi di romanzieri, di drammaturgi, di poeti, i cui volumi a mala pena si conterrebbero nel vasto salotto dove io sto scrivendo!
Più di cento produzioni drammatiche che (e dico poco) scesero dalle Alpi in questo breve periodo di tempo a fanatizzare le nostre platee. Per tutte ebbi parole di ammirazione entusiastica; e questa ammirazione, più che un risultato della analisi, era il riflesso delle impressioni immediate. Ma ciò non ha impedito che in ogni mia rassegna teatrale io mi sia permesso di ripetere il sempre applaudito ritornello delle _melensaggini e delle mostruosità d'oltremonte_.
Volete di peggio? Convien dir tutto, in mia confessione generale. Avvi un ramo dell'arte, dove infino a ieri l'Italia non aveva abdicato alla sua nobile supremazia. Questo ramo d'arte è la musica. E nondimeno in molti casi anch'io mi lasciai sorprendere da una codarda esitanza, quando mi avvenne di citare i nomi tanto giustamente famosi, ma pur tanto _nostrani_, di Rossini, di Donizetti, di Bellini, di Verdi.--Come si fa a passare per eruditi senza un po' di Chopin, un po' di Spohr, un po' di Schumann, un po' di Berlioz, un po' di Wagner e un'altra decina, per sovracarico, di nomi impronunziabili?
Mentre confesso di aver rinnegato il mio nazionale orgoglio per la vanità di conquistare il mio posto fra i critici d'alta levatura, mi pento e mi dolgo del mio peccato e ne chieggo perdono al buon pubblico.
Non ho il rimorso di aver ecceduto di indulgenza verso quei duecento maestri poco celebri, le cui opere mi avvenne di giudicare nella mia breve carriera di critico. Qualche volta ho però abusato delle perifrasi mitiganti. A taluni, a molti forse, conveniva dire francamente: rinunziate al teatro e datevi a comporre dei _Kyrie_! In ogni modo, la mia severità mi procacciò dei seri rabbuffi da parte di alcuni colleghi. Naturalmente, ne seguirono delle polemiche; ma siccome io non ebbi mai il coraggio di dire a' miei avversarî: «Tu hai rubato l'orologio al direttore del tuo giornale» ovvero: «io so che tua sorella fu veduta uscire da una casa di tolleranza;» così le mie polemiche non ebbero conseguenze, e le duecento opere caddero nell'oblìo.
Questa mia maniera troppo blanda di trattare la polemica non dà certo una idea molto edificante del mio carattere, e qualcuno scorgerà in essa la vera ragione per la quale io diserto innanzi tempo dall'esercito dei critici. Uno scrittore che non sa dire al suo avversario: _Tu sei un ladro e tuo padre faceva la spia_, non può esser degno di sedere nel consorzio giornalistico.
Ho preso una parte abbastanza vivace nella lotta che oggi si combatte fra i musicisti del passato e i musicisti dell'avvenire. Ebbi torto. In una questione che i posteri soltanto potranno sciogliere, i critici del presente fanno la figura dell'imbecille.
Sarei troppo lungo se volessi enumerare tutte le adulazioni e le bassezze di che mi resi colpevole parlando di cantanti, di comici, di ballerini, di mimi e di istrioni di ogni genere. Ho dato del _celeberrimo_ a più di trecento tenori, dell'_insuperabile_ a più di quattrocento donne, dell'inarrivabile a più di seicento baritoni; ho chiamato _silfidi_ e _figlie dell'aria_, delle ballerine che pesavano cento chili, ed ho gratificato del titolo di _professori_ dei suonatori di piffero, dei raschiatori di contrabasso, dei martellatori di gran cassa....
Eppure, a pensarci una intera giornata, fra i molti da me uditi e portati al quinto cielo dai miei encomî, riuscirei difficilmente a mettere assieme cinque nomi di tenori, dieci nomi di prime donne, quattro nomi di baritoni, ai quali competesse il titolo di artisti perfetti.
E quante volte, encomiando dei cantanti, ebbi ricorso al confronto di Rubini, di Filippo Galli, di Lablache, della Pasta, della Posaroni, del Duprez e di altri famosissimi che fecero la delizia di mio nonno!
Non ho io scritto che il tale attore ricordava nell'incesso il gran Talma? che la tale attrice riproduceva l'energia e la passione della Pelandi? I miei lettori, naturalmente, mi avran creduto decrepito. No: io non era che uno stolido mistificatore, il quale citando delle celebrità mummificate, aspirava a divenire autorevole.
