Lettere di Lodovico Ariosto Con prefazione storico-critica, documenti e note
canto di Toscana, come anco di Lombardia, farmi participe delle nuove
averanno, offerendomi al simile con ogni sollecitudine verso quelle. Circa quelli dal Silico che ferirno, sì come è stato ditto, quelli dui da Castiglione, come per altre mie ho promisso a V. S., non resteranno impuniti dello eccesso perpetrato; e penso domane o l'altro andare fino a Castiglione per parlare con il vicario di V. S., e provedere che di nuovo si assicurino ambi li comuni di Castiglione e Silico, acciò possino praticare in qualunque loco, e l'uno a casa de l'altro senza sospetto. Spero fra ditto vicario e me faremo buona opera. E a V. S. offerendomi sempre mi raccomando; _quae bene valeant_.
Ex Castronovo Carfagnanae, die 20 aprilis 1522.
XXVI
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ Lo illustrissimo signor mio mi scrive che hanno da essere garbugli in Toscana, e che io usi ogni diligenza per intendere di ora in ora il successo di quelli; e specialmente mi commette sua Eccellenza che io abbia ricorso dalle S. V., rendendosi certo che da quelle si averà del tutto la verità: e così con questa mia prego V. S. si degnino di tale occorrenza farmene participe acciò io possi esequire lo intento del mio illustrissimo signore. E tutta la spesa delli messi che manderanno a posta, de la quale parte S. V. mi aviseranno, satisfarò a pieno; e anco di quella spesa che alle prefate accascherà fare per mandare in li lochi necessarii per avere la verità, sono contento che in quello parerà onesto a V. S. di concorrere; chè così è anco la mente del mio illustrissimo signore. E a V. S. offerendomi mi raccomando sempre: _quae bene valeant_.
Ex Castelnovo Carfagnanae, 25 aprilis 1522.
XXVII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Questo presente esibitore del mio commissariato mi fa intendere, esserli stato rubato uno suo mulo da certi suoi vicini; e che avendo ricercato di ritrovare detto suo mulo alli giorni passati, uno Giovanni di Niccolò Giusti da Pescaglia ebbe a dire, che sapeva colui che lo aveva rubato detto mulo: e ora volendo il predetto esibitore intendere da ditto Giovanni, chi era stato quello che glielo aveva rubato, ditto Giovanni li ha negato, e non li vuole dire la verità. Pertanto V. S. saranno contente commettere sia chiamato ditto Giovanni, ed esaminato quello lui sa di questo furto, acciò che il povero uomo possi trovare la via di rinvenire il malfattore e la sua robba; perchè, per quanto mi dice, quello Giovanni sa il tutto. E a V. S. offerendomi, mi raccomando sempre.
(Castelnovo.... 1522).
XXVIII[227]
AGLI OTTO DI PRATICA
_Magnifici et excelsi Domini mihi observandissimi._ Per obedire a quanto Vostre Signorie mi comandano; perchè le loro esortazioni voglio che mi sieno in luogo di comandamento; ho fatto chiamare a me quelli sudditi al mio officio, delli quali Bartolomeo da Barga si duole che da Buonconvento si sieno fuggiti con la paga; e ritruovo che molto ben difendono la ragione loro, e dicono che Bartolomeo mandandoli a chiamare a casa loro fece dare al capo (che tutti eran sette) certi scudi, promettendo come fussino a Castel Fiorentino, che darebbe loro la paga integra; e che venendo a trovare il detto Bartolomeo a Barga, n'ebbono la medesima promissione; e di più disse loro, che se a Castel Fiorentino non facea lor dar la paga, fusse lor licito di ritornarsine indietro con quelli denari che avevano: e quando furono a Castel Fiorentino, e non avendo denari, e per questo volendo tornare a dietro, furon pregati dal detto Bartolomeo che si conducessero fin a Poggibonici, dove avrebbon denari; e che mancando, senza altra eccezione se ne tornassino a Poggibonici. Non ebbono anco se non parole, e pur con li medesimi preghi e promissioni furo anco tirati fin a Siena: dove venendo li nimici, feron senza aver avuti altri denari le fazioni e il debito loro. Quindi volendoli di nuovo Bartolomeo condurre a Buonconvento, negaro di non volervi andare: pur, parte con prieghi, parte con dar loro alcuni pochi denari; che tutti cominciando da li primi ch'avevano avuto a casa e tra via, non passaro fra sette compagni in tutto la somma di X ducati; fece tanto, che li trasse a Buonconvento, refermando pure il medesimo, che se quivi non dava loro tutta la paga, se ne tornassino liberamente. E così condotti a Buonconvento con grandissimo disagio e carestia, non fu dato lor la paga più che in gli altri luoghi; e per questo non fuggendo, ma più presto partendosi di patto se ne tornaro a....[228]: e fra il giorno che si partiro da casa, fin a quello che si partiro da Buonconvento, corsero 14 giorni. Io per ubbidire Vostre Signorie, e insieme per non mancare del dovere, e non essendo io molto nè assai ancora esperto nelle ragioni pertinenti al mistier del soldo, ho fatto alquanto di ragunanza di uomini, che sono usati d'aver compagnie di fanti, avendo fatto che due mandati da Bartolomeo in questa terra, e dall'altra parte questi incolpati di esser fuggiti, han dette le ragioni loro. Ultimamente mi dicono che 'l soldo di questi fanti ha da cominciar dal dì che giunsero a Castel Fiorentino, secondo l'ordine e il costume solito del mistier del soldo; maisì, quando sia vero che Bartolomeo dicesse loro, che non avendo denari, cioè la paga intiera a Castel Firentino, se ne potessono tornar indrieto; che li patti rompono le leggi; che 'l soldo ha da cominciar dal dì che furon levati da casa e ebbon la prima prestanza. Li mandati da Bartolomeo non negano nè affermano questo patto. Io volevo assignare termine alli fanti a provar questo, ma li mandati da Bartolomeo non se ne sono contentati, e dubito che non sieno per farne a Vostre eccelse Signorie alcuna sinistra e men che vera relazione. Per questo ho voluto a quelle dare avviso del tutto, acciò ch'elle ancora ne sieno giudici, chè so che non si partiranno dalla giustizia, essendo io per non mi partire dà quanto parerà a quelle, delle quali son deditissimo; e in sua bona grazia mi raccomando sempre.
Ex Castronovo, 21 maii 1522.
Di Vostre eccelse Signorie
Observantissimo LUDOVICO ARIOSTO Ducale Commissario in Grafagnana.
XXIX
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Ho veduto quanto V. S. mi raccomandano Francesco Martino suo: non mancherà per me di farli, mediante la giustizia, ogni favore; e perchè sono in questa terra alcuni Statuti, che il commissario non si può impacciare in le cause pertinenti al capitano della Ragione, la qual via è alquanto lunga; io ho avvisato il prefato del modo che ha da tenere per venire a presta espedizione. E come in questa, così in ogni altra cosa sono paratissimo sempre di ubbidire V. S., alle quali mi raccomando.
Ex Castro novo, 23 maii 1522.
XXX
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Signor mio. Le troppe grazie che V. E. fa a questi uomini de la Vicaria di Camporeggiano li inasinisce (chè più onesto vocabolo non so loro attribuire), e nessuna cosa son per far mai se non per forza: io dico questo, chè mi par che usino gran torto al Capitano di Camporeggiano, che avendo esso fatto giustiziare quel ribaldo ch'aveva in prigione, e per li ordini e usanza che qui è dovendo per questo avere lire cinquanta, negano, per quanto me ne avvisa il Capitano, di volerlo soddisfare; e credo che vorranno avere ricorso a V. E., confidandosi che così come quella è lor benigna e liberale nel suo particolare, così anco debbia lor essere in quello che con gran fatica e continuo fastidio li officiali si guadagnano. Supplico V. E. abbia raccomandato il Capitano perchè è da bene e dotto e buono e fedele servitore di quella, per accrescergli l'animo a lui e agli altri di punir li tristi.
Appresso gli significo che ora son capitati qui alcuni che vengono di Maremma, che dicono che molti fanti ch'avevan preso denari a Pisa e poi s'erano imbarcati a Livorno per ire alla guardia di Genoa, son stati tenuti in posta da Messer Andrea Doria, o sia da frate Bernardino,[229] ad un luogo detto Meloria, e morti, feriti e presi con li legni che li conducevano. O vera o falsa che sia la nova la dò a V. E. nel modo che io l'ho; in bona grazia de la quale umilmente mi raccomando.
Ex Castelnovo, 22 junij 1522.
