Lezioni e Racconti per i bambini
Part 2
Il fratellino dell'Enrichetta.
L'Enrichetta si era levata quella mattina sul far del giorno, per andare a cogliere qualche viola nel giardino, e farne un mazzolino alla mamma. Mentre stava per scender la scala, il babbo la fermò sorridendo, la prese in collo e le disse:
--Buon giorno, Enrichettina, spicciati a venir con me dalla mamma, ti vogliamo far vedere una cosa che ti riempirà di contentezza.
--Che cosa c'è, babbo? chiese la piccina.
--C'è che il Signore ti ha fatto un regalo, un un bel regalo: nientemeno che un fratellino.
--Un fratellino? E dov'è? Su, su, portami a vederlo, te ne prego.
Il babbo aprì l'uscio della camera dove dormiva la mamma. A capo del letto c'era una donna di fuori che rifasciava un bambino.
Allora sì che piovvero le domande! Il babbo s'ingegnava di rispondervi alla meglio, e quando credè di avere appagato la curiosità dell'Enrichetta, questa gli domandò di punto in bianco:
--Babbo, chi è quella donna? Perchè abballotta così il mio fratellino? Non c'è pericolo che gli faccia male?
--Non ci pensar neppure. È una buona donna che ho mandato a chiamare, affinchè prenda cura del bambino, gli dia il giulebbe e lo rifasci.
--Ma il bambino è della mamma. Lo ha visto?
--Sì, che l'ho veduto, disse la signora scansando il parato del letto per veder meglio l'Enrichetta. E tu sei contenta d'averlo?
--Se sono contenta? figuratelo! non sarò più sola a fare i balocchi. Ma che viso curioso! Babbo, ti contenti che lo faccia correre con me? Lo terrò per la mano.
--È impossibile; il poverino non si reggerebbe in gambe. Non vedi come le ha deboli?
--Oh Dio! Che bei piedini! paiono di ovatta! Lo vedo da me, che prima di correre ci vorrà del tempo.
--Pazienza! Bisognerà prima che egli impari a camminare: e dopo, sgambetterete insieme nel giardino.
--Davvero? Povero piccino! Voglio che stia sempre con me. Intanto, perchè tu possa avvezzarti a volermi bene, eccoti una figurina, prendila. Babbo, perchè non la vuole e tiene le manine serrate?
--Perchè non sa che cosa farsene. Bisogna aspettare qualche mese.
--Quand'è così! Caro omino mio! Io ti regalerò i miei balocchi. L'hai caro? Rispondi. Ti pare, babbo, che sia lì lì per ridere? Su, da bravo, chiamami Enrichetta, Enrichetta! O che non puoi parlare?
--Parlerà fra due anni. Ma tu procura di non stordir la mamma col tuo cicaleggio.
--Guarda, guarda, babbo! Ha il visino tutto contratto, piange: forse avrà fame. Aspetta, caro; corro in dispensa a farmi dare una chicca.
--Il bambino non potrebbe mangiarla, disse il babbo; guarda la sua bocca: non ha nemmeno un dente. Come vuoi che faccia a masticare?
--Dunque non può mangiare! O di che cosa camperà? Se dovesse morir di fame!
--No, figliuola: il buon Dio ha già provvisto ai suoi bisogni, disse la mamma, guardando con amore la sua creaturina. Il mio seno è pieno di latte, destinato a sostentare il tuo fratellino. Egli è deboluccio, come vedi: ma fra qualche mese, sgambetterà in terra come un agnellino.
--Mi par mill'anni di vederlo! Guarda, babbo, la bella testina tonda! Non m'arrischio a toccarla.
--La puoi toccare, ma leggermente.
--Oh sì, adagino. Dio com'è morbida! Par di toccare del cotone in fiocco.
--E così sono le testine di tutti i bimbi nati d'allora.
--Se il poverino cadesse se la farebbe in mille pezzi.
--Certo. Ma noi lo vigileremo sempre, affinchè non gli avvengano disgrazie.
--Sai, Enrichetta, disse a un tratto la mamma, che cinque anni sono eri piccina come lui?
--Io? Davvero, mamma? Non ci credo!
--Eppure, è verissimo.
--Ma se non me ne ricordo!
--Ne sono persuasa. Vediamo un po': Com'era, cinque anni sono, il parato di questa camera?
--È sempre stato così.
--Niente affatto. Io lo feci mutare quand'eri piccina, com'è ora il tuo fratellino.