Non vi dirò quante volte ho sentenziato di opere e di artisti senza avere assistito allo spettacolo e prima ancora che lo spettacolo avesse luogo; tacerò le frequenti gherminelle degli articoli preparati di lunga mano e pubblicati all'indomani di una prima rappresentazione. Tutto il mondo ha ammirato la vivacità e la copia della mia prosa estemporanea, ed oggi il mio amor proprio si risentirebbe troppo vivamente nel dover disingannare i buoni lettori.
Una sola discolpa, od almeno circostanza attenuante, mi sia lecito addurre:--Sono io stato il più tristo, il più assassino, il più vituperevole dei critici?--Oserei quasi rispondere che i più onesti non si comportano altrimenti.
_Giuda Iscariota_
I.
Io mi permetto di pubblicare un modesto compendio della vita di Giuda Iscariota, altro degli apostoli di Cristo, non il più esemplare per condotta morale e politica, ma forse il più interessante per la singolarità del suo carattere e per la bizzarra varietà delle sue avventure.
La biografia di Giuda Iscariota si potrebbe anche intitolare: _Metodo naturale e pratico per arricchirsi e camparsela felicemente in mezzo alle crisi ed alle agitazioni politiche dei tempi più difficili_. Come ognun vede, l'argomento può essere fecondo di utili applicazioni ai tempi che corrono.
Ciò premesso, entriamo in argomento.
II.
Giudaino, che più tardi assunse il nome di Iscariota, e quindi si fe' chiamare Bartolomeo Majocchi, nacque in un oscuro villaggio della Galilea, da una buona donna che negoziava di coloniali al minuto sotto l'antica Ditta Isacco Balaam e compagni. Quando il nostro Giudaino venne alla luce, la buona mamma era già vedova da quattordici mesi; e com'ella si era mostrata fino a quel giorno scrupolosamente fedele alle ceneri del marito, il cappellano gridò al miracolo, i villani credettero alla miglior fede, e un triduo solenne fu celebrato a spese del Comune.
La madre di Giuda chiamavasi Bersabea o Bersibea--nome di origine caldaica, ma abbastanza espressivo anche nella lingua nostra. Era donna di temperamento vivace, inclinata alle bibite forti, segnatamente all'assenzio di Neufchâtel, ch'ella fabbricava in segreto con una mistura di alcool, dulcamara e verde di rame.
III.
Giudaino, nel primo mese di sua vita, non dava alcun segno d'indole perversa. Qualche storico maligno pretende ch'egli poppasse il latte della grossa sua balia con avidità quasi feroce; ma questa calunnia è vittoriosamente combattuta da Giuseppe Ebreo e da altri scrittori contemporanei. La balia non lasciò alcun documento che comprovasse un'accusa tanto _puerile_. Commettete un assassinio a trent'anni, e i biografi, per dimostrare il vostro istinto malvagio, verranno ad asserire che avete ucciso e mangiato il vostro gemello nel grembo della madre!
L'indole di Giudaino non ebbe a manifestarsi che alcuni mesi più tardi, quando, ricondotto dalla nutrice al domicilio materno, egli diede prova di singolare ghiottoneria, immergendo la testa in un gran secchio di latte e miele, a rischio di morirvi soffocato. La buona Bersabea giunse a salvarlo estraendolo dal secchio con molta avvedutezza, e facendogli sorbire un bicchierino di _melange_, che il bambino trovò detestabile.
IV.
All'età di cinque anni, Giudaino fu mandato alla scuola; ma egli vi giungeva sempre in ritardo, quando il maestro aveva finita la lezione. Abbiamo sott'occhio le lettere di un suo zio bromista, dalle quali risulterebbe che lo sciagurato ragazzo perdesse il suo tempo nella strada giuocando a _spannetta_.
Nullameno, agli esami semestrali Giudaino ottenne il primo premio, con molto scandalo e molta indignazione dei condiscepoli più studiosi.
Più tardi si venne a sapere che il maestro si era lasciato sedurre da parecchi vasi di mostarda a lui regalati dall'allievo. È inutile avvertire che Giudaino aveva rubati quei vasi nella bottega di sua madre.
Ma il premio contestato da mille proteste ed a mille recriminazioni, mise il ragazzo a puntiglio. Giudaino, che non mancava di intelligenza, in breve tempo superò tutti i condiscepoli nello studio del greco e del latino. A sette anni egli traduceva Cicerone, e commentava Virgilio. A dodici anni sapeva fare dei versi; tanto che, venendo a passare nel villaggio il sotto-intendente di Gerusalemme e prefetto degli studi, cavaliere Ponzio Pilato, Giudaino ebbe l'incarico di complimentarlo con un'ode saffica latina.