XXXI
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici et excelsi domini mihi observandissimi._ Io sono stato a questi giorni a Ferrara, dove fra le altre commissioni che ho avute dal mio illustrissimo signore, è stato che, per quanto si estende il mio potere, io sia sempre pronto a servire e fare cosa che piaccia a V. S., e specialmente ch'io non patisca che li ribelli della vostra eccelsa Repubblica vengano in questa sua provincia, e che venendoci, io li pigli e persegui non altrimenti che li ribelli e inimici di sua Eccellenza; e così sono apparecchiato di fare, e questa e ogni altra cosa, che di V. S. io pensi essere a beneficio e piacere. E perchè intendo che, non essendo io qui, V. S. si sono dolute col mio locotenente di certi assassinamenti che alcuni ribaldi di questa provincia banditi hanno fatto contra terre di quelle, oltra quello che io credo che 'l prefato locotenente abbi scritto, anch'io replico, ch'io n'ho grandissimo dispiacere e non minore desiderio di rimediarci, pur ch'io lo possi fare. Io n'ho scritto al mio illustrissimo signore, e penso che sua Eccellenza in ogni modo mi mostrerà qualche via di potere castigare li malfattori, meglio ch'io non ho potuto fare, nè posso fin qui più, oltra quello che credo che il mio signore disegnerà di fare. L'avviso di V. S. credo che mi saria per giovare molto, scrivendo quelli alli vicari loro che confinano con questa ducale provincia, che per perseguitare tali uomini di pessima vita, ad ogni mia requisizione venissero coll'armi in aiuto delli miei balestrieri, e non dessino in loro terre ricapito alli nostri banditi; che 'l medesimo anch'io sono per fare contra li ribelli e banniti di V. S.: in buona grazie alle quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 12 septembris 1522.
XXXII[230]
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Sign. mio. Oltra quello che per un'altra mia ho scritto a V. Ecc. circa i disordini che sono in questo paese, alli quali senza l'aiuto di quella non è possibile, non avendo più forza di quello ch'io m'abbia, io possa rimediare; benchè non manco di tutti quelli rimedî ch'io posso: prima ho fatto fare contra li assassini di Pontecchio e suoi seguaci (tra quali è quel Battistino Magnano, il quale fu causa de la discordia tra quelli di Barga e di questa terra) una grida,[231] de la quale mando a V. Ecc. qui inclusa la copia, acciò che a quella piaccia di confermarmela per sue lettere: e appresso ho scritto al Commissario fiorentino da Fivizzano e alli Signori Lucchesi acciò che tutti insieme mettiamo in ordine una bella caccia, sicchè da ogni banda si dia addosso a questi ladri, li quali tuttavia non cessano di far ogni dì assassinamenti e por taglie a chi lor pare, e hanno ardimento di mandare a dire a gli uomini qui di Castelnovo, che se non mandano loro certi denari che domandano, li verranno a tagliare a pezzi fin in questo Castello: e forse avriano ardire di farlo, perchè hanno chi fa lor spalle e li nutrisce e difende. E perchè V. Ecc. conosca ch'io non m'inganno in tutto, le mando similmente qui incluso una lettera che oggi mi è venuta in mani, voglio dire la copia d'una lettera che scrive Bastiano Coiaio a questi banditi del Silico, il quale Bastiano è, come per un'altra mia ho scritto a V. Ecc., il consigliere e guidatore de la fazione di Pierino, e in casa del quale li banditi spesso si riducono a consiglio, come ne sono esaminati testimonî appresso il Capitano qui. E acciò che V. Ecc. intenda il tenore della lettera, quella sappia, che quel dì proprio ch'io giunsi qui fu tolto un mulo a Camporeggiano e trafugato a Cicerana in mano del Moro dal Silico, il quale è fratello di quelli che ammazzâro Ser Ferdiano, ed esso ancora per altre cause ha bando: tuttavia sta nel paese, e tiene la Rocca di Cicerana. Colui a chi fu tolto il mulo è stato ritenuto a non venire a lamentarsi a me, parte con minaccie, parte con promissione di fargli restituire il mulo. Oggi si condusse a Bastiano Coiaio il quale gli ha fatto la lettera della quale io mando la copia; ma prima ch'abbia dato la lettera è stato _indotto venire_ a me, e io gli ho dato giuramento quella lettera essere di mano di Bastiano e che esso glie l'ha veduta scrivere, e poi n'ho _fatto la copia_, la quale io mando acciò che V. Ecc. conosca che esso Bastiano ed Evangelista, che sono partesani e consiglieri di Pierino, sono quelli che _aiutano_ e consigliano questi banditi; e chi li levasse di questa terra insieme al loro capo Pierino la risanerebbe, come chi ne levasse tutto il morbo.
Questa è la copia de la lettera:
«Adì 13 di sett. 1522.
«Moro. Io sì ho visto li conti fra Bastiano Catucio e quelli di Pierlenzo, in modo ch'io vedo che quelli di Pierlenzo si hanno torto, sicchè pertanto egli _diceva che_ voleva andare dal Commissario e io non ho volsuto per onor tuo, perchè il _mulo_ l'avete in le man vostre; e per tanto a me pare che per mezzo tuo tu gli facci _rendere_ il suo mulo in ogni modo, senza fargli pagar nulla; e questo sia l'onor di noi: e se gli voleva por taglia, non lo doveva menar costì in le man _vostre_: pertanto fatelo sùbito; se non voi avrete un comandamento di renderlo, perchè qua si dice che voi l'avete in le mani. Appresso farete quanto Giorgino _vi dirà_, e fate che non sia fallo perchè a Ser Evangelista e a tutti noi ci pare che lo facciate e sùbito. De l'altre cose io vi terrò avvisato per il mio _mezzadro_ del tutto. A me pare che voi dobbiate dare il mulo a Giorgino; e non sia fallo, perchè a noi serà vergogna grande: e se quelli di Pierlenzo credono aver nulla da Ser Bastiano Catucio, facciami intendere sue ragioni, e poi lasci fare a me.
«Bastiano Coiaio, in Castelnovo.»
Questa è la copia de la lettera, sopra la quale V. Ecc. faccia quel giudicio che le pare; e a questa e a molt'altre cose pertinenti a questa provincia supplico che faccia quella provvisione che le pare più espediente: in buona grazia de la quale umilmente mi raccomando.
Castelnovi, XII sept. 1522.
XXXIII
A MESSER OBIZO REMO
Mag. Mes. Obizo. Vostra Mag. vederà per quest'altra mia quanto io scrivo al Signore.[232] Prego quella che faccia presto ch'io abbia risposta, perchè veramente che se non si rimedia a questi disordini, ne nascerà un dì uno che non vi si potrà rimediare. Pierino è pur anco in questa terra, e per quanto intendo non mi par ch'abbia voglia di venire a Ferrara, e non si può pensare altro, se non che costui sia consapevole di qualche gran maleficio, e non è sicuro che non si sappia, e per questo dubita di venire. Già son sei dì ch'io son qui, e ancora non è stato ardito di venire dove io sia. Ieri sera arrivò un suo messo che aveva mandato a Ferrara, ed è quello al quale io dò la colpa che tra via abbia tolte le lettere a quel nostro corriere. Ogni modo io gli vo porre le mani addosso, ma voglio aspettare che Pierino sia partito, se si ha a partire. Costui, cioè Pierino, ha pratica secreta a Ferrara di persone che gli fanno animo di poter far ciò che vole, e dopo che V. S. gli scrisse quella lettera ducale, venne da Ferrara un balestriero il quale ha nome Quirino da Brescello, e parlato che gli ebbe tornò subito indrieto. Prego V. Mag. che faccia intendere ogni cosa al Sig., e forse non serìa male intendere da quel balestriero che venne a fare. Appresso per levare spesa a questi poveri uomini, acciò che per ogni cosa non abbino a venire a Ferrara, piglio cura di mandare lor supplicazioni; e così mando questa inclusa, la qual parendo a V. M. di segnare, la rimetta, che farò che la Cancellaria non perderà il suo consueto: e a V. M. mi raccomando, e desidero di intendere che Mes. Bonaventura[233] sia ben guarito.
Castelnovi, 14 sept. 1522.
Di Vostra Magnificenza LUDOVICO ARIOSTO
Post scripta. Pierino Magnano mi ha fatto pregare (chè esso, non so per che causa, se non _quia malus odit lucem_, non è mai venuto dove io sia) ch'io prolunghi il suo termine di comparire a Ferrara otto giorni ancora. Sono stato contento: non so se verrà.