--Curiosa! Non me ne avvidi neppure.
--I bambini così piccini non si avvedono mai di quanto avviene intorno a loro, e se fra cinque o sei anni chiederai al tuo fratellino qualche schiarimento sulla giornata d'oggi, vedrai che non si ricorderà di nulla.
--Anch'io, dunque, ho avuto il latte della mamma?
--Senza dubbio, rispose il babbo. Se tu sapessi quanto la poveretta si è affaticata per te! Eri tanto debolina, che non potevi inghiottir nulla e noi temevamo sempre di vederti morire da un momento all'altro. La tua mamma diceva: Oh se la mia povera bambina dovesse patire! E s'ingegnava di farti ingoiare qualche gocciola di latte. Spesso, quando dopo una lunga giornata di strapazzi, si addormentava, tu la svegliavi coi tuoi strilli: e lei, sempre paziente e amorosa, correva alla tua culla per racchetarti.
--Anch'io, da piccina, avrò adunque avuto la testa debole e molliccia come quella del mio fratellino?
--Come quella, figliuola mia.
--E com'è dura, ora! Chi sa quante volte avrò corso il pericolo di farmela in pezzi!
--Eppure non ti è mai avvenuta una disgrazia! Noi non ti lasciavamo un momento. La mamma rinunziò per te a ogni divertimento, a ogni spasso: trascurò tutte le sue conoscenze e si dette esclusivamente a te: quando, a volte, era costretta a uscir di casa per far delle compre, stava sempre in pensiero e non vedeva l'ora d'esser tornata. «Gigia, diceva alla donna di servizio, ti raccomando l'Enrichettina, fa' conto che sia tua,» e le faceva sempre delle attenzioni e dei regali, perchè ti tenesse bene.
--Povera mamma! Ma dimmi un po': c'è stato proprio un tempo durante il quale non sapevo correre? E ora corro, tanto! In tre volte ho fatto il giro della camera. Chi m'ha insegnato?
--La mamma e io, rispose il babbo. Ti avevamo messo intorno al capino un cercine di velluto ben imbottito, affinchè, se cadevi, tu non ti fossi fatta male: poi ti tenevamo nel cestino o ti sorreggevamo sotto le ascelle, per guidare i tuoi primi passi: ti portavamo tutti i giorni nel giardino, sul praticello dirimpetto alla casa, e là ci mettevamo di faccia l'uno all'altro e stendevamo le braccia a te, che lasciavamo sola, nel mezzo: se facevi tanto d'inciampare in un sasso, ci sentivamo rimescolare il sangue: quando poi giungevi sana e salva nelle nostre braccia, allora erano risate, battimani, tripudi.
--Cari! Io non mi sarei mai immaginata d'avervi dato tanto da fare. E chi m'ha insegnato a parlare?
--Noi, sempre noi, rispose la mamma. Ti pigliavo sulle ginocchia e ti facevo ripetere i nomi del _babbo_, _mamma_, finchè non eri in grado di dirli bene da te. E da quelle parole facili, siamo andati via via alle più difficili. Poi ti abbiamo insegnato a leggere.
--Di questo me ne ricordo benone. La mamma diceva una parola: per esempio, _ago_. Mi faceva distinguere il suono delle vocali, eppoi me le scriveva, sulle tavolette o me le faceva cercare nel libro. E quando le avevo trovate, mi regalava un santino, un grappolo d'uva o un balocco.
--Ma se non avessimo avuto tanta cura della tua personcina: se, in una parola, ti avessimo abbandonata a te stessa, che sarebbe avvenuto di te?
--Sarei morta o malata, o stupida. Oh che buoni genitori m'ha dato il Signore!
--Eppure, a questi buoni genitori che t'amano tanto, tu dai qualche volta dei dispiaceri: sei bizzosa, svogliata, disobbediente.
--Babbo, ti prometto che da qui avanti non avrai più motivo di lamentarti di me: sarò buona e rispettosa: vedrai!
Questa conversazione fece un grande effetto sull'animo dell'Enrichetta: e quando vedeva la mamma tutta propensa pel suo fratellino, ed era testimone delle sue trepidazioni, della sua pazienza, della sua bontà, diceva a sè stessa: «La poveretta si è data lo stesso daffare anche per me.» Questo pensiero le ispirava molta tenerezza per i genitori, e la confermava sempre maggiormente nei suoi buoni propositi.
Lascialo ridere!
