Part 2
Con dispiacer grande hò inteso c'havete lasciato quella vostra tanta attilatura, & quella diligente opra di ricamare, & di cucire; la quale, vi faceva risplendere sopra tutte le donne della città vostra; & vi siete data tutta in preda alla vana poesia; & odo di più che ve n'andate a guisa di spiritata, hor per la casa, hor pel giardino, cercando delle desinentie per concordar di molte rime; Ditemi (di gratia) non sapevate voi trovar piu agevol via per farvi tener pazza che darvi nelle mani di poeti? huomini per la maggior parte maligni, iracondi, satievoli, bizarri, & maninconici? Certo, non senza cagione il divino Platone li scacciò dalla sua divina Republica: & Aristotile ne suoi miracolosi scritti li publicò per bugiardi & per mentidori. Non vedete voi che la maggior parte de santi huomini consigliò fusser abbrugiati i lor poemi, come cose di malo esempio, & che facilmente potesse impedire la nascente gloria del sacro santo Vangelo? et che altro trovate voi ne poeti, che lagrime, sospiri, singhiozzi, & amorose passioni dalle quai cose, vorrei foste, (quanto vi sie possibile) aliena? Veramente in essi, altro non trovo che stupri, adulterij, Metamorphosi, sanguinolenti sagrificij, & altre favole, atte con il lor mortal veleno, ad ammorbare qualunque ben riformata Republica & eternalmente sbandeggiarla dal celeste Regno: scrisse già .S. Girolamo à Papa Damaso; che i versi de Poeti, erano il vero pasto de demoni; scrisser molti altri, non di minor santità ornati esser li poeti perniciosi, nemici del nome christiano, malefici senza piatà et senza fede: Sono i poeti seduttori delle semplici & tenerelle menti con la lor mortifera dolcezza, ne altro credo fusse il pestifero canto dette Sirene, che li poemi di questi scioperati briconi. Non crederò io mai che maggior danno, ò maggior corruttione recar ci potesse la setta di Arrio, la scuola di Pelagio, il Dogma di Nestorio, ò l'impietà di Giuliano Apostata. Non pensarò io mai potessemi esser tanto pernitiosa la conversatione di Protagora, di Sardanapallo, di Luciano, di Apollinare, ò di Diagora, quanto mi sarebbe la lettione di miscredenti et lascivi Poeti. Sono anchora di piu nemici delle cittadinesche usanze: ne per altro rispetto essi alle selve riccorrono, & à monti rifuggono. poi che Homero hebbe longamente peragrato il mondo, egli si ridusse ad habitar, hor tra l'ombrose selve, & hor tra duri scogli. Così Virgilio, lasciata Roma; si ridusse ad habitar doppo il promontorio di Pausilippo & di Pozzuolo: non vi voglio per hora tesser il Catalogo di Poeti che nemici furono dell'urbanità, vi confermerò bene che se non lasciate da canto la lor malvagia lettione, diverrete di giorno in giorno men Christiana che non siete, & pericolo ci è che di pazzo & di furioso amore impaniata tosto non vi vegga: & se questo aviene, che sarà allhora di voi? che se ne dirà per le piazze, per le loggie, & per le chiese? sarete mostrata a dito fin da fanciulli: & diranno ecco Sapho, ecco Corinna, ecco la Petrarchessa, che sputa versi dal furor poetico agitata. Deh fate a mio modo, lasciateli star in Parnaso a trastullarsi con le Muse: & tornate voi all'ago, al fuso, & all'ordir quelle vostre belle tele, che facevano vergogna alle Lodegiane, alle Bresciane, alle Cremasche, alle Pozzolane, alle Rochegiane; a quelle di Holanda et di Cambrai: state lieta: Di Mantova alli .VI. di Maggio.
ISABELLA SFORZA A .M. MARGHERITA POBBIA.
Hò ricevuto le vostre carissime lettere alli .xx. d'Agosto; scritte però alli .x. & insieme la copia di una lettera che molto duramente flagellava, anzi crocifigeva i Poeti: sonomi assai maravigliata, che si bell'ingegno habbi esercitato l'eloquentia sua in biasimar cosa degna di somma loda, & di somma riverentia. Io per me Poetessa non sono, ne giamai fui: pur per l'amor grande c'ho sempre alla poesia portato, & portero fin che vivo, non mi posso rattemperare odendone dir male, che tutta non mi turbi: ne mi posso contenere che a mio potere non la difenda; non voglio già per difenderla, usar alcuna peripatetica dimostratione, ma procederò sol per grosse congietture, & noti essempij & per la prima dicovi: che se se la Poesia non fusse cosa piena di riverenza, non si sarebbe degnato il grande Apostolo di Tarso cittar nelle sue divine pistole, versi di Epimenide, & di Menandro: il che fece anche essendo nell'Ariopago (si come n'habbiamo ne gli atti de li Apostoli) per confermar il suo fruttifero sermone, cittò un verso di Arato Poeta: dal cui essempio mosso. S. Dionigi, di lui discepolo, & di Christo martire constantissimo; molto della poesia ne suoi scritti si prevalse: & quante volte Girolamo, (lume della fede nostra) si serve a suo proposito di Virgilio, di Oratio & di Persio? leggete le sue Pistole, leggete il prologo delle quistioni Ebraiche & chiaramente il vederete: fa il medesimo Ambrogio, maestro di santa Chiesa: fa il medesimo piu fiate Agostino quell'unico flagello de Manichei. Ma che vi si dirà di Fulgentio dottor catholico & Pontefice molto Reverendo che si copiosamente ne scrisse? ma lascio star il dir de sacri Dottori: quante cose hà detto il Salvator nostro per parabole convenienti a lo stil comico? sdegnossi forse di usar le parole di Terentio contra Paulo, quando li disse: dura cosa ti è il calcitrar contra lo stimolo; ma lascio per hora star le cose sacre, ditemi che non havrebbe fatto Alessandro (il magno) per haver un scrittor tale, qual fu Homero? per amor del quale, sette gran città, cioè Smirna, Rhodo, Colophone, Salamina, Io, Argo, & Athene contendono di volerlo per lor cittadino & li Smirni li edificarno già un bellissimo tempio. Parve a voi che li Scipioni stimassero Ennio povero Poeta Brondusino, havendolo fatto partecipe del medesimo sepolchro et contentandosi che le ceneri insieme si rimescolassero? non fu caro altresi per la poesia Theophane Mitileno à Pompeio? (à quel Pompeio dico) che adeguò la virtù con la fortuna. Vegniamo a tempi piu moderni: quanto fu ben caro il nostro divino Petrarca al Re Roberto: à persuasione del quale, essendo di sessant'anni, s'incominciò a far legger Virgilio, stupendosi che sotto si rozza, et dura scorza stesser nascosti si alti sensi, & si segreti misteri: ma forse ch'egli volle in questo imitar Solone, il quale, essendo vecchio poi che dato hebbe le leggi alli Atheniesi; si ridusse alla poetica. Non fu mai huomo, ne donna al mondo, tanto stoica, ne tanto di gloria nemica, che amato & riverito non habbia li Poeti: dalla penna de quali immortal gloria già lor ne venne. Non sono forse chiamati li Poeti sotto nome di Theologi? non furon tenuti per gran Theologi Orpheo, Lino, Museo, & altri molti? non hà trattato Dante sotto Poetico velame quanto si contiene nel sacro senno della santa Theologia? non si sono co versi egregiamente descritti da Mose, da Giobbe & dell'inclito David i divini concetti de lo Spirito santo? d'onde ancho si mosser Sedulio & Prudentio, a trattar poeticamente la christiana verità, ma che dirò di Giuvenco Spagnuol poeta che sotto coperta di huomo, di bue, di lione, & di aquila si felicemente espresse le divine attioni di Giesu Christo? Io, per me, non leggo mai la divina Eneida di Virgilio, che non mi paia di legger una perpetua loda della virtù: sentomi tutta commovere all'opre della carità quando leggo la clementia ch'usano li nemici Troiani verso di Achimenide: parmi veramente di veder posto in pratica l'esortatione che il Salvator ne fa perche si giovi di cuore alli nemici. Quando contemplo quelle infiammate parole di Enea, a suoi compagni dette, perche pacientemente sofferir voglino li disagi del viaggio, le angoscie del mare, & li terrestri pericoli: dico fra me stessa questo fu un'animo invitto, una fronte intrepida, & una mente, più che 'l diaspro salda: da Virgilio imparo l'amor che alla patria di deve: da Virgilio imparò la pietà paterna veggendo Enea sopra delle spalle portarne il vecchio padre per mezo delle radenti spade, delli ingordi fuochi, & de rovinati Tempij. Quando pongo mente con qual fortezza di animo & con qual altezza di cuore, spezzi quel gran capitano, le cathene del petulante & lascivo Cupidine, sentomi tutta armare, & robusta divenire contra li assalti d'amore & rafreddarsi in me, ogni concupiscibil appetito. Imparo da Didone di esser cortese & liberale à calamitosi stranieri, & à fortunosi fuor'usciti. Imparo in molti altri luoghi da quante passioni sia sbattuta & infestata l'humana fragilità: et appresso, con quali forze anchora rimanghino supperate da li animi costanti. Quando leggo i giuochi fatti da Enea presso di Aceste, nell'anniversario del padre, parmi a punto leggere i sacri libri de Machabei, & al mio dispetto divengo piatosa verso de poveri defunti: non vi dico nulla quanto poi ben'apprenda ad esser prudente & circunspetta, considerato lo scender ch'egli fa all'inferno. Infinitamente mi accendo alla verace & immortal gloria, dando le orecchie ben purgate alle saggie persuasioni che fa il vecchio padre all'animoso figlio. Imparo da Virgilio bellissimi accorgimenti nel far delle amicitie & somma fede nel conservarle. oh come se mi intenerisce il cuore di pietosa dolcezza, ramentandomi le molte lagrime versate nella morte del fedel Palante; Quando leggo quella affettuosa oratione: IUPITER OMNIPOTENS PRECIBUS SI FLECTERIS ULLIS, viemmi voglia di gittarmi incontanente in ginocchione, & con fervor grande adorare l'eterno Padre, ma perche tanto mi diffondo? Io tutte le volte che peso le parole, et considero le profonde sententie di questo alto poeta; egli mi pare tutto pieno di santità. Che diro di Oratio, di Giovenale, & di quel Persio honor di Volterra? qual philosopho, qual mathematico, ò qual legista riprese mai con maggior vehementia & acrimonia il vitio & lodò la virtu? Paruta mi sarebbe cosa piu ragionevole il solamente dir male di alcuni licentiosi Poetastri, & non indifferentemente di ogn'uno: Dovevalo pur almeno ritener la maesta di Homero, qual chiamano le sacre leggi padre di tutte le virtù; & spesse volte per dentro di quelle, si ci mescolono molti de suoi versi: si come veggiamo nel fine del prohemio del Codico; & sotto'l titolo de giustitia & iure: nel trattato delle compre; & nella materia de legati & fede comissi, & in altri luoghi, come vedrete, se leggerete le Pandete Pisane. Qui voglio far fine al mio scrivere; perche sentomi hormai la mano debole & stanca: questo per hora bastivi, poi che il mio giudicio ricercate circa la lettera scritta in vituperio de Poeti: & se commodo vi serà, rimovetegli dall'animo si stolta et si falsa opinione, & à voi per sempre, di perfetto cuore mi raccomando; & paratissima alli vostri servigi mi offero. Di Piacenza alli .XXV. di Marzo.
ISABELLA GONZAGA A .M.
Galeazzo vostro amantissimo fratello m'ha rifferito che siete doventata molto inferma, di che vi attristate piu di quello che ad una christiana donna si conviene: vi dovereste in tutti i modi confortare & prendere speranza d'haver tosto a mutare allogiamento: questo corpo chiamato da molti casa & albergo dell'animo ci è stato dalla natura dato per brieve tempo: il che, doverebbe esser cagione di farci morire piu volentieri di quel che noi facciamo: si come dicesi quel vento esser piu felice, il quale piu tosto ne conduce in porto, cosi piu fortunati sono quelli che da veloce morte tratti sono fuori delle malvagità della presente vita et nell'eterno regno traportati, si che non ve ne dolete, si come non si duole l'incarcerato perche la sua prigione sia piena di fissure, & minacci da ogni lato rovina, cosi sperando di poterne piu tosto uscire: guardate che la voluptà non sia stata cagione di questa vostra debolezza, anzi che la mala compositione del corpo vostro: sono le voluptà simili a quei ladroni dell'Egitto detti volgarmente Philisti, liquali n'abbracciano per strangolarci: cosi fanno ancho li carnali diletti essi ci ammazzano mentre ci lusingano: ò beati & aventurati noi, se d'altro piacere non ci lasciassimo mai invaghir li animi nostri, che dell'eterna vita, & che a poco a poco ci avezzassimo a morire: ma noi facciamo come quelli fanno che sono tanto amici del vino, che sorbiscono fin'alla fece di quello: siamo tanto desiderosi di prolungar questa nostra miserabil vita che ne anche nell'estrema vecchiezza ci contentiamo di morire. Di Puvino.
ISABELLA GONZAGA ALLA .S. LUCRETIA GONZAGA.
Dative hormai pace carissima sorella, ne piu vi tribolate della prigionia del vostro caro consorte: ma sperate nella bontà Estense: che si come fu si pronta al donargli la vita, cosi sarà anchora pronta a restituirgli la desiderata libertà: & quando pur a Dio piacesse, ch'egli morisse nella prigione, non li haverebbe però cosa che non sia avvenuta a maggior huomo di lui: morì prigione Iugurta, morì Siphace, morì Enrico .iii. Imperadore, morì prigione Celestino quinto, Gioanni primo, & Giovanni quarto decimo pontefice: morì prigione Aldegisio figliuolo di Desiderio Re de Longobardi & Aristonico doppoi che egli fu menato in triumpho da Aquilio console. sperate in Dio che vi consolerà, & ve lo restituerà nelle caste braccia forse piu savio et accostumato che prima non era. Nella casa mia del continuo si prega Iddio & per la sua liberatione, & per la vostra pace. Di Luzzara alli .VIII. d'Aprile.
ISABELLA GONZAGA A .M. CLARA CARAFFA.
Pregovi a non dolervi piu di me, perche io sia mancata di memoria, ne servigi vostri, habbiatemi (vi prego) per iscusata: poi che non mi è conceduto la memoria, ne di Cinea, ne di Mitridate, ne di Theodette, ne di Lucullo ne di quel Ortensio: se hà peccato di memoria verso di voi in simil caso .M. Lucina la quale, si giudica da savi che superbi Seneca, Elio Adriano, Cirro, Carmide, & Portiolatrone, & pur l'havete havuta per iscusata, perche non fate cosi a me; la quale, di debolezza di memoria, avanzo Messalla Corvino, Bamba Re de Gothi, Calvisio Sabino, Orbilio Beneventano & il smemorato Curione? sforzerommi per lavenire di sodisfarvi piu intieramente che non ho fatto, pur che vi degniate di commandarmi: Iddio da mal vi guardi: Da Puvino alli .IIII. d'Agosto.
SUSANNA VALENTE.
Sono stata pregata da chi mi potrebbe commandare che io vi voglia quanto piu dolcemente posso, riprendere dell'esser voi troppo loquace, & di non poter contenere alcun segreto che communicato vi sia. se l'è cosi (come intendo) certo havete gran torto & poco prudentemente vi portate: non vi accorgete voi che se stanno male le case senza uscio, le finestre senza antenne, le borse senza i legami, cosi star male anchora le bocche senza freno: si come non è facil cosa il lasciarsi di mano uscire alcuno uccello, per volerlo poi ripigliare, cosi non è facile di rivocare le parole, poi che una volta di bocca uscite sono: sogliono esser loquacissimi sol quelli, che hanno poco cervello: si come i vasi che pieni non sono, fanno sempre maggiore strepito, cosi le persone vane et sciocche abondano sempre più di ciancie che quelli non fanno che saggi & prudenti sono istimati: si come per il parere de Medici il seme che tosto si sparge, è infecondo & al generar inutile, cosi inutili, anzi nocive sono tutte quelle parole che dalla bocca n'escono senza ritegno, o senza farvi sopra alcuna matura consideratione: non vedete voi, che niuna donna si fida hormai più della taciturnità vostra? & la cagione si è, perche mai non restate di cicalare. Sono le persone loquaci simili alli fanciulli c'hanno il ghiaccio nelle mani & quello per l'innata lubricità ne possono ritenere, ne perder lo vorrebbono. Si come le vipere sono da propri parti rotte & fieramente uccise, cosi i loquaci scuoprono li commessi segreti anchor che aggiunta vi sia la propria rovina & destruttione: astenetevene adunque & state sana. Di Mantova alli .XII. d'Agosto.
CATHERINA ANG. MARCHESA GONZAGA A .M. LIVIA FRANCA.
Mi è rifferito che vi siete fortemente adirata con vostro marito, ne volete con esso lui pace, per havervi negato alcuni ornamenti havendone molti di soverchio: & che havete voi finalmente deliberato di fare? di mandar vostro marito all'ospedale. oh bello honore che vi farete: il pover huomo hà fatto piu di quel che doveva, & poteva (se ben esamino le sue forze) & voi non vi contentate mai di cosa che v'habbiate. Havete vesti da comparar a quella di Antistene Sibarita, la quale si soleva ogni anno sospendere per miracolo nel tempio di Giunone Licinia: havete veste di non minor pregio di quella c'hebbe Lollia Paulina, laquale fu stimata quattro cento Sestertij: egli v'hà fatto sottanne, da star al paragone di quella veste: nella quale Triumphò Tarquinio Prisco, & di quelli che donò Silofonte a Dario figliuolo di Histapo; & tutta via n'andate importunamente chiedendo dell'altre? Deh vergognative di questa vostra importunità & di questa vostra intollerabil arroganza. non l'havete voi hormai posto al fondo con tanti zibelini, con tanti martori, & con tanti lupi cervieri? non l'havete voi quasi che destrutto con tante, carrete, cavalli, ricami, & paviglioni? che potreste far piu se recato li havessi l'imperio di Roma in dote? cieche nel vero siamo, adornando con tanto studio questa nostra carnaccia: ch'altro però non è che fango, & polvere & cosi coprendo questo nostro Capo di si pretiosi coprimenti, non capendovi dentro salvo che pensieri vani, sogni, & folle de romanzi: Io vorrei sorella mia, c'hoggimai si ravedessimo & pensassimo che non siamo piu fanciulle; i capei di fino oro tosto incominciaranno a farsi d'argento, & n'anderemo tosto in luogo, dove non si renderà conto del vestir leggiadro, ne di legar i crini con piu grata maniera, ma renderemo ragione della fede, della charità, & del tempo mal speso in frascherie: voi havete intelletto, adoperatelo, adunque riconciliatevi col vostro consorte, honoratelo, contentative di ciò ch'egli vuole, fateli vezzi, come faccio io al mio signor Luigi.
Di castel Giuffrè alli XXV. di Febraio.
CATHERINA .C. GONZAGA ALLA .S. LIVIA MORTELLA.
Mi sono doluta assai della sententia, che voi havete havuto nella possessione che vi lasciò vostro marito; et ho per vostro servitio, et per honore della giustitia desiderato, che hoggidì presso di noi regnasse qualche novo Cambise che facesse scorticare questi iniqui giudici come già fece quel Sisamne, che dette l'iniqua sententia: sofferite pacientemente poi che sempre questo iniquo sesso Mascolino fu nemico di noi povere donne; & sempre a suo potere ci conculcò & a mal termine ridusse: state sana & confortative, tenendo per cosa ferma che Iddio non vi debba punto mancare, pur che in esso riponiate le speranze vostre. Dal nostro castello di Luzzara: alli IIII. d'Aprile.
SUSANNA VALENTE A .M. N. D.
Voi mi fate sapere per vostre lettere, che desiderareste havere per vostro marito quel dottore, del quale l'altro giorno diffusamente mi parlaste; pregandomi che far voglia ogn'opra perche il fatto si congiunga; mi credo fermamente che habbiate perduto il cervello. & che Diavolo volete voi far di Dottori? non sapete che sono questi litterati per la maggior parte tisichi, gelosi & franetichi? oltre che il studio li fa sempre catarrosi, ne sentirete mai altro che sputacchiare & tossire; fate a mio senno, lasciateli stare & questo ispetialmente: non vedete voi che ceffo d'asassino egli hà? non vedete che guardatura crudele et che maniere contadinesche son le sue habbiate un poco di patientia, che se à quest'hora è vivo il figliuolo d'un mio honorato amico farò ogni opra perche vi sia & sposo & servidore: egli deve fra pochi mesi ritornar dalla corte di Cesare, l'è il piu bello & attilato cavagliere che havesse mai la città nostra: state sana. Di Mantova alli XX. di Aprile.
IPPOLITA CREMA A .M. FULVIA RULLA.
Strana cosa mi pare che gli huomini si vantino tanto di esser soli nati alle lettere, essendoci tante & tante femine non meno di loro alli buoni studi atte: Aspasia Milesia fu pur maestra di Pericle avanti che le fusse moglie. Fa pur honorata mentione Gellio della dottrina di Pamphila, la quale scrisse tanti belli commentari nella Grammatica: fassi pur mentione di Phemonoe, di Sofipatra, di Theano, di Alpaida, di Demophilia, & di altre infinite? perche adunque si impudentemente si vantano? perche vogliono si sfacciatamente che di loro solamente sia l'ingegno? di lor sieno le forze & di lor sia finalmente ogni valore? attendete pur figliuola mia a li studi, & lasciategli gracchiare quanto vogliono, che alla fine saranno astretti a starsi cheti & ammirar la donnesca virtù; state sana & lieta, che Dio sempre da dishonore vi difenda, & in prosperità vi conservi. Di Mantova alli III. d'Aprile.
IPPOLITA CALCATERA A .M. PERLA.