Ponzio Pilato, che non sapeva di latino, fu oltremodo sorpreso e commosso--accorciò al professore la croce di San Maurizio, e volle che il giovane allievo lo seguisse a Gerusalemme, dove gli avrebbe accordata una _piazza_ gratuita in un collegio di _Ignorantelli_.
V.
Giudaino accolse con giubilo la profferta, sebbene dovesse abbandonare nella solitudine e nel pianto la sua vecchia madre paralitica. Per consolarsi del crudele destino, alla vigilia della partenza, il fanciullo entrò nella bottega, aperse il cassetto molto gentilmente, e si imbottì le saccoccie di _mutte_ piemontesi, moneta antichissima e alquanto sbiadita.
Ma, al posto delle _mutte_ il buon figliuolo depose un biglietto ripieno di parole affettuose per sua madre: «Consolati, madre mia dolcissima,--diceva lo scritto--per divenir uomo completo, bisogna passare per le mani dei reverendi Ignorantelli; essi aprono la via alla fortuna ed agli onori del mondo. Mandami la tua benedizione per la posta con lettera franca, e a mezzo del cavallante qualche libbra di cioccolatte per addolcire i professori.»
VI.
Giudaino entrò nel collegio, e in breve divenne il Beniamino dei padri. Fece il corso di filosofia, applicandosi in specialità alla _logica_ ed alla _dialettica_.
Imparò il giuoco della bazzica e del tresette, la dama, gli scacchi e da ultimo il tarocco;--divenne prefettone del collegio e segretario intimo del rettore, che aveva portati dal Belgio tutti i perfezionamenti della scienza umana; ma, sentendosi chiamato alla vita del secolo, un bel giorno si valse della protezione di Ponzio Pilato per riferirgli in confidenza certi segreti dello stabilimento, ch'egli conosceva meglio d'ogni altro convittore. Il collegio fu soppresso, e Giudaino in premio delle sue rivelazioni, fu elevato al grado di sotto-ispettore di polizia nell'undecimo circondario di Gerusalemme.
VII.
L'impiego fruttava poco e gli _incerti_ divenivano molto rari, malgrado l'astuzia e la rapace antiveggenza del giovane sotto-ispettore, il quale, entrando in carriera, non avea tardato ad apprendere da' suoi superiori e colleghi il metodo più sicuro di quadruplicare le entrate, imponendo una contribuzione volontaria ai borsaiuoli ed alle donne di mal affare, a patto di chiudere uno o due occhi all'occorrenza. Ma il nostro Giudaino comprendeva i pericoli della sua falsa posizione. A quell'epoca, nella Giudea, cominciavano a manifestarsi i primi sintomi di ribellione al governo costituito. Giovanni Battista ed altri riformatori si creavano degli adepti colle prediche e colla moltiplicazione delle pagnotte. Gesù Cristo cospirava contro l'impero, e minacciava una repubblica democratica e sociale--Gli ufficiali di polizia venivano dal popolo riottoso qualificati coll'ignobile appellativo di _Due e cinquanta_!
VIII.
Gli uomini intelligenti prevengono i tempi, e Giuda era una mente superiore. Piuttosto che lasciarsi destituire dall'imperiale regio governo, egli si avvisò di offerire spontaneamente le sue dimissioni, ritirandosi, come egli diceva, dalla cosa pubblica. Questo nobile sacrifizio della pagnotta gli guadagnò qualche simpatia nella classe dei liberali--uomini di buona fede e di una ingenuità preadamitica fin da quei tempi.
IX.
Libero di sè medesimo, riconciliato alla parte più côlta e più rivoluzionaria della popolazione, Giuda cominciò a meditare seriamente sulla propria posizione e sul proprio avvenire.
Egli conosceva assai bene il suo tempo e l'indole immutabile del cuore umano--la semente dei padri Ignorantelli era caduta in buon terreno.
--Vediamo che s'ha a fare per riuscire prontamente! Quattro idee luminose balenarono nella mente dell'astuto pensatore:--Sposare una vecchia con una dote di cinquecentomila franchi--concorrere al posto di ragioniere, cassiere, od amministratore generale presso qualche famiglia cospicua--farsi iniziatore e presidente di una o più società filantropiche, riservandosi il diritto esclusivo di custodire e sorvegliare la cassa--tentare le sorti della politica, lanciandosi arditamente nel campo della opposizione.
X.