Fuori — _Mag.o Domino Obizo Remo Ducali Secretario mihi honor.o — Ferrariae._
XXXIV
AGLI OTTO DI PRATICA IN FIRENZE
_Magnifici et excelsi Domini mihi observandissimi._ Fin il maggio passato io scrissi a Vostre eccelse Signorie quello ch'io avevo fatto e potuto far con ragione nella causa che Bartolomeo di messer Jacopo da Barga ha con alcuni di questa ducale provincia, che esso dice che con la paga si fuggirono da lui a Buon Convento, e pienamente feci a Vostre Signorie (s'elle ebbero la mia lettera) intendere che avendo l'una parte e l'altra a paragone, avevo trovato quello che anco replicherò di novo, acciò che quelle non abbino di me questa mala openione, che a persona del mondo io volessi mancare di ragione, e tanto meno ne vorrei mancare alli sudditi suoi, che oltra che Vostre eccelse Signorie ho in riverenza, per rispetto della buona amicizia ch'io so essere tra il mio ill.mo signore Duca e cotesta eccelsa Repubblica, anche io particolarmente e per antiqua conversazione ch'i' ho avuta in Fiorenza e per una naturale inclinazione son molto affezionato a cotesto Stato e desideroso di ubbidire li comandamenti suoi. Vostre Signorie dunque intenderanno di novo, che la cosa sta in questo modo: che Bartolomeo mandò a levare alcuni di questa provincia, che in tutto furon sette, e diè loro certi pochi denari, promettendoli come fussino a Castel Fiorentino, avrebbono il supplemento della paga; e essi dubitando di non essere menati a vento, gli protestaro, che non avendo quivi li lor denari, se ne voleano poter ritornare con quelli pochi denari che avevon presi; e così non niega uno, che Bartolomeo mandò quì, essere vero: come furono a Castelfiorentino, non v'era chi dèsse denari, e questi nostri voleano ritornarsi; ma pur pregandoli Bartolomeo, furon contenti d'andare a Poggibonici; ma protestando di novo, se quivi non avean la paga, se ne ritornerebbono a casa; da Poggibonici, con simili preghi e promesse, furono tratti a Siena. Non essendo anco a Siena chi lor dèsse denari, se ne volsono ritornare; pur Bartolomeo pregando e promettendo e dando loro anche qualche quattrino, fece tanto che restaro: e venendo il campo a Siena, furo in su le mura, e feron la lor fazione; e da Siena poi, senza dar lor la paga, con simili preghi e promesse furon tratti fino a Buon Convento; dove non avendo anco la paga, nè speranza di averla, e per la più parte dissolvendosi il campo, se ne vennero con molti altri, e se ne portaron quelli pochi denari che avevan preso; che in sette compagni furon circa dieci o dodici ducati. Questo ch'io scrivo a Vostre eccelse Signorie fu confirmato da una parte e dall'altra in mia presenza esser vero. Ma perchè la professione mia non è d'arme, non mi confidando di sapere giudicare in questa causa, chiamai, con un dottore che abbiamo qui assai ben dotto, molti uomini da bene, c'hanno fatto il mestiero del soldo; li quali disseno, che a quel dì che arrivaro a Castelfiorentino doveva cominciare il servizio di questi fanti, e poi compensare chi era più, o li dì ch'avean servito o la rata delli denari che avevan presi. Questa determinazione non piacque a chi era venuto per Bartolomeo, e si partiron; e hanno fatto querela a Vostre eccelse Signorie come io non gli voglia far ragione. Quelle intendono il caso, e perchè son prudentissime, e hanno costì copia di soldati e persone che intendono meglio l'uso dell'arme, che non fo io, nè questi qui meco, con li quali io mi posso consigliare; supplico Vostre eccelse Signorie che giudichino questa causa, e che mi avvisino quello che vogliono ch'io faccia, ch'io sono per condennare e assolvere questi miei, secondo il giudicio di quelle: e quando Bartolomeo dicessi che la cosa stessi altrimente, io manderò a star seco al paragone uno di questi fanti, che chiariranno le menti di Vostre Signorie; in bona grazia de le quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 24 septembris 1522.[234]
XXXV
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ Perchè, per grazia di Dio, tutta questa ducale provincia di Garfagnana fino a qui è sana e senza un male al mondo, vorrei con tutti li modi che mi sieno possibili, che anco per lo avvenire si conservasse, e per questo non cesso di far fare buona guardia di non lasciare venire persone di paese sospetto: ma questi sono mali che nascono tanto improvviso, che non mi confido di conoscere bene da chi mi debbia guardare. Per questo ho voluto ricorrere a V. S. come a quelle nelle quali ho grandissima fede, e credo che poco meno amino li sudditi del mio illustrissimo signore che li suoi proprii; così le supplico che sieno contente per questo messo, ch'io mando a posta, di avvisarmi le terre da chi mi debbio guardare, e che anche mi consiglino, s'io debbo lassare fare la fiera; la quale, sperando che le cose migliorasseno, avevamo differito a'cinque di ottobre. E in buona grazia di V. S. mi raccomando.
Castelnuovo, 28 settembre 1522.
XXXVI
A OBIZO REMO
Magn. mihi hon. Ieri ho avuta una lettera del Sig. nostro mandatami da Cristoforo Casanova da Sestola in risposta de la grida, de la quale mandai la copia. Del procedere contra li assassini da Pontecchio e gli altri banditi, non dubitate ch'io 'l faccia senza il consiglio del Capitano qui, e ch'io possa essere imputato di far contra ragione. Mi piace che 'l Sig. sia contento ch'io pigli accordo con Sig.ri Lucchesi e Fiorentini che li lor banditi non sieno sicuri sul nostro, nè li nostri sul loro: io tratterò la cosa maturatamente sì che vada di pari, e non abbino vantaggio da noi. Credo che a quest'ora abbiate Pierino a Ferrara. A Bastiano Coiaio ho dato alquanto di dilazione, e non lo costringerò a venire altrimenti finchè io non abbia risposta alle lettere che circa questo ho scritto a Vostra Mag.; e Ser Evangelista in nome di questa Comunitade ha scritto al Sig. il testificato di avere esso dato recapito a' banditi. Per un'altra mia avrete veduto esso viene malissimo volentieri, e dice che questa è la sua ruina, e mi prega e mi fa mille croci ch'io faccia opera che non venga. Io gli ho compassione; pur in questo mi rimetto a chi ha miglior giudicio di me, e a chi la misericordia non corrompe la giustizia. Io 'l confesso ingenuamente, ch'io non son uomo da governare altri uomini, chè ho troppa pietà, e non ho fronte di negare cosa che mi sia domandata.
Li balestrieri che seranno esibitori di questa son due uomini da bene e bene in ordine e valentuomini: quanto gli ho saputo imputare è che hanno moglie in questa terra. Io li raccomando a V. Mag. che faccia che non perdano il lor loco. Ce n'è restato un altro detto il Magnano, il quale per essere ammalato non ha potuto venire. Venirà più presto che potrà. Prego Vos. Mag. che operi che per questo non perda il suo loco, chè anco così mi promise mess. Giovanni Ziliolo. Quest'altri che restano avranno il bisogno, e non accade mutarli per adesso altrimente. Quel Giovanni Frascolino che Vos. Mag. mi raccomanda, non è comparso. Se fin adesso non è partito da Ferrara, non curo che venga altramente nè lui, nè altri, perchè di questi ch'i' ho mi contento.
Ringrazio Vostra Mag. dell'avviso che mi ha dato del Sig. Don Ercole,[235] e così starò con speranza di meglio, e che quello che fu promesso a Mes. Lod.o Cato[236] in Ispagna sia quello che tutti desideràmo. Altro non occorre al presente. A Vostra Magnificenza mi raccomando.
Castelnovi, 2 octobris 1522.
XXXVII
AL MEDESIMO
Mag.co Mess. Opizo mio onor. — Bastiano presente esibitore viene per supplicare al Signore nostro in suo nome e forse anco per suo zio Leone, ambidui da Gragnanella, che voglia lor rimettere la condennazione nella quale sono incorsi per aver feriti l'un l'altro, e son quelli a punto di che V.a Mag.za mi scrisse addì passati che la intenzione del Signore nostro era di non far loro altra grazia più di quella ch'avevan per li Statuti. Pur perchè son poveromini e me n'hanno pregato, io li raccomando a V.a Mag.za che faccia il Signore star contento delle 35 lire c'ha pagato ciascun di loro. Gli è vero che l'ordine era che non avessino ad uscire di prigione finchè non avessino satisfatto a tutta la somma; pur a' preghi di molti uomini da bene son stato contento di far lor termine del resto de la metade per tutto questo mese e dell'altra metade per tutto novembre; ma ben ho assicurato la Camera che al tempo debito sarà pagata. Or, come dico, Sebastiano viene per impetrar grazia, e così io lo raccomando a V.a Mag.za, facendoli fede che paga mal volentieri; e a V.a Mag.za mi raccomando.
Appresso, io scrissi addì passati come un Balduccio da Carreggini imputato di aver morto un Togno che stava alla Isola Santa si era venuto _sponte_ a porre in prigione del Capitano di Camporeggiano, ma che subito, cioè l'altro dì che 'l detto Balduccio si era posto in prigione, il detto Capitano si era partito dall'ufficio con la licenza alla usanza delle Suore da Genova,[237] e ito un poco a spasso a casa sua in Lunigiana: e per questo e perchè non stavo sicuro che costui, con speranza di purgare li indizi con poca lavatura si fusse d'accordo andato a porre in prigione, avevo disegnato di mandare a torre questo prigione e di tenerlo qui a Castelnovo acciò che non si esaminasse senza me; ieri, essendomi per altre faccende accaduto andare a Camporeggiano, avevo pensato di menarlo meco in qua, e tanto più me ne venne voglia quando vidi in che modo era tenuto, però che va libero per la rôcca e senza guardia, e a lui sta l'andare e il stare. Pur a' prieghi di Ser Constantino, il quale è il notaro di quel loco, fui contento di non far questa ingiuria al Capitano, ma ben comandai al cavalliero del Capitano che lo ha in guardia, ed anco al notaro, che lo dovessino tenere in prigione e con li ferri alli piedi, e che anche quando accadesse che purgasse li indizi, non lo lasciasseno senza mia commissione. La parte offesa ha fatto gran querela a me che costui sia tenuto così largamente e vorria ogni modo ch'io pigliassi questa causa in me, e credo che supplicherà. Io non mi curerei già di questo impaccio perchè ci son mal atto, ma non sería male che alla cognizione di questo s'accompagnasse il Capitano di Castelnovo con quell'altro di Camporeggiano, acciò che una volta s'incominciasse in questo paese a punire li malfattori, che per l'impunitade c'hanno avuto pel tempo passato e pel poco braccio che li officiali han qui, moltiplican di sorte che non è sicuro il paese in alcun lato. Ma la Vicarìa di Camporeggiano sta molto peggio, che di poi ch'io son tornato da Ferrara è stato morto uno a San Romano, un altro in un altro loco pur di quella Vicarìa è stato preso da quel Ginese (che anche amazzò il conte di San Donino) e legato ad un arbore nudo, e poi che l'ha avuto legato gli ha dato sedici ferite: e tutta la notte quel pover uomo è stato legato nella selva, nè fin al giorno a grande ora ritrovato, e pur ancora è vivo. Quelli ribaldi da Ponteccio stanno tuttavia a casa e ancora hanno ardimento di mandare a domandarmi accordo, e per l'uno di essi, cioè Bernardello, è venuto Simon Contardo e mi ha offerto che quando io gli perdoni, che darà sicurtà di trecento ducati di non fare dispiacere ad uomo del mondo e di vivere costumatamente e di pagare tutto quello che ha tolto dalli castronari di Domenico di Amorotto, e sopra questo di donare a me, o voglia un muletto o voglia X ducati d'oro. Similmente è venuto un altro da parte di Bertragnetto e mi ha fatto la medesima offerta, ed anco lui, per la sua parte, di donarmi altri X ducati; poi ieri, ch'io fui a Camporeggiano, gli Otto di quella Vicarìa mi pregarno del medesimo per tutti quelli assassini che darebbono securtade di 300 ducati di vivere d'uomini da bene. Io ho mostrato di dar loro qualche speranza, e questo perchè mi proponevano che s'io volevo far loro un salvo condotto che mi venisseno a parlare, mi farebbono intendere che il torre de li denari a quelli Lombardi, che poi restituiro, e il torre di prossimo questi castroni era stato lor fatto fare sotto fede che ne farebbono piacere al Signore nostro, e che parlandomi mi direbbono chi fusse stato quelli che a ciò li avesse persuasi. Io non ho voluto a patto ignuno che mi vengano a parlare, nè far loro alcun salvo condotto, ma ho lor fatto dire che mi scrivano tutto questo che mi voglion dire a bocca, e così son rimaso con loro. Gli ho usato anco un poco di mansuetudine, perchè ho pratica con alcuni uomini da bene da Sillano, che assicurandoli un poco sperano di darmeli ne le mani. Questi altri dal Silico che amazzaron Ser Ferdiano stanno tuttavia al Silico e a Cesarana. Io non cesso di pensare e di fantasticare come senza spesa del Signore nostro io possa accrescere le mie forze per far che almeno questi ribaldi abbian paura di me. E per questo ieri fui a Camporeggiano dove avevo commesso che fusson chiamati gli Otto di quella Vicarìa; ma per essere andato il mio comandamento tardi, non ne potei avere se non quattro. A questi feci intendere come a' dì passati ch'ero stato a Ferrara avevo avuto lungo parlamento con l'Ecc.a del Signore circa li delitti ch'ogni dì si commettevano in la lor Vicarìa, e che Sua Ecc.a volea provederli ogni modo, e che stava in pensiero di mandare un'altra volta il suplemento fin alli 25 balestrieri, e che voleva più presto che essa Vicarìa si dolesse di pagare questi balestrieri, che fusse lasciata a questo modo in preda alli assassini e ribaldi; ma che da l'altra parte avendo pietà alla povertà sua, era stato perplesso assai: ultimamente aveva eletto questo espediente, che la Vicarìa di Camporeggiano eleggesse cinquanta uomini sotto dui caporali, e quella di Castelnovo cinquant'altri sotto dui altri caporali, e questi fussino obligati, o tutti o parte secondo li bisogni, ad ogni richiesta del Commissario venire armati e insieme con li balestrieri andare a fare le esecuzioni che serian lor commesse, ed ogni volta che fusseno messi in opera, ogni Vicarìa fusse obligata a pagare li suoi a sei bolognini per fante il giorno, chè questa serìa poca spesa alla Vicarìa: e pigliandosi questo ordine non accaderà che 'l Signore mandi qui altri balestrieri. Alli quattro Otto che qui si trovaro piacque questo modo, e dissero che era poca spesa e per riuscire loro in grande utile, ma che volevano termine a rispondermi finchè avessino parlato col resto degli Otto e che speravano che a questo tutti seriano di una volontade. Io ho voluto di questo avvisare V.a Mag.za acciò che accadendo che qualcuno di questi venisse a Ferrara e ne parlassi, io non paressi bugiardo. Con quest'altra Vicarìa di Castelnovo credo facilmente di ottener questo ordine, il quale succedendo come spiero,[238] non credo che li banditi si fermino troppo in questa provincia.
Pierino Magnano oggi son 12 giorni che con mie lettere si partì da Castelnovo, e mi disse che voleva venire ad ubbidire il Signore. Se sia a questa ora giunto o no, V. Magn. lo può sapere meglio di me. A me è detto (ma non so se ben lo debbia credere, perchè la persona che me l'ha detto non è troppo sua amica), che dopo che si partì di qui è stato alcuni dì ascoso con alcuni banditi nel campanile di Villa, terra qui vicina, e che poi è ito a Pistoia. A Bastiano Coiaio ho fatto un altro comandamento, e assegnatoli un termine che mi è parso conveniente di appresentarsi dinanzi al Signore.[239] Esso sta pur con speranza, che, prima che 'l termine finisca, il Sig. abbia da revocare questa commissione. Come ho detto, ieri fui a Camporeggiano, e quelli uomini si maravigliano che 'l Sig. non manda un Capitano nuovo, o non conferma questo che sin qui ci è stato, perchè il suo termine finì a San Michele. Il Capitanato di Camporeggiano è molto migliore di questo di Castelnovo, e ora che le cose sono pacifiche, credo ch'ogni uomo da bene ci verria volentieri. Altro non m'occorre al presente. A V. Magn. mi raccomando.
Castelnovi, 5 octob. 1522.
XXXVIII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi_. Ancora che pochi dì siano ch'io scrivessi a V. S. del medesimo tenore, e ch'io abbi ritrovato quelle prontissime a compiacermi di quanto io l'ho pregate; pure avendo di nuovo circa questa materia avuto lettere e nuova commissione dallo illustrissimo mio signore, mi è parso di replicare con questa altra, e fare loro intendere, come sua Eccellenza per quiete di questa provincia desidera che fra V. S. e sua Eccellenza sia rinnovata quella consuetudine e patto, ch'io intendo che altre volte ci soleva essere: che li banniti di questa provincia per alcuno caso enorme, come rebelli ovvero assassini ovvero omicidiali volontarii, non possano essere securi nel dominio di V. S., _et e converso_; e che capitando alcuni di tali banditi da V. S. in questa ducale provincia, il Commissario qui sia obbligato a dare ogni favore a chi li domanderà per parte di V. S., perchè li abbi nelle mani, _et e converso_: pertanto io supplico V. S. che siano contente di compiacere in questa onesta domanda il mio signore, e scriverne una lettera nel miglior modo che paia a quelle, la quale io abbia a fare registrare nelli Statuti di questo loco; e io farò il medesimo o per mie lettere, ovvero ch'io ne farò venire una ducale come più piacerà a V. S.; in buona grazia delle quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 9 octobris 1522.
XXXIX
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ V. S. vedranno quanto questa comunità di Castelnuovo le raccomanda uno fratello di prete Riccio, il quale costì è stato preso per imputazioni di monete false. Quando sia novizio ne l'arte, e mai più non abbi fatto simile errore, e sia stato sedotto dal compagno (sì come è più facile che li cattivi corrompeno li buoni, che li buoni reducano li cattivi al ben fare), io ancora insieme con gli altri lo raccomando a V. S.: ma quando anco sie _inveteratus malorum_, io non sono per impedire la giustizia. E a V. S. sempre mi raccomando.
Castelnovi, 14 octobris 1522.
XL
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ Mi è stato referito che a Ceserana, terra qui prossima e di questa ducale provincia, è nascosamente uno di quelli Totti ribelli di V. S., in compagnia degli figliuoli di Peregrino dal Silico banditi di questo ducale sito; e per non avere io più braccio di quello che io mi abbi, vi stanno contra mia volontà. Per questo mi è parso di avvisare V. S., che con quello mezzo che loro paia il migliore veggano per la via di Lupinaia o altre loro terre in quelle confine, di informarsi se questo che mi è stato detto è vero o no, che anch'io dal canto mio mi sforzerò di informarmene meglio che potrò: e ritrovandosi essere vero, mi pareria ben fatto che V. S. mandassero il loro bargiello una notte, o veramente qui a Castelnuovo o in qualche altro loco, dove più giustamente questi balestrieri che io ho qui si potesseno congiungere con lui e andare a Ceserana, e in un tratto pigliare il ribelle di V. S. e li banniti di questa provincia. Prego dunque quelle, che usino diligenza per trovare la verità di questo che io scrivo, che anch'io farò il simile; e quello che ne arà prima certezza, ne avviserà l'altro. E a V. S. sempre mi raccomando.
Castelnovi, 14 octobris 1522.
XLI
AL DUCA DI FERRARA
Ill. Sig. mio. Ieri il Moro dal Silico mi appresentò la grazia che V. Ecc. gli ha fatto per un certo omicidio che meritava più presto clemenza che severità. Oggi ho avuto lettere e messo a posta dal Commissario di Frignano, che mi avvisa che questo Moro insieme con li fratelli e altri compagni, de li quali esso Moro era capo, tornando di Frignano in qua, dove erano iti in soccorso di Virgilio, intrôro in casa d'un suddito di V. Ecc. lì da Frignano, e gli spezzâro gli usci e le casse, e depredarono roba e valuta di cento lire, non essendo in casa altri che una vecchia; e mi prega ch'io faccia restituire questa roba. Se 'l Moro mi torna più dinanzi, io lo piglierò e farò che 'l Capitano lo punirà come merita il delitto, senza guardare a grazia che gli abbia fatto V. Ecc., perchè non si estende in questo nè in altri assassinamenti che _mi_ è stato detto che questo Moro insieme con li fratelli hanno fatto; ma dubito che non ci tornerà, perchè questo poveruomo che è stato rubato, prima che sia venuto da me, è stato dal figliuolo e dal nipote _di_ Bastiano Coiaio e da ser Evangelista a provare se per lo meno potesse riavere la sua roba: _e a ciò dice di_ essere stato consigliato da questi altri di Frignano che sono _uniti col Moro in_ lega; e non avendo potuto aver niente _è ricorso_ a me; sì che dubito n'avrà preso sospetto, e non tornerà _più_ a me. Se non torna, parendo a V. Ecc., gli annullerei la grazia: in buona grazia della quale humillime mi raccomando.
Castelnovi, XIX novembris (1522).[240]
Humillimus servitor, LUDOVICUS ARIOSTUS.
XLII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ A' dì passati scrissi a V. S. del desiderio che aveva lo illustrissimo signor mio, che li banditi per omicidi volontari di questa ducale provincia e ribelli non fusseno sicuri nel dominio di V. S., massimamente in queste terre che ne confinano qui in Garfagnana; con obbligo che sua Eccellenza facesse il medesimo verso V. S.: e perchè quelle non mi hanno mai dato soluta risposta, e perchè anco di nuovo lo illustrissimo signor mio me ne ha scritto, ho replicato questa, per la quale le prego che mi rispondino, e siano contente di concedermi quanto li domando, che veramente farà la quiete e tranquillità di tutta Garfagnana. E a V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 22 novembris 1522.
XLIII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi honorandissimi._ Perchè ogni dì si rinfresca qualche nuova circa la peste in questi luochi, che non sono da noi però molto distanti, mi pare che sia mio debito e ad ogni altra persona che non sia in tutto stolta, di porre questa cosa per il maggiore pensiero che io abbia; e come se la guerra mi instasse, io avrei ricorso a V. S., come a quelle nelle quali dopo il signor mio ho maggior fede, così in questa peste che non mi spaventa meno che farebbe la guerra, userò la medesima confidenza. Di nessuna cosa ho più dubio, che delli miei mulattieri, li quali mandati da Acconcio salinaro vanno e vengono da Pisa; e questo solamente per li alloggiamenti che fanno per via, che non so come siano securi: per questo mi è parso ricorrere a V. S., e pregarle siano contente di fare trovare o in Lucca o fuora di Lucca ne' borghi una stanza dove detti mulattieri possano albergare senza andare alla publica ostaria; della qual stanza esso Acconcio pagherà l'affitto, e se la fornirà secondo il suo bisogno. Maggior grazia ancora avrei da V. S., che quelle si degnassero di provvedere che detti mulattieri di Acconcio non avessero da passare Lucca, ma che V. S. commettesseno alli suoi carrattieri e vetturali, che ad istanza di detto Acconcio levasseno da Pisa la quantità del sale che li bisogna, la quale è in tutto staia 3000 e la conducessino a Lucca, e secondo l'ordinario e solito pagamento; dove si porrebbe in una stanza deputata a questo, e di costì si manderebbe per li nostri vetturali a tôrre qui a Castelnuovo: assicurando V. S. per tutte quelle cauzioni che loro paresse, che non avessino di tal cosa a patire danno alcuno. Io prego di questa grazia V. S. sì per più securità di mantenere sano il paese, sì anco perchè la montagna di Modena ha gran bisogno di sale; e dubito che li vetturali nostri non potranno supplire così presto, come richiede il bisogno: e lo illustrissimo signor mio mi ha dato commissione ch'io usi diligenza, che questi sali si conduchino presto. S'io piglio troppa securità di V. S., quelle lo attribuischino più presto a molta fede che io ho in esse, che a presunzione: alle quali sempre mi raccomando.
Castelnuovo, 25 novembre 1522.
Se V. S. fusseno contente di dare uno alloggiamento a Sesto alli ditti vetturali, verrebbe comodo assai, e forsi manco disconcio a V. S.
XLIV
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Signor mio. Per ubbidire alla Ecc. V. ho fatto chiamare gli uomini de la Vicarìa di Trasilico, e fatto loro intendere da parte di quella che eleggano un altro potestade, chè V. Ecc. non vuole che Ser Tomaso Micotto più faccia l'ufficio. Essi uomini mi domandaron termine a far questa elezione sei giorni, e poi tornâro in capo di due, e mi dissero che mi pregavano ch'almeno io dessi dilazione a questo Ser Tomaso che potesse venire al cospetto di V. Ecc. prima ch'io lo privassi de l'officio, e che essi n'eleggessino un altro, con speranza che quella serìa contenta che per due mesi ancora seguitasse finchè fusse in capo de l'officio che gli fu dato per un anno; e che essi mi facevano questi preghi perchè erano pregati da detto Ser Tomaso, che non gli facessino questa ingiuria; e che essi erano sforzati avergli rispetto, fussino li suoi portamenti come si vogliano, per essere di buon parentado in questi paesi. Io nè in tutto ho voluto negare la loro domanda, nè anco compiacerli con disubbidienza di V. Ecc., e feci che elessino un potestade che rendesse lor ragione finchè Ser Tomaso o rifermato o in tutto escluso ritornasse da Ferrara; e così elessino Mess. Achille Granduccio, che solo in tutta Garfagnana si trova essere dottore, e veramente, oltra la dottrina, uomo molto da bene, che anco V. Ecc. ne può avere avuta qualche prova, chè non son molti giorni che era Giudice de' Malefici a Ferrara. Quando poi V. Ecc. vorrà che o al presente o al principio de l'anno, o a marzo, che fu il tempo che questo Ser Tomaso entrò in officio, che questi uomini facciano la consueta elezione, s'eleggeranno questo medesimo che hanno ora instituito, cioè Mess. Achille. La elezione non potria essere migliore: se anco eleggeranno altri, io ne farò giusta relazione a V. Ecc.
Appresso, per essere alquanto di discordia fra il Capitano di Camporeggiano e uno Leonardo da San Romano, al quale a' dì passati V. Ecc. ha fatto grazia libera d'una condennagione che gli avea data detto Capitano (e la discordia è che 'l Capitano vorrìa esigere il caposoldo, cioè due bolognini per lira di detta condennagione, allegando che la mente di V. Ecc. non è di donare quello che proviene agli officiali), io son stato alquanto sospeso di determinare questa differenza, chè da una parte mi pare che l'esattore non debbe aver guadagno dove non ha fatica di riscodere; e io che sono esattore a Castelnovo e similmente ho d'avere li due bolognini per lira, mai non gli ho domandati di condennagione ch'io abbia riscossa: da l'altra parte la ragione del Capitano non mi pare di poco momento, che dice questo essere suo emolumento, e che levandogli li emolumenti non ci potrà vivere; e che se non ne avrà frutto non farà per l'avvenire de le condennagioni: sicchè prego V. Ecc. che si degni di chiarirmi quello c'ho da far, o più presto da tollerare circa questo, perchè il Capitano ha voluto ogni modo detto caposoldo. Ben la supplico che non faccia, come si dice, de l'un figliolo e de l'altro figliastro, chè dovendo avere lui li due bolognini per lira anch'io li abbia; tanto più ch'io ho la fatica de l'esigere, che esso li ha senza fatica di esigere: perchè a Camporeggiano è poi anco un esattore separato che oltra quelli del Capitano tolle anche egli due bolognini per lira; e come vadano quelle esazioni di quella Vicarìa, il fattore lo debbe sapere, se mai ne vede conto.
Perchè V. Ecc. sappia tutto quello che accade in questa provincia, io scrissi a' dì passati a quella che 'l Capitano predetto aveva avuto ne le mani un Balduccio il quale insieme con prete Matteo e due altri ribaldi avevano gettato giù d'una balza e ammazzato un poveruomo, il qual Balduccio s'è ora venuto a porre spontaneamente in mano del detto Capitano, e che intendendo io che lo tenea molto sciolto, e per questo avendo suspicione che 'l Giudice e il malfattore fussino d'accordo insieme, commisi al notaro di Camporeggiano, non ci essendo il Capitano, che gli commettesse da mia parte che non lo lasciasse senza mia licenza; e che poi senza farmene intendere alcuna cosa lo assolse e liberò di prigione: a questo non mi è stato mai dato alcuna risposta. Appresso ho a significare a V. Ecc. un'altra cosa simile, non per dir male, ma perchè V. Ecc. intenda tutto quello che intendo io pertinente a questo officio. Fu a' dì passati fatta una rissa qua su a San Romano, dove padre e figliolo intervenne ad uno omicidio, e io di questa cosa esaminai due o tre testimonî che deponevano assai gagliardamente che 'l padre e il figliolo n'erano colpevoli, e tal testificato mandai al detto Capitano. Appresso intesi, non già che 'l Capitano mai me n'abbia avvisato nè detto parola, che 'l padre si era andato a porre in prigione, e poi ho sentito che è stato liberato e assoluto. Signor mio Ill., a me pare, se in queste cose non fosson fraudi, non si schivariano di comunicarle meco, e vengo in dubbio che detto Capitano non metta in effetto quello che, essendo già in contesa con gli uomini de la sua Vicarìa, che gli negavano di dare un certo premio per aver esso fatto giustiziare un ribaldo, disse presente molti uomini da bene: che poi che di questa esecuzione di giustizia negavano di premiarlo, impiccaria per l'avvenire le borse e non i ladri. Questo non ho scritto per referir male, ma per avvertire V. Ecc. che quando le fusse rapportato, che qui non si fa giustizia, ella non creda che sia mia colpa. Io avrei più ardire di riprenderli se non fusse che allegano c'hanno comprato l'ufficio, e che bisogna che se ne rivagliano: pur o comprino o abbiano in dono, mi parrìa lor debito che di queste cose che importano mi dovesson far partecipe.
Appresso un Mess. Gian Giacomo, il quale sta alla badia di Frassinoro, e al quale ho qualche obbligazione per onore che sempre a me e alli miei ha fatto quando mi accade di andare e di mandare innanzi e indrieto; e per questo (ma più perchè mi credo che sia gran servitore di V. Ecc.) l'amo e desidero ogni suo bene; esso mi scrive la qui inclusa lettera per la quale si duole come V. Ecc. vederà.[241] V. Ecc. giudichi se si duole a ragione o torto. Di questo fo fede a quella, che per quello ch'io lo conosco gli è molto fedele e affezionato, e anco Ser Tito qui notaro potrìa di questo fargli più certa testimonianza. Esso scrive, e anco più volte ha cercato di persuadermi, che Domenico d'Amorotto sia buon servitore di V. Ecc. Che esso sia o non sia, V. Ecc. lo debbe sapere meglio di me: io per me di questa bona opinione di Domenico non son ben chiaro, perchè gli effetti che per li tempi passati ho veduto mi paron contrarî: pur avendo esso più possanza in questi paesi che non hanno li officiali di V. Ecc., non mi pare che sia fuor di proposito mostrare di credere che più presto ne sia amico che inimico, finchè un dì Mess. Domenedio provegga che possiamo più di lui. Io mi son sforzato fin adesso di tenermelo per amico, e anco di persuadere a lui che V. Ecc. l'abbia per buon servitore: e questo credo che sia stato bona causa, che fin adesso non ha, sotto specie di parzialitadi, molestata questa provincia. Se questo mio discorso par bono a V. Ecc., prego quella che anco con estrinseche dimostrazioni si sforzi di tenere Domenico, se non amico, almeno non nimico. Se anco le par meglio ch'io faccia altramente, me ne dia norma.
Io ho da significare a V. Ecc. come a questi dì due preti, l'uno da Reggio, e l'altro qui da Sillano, andaron a trovare il Sig. Alberto da Carpi[242] a Lucca mandati da Domenico d'Amorotto, il quale Domenico domandava di essere fatto Commissario similmente del piano di Reggio come è de la montagna, e s'accompagnâro qui con uno, al quale per via disseno quello che andavano a fare; e questo l'ha riferito a me, e dettomi come il Sig. Alberto ha fatto a Domenico quanto ha domandato.[243]
Qui si dice che Pierino Magnano si è presentato al cospetto di V. Ecc.: quando sia vero, aspetto da lei intendere come m'ho da reggere, circa la confiscazione de li suoi beni. Io ho fatto condurre certa poca quantità di grano che era ad una sua possessione. Ancora che si sieno (come anco ho scritto) appresentati chi dicon averlo comprato dal figliolo, l'ho fatta condurre qui in rôcca, e ci farò anco condurre un poco di vino, e tutto quello che di lui si trova mobile: ma non ne farò altro contratto finchè non ho novo avviso da V. Ecc., salvo ch'io pagherò li balestrieri e le spese de la condotta. Altro non occorre al presente. In bona grazia di V. Ecc. mi raccomando.
Castelnovi, XXV novembris 1522.
Umil servitore, LUDOVICO ARIOSTO
XLV
AL MEDESIMO
Ill. ed Ecc. Signor mio. È accaduto che per far scrivere le robe mobili di Pierino che si trovava avere a Castelnovo e di fuore, e che non parendo a me che fusse in tutto sicuro che 'l mio Cancelliero vi andasse solo, ho mandato seco li balestrieri col suo capo ogni volta in la terra, e tre è accaduto che li detti balestrieri son cavalcati fuore ad un luogo distante di qui quattro miglia detto Villa: la prima volta vi andâro a scrivere detti beni e li consegnâro in mano del prete de la villa, e non parendo a me che fussino ben depositati, volsi che vi tornasseno e che li mettessino in mano de l'officiale de la Villa; la terza volta vi sono iti per farli condurre in qua, e così hanno fatto condurre circa un moggio e mezzo di grano che v'era, e lasciato comandamento a quelli uomini che conducano un poco di vino che v'è. Ora non sapendo io come io avessi a satisfare il Cancelliero, li balestrieri e il suo capo, scrissi a questi dì agli Magnifici del Consiglio che mi avvisassino come io li avevo a pagare. Sue Magnificenze mi risposeno ch'io facessi il consueto e quel manco ch'io potessi, e che satisfatto a queste spese io mandassi il resto a l'esattore de la Camera. S'io sapessi certo qual fosse questo consueto, io non avrei avuto a domandare il parere di Sue Magnif.: ma qui non è Statuto nè lettera alcuna che sia pervenuta in man mia, che parli di quanto appunto sia la mercede di tali esecutori. Li balestrieri ogni volta che cavalcano domandano un quarto di ducato per volta, e il Capitano un ducato; e se fanno esecuzione in Castelnovo, domandano la metade di questo, e dicono questo essere il consueto: e il Capitano per queste esecuzioni avrebbe voluto tre ducati e mezzo; e ogni balestriero tre quarti e mezzo: del Cancelliero non parlo perchè sta meco e si contenterà di quello che vorrò io. Io dissi di dare al Capitano due ducati, e mezzo ducato per balestriero, e tutti si dolgono come io voglia torre quel che lor proviene. Io supplico V. Ecc. acciò ch'un'altra volta io non abbia a contendere e dar causa che questi che mi hanno ad ubbidire mi voglian male, che faccia intendere com'è l'usanza ne li altri luoghi di V. Ecc. di satisfare li balestrieri per l'esecuzioni che fanno, e far che così de le cose che appartengono alli Criminali come di quelle che appartengono alla Camera, io sia puntualmente instrutto, perchè tal lettera io farò qui registrare ne li Statuti, acciò che per l'avvenire nè io nè li miei successori stiano più sospesi in tali cause. — Per la Dio grazia qui si vive molto quietamente e in pace, e ogni cosa anderìa bene se non fosse per la vicinanza ch'avemo d'alcune terre che sono infette di peste: ma io col Capitano de la Ragione e con alcuni uomini da bene di questa terra non cessamo di far tutte le debite provvisioni; ma gli è il pericolo ch'avemo a far con villani, che mal si ponno tenere che non vogliano ir trafficando: pur Dio n'ha aiutato fin qui, spero che anco ne aiuterà: pur quando accadesse che alcuno si infettasse, supplico V. E. che sia contenta ch'io, senza scrivere altrimente, possa levarmi e venirmene a casa, perchè in ogni altro luogo mi darìa il core di poter schivar la peste fuor che qui, dove ho sempre villani all'orecchie, e non c'è alcuno che stesse a maggior pericolo di me. — Qui si dice che Pierino è a Ferrara: se 'l serà vero spero che da V. E. n'averò avviso. Quest'altri confinati, cioè il Coiaio e il Casaia, han scritto lettere a questa Comunità pregandoli che vogliano scrivere a V. E. che li rimandi a casa, e promettono di volere far miracoli di bontade: la lettera fu domenica letta in consiglio, e non fu uomo, di circa quaranta che c'erano, che rispondesse mai nè ben nè male. Io n'ho voluto dare avviso a V. Ecc., in bona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, 26 novembris 1522.
Umil. servitore, LUDOVICO ARIOSTO.
XLVI
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Iacopino da Convalle, il quale da V. S. mi è stato raccomandato nella differenza che ha con suoi cognati, mi ricerca ch'io facci fede a quelle di quanto sia stato fatto da me nella causa sua. V. S. intenderanno come a sua instanza io feci citare suoi cognati, delli quali uno detto G. Francesco, il quale è principale di loro, e al quale li altri fratelli si rimettono, non potè comparire per essere stato prima da me proibito di uscire di casa, per essere egli stato in luoco sospetto di peste; e dipoi che fu passato il termine della sospizione, la vicaria, della quale egli è, fu anco da me vietata di venire in questa terra pure per simile sospetto, sì che esso non è potuto comparire se non a l'ultimo comandamento; e questo ho detto perchè Iacopino vorrebbe che prima che si intendesse altro, lo satisfacesseno delle sue spese; e a me non è paruto di farlo, e di non giudicare di spese se non poi che averò cognosciuto li meriti della causa. Iacopino ha prodotto due testificati; in l'uno mostra che gli furono promessi in dote 22 ducati, e questo testificato è stato fatto citata la parte; poi ha fatto fare un altro esamine, ne lo quale mostra che non sterno a quelli primi patti, e che questi suoi cognati poi gli promisero 25 ducati: ma a questo secondo esamine non fu citata la parte. Li cognati dicono avere satisfatto Iacopino di questa dote, e di qualche cosa di più; Iacopino lo nega: a me pareva di dare qualche dilazione alli cognati di provare; Iacopino non se ne contenta, e mi prega che io facci relazione a V. S. del termine in che si trova la causa, e così la faccio. Alle quali sempre mi raccomando.
Li cognati di Iacopino dicono che hanno le loro prove nella vicaria del Borgo, e che sono stati per farli esaminare; ma che per essere loro stati creduti in sospetto di peste, hanno incorso in pericolo della vita.
Castelnuovo, 12 decembris 1522.
XLVII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ Perchè dubito che una lettera del medesimo tenore di questa, che a' dì passati io scrissi a V. S., non sia venuta in sue mani per colpa del portatore, replico con questa altra per fare loro intendere che lo illustrissimo signor mio mi aveva dato commissione ch'io ricordassi a V. S. come sono passati due anni che tra il comune di Valico di sopra e quello di Cardoso fu fatta una dichiarazione di confine, _intervenientibus utrinque commissariis_, e di concordia ne fu contratto uno instrumento, e dal prelibato signor mio ne fu mandata la ratificazione e confirmazione a V. S.: e V. S. mai non hanno _mutuo_ mandata a sua Eccellenza. E perchè sua Eccellenza desidera di averla ad ogni buono fine, m'ha commisso ch'io scriva a quelle che siano contente di mandarla; onde così io le prego e più presto che ponno, acciocchè da sua Eccellenza io non sia tenuto per negligente.
Appresso, questi di Valico si dolgono, che contra li patti alcuni di Cardoso hanno passato le confine, e arato e seminato sul terreno che non è suo: io prego V. S. che si degnino d'intendere la veritade, e non comportare che sia alli nostri fatto torto. Alle quali mi raccomando.
Castelnovi, ultimo anni 1522.
XLVIII
AGLI OTTO DI PRATICA IN FIRENZE
_Magnifici et excelsi domini mihi observandissimi._ È accaduto ch'uno, detto il Pretaccio da Barga, suddito di Vostre Eccellenze, aveva per un suo figliolo domandata per moglie una fanciulla di questa terra, ed eragli da li tutori stata promessa. E mentre che si veniva ordinando per fare il sponsalizio, la fanciulla, _nescio quo spiritu ducta_, è intrata in un monasterio che abbiamo qui, dell'ordine di San Francesco, ed èssi fatta vestir suora. Ma prima che si sia vestita, io insieme con tutori e parenti di lei ho fatto ogni opera possibile per rimoverla di questa opinione e far che 'l parentato segua; ma non l'ho potuto ottenere. Per questo il Pretaccio non riman soddisfatto, e vorrebbe per violenza avere costei, e minaccia alli tutori e alle monache grandemente. Io me ne sono doluto col capitano di Barga, e sua Magnificenza me n'ha dato assai giustificata e conveniente risposta; ma non è restato però, che questa notte passata il Pretaccio non sia venuto per mezzo li borghi di Castelnuovo con più di 50 compagni armati, e ito ad una possessione qui presso de la fanciulla, e se ne dimostra come padrone: ed ècci fin a quest'ora. Io l'ho fatto ammonire che se ne levi subito. Non so quello che seguirà. Mi è parso di ricorrere a Vostre Eccellenze, e pregarle che si degnino di scrivere subito e d'operare in modo che questo suo suddito desista da usare violenza, e segua li modi de la ragione, acciò che costui non sia causa di attaccare alcuna nimicizia fra li sudditi del mio Ill.mo Signore e quelli di Vostre Eccellenze, dove credo che la volontà de li Signori sia bene unita e ottimamente disposta l'uno verso l'altro: e in bona grazia di Vostre Eccellenze mi raccomando sempre.
Castelnovi Grafagnanae, 7 ianuarii 1523.
XLIX
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Perchè V. S. potriano avere inteso che alla Pieve Fossana, loco il quale è tra Castiglione suo e questa terra di Castelnuovo, è stato sospetto di peste; e per questo pensando le cose maggiori e di più pericolo che non sono, averanno forsi fatti divieti, che quelli che vengano di qui non possino intrare in Lucca; certifico V. S. come un Lucca Pierotto per uno suo figlio che nascosamente era andato, non so dove, si è infettato di modo, che due o tre sono morti di casa sua; ma presto si è fatto provvisione, chè tutta quella famiglia si è fatta ire in loco separato, e proibito a tutti quelli della Pieve, che non escano de le loro confine; benchè, grazia di Dio, in quella terra non si sia la peste scoperta in altra casa, e a Castelnuovo non è male nè sospezione alcuna, e stiamo con buonissime guardie. Io scrivo questa a V. S., perchè sappiano come sono le cose, e per pregarle che siano contente che lo esibitore di questa, che serà mio fratello messer Galeazzo Ariosto, entri e alloggi in Lucca, il quale è venuto da Ferrara per ire a Carrara a trovare il reverendissimo cardinale Cibo suo padrone; e questo riceverò da V. S. per uno grandissimo piacere; le quali ringrazio della copia che a questi giorni mi hanno mandata, di quella ratificazione pertinente alli uomini di Valico e di Cardoso. E in buona grazia di V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 29 ianuarii 1523.
L
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ Giovanni da Montepulciano, esibitore di questa, farà intendere a V. S. di un torto che li fece uno di quelli delli quali sono stati confiscati li beni per loro mali importamenti da V. S.; e mi dice che del tutto è informatissimo il spettabile Baldassarre da Montecatino, il quale domandato da quelle ne potrà fare buona relazione. Prego V. S. che prima per la giustizia, e poi per misericordia di questo povero uomo, il quale è da bene e merita essere aiutato, e appresso per mio amore, si degnino di prestargli ogni favore e aiuto conveniente: in buona grazia delle quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 18 ianuarii 1523.
_Post scripta._ Le S. V. non si diano maraviglia se la lettera è tardata; la causa è stata per il suspetto che è stato di qua di non potere entrare in Lucca: tuttavia ogni volta che si presenterà alle S. V., prego quelle li sia raccomandato per mio amore.
Castelnovi, 17 februarii 1523.
LI
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ Alli dì passati scrissi una lettera a V. S. di uno torto che fu fatto a Giovanni da Montepulciano per uno di quelli de li quali sono stati confiscati li suoi beni per li loro mali portamenti, e che del tutto è informatissimo il spettabile Baldassarre Montecatini e Baccio del Fava vostro conestabile; li quali, dimandati da quelle, li potranno fare buona e vera relazione. Prego V. S. che prima per la giustizia e poi per misericordia di questo povero uomo il quale è da bene e merita di essere aiutato, e appresso per mio amore, si degnino di volerli far fare il debito suo conveniente, se non in tutto o in parte, e a quelle non li serà grave di darne avviso di quello, ed esse si risolveranno, notificando le S. V.; e serà una buona elemosina a farli del bene, per essere disfatto per tale conto: e V. S. intenderanno per la qui alligata tutto quello dimanda esso Giovanni, il quale vi sia raccomandato in buona grazia. E a V. S. mi offro e raccomando.
Castelnovi, 2 aprilis 1523.
LII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ Essendo io a questi giorni stato a Ferrara, lo illustrissimo signor mio m'ha commisso ch'io replichi a V. S. quello che altre volte ho scritto, cioè che quelle siano contente, che li banditi di questa ducale provincia non siano securi nel dominio di V. S., _et versa vice_. Quelle ponno intendere li omicidii e assassinamenti che tuttavia accadeno in questi paesi, a li quali, per essere le giurisdizioni di V. S., de' signori Fiorentini e dell'illustrissimo signor mio così appresso l'una l'altra e come confuse, male si può provedere. Non ci vedo rimedio; ma che più presto le cose abbino a ire di male in peggio, se V. S. non mi soccorreno specialmente e presto, di non comportare che a li miei banditi sia dato recapito in le sue terre; _et etiam_ per vedere che quando noi dessimo campana a martello per perseguitare tal gente di mala sorte, che le terre di V. S. accorressino in aiuto, che noi saremmo apparecchiati di fare per V. S. il medesimo: in buona grazia delle quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 10 aprilis 1523.
LIII
AL DUCA DI FERRARA
Ill.mo ed Ecc.mo Signor mio. Alla mia giunta qui trovai che questi banditi del Costa da Pontecchio con li figliuoli di Pellegrin dal Silico e alcuni lombardi de la fazione di Virgilio da Castagneto erano in numero di circa sessanta in Grafagnana, li quali, oltre a quello che avevano fatto fin a quel dì, di che il Capitano mi dice aver avvisato V. Ecc.a, di poi erano stati a Salcagnana e avevano preso un uomo da bene detto Cappello e l'avevano menato via legato e poi ammazzato. Parendomi gran carico mio e anco di V. Ecc.a patire stessino qui così senza contradizione alcuna, molte volte confortai questi di Castelnovo che volessino porsi insieme e ire a cacciarli, il che mai non potetti impetrare, come quelli che non si fidano l'uno de l'altro, e dubitavano che con intelligenza de la parte italiana fussino nel paese. Io pur mi deliberai di far il debito mio, e menai pratica con gli uomini di Sillano, li quali soli di tutta questa provincia gli avevano mostrato il volto ed erano stati seco alle mani, che luni mattina prossimo passato si trovassino a Camporeggiano con cinquanta de li suoi, che io mi troverei qui con quelle persone che potrei fare più presto; poi la sera innanzi mandai comandamenti nella Vicarìa di Trassilico che quelli che potevano portare armi la mattina del lunedì fussino a Camporeggiano: e così senza far motto ad alcuno la mattina del lunedì nell'aprire del giorno, con una gran pioggia, mi partii da Castelnovo con li balestrieri, cioè X, chè il Capitano loro con un altro balestriero restò ferito a Castelnovo, e avendo su la mezzanotte mandato a chiamare li uomini di Turrita, villa qui più prossima, con numero di circa quaranta persone, me n'andai a Camporeggiano, credendo di trovarvi li uomini di Sillano; ma quelli villani non s'erano più mossi, come nulla appartenesse loro questa cosa: tutti gli altri comandati vennero a pezzo a pezzo. Fu forza mandare a chiamare questi di Sillano, senza li quali non mi pareva di poter far cosa che stesse bene, perchè sono armati e da far qualche espedizione, chè gli altri erano da fare in loro poco fondamento. Mentre ch'io faceva questa indugia, li avvisi delli uomini di Castelnovo andavano in volta, li quali più ad agio mi dà l'animo d'investigare e di trovare. Finalmente vennero quelli di Sillano, incirca sei persone, e mi fecero certa scusa infangata, che non m'avevano bene inteso, e poi mi certificaro che tutti li lombardi insieme con Filippo Pacchione, Bernardello e Battistino Magnano s'erano partiti e tornati di costa da l'alpe, e Bertagnetta e tre altri da Pontecchio partiti in discordia da li compagni si trovavano a Pontecchio, ed erano certi che erano avvisati e che non aspettariano, e che s'io volevo andare per bruciar le case, sarei causa di far bruciare la metade di questo paese; e così quelli da Camporeggiano e tutti gli altri mi pregavano che io non bruciassi, ch'io sarei causa de la ruina di questo paese. Per questo e perchè mi vedevo essere stato tardo per pigliarli, e perchè vedevo che nessuno mi seguiva volentieri, e che sul fatto quando accadesse qualche contrasto sarei abbandonato, come già due volte sono stati li balestrieri; l'una da quelli di Castelnovo contra li borghesani, l'altra da quelli di Camporeggiano contra li banditi; mi parve di licenziare la gente. Subito mi furon ambasciatori di quelli banditi da Pontecchio, li quali mi pregavano come per la qui inclusa di Bertagnetta V. Ecc.a potrà vedere. Io per nessun modo son per farli tal salvocondotto: ben son per darli bone parole e vedere di assicurarlo alquanto, se mai potessi fare con astuzia quello che non posso per forza. Io avevo avvisato il Commissario di Frignano e signori Lucchesi, il Commissario di Fivizzano e alcuni altri che a me pareva che fussino buoni per serrare li passi quando questi ribaldi volessono fuggire; ma mentre che ho tardato a dar questi avvisi (che non ho potuto far sì secreto che li fautori suoi, cioè tutti questi de la parte taliana di Castelnovo, non se ne siano avveduti e non gli abbiano avvisati), si sono levati, come ho detto, e tornati in Lombardia. Io voglio che V.a Ecc.a intenda ogni cosa acciò che possa pensare e avvisarmi come mi ho da governare, chè veramente se non ci si fa qualche buona provvisione, questa provincia anderà di male in peggio e a V.a Ecc.a non resterà altro che 'l titolo di esserne signore, e la signoria in effetto sarà di questi assassini e delli capi e fautori c'hanno in questa provincia e specialmente in Castelnovo.
Ieri essendo a Camporeggiano feci chiamare il parlamento generale e proposi tre cose: l'una che fussino contenti di conferire con l'altra provincia ad accettare quindici o venti fanti scoppietteri appresso a gli balestrieri che ci sono, e pagarli per un mese o per dui finchè questa provincia si riducesse in tranquillità e sicurezza. Questo non ho potuto con alcuna persuasione far che vogliano accettare, anzi si sono levati in piedi alcuni vecchi e hanno cominciato a ricordare li tempi passati e a dolersi che contra li capitoli ch'ebbeno quando si dettono alla Casa da Este V.a Ecc.a gli abbia dato la gravezza de li balestrieri, allegando che prima si solevano tenire ne le rocche li castellani, il stipendio de li quali esse Comunità pagano senza alcun loro utile, e che detti castellani erano obbligati a tenere chi dui, chi tre, chi quattro famigli, de li quali famigli poi si soleva prevalere il Commissario, e che questi erano più temuti ed erano più atti a tenere queta la provincia che non sono li balestrieri. Io risposi loro quello che mi parve conveniente; ma finalmente non ci fu uomo che volesse consentire di crescere spesa, ma più presto instavano che questa spesa de li balestrieri si levasse lor da dosso, o almeno che li denari con che si pagano li balestrieri fussino spesi in tanti fanti, che sarìa pur più numero, e in questi sassi niente vagliono li cavalli e che li fanti più quietamente e per sentieri e per balze, di notte e di giorno si potriano condurre in luoghi dove non ponno ire li cavalli. