Part 20
Non vi doveria già accadere alcuna consolatione per esser stati biasmati gli vostri scritti da chi forse non li intendeva. questo non vi deve dar noia imperoche voi non gli scriveste per guadagnarvi il pane che n'havete (la Iddio mercè) da darne ad altri: non scriveste per acquistarne loda sendo la virtù di se stessa contenta, senza premio cercar di gloria, scriveste sol per fugir l'otio nemico capitale della donnesca pudicitia & scriveste per essercitar l'intelletto accioche ruginoso non divenisse come veggiamo divenir il ferro quando non è dal fabro posto in esercitio. se hora altri si muove à biasimare gli vostri belli componimenti, che ce ne potete voi fare? come li potete voi rimediare? puote forsi riparare Platone che biasmato non fusse di esser nell'ordine poco distinto? puote riparare Aristotele di non esser per la smoderata sua oscurità chiamato Sepia? puotero oviare Empedocle, Anasagora, Democrito, Leucippo & altri tanti che dall'arogante Aristotele tassati non fussero? Puote Virgilio rattenere altri che non lo notassero di poco ingegno & non lo chiamassero apertamente usurpatore dell'altrui fatiche? non pare a M. Tullio che spesso dorma Homero? non rimane M. Tullio alcuna fiata poco sodisfatto di Demostene? non è accusato Tullio dell'essere troppo ridondante, lento nelli principij, ocioso nelle digressioni, tardo nel commoversi & rade volte riscaldarsi? fu reputato Senophonte troppo slombato. ha forsi potuto Livio con la sua candida eloquentia far dimeno che le sue divine concioni non sieno state da Trogo Pompeio dannate? che ne puo far il povero Plauto se ad Horatio non piace & a Lucillo pare incomposto? Se l'è stato morduto Plinio (che fu al scriver molto accorto) di non haver ben digerito cio che scrisse, & è rassimigliato ad un torbido fiume, potete ben sofferire con patientia se anchora voi siete stata tassata di soverchia abondantia è condennato Ovidio quel chiaro lume di Sulmona, non puote Salustio tener la lingua ad Asinio Pollione che troppo affettato non lo chiamasse. non puote Terentio con istrema fatica frenar la lingua a suoi maledici ch'egli fu costretto pervertire l'ordine de suoi prologhi: non puote tener la lingua Seneca a molti, liquali dicevano che li suoi componimenti erano come l'arena senza calzina. & voi crederete di andarvene senza acqua calda a questi tempi ispetialmente dove sono tanti giudiciosi? Non si puote contenere S. Gieronimo di non lacerar Ambrogio (è quel irrefragabil dottore) & di chiamare i commentari ch'egli scrisse sopra San Luca pure, ciancie in diversi luoghi dandogli nome hor di Corbo, & hor di Cornacchia. Il medesimo non si rattemperò di affermare haver letto nelle pistole di S. Agostino alcune cose heretiche. Se adunque l'invidia non perdonò a queste si chiare & illustri persone, come perdonera ella a voi che siete di minor fama, & di minor riputatione? Fu infinita l'invidia ch'era tra Platone et Senophonte, & videsi chiaramente poi che scrivendo di simili cose, hanno sempre Socrate in bocca & una sol volta l'un dell'altro fa tepida mentione. Le parole di Eschine dette a Socrate Platone per odio a Critone le attribuisce. Considerarete anchora meglio quanto regnasse già per altri tempi (quai migliori riputiamo) l'invidia, poiche M. Tullio facendo memoria d'infiniti oratori sol d'uno ò di dui, al piu, fece mentione: considerate se questo morbo d'invidia puote in Quintiliano; poi che sotto silentio trapassa quasi tutti i scrittori dell'età sua & di uno tace il nome, affermando ch'egli fusse la gloria di quel secolo: ne altro dico per consolarvi: se pur tuttavia vi attristate che i scritti vostri non sieno aggraditi a ciascuno, poi che ciascuno non ha il vero gusto delle perfette cose & l'invidia suole accecare la maggior parte de mortali, quelli ispetialmente che di piu alto spirito & di piu generoso cuore al mondo appaiono. State sana & non vi tribolate. Da Crema alli XV. di Marzo.
