Lezioni e Racconti per i bambini

Part 6

Chapter 6 3,803 words Public domain Markdown

--No, rispose con serietà la maestra, no, fanciulla mia: quando un regalo, per modesto che sia, è offerto col cuore, non c'è rozzezza che tenga. Eppoi s'io fossi una mamma, preferirei che la mia figliuola, prima di applicarsi a dei gingilli eleganti ma inutili, si addestrasse nei lavori necessari.

--Facciamo dunque le calze! disse la Gemma, che poi in fondo era una bambina assai docile. Crede però che i soldi sieno sufficienti?

--Mi pare. Cinque once di cotone a quindici centesimi l'oncia, fanno per l'appunto settantacinque centesimi.

La Gemma battè le mani della contentezza e fece subito comprare il cotone.

La maestra le avviò la prima calza, le scrisse sopra un pezzetto di foglio le regole da osservarsi, e così la Gemma potè, a tempo avanzato, finire il suo lavorino.

Non è a dire se la mamma lo gradisse. Alcuni parenti le regalarono, per la sua festa, molte belle cose, fra le quali una pelliccia di martora col manicotto eguale. Ma nessun dono fu più caro alla mamma di quello al quale aveva lavorato la diletta sua figliuolina.

* * *

Ditemi un po', fanciulle: se io vi ricopiassi, qui sul libro, le regole date alla Gemma dalla maestra, non farei una cosa santa?

Io vedo già parecchie bambine che vanno dal merciaio a comprare... Basta! Non voglio essere indiscreta. So però di certo che questo raccontino vedrà fare molte paia di calze.

Ecco le regole:

«Prendendo del cotone inglese del numero 10, sarà necessario avviar la calza di 152 maglie.

«Si faranno 30 giri a 2 maglie diritte e a 2 maglie rovescie, alternativamente, per formare sul principio della calza una specie di elastico, che abbracci la gamba al disopra del ginocchio, onde il lembo superiore della calza non s'arrovesci, nè s'incartocci. Poi si fanno le maglie tutte diritte, meno la riga dei _rovescini_ (costura della calza) per formare la quale bisogna fare una maglia rovescia ogni due giri, ma sempre sulla stessa riga.

«Fatti 60 rovescini, avremo circa 20 centimetri di calza, pezzo che cuopre il ginocchio e arriva al polpaccio della gamba: s'incomincia poi a stringere, calando 2 maglie, una per parte della costura, avvertendo di fare una maglia fra lo stretto e il rovescino; poi si fanno 5 rovescini e si stringe di nuovo, e così per 5 volte, di modo che dopo 25 rovescini, si avranno di meno 12 maglie comprese le prime 2, strette dopo i 60 rovescini; indi si stringe per otto volte ogni 4 rovescini, e faranno 28 maglie di meno: poi ogni 3 rovescini per 6 volte, ed avremo 40 maglie di meno: e per ultimo ogni 4 rovescini per 5 volte, e in tutto saranno 50 maglie di meno, il terzo cioè delle maglie dell'avviatura della calza, per cui rimarranno 102 maglie.

«Ora si ha coperto il polpaccio della gamba e si è al collo del piede, pel quale si fanno 30 rovescini prima di dividere le maglie per fare la staffa.

«Qui per tenere una regola approssimativa, che può servire di norma anche per le calze di filo più grosso (per esempio di lana), o di filo più fino, per le quali occorrerebbe un minore, o maggior numero di maglie, faccio la somma dei diversi rovescini fatti lungo la calza.

Principio dalla calza che forma l'elastico, giri 30 rovescini 15

Prima di stringere rovescini 60

Nel primo ordine di stretti, ogni 5 rovescini per 5 volte rovescini 25

Nel secondo ordine di stretti, ogni 4 rovescini per 8 volte rovescini 32

Nel terzo ordine di stretti, ogni 3 rovescini per 6 volte rovescini 18

Nel quarto ordine di stretti, ogni 4 rovescini per 5 volte rovescini 20

Pel collo del piede rovescini 30 --- In tutto rovescini 200

«Dunque il numero dei rovescini lungo la calza è un terzo più del numero delle maglie dell'avviatura, ed il numero totale degli stretti (vedi sopra) è il terzo delle maglie dell'avviatura.