La signora Giulia si voltò indietro più volte: e quando giunse alla cantonata, fece colla mano un ultimo segno d'addio e sparì.
Alessio e Pietrino si ritirarono dalla finestra proprio di malincuore; pareva a loro, finchè fossero rimasti lì, di non esser poi tanto lontani dalla mamma e di doverla rivedere da un momento all'altro. Ma bisognava esser ragionevoli, lo avevano promesso e per un bambino a modo le promesse sono sacre.
La mamma aveva assegnato loro per lezione un capitoletto della storia sacra e due pagine di calligrafia: dopo, potevano ruzzare e baloccarsi finchè fosse loro piaciuto.
Alessio e Pietrino si misero subito all'opera; ma sia che Pietrino avesse più memoria e maggiore scioltezza di mano, sia che non curasse troppo la precisione e studiasse le cose a pappagallo, il fatto sta che in capo a una mezz'ora aveva bell'e finito: e il povero Alessio era ancora alle prime righe del «_Sacrificio d'Isacco_.»
Ora ditemi un po', bambini miei: che cosa avreste fatto, voi, nel posto di Pietrino? Vi sareste messi quieti, in un canto, a baloccarvi coi soldatini o a guardare le figure della storia sacra, non è vero? Così il vostro fratellino avrebbe avuto agio di finir la lezione senza furia, senza sbagli, eppoi sarebbe venuto con voi nel cortile.
Ma queste non erano le idee del signor Pietrino, il quale, se non poteva dirsi un cattivo ragazzo, era però un vero fuoco lavorato. Cominciò dal ruzzare intorno alla tavola, dal farla tentennare, dal dimenare la seggiola dove sedeva Alessio; il poverino non alzava gli occhi e seguitava a studiare, ma ad un certo tremolìo del labbro superiore, era facile argomentare l'impazienza che gradatamente s'impadroniva di lui.
Accorgendosi che con quei mezzi non veniva a capo di nulla, Pietrino cominciò a cantar forte una canzonetta scolastica, interrompendo e perciò confondendo Alessio che ripeteva, anche lui a voce alta, la sua lezione di storia.
--«Ed il Signore disse ad Abramo....
--«Qual è la patria dell'italiano?
--Pietrino, fammi il piacere, canta adagio, non mi fare sbagliare.
--«Prendi il fanciullo....
--«Sotto il bel cielo napoletano....
--«E sacrificamelo sul monte.... sul monte Moria! Isacco, strada facendo, diceva: Padre, io veggo le legna e il coltello.
--«Nel mar, nell'aere, nei monti un riso...
--Pietrino, mi raccomando! «..... ma la vittima dov'è?
--«No! Non è il gaio giardin toscano, La grande patria dell'italiano!»
Alessio si sentì salire il sangue alla testa e senza prevedere le terribili conseguenze che potevano derivare dal suo atto, prese un paio di forbici che erano sul tavolino e le scagliò, con forza contro Pietro.
Fortuna che l'irrequieto fanciullo ebbe il tempo di far cecca! se no, addio occhi! Ma, nonostante le forbici lo andarono a colpire un po' più giù del fianco, proprio nel posto dove ci curviamo per metterci a sedere; dai pantaloni squarciati cominciò a sgorgare una larga striscia di sangue, e Pietro ebbe appena la forza di tirarsi via le forbici e di applicare un fazzoletto sulla ferita.
Non vi starò a descrivere lo stato di Alessio.
Pentito, inorridito del suo atto colpevole, si precipitò sul fratellino, lo abbracciò, lo baciò, lo bagnò di lacrime, lo scongiurò a perdonargli. Pietrino, dal gran male non poteva parlare, ma si sforzava di sorridere e di rassicurarlo con la mano.
In quel mentre si spalancò l'uscio e comparve il babbo.
--Non è nulla! disse il ferito, ritrovando l'uso della parola. Mi baloccavo con le forbici e ci sono caduto sopra.
--Oh babbo mio, non gli dar retta! Sono io che l'ho ammazzato, balbettò il povero Alessio e cadde in terra svenuto.
Poco dopo tutto era tornato nella medesima calma. Il babbo, dopo una ramanzina coi fiocchi, aveva finito col perdonare, tanto più volentieri in quanto che i due colpevoli avevano promesso di non ricader più in simili eccessi.
Fu deciso però di tener nascosto l'accaduto alla mamma, la quale, pel suo stato sempre un po' malaticcio, non doveva aver rimescolii di nessun genere.
Pietrino durò un gran pezzo a sentir male al fianco, specie quando si metteva a sedere e spesso era lì lì per fare una boccaccia, ma era in lui così potente il timore di affligger la mamma o di mortificare Alessio, che quella boccaccia diventava quasi sempre una risata... insulsa.
La mamma non sapeva il perchè di quel ridere senza ragione e sgridava il piccolo martire. Ma Alessio urlava subito:
--Lascialo ridere, mamma, lascialo ridere!
Per un chicco di grano.
La mamma prese Lello sulle ginocchia e si mise a guardare i campi a traverso i vetri della finestra. Era un tempaccio triste, noioso, buzzone: un vero tempo d'autunno. Sugli alberi non c'era rimasta che qualche foglia ingiallita, che penzolava dal ramo; i lieti canti degli uccellini erano cessati, e già sulle lontane alture di S. Francesco e di Vallombrosa biancheggiava la neve.
La mamma, col viso appoggiato contro i cristalli pensava; il bambino, invece, seguiva collo sguardo un contadino, che seguito da un paio di bovi, andava e veniva per le viottole.
Per qualche tempo stette zitto, pago di osservare: poi, incuriosito, chiese alla mamma:
--Mi sapresti dire che cosa fa quell'uomo?
--Quell'uomo, figliuolo mio, mette a profitto la forza dei suoi bovi, i quali, come vedi, si tirano dietro l'_aratro_, per _arare_ la terra e disporla alla sementa del grano. Sai già che l'aratro è lo strumento più importante dell'agricoltura e serve a tracciare nel terreno i solchi profondi che dovranno accogliere il nuovo seme.
--Non so capacitarmi, disse Lello, come i chicchi di grano seminati dal contadino, possano diventar pane. Eppure c'è scritto in tutti i libri.
--È certo, rispose la mamma ridendo, che noi non vedremo spuntar dal terreno, dei _semelli_ o dei _filoncini_ di pan salato. A queste trasformazioni ci pensa il fornaio.
--Oh, il fornaio come fa a ridurre i chicchi in pane?
--Quando li riceve il fornaio, sono già stati ridotti in farina dal mugnaio, che li ha macinati al mulino.
--Ora comincio a intendere. Ma vorrei che tu mi spiegassi come ha fatto il contadino a raccoglierli.
--Te lo dico in poche parole. Il contadino semina i chicchi e li _rincalza_ colla vanga, affinchè stieno al coperto e possano germogliare. Infatti, dopo un mese della sementa, si vedono spuntare dei piccoli fusticini d'un verde tenero, i quali vanno via via crescendo fino a produrre delle spighe, ognuna delle quali contiene una ventina di chicchi; queste spighe, nascoste ancora nei loro steli, crescono gradatamente, maturano al sole, e, verso giugno, prendono quel bel giallo che le fa parer d'oro. Allora il contadino procede alla _segatura_: lega il grano in tanti fasci o covoni, lo trasporta nell'aia, e lo batte fortemente con lunghe canne, per separar la paglia ossia i gusci, dai chicchi, i quali vengono riposti nelle sacca o portati al mulino.
Il grano non serve solamente alla fabbricazione del pane, ma anche a quella delle paste, con le quali si fanno le minestre: ci dà, inoltre, l'amido con cui _insaldiamo_ la biancheria, la crusca, la paglia per molti usi, tra a quali va ricordata la fabbricazione dei cappelli.
--Una volta, quand'ero malato, mi facesti un decotto d'orzo. La maestra mi disse che anche quello era una specie di grano.
--È verissimo. L'orzo è una biada molto utile e serve alla fabbricazione della birra: in alcuni paesi montuosi lo impastano insieme alla farina per farne pane, e chi lo ha assaggiato assicura che è assai buono.
Tra i grani non bisogna dimenticare il formentone o grano turco, che ci procura quell'ottima farina gialla, colla quale facciamo polente, gnocchi, covaccini e dolci. In molti paesi dove non c'è grano, se ne servono anche per fare il pane: ma non riesce salubre e buono come quello che mangiamo noi.
Il fusto del formentone è molto alto; e fra le sue giunture escono le pannocchie, le cui foglie servono a riempire i sacconi.
La _vena_ che si dà ai cavalli, il miglio, il panico e il riso appartengono anch'essi alla specie dei grani: ma la coltivazione del riso richiede terreni bassi, irrigati, paludosi, che vengono chiamati appunto _risaie_.
Non è quindi sano l'abitare in prossimità delle risaie e noi dobbiamo esser riconoscenti ai poveri coltivatori, i quali, astretti dal bisogno, vi menano una vita breve e travagliata.
A questo punto Lello annodò le braccia intorno al collo della mamma e nascose la testa nel seno di lei.
--Che cos'hai? chiese questa maravigliata. Ti senti male?
--Oh mamma! rispose il bambino, lo conosci Geppone, il figliuolo del lattaio?
--Sicuro che lo conosco! Ebbene?
--Stamani, nell'andare a scuola, l'ho incontrato, e siccome non m'ha voluto far montare sul baroccino dove ci aveva le fiasche del latte, l'ho trattato di contadinaccio e di villano!
--E lui che cosa ti ha risposto?
--Lui! Nulla. Ha seguitato la sua strada, a capo basso, senza neanche voltarsi indietro.
--Forse piangeva, osservò la mamma.
E senz'aggiungere una sola parola uscì dalla stanza.
* * *
Lello rimase male, male di molto. Avrebbe preso che la mamma lo avesse gridato, magari picchiato. Quel silenzio doloroso gli fu più amaro d'ogni rimprovero.
Si pose di nuovo a guardare i campi a traverso i vetri della finestra e pensava: Se io non rivedessi più il povero Geppone e non potessi perciò chiedergli perdono, come farei a campare con questo struggimento?
* * * * *
1. Che cos'è l'_aratro_?
2. Raccontatemi la storia d'un pezzetto di pane.
3. Il grano serve solamente alla fabbricazione del pane?
4. Accennatemi altre specie di grani.
5. Perchè Lello aveva dei rimorsi?
Turco e Sparalampi.
Era una gran passione con quella benedetta bambina dell'Ersilia: l'acqua ghiaccia le faceva paura: il sole le dava il dolor di capo, il vento le produceva le scoppiature sulla pelle, i vestiti di lana la bucavano, quelli di tela le agghiacciavano il sudore, quelli di cotone le si appiccicavano alle spalle.
E anche nel mangiare era la stessa storia. Non le piacevano le patate, l'erba le dava il dolor di stomaco, la minestra di riso la nauseava, la carne grossa le era indigesta. Insomma era un vero struggimento.
E la mamma, che era una donna di giudizio, voleva avvezzar bene la sua bambina, nè poteva certo menarle buoni tutti quei dàddoli.
--Io voglio far di te una giovane sana e robusta, le diceva spesso: e affinchè tu diventi tale, è necessario che tu ti avvezzi per tempo al sole, alla pioggia, ai venti: che tu pigli l'abitudine ai cibi grossolani, alle vesti ruvide, ai letti duri. Si sa come si nasce e non si sa come si muore, bambina mia. E perchè tu intenda meglio i vantaggi d'una vita sobria e severa, ti racconterò la novella di Turco e di Sparalampi.
Sappi che in un paesetto del Mugello, un pastore aveva allevato due bei cani, appartenenti alla razza più stimata, sì per la forza, come per il coraggio. Quando li vide abbastanza grandi e robusti per non aver più bisogno del latte materno, pensò di regalare il più bello al suo padrone, che era un ricco signore di Firenze.
Ci volle del buono e del bello a dividere i due animali, che non intendevano di lasciarsi, ma salvo questo incidente, il regalo fu ricevuto collo stesso piacere col quale venne fatto.
A partir da quel giorno, la vita che menarono i due fratelli fu molto diversa. Il nuovo signorino, al quale venne imposto il nome di _Turco_, fu ammesso subito in cucina, dove non tardò ad accaparrarsi le buone grazie del servitorame, che si divertiva a vederlo sgambettare e lo compensava con una profusione di chicche e di cibi prelibati, e lui, a furia di mangiar quelle cose sostanziose dalla mattina alla sera, si era fatto tondo e grasso come un pallone: ed era diventato così pigro e pauroso, che la sola vista d'un ragno bastava per farlo allibire.
Aveva anche un altro difetto: quello della gola, e quando sapeva di non esser visto, rubava dalla dispensa ora un pezzo di prosciutto, ora un dolce, ora un'ala di pollo.
La gente di servizio avrebbe pur voluto gastigarlo, ma egli era così accorto e sapeva reggersi con tanta grazia sulle zampine di dietro, che le busse andavano a finire in carezze, e spesso in nuove ghiottonerie.
L'altro cane, chiamato _Sparalampi_, non aveva il pelo lustro e il corpo rotondeggiante del suo fratello di città; non sapeva reggersi sulle zampe di dietro nè far le capriole eleganti di _Turco_; e in quanto al mangiare bisognava contentarsi di un po' di pane scuro e lì. Non c'era dunque da stupire se obbligato a viver sempre all'aria aperta ad affrontar le intemperie della stagione e a lavorar senza tregua per guadagnarsi il sostentamento, si era fatto robusto, attivo e diligente. Gli incontri frequenti coi lupi gli avevano dato una tale intrepidezza, che nessuno poteva vantarsi di averlo fatto scappare: qualche volta, è vero, era tonato a casa tutto sanguinolento e con gli orecchi laceri: ma invece di sgomentarsi, egli si teneva di quelle ferite, le quali erano una prova indiscutibile del suo coraggio: e la sua onestà dove la metto? Quante volte si era trovato nell'occasione di agguantare un bel pezzo di agnello o di maiale! Quella carne lo solleticava, gli faceva gola; ma pure _Sparalampi_ seguitava la sua strada con disinvoltura e non si voltava mai indietro per la paura di cedere alla tentazione.
E quando era fuori col gregge? Poteva venir giù pioggia, grandine e neve: potevano cascare i fulmini ai suoi piedi, egli non si muoveva e sarebbe piuttosto morto, che cercare un riparo, il quale lo avesse diviso dalle pecore affidate alle sue cure.
Ora avvenne che il padrone del pastore si decise a visitar le sue terre. Condusse con sè _Turco_, il quale, appena ebbe visto _Sparalampi_, non potè trattenere un moto di repulsione. Il povero animale, l'ho già detto, non possedeva una sola delle brillanti qualità del cane cittadino. Anche il padrone lo guardò con diffidenza, ma non tardò a ricredersi.
Un giorno ch'ei passeggiava in un bosco, accompagnato dal suo favorito, un lupo enorme, i cui occhi parevano due fiamme, sbucò da un cespuglio e gli si avventò. Il signore si credè spacciato, tanto più quando vide il grazioso _Turco_ pigliar la ricorsa con tutta la lena delle sue fiacche gambucce. Ma in quel mentre, eccoti sopraggiungere _Sparalampi_, il quale aveva, anch'esso, seguito a una certa distanza il signore. Correre, slanciarsi sul lupo e addentarlo alla gola, fu l'affare d'un minuto. La lotta durò lunga e crudele, ma alla fine _Sparalampi_ ebbe il gusto di stender morto il lupo. Ne riportò, è vero, parecchi morsi alle orecchie e qualche contusione, ma le carezze di cui fu ricolmato, gli fecero sopportare allegramente quei piccoli malanni.
Ora dimmi un po', Ersilia: Credi tu che _Sparalampi_ ove fosse stato allevato con gli stessi riguardi di _Turco_, sarebbe venuto su quel cane robusto e valoroso di cui ho cercato darti un'idea? Egli visse lungamente, amato e rispettato da tutti, mentre il suo infelice fratello, fatto segno al generale disprezzo, condusse giorni brevi e obbrobriosi su una cuccia dimenticata. Morì col cimurro, la gotta e la tigna. Morte degna d'una tal vita.
Eppoi, figliuola, noi ignoriamo ciò che il destino ci riserba. Oggi siamo ricchi, ma domani possiamo esser poveri. Non è la prima volta che avvengono tali improvvisi e completi rovesci di fortuna. Stiamo dunque preparati a tutto: amiamo il lavoro, addestriamo il nostro corpo a tutti quegli esercizi che possono conferirgli salute e robustezza, ma _soprattutto_ avvezziamoci a qualche privazione e a star paghi del poco. Non è ricco chi possiede molti denari, ma quegli che ha meno bisogni da soddisfare.
L'Ersilia abbassò il capo e quando fu a tavola mangiò tutto di bonissimo appetito, senza dàddoli e senza broncio.
I Pesci.
Bambini, disse la signora Lucia ai suoi tre figliuoletti, il babbo vuole offrirvi un divertimento a vostra scelta per domani, che è domenica. Siete stati buoni durante tutta la settimana, avete fatto con diligenza le vostre lezioni e vi siete meritati dei bei voti sui registri scolastici. È dunque giusto che raccogliate il frutto del lavoro e della buona condotta. Che cosa volete fare domani?
--Andiamo ai burattini! gridò Giorgio, andiamo ai burattini! Sono tanto graziosi!