DIANA DE CONTRARI ALLA S. VERONICA DELLI ARMELINI.
Ho risaputo da piu d'un messo che essendo vostro marito ito alla sua villa & volendo per suo trastullo salire un pero, della scala era caduto & incontanente morto d'il che fuor di ogni misura vi dolete: per il che mossa da carità christiana & da particolar affettione causatami dalla vostra rara virtu & singolar piacevolezza mi sono posta a consolarvi per lettere, quando presentialmente non m'è lecito di farlo. Pregovi adunque a sofferire patientemente questa sciagura poi che vostro marito non è il primo che per tal accidente habbia terminato i giorni suoi: Elpenore compagno di Ulisse sendo fatto ebro de laqual cosa Martiale fede facendo, scrisse. Pene imitatus obit sævis Elpenora fatis, præceps per longos dum ruit usque gradus. Philostrato ancora sendo ito alli bagni di Sessa, cadde da una longa scala & finì i suoi giorni. Scrive Plinio nel VII. della sua naturale historia che Asclepiade medico Prusiense sendo molto vecchio in cotal modo finì la vita sua: habbiate (vi priego) pacientia cosi ha voluto Iddio et alla sua volontà niuno per robusto ch'egli sia pò resistere. Io non mancherò di pregare & di far pregare altri il magno Iddio c'habbi di lui pietà & li doni la sempiterna requie: fra tanto vivete lieta & pensate di rivederlo quando nell'ultimo giorno, saremo dall'angelica tromba risvegliati. Di Mantova nel nostro monistero alli XIIII. di Maggio.
VIOLANTE DA CASTELLO A M. LIONELLA ROSSA.
Non vi dovete dolere, ma ralegrarvi piu tosto che vostro fratello qual unicamente amavate, sia morto dalla saetta, ch'altro nel vero non è, che un morire per la mano di Iddio: cosi morirno Encelado, Tipheo, Phaetonte. Capaneo, Salmoneo, Tullo Ostilio, Esculapio, Adimanto, & Zoroaste: mostrate hora la fortezza del petto vostro, voi, che foste sempre da tutti chiamata non donna, ma virago, per haver sopra ogni fede et valore et ardir virile; chi è colei che non sappia far del bravo quando niuna occasione da dimostrar fortezza ci è proposta? dovereste ringratiar Iddio che sporta vi sia si nobil materia di farvi conoscere per donna di forte animo et di robusto spirito: a che preposito versar tante amare lagrime? mandar fuori tanti sospiri, & inghiottir tanti singhiozzi? questa non è cosa che a voi si convenga armata essendo de tanti precetti & philosophici, & evangelici: a qualche debole feminuccia si conviene che ad altro non sia avezza che a tessere, et a filare: state lieta et amatici. Di Ferrara alli X. d'Aprile.
THEODORA FISOGNA CALINI A M. LVCRETIA P.
Se vostro marito è stato avelenato in tempo che voi pensavate di goderlo con maggior dolcezza, bisogna che vel sopportiate pacientemente, peggio certo farebbe che egli fusse stato per mano di crudel manigoldo impicato, almeno per questo (se non per altro) doletive ne meno ch'egli ha sendo huomo di privata conditione scorso fortuna tale, qual scorsero gia molti di suprema dignità dal mondo ornati. Fu avelenato Diocletiano doppo'l Ventesimo anno del suo imperio: Claudio Imperadore Lothario Re de Galli: Lodovico quinto & Antiocho furono avelenati dalle proprie mogli. L'è stato trattato da grande, poi che tutti i grandi, ò almeno la maggior parte, di veleno muore: non voglio dire de moderni per non provocarmi contra l'odio de molti, che gia dettero sospitione di essere ottimi maestri di compor veleni dirò sol delli antichi che per veleno morirno, cominciarò da Clemente terzo, morto per opera di Enrico terzo Imp. poi da Carlo ottavo Re de Galli et dirò di Corrado Imperadore per il mezo de suoi medici corrotti et subbornati da Manfredo ilquale all'imperio succedette, Mori di veleno Papa Vittore. Costantino Imperadore: Enrico di Luzzemborgo (quel che successe all'Imperio doppo Alberto) Philopomene: Ladislao re della Puglia Antheri Re de Longobardi: Arato Duca de Sicioni: Alessandro Macedonico: Themistocle: Baudicea Reina de Britani, Cleopatra et altri tanti che non vi dico, per non parere che vi voglia dimostrare la diligentia c'hò usato in volger sossopra de molti historici: consolative con li addutti essempij et non piangete piu si dolorosamente come fate: dimostrate cosi in questo caso, come fate nelli altri, la fortezza del petto vostro: & amatime. Da Brescia alli XX. di Maggio.