«Le 102 maglie rimaste si dividono nel seguente modo: 47, cioè 23 per parte della costura su due ferri per la staffa posteriore, e le altre 55 maglie si lasciano sugli altri due ferri per la staffa anteriore. La costura deve continuare sino alla fine del pedule.

«S'incomincia dalla staffa posteriore che, dovendosi eseguire con soli due ferri, si dovrà lavorare un ferro a diritto, e un ferro a rovescio, onde conservare il diritto e il rovescio della calza. Notisi però, che al principio ed alla fine dei ferri lavorati a rovescio, bisognerà fare 2 maglie diritte le quali formeranno altre due righe di rovescini per ornamento alla staffa. Di questi rovescini se ne faranno 23, poichè tante sono le maglie ai lati della costura, altrettanti dovranno essere i rovescini.

«Ora le 47 maglie bisognerà dividerle per fare il calcagno del pedule. Si dovranno tenere nel mezzo 27 maglie, cioè 13 per parte della costura e rimarranno 10 maglie per ciascun lato, le quali verranno strette una per volta coll'ultima maglia alla fine di ciascun ferro del calcagno, che si farà lavorando le 27 maglie.

«Fatti 10 rovescini, o venti ferri, chè tanti ne occorrono onde stringere le 10 maglie ai lati, si prenderanno sui ferri, come altrettante maglie, i 23 rovescini che si sono fatti ai lati della staffa, e con questi avremo in seguito i gheroncini, che dividono la staffa di dietro da quella davanti. Anzi siccome i gheroncini facilmente scarseggiano, così sarà bene nel prendere i 23 rovescini, crescere una maglia ogni 7 e ridurle a 26. Ora dobbiamo ancora riunire i quattro ferri della calza e lavorarla in tondo.

«Avremo dunque le maglie 55 lasciate per la staffa davanti, le 26 prese da un lato della staffa di dietro, le 27 del calcagno, le altre 26 della staffa posteriore, in tutto 134.

«Ora devesi osservare che le 26 maglie sono la base dei gheroncini, i quali si formano restringendo un punto ogni due giri di calza a ciascun lato della staffa davanti, che si va formando col progredir del lavoro. Avvertasi anche che per dare una bella forma al pedule, allorchè si saranno calati 15 punti da ciascun lato ai gheroncini, invece di stringere ogni 2 giri, si potrà stringere ogni 3 e così finchè si sono strette 25 maglie per completare i gheroncini, lasciando per il cappelletto 84 maglie che si lavorano senza interruzione sempre in tondo, e sempre conservando la riga dei rovescini sino alla punta della calza, per arrivare alla quale si faranno 36 rovescini, più o meno, secondo la lunghezza del piede.

«Per fare la punta della calza, ognuna ha un uso proprio, ma per finire la mia, ne darò uno, che parmi assai semplice.

«Dopo la riga dei rovescini, che qui cessa, si fa una maglia, poi si stringe una prima maglia, se ne fa un'altra, poi si stringe una seconda maglia; indi se ne fa un altra e si stringe una terza maglia. Abbiamo strette tre maglie, facendone sempre una fra uno stretto e l'altro. Si compie il giro, e giunti agli stretti si passa avanti sorpassandoli d'una maglia, indi si stringe per 3 volte, facendo sempre una maglia fra uno stretto e l'altro, come al giro antecedente, e così di seguito, fino a che si hanno 9 maglie sui ferri che si stringono tutte in una volta.[1]»

[Nota 1: Per questi particolari mi sono valsa del prezioso _Manualetto di lavori femminili_ della signora EMILIA THOMAS FUSI.]

Il corredino della bambola.

La Sofia e la Matilde non poterono, per quel giorno, andar nel giardino a saltar sulla fune. Pioveva; e quando piove, il partito più savio per una bambina è quello di starsene in casa a fare i balocchi.

La mamma aveva messo a disposizione delle due sorelline un bel pezzo di tela, una matassa di cotone, dei ferri di calza, un uncinetto, del nastro bianco, del cordoncino, alcune striscie di stoffa e l'occorrente per cucire.

Pensarono di fare un po' di corredino alla bambola, alla bambola nuova, che doveva patire un gran freddo nella sua vesticciuola di tarlantana rossa, a picchiolini d'oro.

--Ci rifaremo dalla camicia, disse la Sofia. Mentre tu taglierai i _gheroni_ e gli attaccherai al _corpo_, io taglierò lo _sprone_ e le _maniche_.

--Dobbiamo guarnirgliela? chiese la Matilde.

--Sicuro. Adopreremo questo _bigherino_ vecchio che la mamma staccò ieri dalla sua _sottovita_.

--Guarda se in questo pezzetto di _peloncino_ si potesse ricavare un paio di mutande, Sofia!

--Eccome! Eccotele bell'e tagliate. Anzi, siccome mi paiono un po' lunghette, bisognerà far qualche _tessitura_ sull'orlo.

--Brava. Ora stanno dipinte. E ora? Sarà necessario farle la _fascetta_?

--No davvero. Sai bene che la mamma non approva l'uso del _busto_. Le _stecche_ e le _molle_ saranno forse buone per chi ha dei chilogrammi di carne da buttar via, ma con un _personalino_ svelto qual'è quello della bambola, mi pare un di più. Facciamole piuttosto la camiciuola.

--Hai ragione. La camiciuola di lana, e dovrebb'esser sempre di lana, mantiene sul petto un calore temperato, eguale, e preserva chi la porta, dalle infreddature e dai reumi.

--Sentitela la chiacchierina! esclamò ridendo la Sofia, pare che reciti la lezione a mente. Da chi l'ha imparate, dica, tutte codeste belle cose?

--Le ho sentite dir dalla mamma. Ma perchè ora prendi i ferri da calza?

--Oh bella! Per farle le calze.

--Come glie le fai? A _pedule_ o colla _soletta_?

--A pedule. La soletta è comoda perchè, quand'è rotta, si scuce e si ricuce a piacere; ma il pedule è più elegante. Eppoi a tutti non piace di sentirsi fregare il disopra del piede da quelle benedette _costure_...

--E se il pedule si romperà?

--Poco male, _rifaremo i pezzi_.

--Con che cosa glie le fermeremo, le calze?

--Le signore adoprano gli _elastici_ con la _fibbia_, ma per la bambola basterà un po' di cordoncino.

--Dimmi un po', Sofia. Le calze devono esser fermate sopra o sotto il ginocchio?

--Sopra, sopra. È una sciatteria il far diversamente.

--Ora bisognerà pensare alla _sottana_. Come glie la fai?

--_Sgheronata_ e con due _gale a pieghe_.

--A guaìna o col cintolo?

--A guaìna. Siccome il davanti dev'esser liscio così, per mezzo della guaìna si portano le _crespe_ tutte sul di dietro.

--Benone. Il vestito glie lo taglio io. Glie lo voglio fare intero, all'_imperatrice_: che te ne pare?

--Non è elegante, ma per bambine è assai conveniente. Ora i vestiti si _montano_ sulle sottane di mussola o di cambrì. Glie lo fai liscio il vestitino?

--No: gli faremo due _gale_ da piedi, alcune _straliciature_ e una gran fascia _annodata_ sopra un fianco.

--Benone. E io penserò al cappello. Ho qui un pezzetto di velluto verde, che messo sul _fondo_ con un po' di garbo, farà la sua figura. Lo guarnirò con un _fiocco_ di raso _sopra colore_ e così avremo la bambola bell'e vestita.

* * *

Bambine, mi fate il piacere di dirmi se la vostra bambola è vestita come quella della Matilde e della Sofia?

Il bucato della bambola.

Quella benedetta figliuola di stucco insudiciava un monte di roba, e la sua mammina era sempre a mutarla e a rimproverarla. Ma erano parole buttate al vento! La bambola aveva il vizio di star sempre in terra e d'insudiciarsi perciò le sottanine, le mutande, le calze è perfino la camicia! Aveva il vizio di armeggiar colla brace, colla cenere, con mille intrugli dai quali una bambola per bene dovrebbe star sempre lontana... Aveva il vizio... Ma a che stare ad enumerarvi tutti i vizi di questa personcina sciatta? Voi tutte, o bambine, che avete la disgrazia di possedere qualche bambola di questo genere, mi comprenderete!

La povera Matilde era costretta a fare il bucato una volta la settimana: e noi la troviamo precisamente nell'esercizio delle sue funzioni. Guardatela: essa classifica i panni sudici della sua bambina di stucco: due paia di lenzuola di lino: quattro federine colla _trina_, una coperta di picchè col _balzone_ di cambrì, due sciugamani colla _frangia_, tre _berrettine_ da notte e un _accappatoio_ ricamato. Sei camicie, parte _collo sprone_ e parte _collo scollo tondo_, _a guaìna_, tre sottane, dieci grembiulini bianchi!!, otto paia di calze e una vera piramide di pezzuole, di golette e di trine.

Quando la Matilde ebbe appuntati, _coppia_ per _coppia_, i fazzoletti, le calze, le _golette_ e gli altri capi più _minuti_, buttò tutti i suoi panni in un _conchino_ pieno d'acqua pura e si mise a _smollarli_. _Smollare_ vuol dire _insaponar_ la biancheria e _stropicciarla_ affine di mandar via le macchie e l'unto.

Allorchè i panni furono bene smollati, la Matilde li dispose in un'altra piccola conca, elevata alquanto da terra, e forata in fondo, per lo scolo del _ranno_: su questa biancheria, e ben distesi sopra alcuni piccoli _canevacci_, la nostra mammina distese due strati di cenere bene _stacciata_, nella quale non si vedeva neanche un pezzettino di brace. Poi, coll'aiuto della donna di servizio, versò nella conca una data quantità di acqua bollente, la quale imbevve la cenere, filtrò a traverso la biancheria e venne a scolare fuori della conca, per mezzo del buco praticato in fondo. Sotto a questo buco, la Matilde aveva posto una conca più piccola, che riceveva il ranno, il quale rimesso via via sul fuoco a scaldarsi, veniva da lei versato regolarmente nella conca del bucato, finchè l'operazione non era finita. Per un bucato da persone grandi, bisogna durare almeno sette o otto ore, ma per far un bucatino da bambole, un'ora basta.

Dopo averli _bolliti_, la Matilde _risciacquò_ i panni in un'altra conca piena d'acqua limpidissima, e messe da parte quelli destinati al turchinetto; quindi li _strizzò_, _torcendoli_ moderatamente e li stese, dopo averli rovesciati, al sole.

Quando furono asciutti, li prese, li rimise in casa e fece la scelta tra i panni da stirare semplicemente, come camicie, mutande, sottane, fazzoletti e grembiuli: da stirar coll'amido, come goletti, manichini, gale e trine: da ripiegare, come le coperte, le lenzuola, i canevacci, ecc.

Che ve ne pare, bambine, della faccenda del bucato? Chi di voialtre si sentirebbe disposta a imitar la Matilde?

La camera dell'Emilia.

La bambina non stava nei panni dalla contentezza.--Come! diceva fra sè, io avrò una camera tutta mia, dove potrò lavorare, studiare e fare i balocchi, senza che nessuno venga a disturbarmi! Come la terrò bene la mia camerina! Già la mamma me la dà a questi patti. Appena levata, _disfarò_ il mio letto e metterò le lenzuola e le coperte sulla finestra, affinchè prendano aria e si _sciorinino_! Se la finestra _desse sulla strada_, non starebbe bene: ma siccome è sul giardino, non c'è alcun inconveniente a _scuotervi_ la roba. Mentre il letto è _rialzato_, _sbatterò_ per bene la _pedana_, _annaffierò_ e porterò fuori di camera, affinchè la donna li ripulisca, i miei stivaletti e il lume. Quando il _pavimento_ della camera sarà _prosciugato_, _spazzerò_ dopo avere _smosso_, ben inteso, tutte le seggiole, i panchetti e le altre _bricciche_ che mi darebbero noia. Dopo, _rifarò_ il letto, badando che le materasse non facciano _gobbi_, che i lenzuoli sieno bene _stesi_, e che la coperta non _ciondoli_ nè di qua, nè di là: poi, _spolvererò_, servendomi, come mi ha suggerito la mamma, d'un cencio leggermente umido; così eviterò di far del _polverone_ e d'ingoiarne!--Voglio che la mia camerina sia sempre linda!

--Lodo le tue buone disposizioni, Emilia, disse la mamma che aveva udito le ultime parole della fanciulletta. E perchè tu prenda sempre maggiore amore alla tua stanza, ho pensato di affidare alla tua buona volontà l'esecuzione d'un lavorino. Non metterti in pensiero: le lenzuola e le tende le cucirò io: tu penserai solamente alle _federe_, che sono le più facili ad eseguirsi. Tieni.--E la signora depose sul tavolino dell'Emilia un piccolo rotolo di tela, insieme a una federa bell'e cucita che doveva servir da mostra.--Poi uscì dalla stanza.

La bambina rimase un po' sgomenta. Era la prima volta che la mamma le affidava un lavoro così importante. Finchè si tratta di eseguire un lavoro preparato e _imbastito_, tutti i santi aiutano, ma tagliare! Lì stava l'imbroglio.

L'Emilia _svoltò_ lentamente il rotolo... e con sua grande sorpresa le cadde ai piedi un fogliolino scritto. Lo _raccattò_ con premura e lesse:

_Regole per fare una federa._--Oh sono a cavallo! esclamò lieta la giovinetta, e la mamma è veramente un angelo.

Ecco quel che c'era scritto nel fogliolino:

«Le federe sono molto più eleganti e precise quando sono chiuse coi bottoni, piuttosto che coi nastri; perciò, tagliandole, bisogna dare alla tela un quadrato alquanto prolungato: e quando si cuciono, occorre che una parte della federa, sia, almeno due dita, più lunga dell'altra. Dalla parte più corta, si fa un orlo destinato ai bottoni, e dall'altra, un secondo orlo assai largo per farvi gli occhielli. Quest'ultimo orlo che va a cercare i bottoni, rende alla federa il suo perfetto quadrato. Gli occhielli bisogna farli a traverso l'orlo e non per il lungo, poichè senza ciò, si aprirebbero continuamente.»

Ho io bisogno di dirvi, o bambine, che l'Emilia dopo poche ore, presentò alla mamma una federa esattamente eguale a quella statale offerta per campione?

Il guanciale d'una bambina.

Caro guancialino, morbido e caldo! Guancialino che la mamma ha empito per me di piuma finissima! Com'è soave la tua vista, quando fuori imperversa la tempesta!

Quanti poveri bambini, ignudi, senza casa e senza mamma, desidereranno invano un guanciale per nascondervi il visino paonazzo! Mamma, questo pensiero mi fa piangere.

Ma quando avrò pregato il buon Dio per quelle creaturine infelici, mi sentirò più sollevata e m'addormenterò contenta.

«Dio dei bambini, ascolta benigno le mie parole. Sento dire che sulla terra vi sono molti infelici senza tetto, senza famiglia, senza amore: consolali; perdona ai cattivi, premia i buoni e poni sotto la testa dell'orfanello un guancialino che lo faccia dormire.»

Mi sveglierò a giorno e vedrò il cielo azzurro, e il sole e i fiori gai. Mamma, un altro bacio. Mamma, buona notte.

CHIACCHIERE

La carta.

Giorni sono, sul finir della scuola, mi avvidi che l'Ernestina aveva gli occhi rossi: gli occhi rossi, in una bambina, sono sempre indizi di pianto recente. Che cosa aveva avuto l'Ernestina? Chi aveva potuto farla piangere? Era d'un carattere così quieto, d'un fare così dolce, che nessuna delle sue compagne si sarebbe sentita il coraggio di molestarla. Dunque? Dunque... ve lo devo dire? la povera bambina era _gelosa_, era gelosa delle carezze che io faceva alla sua piccola amica Argene: e un giorno la udii lagnarsi in questi termini: «--Pare impossibile che la signora maestra, che è sempre così buona e imparziale, faccia tante carezze all'Argene; non dico che quella bambina sia cattiva: tutt'altro; ha anzi buon cuore, ingegno aperto, umore sempre allegro: ma non le si può stare accanto, tanto è vivace, turbolenta e chiacchierina. Chiacchierina poi!... Non è contenta fino a che non ha saputo il perchè di tutte le cose, e perfino quando legge s'interromperà cento volte per fare ora una domanda, ora un'altra. Ma a me, invece, che sto sempre zitta, che non mi muovo, che non alzo i miei occhi dal libro o dal lavoro, la signora maestra non pensa mai: e tutti i complimenti e le lodi sono per l'Argene!»

Ah povera Ernestina! Nessuno, più di me, sa apprezzare le tue buone qualità, la tua dolce indole, i tuoi modi gentili: ma tu non mostri alcun desiderio di sapere: ma tu resti insensibile alle bellezze della natura, ma tu, quando leggi, studi, o lavori, non chiedi mai la spiegazione di ciò che non intendi. Preferisci accumolare errore sopra errore, negligenza sopra negligenza, e taci, taci sempre. Invece l'Argene è tutt'altra cosa. Buona anch'essa come te, ha però il desiderio d'imparare, di trar profitto dai suoi studi: Non la trattiene la falsa vergogna di sembrare ignorante: essa sa che a scuola non ci vanno i dottori, e si lascia guidare dalla sua insaziabile curiosità. Dunque, mia cara Ernestina, invece di esser gelosa dell'Argene, procura d'imitarla. Domanda, domanda sempre spiegazione di quel che non sai o di quel che non intendi: Noi maestre vogliamo trattenerci con delle bambine, con de' ragazzi vivaci e svelti, non con dei pezzi di legno. Siamo intesi? Lo spero. Intanto vi farò sapere che l'Argene colle sue domande insistenti, mi ha dato occasione di far quattro chiacchiere sopra argomenti, i quali non potranno far a meno di stuzzicare anche la vostra curiosità. Mi rifarò dal più importante. Noi tutti, grandi e piccini, dotti e ignoranti, ricchi e poveri, adopriamo la carta. Il poeta ci scrive i suoi canti, lo scolaro le sue lezioni, il filosofo le sue dimostrazioni, l'ignorante i suoi spropositi, il ricco le sue rendite, il povero i suoi dolori: Voi tutti sapete che questa carta preziosa si fa con stracci di lino o di cotone: ma lo sapete, non già per averci pensato o riflettuto; bensì per averlo sentito dire a qualcuno o per averlo ripetuto cento volte a pappagallo. Il ripetere ciò che si sente dire non è imparare. Bisogna che l'apprendimento di certe verità ci costi un po' d'attenzione e spesso un po' di fatica. Non date retta a chi vi dice che i fanciulli possono studiare giocando: si educano così i pappagalli e le scimmie, non i bambini. Ma torniamo alla carta. Credete voi che la carta ci sia stata sempre? No, cari. La carta, come tante altre utili cose di cui oggi non sapremmo fare a meno, è una invenzione quasi moderna.

Gli antichi popoli d'Egitto si servivano, per imprimere la loro scrittura, delle fibre d'una pianta acquatica detta _papyrus_, papiro, da cui, forse, saranno derivate le voci francesi è inglesi _papier_ e _paper_, che vogliono dir _carta_. Gli Egiziani trasmisero ai Romani le preparazioni che permettevano di trasformar le fibre vegetali del papiro in superfici pulite, bianche, pieghevoli. A quei tempi risale l'uso della _pergamena_, specie di carta fatta con pelli di capra e di montone e detta così per essere stata inventata a Pergamo, città antichissima, di cui non restano neppure le rovine.

Memorie non indegne di fede ci assicurano che verso l'anno 95 di G. C. si cominciava nella Cina a fabbricar carta con stracci di seta: ed ecco che la scoperta della carta di stracci sarebbe passata dalla China in Europa. Comunque vada la cosa, è certo che la cartiera più antica d'Europa fosse eretta da un certo _Pace da Fabriano_ nella Marca d'Ancona. Dopo l'invenzione della stampa, le cartiere si moltiplicarono rapidamente.

Ma ora che conosciamo qualche particolare circa l'invenzione della carta, vediamo un po' come si fa a fabbricarla.

I cenci arrivano alla cartiera sudici e mescolati insieme. Dunque, prima di tutto, bisogna fare una scelta: buttar via gli stracci di seta e di lana, che non sono buoni per la fabbricazione della carta, e metter da parte quelli di canapa, di lino, e di cotone. Ma anche questi bisogna classificarli in vecchi o nuovi, in bianchi o colorati: e ad ogni diversa specie di cenci, corrisponderà, a lavoro finito, una diversa specie di carta. Nel mentre si attende a questa classificazione di cenci, bisogna scucirli, tagliar loro gli orli, le costure e staccare i bottoni. Questi lavori che richiedono molta pazienza e poca fatica, vengono generalmente affidati alle donne. Compiuta la separazione, i cenci son fatti bollire in un bucato di soda, che fa scomparire certi colori, scioglie le sostanze grasse appiccicate ai cenci e li purga: dopo si risciacquano nell'acqua pura.

Purificati in tal modo i cenci, bisogna disfarne i tessuti, disunire le fibre vegetali e mescolarle in modo da ricavarne una specie di pasta. A tal fine si ammontano i cenci in una gran vasca detta marcitoio, nella quale sono mantenuti sempre fradici, affinchè si decompongano.