ISABELLA DI LUNA AFFAITA ALLA ILLUST. S. LA S. D. M.
Ho ricevuto l'humanissime vostre lettere scritte con si dotta mano che mi parevano tante belle perle orientali: & a quelle rispondendo vi dico, che amandomi come sempre mi amaste, havete ragione di congratularvi con esso meco, et di rallegrarvi fra voi stessa, imperoche abbattuta mi sono in si gentile et gratioso consorte, quanto potesse chieder lingua o desiderar humano cuore: egli spira da ogni lato dolcezza, ne pate che io desideri cosa veruna che incontanente non l'habbia, anzi spesse volte perviene sollicitamente i desideri miei: Sentomi giunta a tal termine che non ho invidia alla piu fortunata donna che mai per alcun secolo fusse & questo, perche oltre il mio consorte, ilquale in ogni suo gesto amabilissimo mi si dimostra: ho due cognate la S. Cassandra & la S. Laura di tal qualità & di tal conditione ornate che potreste facilmente credere veggendole & udendole favellare che fussero dui Agnoletti di carne humana vestiti per mia unica consolatione & per farmi sentire in terra essendo qualche parte delle consolationi che nel paradiso da beati spiriti sentir si suole: ne altro in risposta delle vostre, vi dico, prego nostro signor Dio, vi faccia ogni giorno piu lieta & piu gioconda divenire, si come alla rara vostra bonta si converrebbe. Di Cremona alli XX. di Marzo.
PHILENA AUGUSTA A M. TADEA LOSCA.
Certamente voglio dir per l'avvenire, come soleva gia di Socrate che la natura habbi errato a non farci le finestre nel petto: se questa finestra hora ci havesi, voi non sospettereste di me, come sospettate: ma tutto questo disturbo mi nasce dalla nequitia de miei nemici, li quali hanno congiurato nella mia destruttione: & doppo molti mali che m'hanno fatto, non cessano tuttavia di minacciarmi: ma io ho speranza nel S. Iddio giusto giudice delle cose de mortali, che le lor minaccie haverranno in se piu terrore, che nocumento, & saranno simili a quei tuoni che vengono senza folgorare: fanno questi miei avversari verso di me, come fanno quelli li quali veggendo che li alberi tagliati germogliano et repululano, si risolveno di tagliarli le radici: vorrebbono pormi nella disgratia nostra, accio che a fatto a fatto io rimanessi estinta, et non mandassi piu fuori, ne ramo, ne fronda: pacientia, di tutto quello che Iddio vuole che io sofferisca. Di Roma alli XX. d'Aprile.
ISABETTA AGNELLA A M. CORNELIA R.
Io mi sono affaticata molto pel passato in dissuadervi amore, ne so veramente in qual cosa ponessi io mai tanto studio, ne tanta solicitudine usassi & cosi torno di nuovo a replicarvi che d'amor vi guardiate percioche egli ci fa sprezzar & le leggi et li giusti decreti: egli indusse gia a strema crudeltà Medea, Attreo, Progne, Clitemnestra & Silla: Divenne Theseo traditor & mancò della sua parola: per amore si puose Ercole (quel forte domator de Mostri) in servitù di Iole: Achille per amore che portava a Briseida ricusò di gir alla guerra: Philli si amazzò. Leandro affogossi in mare: fu dalle gloriose fatiche ritardato Ulisse, & effeminossi Aniballe per amore: Fu l'amore di Tarquino cagione che li Re fussero di Roma scacciati: Morissi Claudio in prigione. Rovinossi M. Antonio & non picciol danno ne sentisse Cesare: per amor Phineo accecò li propri figliuoli et molti savi tenuti, doventarno inconstanti & scelerati: & questa lettione per hora vi basti; studiate questo, & poi procederemo piu oltre se di amare isbigotita & al tutto spaventata non vi vedrò. Di Mantova alli XX. di Luglio.
ANGELA B. ALLA SIGNORA DOROTHEA TIENE L.
Perche mi dissuadete voi tanto che non m'innamori, che fugga amore, et che mi guardi d'amore? et chi è colui si fuor dell'intelletto che non confessi eccitarci l'amore alle gloriose imprese, farci civili, faceti, & ben parlanti? Pindaro non fece mai un mezzo verso sin che innamorato non fu: l'amore che portò Anacreonte a Batillo lo fece repentinamente doventar poeta: Non havrebbe ne anche Virgilio poetando poggiato si alto, se l'amor di Galathea non li traffigeva il cuore: non me ne sconfortate adunque tanto, anzi se saggia siete (come vi tengo) innamorative anchora voi, ne altro vi dico state sana. Di casa alli X d'Aprile.
DOROTHEA TIENE L. A M. ANGELA B.
Se v'hò sconfortata da seguir amore l'ho fatto con ottimo consiglio et di novo ve ne sconforto: hor guardate se possibil vi pare che mi persuadiate ad innamorarmi: La Figura istessa nella quale si dipinge amore, me ne spaventa & dell'amare con violenza mi ritira & perche pensate voi ch'egli si pinga fanciullo? non per altro, certamente che per dimostrarci non saper gli amanti quel che lor si convenga & di cose frivole dilettarsi: cieco poi, perche non ha in se ne consiglio, ne discorso, ne raggione: La benda che gli occhi li lega, ostinato appetito ci dimostra; fannogli l'ali per l'instabilità qual sempre seco hanno del continuo li infelici innamorati l'arco mi dimostra insidie. Il suo arco ci da ad intendere la perpetua concupiscenza: i quattro cavalli che lo tirano, ci rappresentano dolor, letitia, libidine, & timore: hor queste cose considerando io spesse volte fra me stessa (se nella mia cameretta sola mi ritrovo) viemmi voglia di fuggir amore lontano piu di mille miglia: ricordomi d'haver parlato gli anni passati con una innamorata, laquale, dove pensò di sentir gioia et di gustar infinita consolatione ha sempre sentito affanni, angoscie, et stremi dolori: cercò di cacciarlo con altro nuovo amore ma ingannata sempre si ritrovò, imperoche il vitio non si scaccia col vitio, ma con la virtu: state sana et amatime alli XIIII. d'Aprile.
ISABELLA SFORZA ALLA S. TADEA CENTANI.
Molte volte m'havete ripreso perch'io presti troppo fede alle Astronomiche scientie et io contener non mi posso che similmente non riprenda la durezza vostra poi che niuna credenza prestar li potete havendo di ciò tanti chiari essempi et nelle greche et nelle latine storie: Quando nel principio della guerra Peloponesiaca Pericle fu per far vela con l'armata ben'all'ordine, apparve si grande eclipse che mai la maggiore non si vide: allaqual cosa non volendo risguardare, ne farne stima, ma piu tosto schernire le celesti apparitioni fu cagione ne seguise alla patria prima & poi a tutta la Grecia l'ultimo suo sterminio. Non vi fu mai secolo alcuno, dove veduto non si sia che le buone fortune et le Rovine de Regni dalli diffetti de celesti lumi non ci sieno state manifestate. certamente l'è cosa di troppo pertinace animo il ridersi delle dimostrationi nella natura divinamente ordinate: dovete pur sapere che due sono le parti della dottrina al cielo appartenente, dallequali l'una dimostra le certissime leggi dei celesti corsi: l'altra è la divinatrice, laquale, ne fa ottimamente conoscere li miraculosi effetti delle stelle: la prima parte da veruno (che io mi sappia) non si niega, anzi utilissima da tutti si crede poi che in quella si contengono le diterminate misure delli anni, li Equinotij & i solstitij: Noi habbiamo in ciò il testimonio delle sacre scritture dove si legge ET ERUNT LUMINA IN SIGNA, TEMPORA, DIES, ET ANNOS ecco Signora mia che per questo divino oracolo: ci è comandato & l'osservare & il risguardare i movimenti de celesti pianeti: non penso si sia mai veduto alcun Ciclope, o d'altro fero barbaro, che notato non habbia li intervalli de li anni, & i spacij de i Mesi: non abbraccia la dottrina de celesti moti molte altre belle arti & ispetialmente la Geographia? Descendo hora alla divinatoria, da molti felici ingegni accerbamente perseguitata: ne mi moveno punto la Cavillationi che sotto il nome del gran Pico, vanno per le mani de studiosi calunniatori delle astrologiche divinationi: ma confermami nell'opinione mia il perfetto giudicio di Galeno ilquale dice esser cosa Sophistica il resistere alla manifesta isperienza & afferma vedersi molti effetti dalle stelle procedenti nelli elementi, ne corpi misti, nelle piante, & nelli animali: si come certi siamo esser caldo il fuoco & humida l'acqua, cosi parimenti sappiamo esser riscaldati i corpi dal Sole, & inhumiditi dalla Luna et sappiamo la cognitione di Saturno & di Marte in leone, causar & siccita & calidità. Io non comprendo come di questo ragionevolmente dubitar si possi (salvo se voi non volessi meco Sophisticamente procedere come faceva Anasagora volendo provare che la neve era negra) non voglio hora tanto philosophare che vi venga a noia: non mi sconfortate adunque piu per l'avenire da cotai studi perche perderete il tempo et state sana spero fra pochi giorni vedervi et farvi toccar con mano quel che per hora impedita da grave occupatione meglio esprimer non vi posso: dalla Sforcesca alli XX d'Aprile.
LA CAVAGLIERA ROVATA ALLA ILLUST. S. LA S. N. R. R.
Ho favellato a di lungo con la Contessa nostra Cavriola, et l'ho scongiurata per quella bontà che Iddio le dette fin nelle fascie et per quella virtu di modestia per laquale a tutte l'hore risplende, mi volesse dir veracemente le qualità del conte Giulio suo cognato, accio io potesti ben conoscere se l'era partito degno di vostra figliuola; laquale, doppo molti scongiuri m'ha detto non potersi ritrovare ne il piu leale, ne il piu cortese gentil'huomo & che beata si potrà tenere quella che per legittimo matrimonio sarà degna riputata de suoi congiungimenti: & cosi in vero pare anchora a me ch'egli sia: non mancate adunque di conchiudere perche non penso mai che seguir ve ne possa penitentia alcuna goderà oltre il consorte, la gentilissima conversatione d'una cognata rara al mondo, et in cui (senza punto mentire) dir si pò che le virtù morali, sieno naturali, tanto sono in lei ottimamente habituate: haverà un cognato pieno di tutte le buone qualità & pareralli d'haver in casa un'oracolo, si savie & accorte sono le sue risposte, si dolci & acute sono le proposte ne altro di questo vi raggiono, perche penso in brieve parlarvi a bocca & di questo, & d'altra cosa: non meno importante: state contenta, che Dio vi consoli. Da Rocca franca alli XX d'Aprile.
MARGHERITA CONTESSA CAVRIOLA ALLA S. NOSTRA.
Voi mi riprendete molto acerbamente perche data mi sia all'agricoltura et io di tal riprensione non poco mi maraviglio conciosia che niuna cosa ne vedere, ne imaginare si possa dell'agricoltura piu utile, piu delettevole, & al spirito nobile piu appartenente & se ne a me, ne all'istessa isperienza creder volete, credete almeno a Columella ilquale, nel suo primo libro preferisce la vita contadina alla cittadinesca, dalla quale n'escono fortissimi soldati: stavano li antichi Senatori a lavorar ne campi et arava Cincinnato quando dall'aratro tratto fu alla suprema dittatura Zappava Curio, inestavano li alberi molti de migliori Senatori che la Republica havesse et quel ch'era detto esser buon contadino, era ampiamente lodato: ne crediate S. mia che questo studio fusse solamente presso de Romani imperoche egli trappassò ad altre nationi, et fu essercitato con non minor sollicitudine et industria che da Romani si fusse. Non se ne sdegnarono Gerone: Philometro: Attalo: et Archelao: & quando mai non ci fusse nell'essercitarlo la delettatione, che vi è & non se ne trahesse l'utilità che se ne trahe. piacerebbemi ella però, per esser stata ritrovata da Cerere che donna fu come anch'io sono: & se non mel credete, legete cio che dice Virgilio nel primo della Georgica: PRIMA CERES FERRO MORTALES VERTERE TERRAM INSTITUIT & se non a me, ne a Virgilio credete, date almen fede a Ovidio il quale nel V. delle sue trasformationi scrisse PRIMA CERES UNCO GLEBAM DIMOVIT ARATRO PRIMA DEDIT FRUGES ALIMENTA QUE MITIA TERRIS ma quanto credete voi che migliorareste la vita vostra, et piu sana doventereste se in cotale esercitio vi ponessi: considerate un poco la mutatione c'hò fatto io poi che lasciate da canto le Delitie cittadinesche, alla coltura d'amenissimi giardini data mi sono: soleva havere un viso che pareva stampato di color di morte et hora paio un cherubino venuto novamente dal Paradiso: Soleva sputacchiare, tossire, et esser piena di catarro, hora mi sono talmente consumate tutte le superfluità che a fatica sputo & mangio con un appetito da invogliare qualunque svogliato stomaco, caminerei giorno & notte senza mai possarmi & senza stanchezza sentire: simil guadagno fareste anchora voi, sel vi piacesse d'imitare i miei vestigi: state sana & amatime: alli XX d'Agosto.
CAMILLA PALAVICINA A M. LUCIA R.
Ho inteso che mi biasimate molto ovunque vi ritrovate, per essermi posta a far la vita Ciartosina & al tutto rifiutare di mangiar carne & a voi pare che senza tal vivanda mantener in vita non mi possa. Io ritrovo S. che nell'età dell'oro al tempo di Saturno non si mangiava da veruno carne, & pur viveasi longamente & con maggior sanità: narra Cheremone stoico scrivendo la vita delli piu antichi sacerdoti dell'Egitto: che quanto piu tosto si dedicavano al culto divino, che mai piu dramma di carne non gustavano, anzi tanto l'abhorrivano et haveano a schifo che rifiutavano parimente di mangiar et latte, et uova, l'uno carne liquida credendo & l'altro sangue di color mutato. Non mangiavano carne li Bragmani dell'india (se 'l vero afferma Eusebio nel VI. dell'evangelica preparatione) Lodò Giosepho nelle Antichità Giudaiche sommamente li Essei perche non ne mangiavano anchessi et voi biasimate me perche ricusi di volerne per l'avvenir mangiare? Narra Euripide che nella Candia li propheti di Giove, non sol s'astenevano dal mangiar carne, ma anchora da qualunque cibo cotto. Ho letto in Erodoto che li Babiloni si pascevano solamente di pesce e la carne schifavano: non scrive Musonio che il mangiar carne è piu tosto cosa ferina che humana et ch'ella impedisse le operationi dell'animo? non mi biasimate adunque perche tal instituto abbracci et contro de calunniatori lo difenda: benche ottimamente fareste a far il medesimo, se non per altro, almeno per imitar i savi Padri che se ne guardavano come da cosa (se non dannosa) almeno poco giovevole. Di Ferrara alli XX. d'Aprile.
GIERONIMA LUZAGA ALLA S. SEMPRONIA ROMANA.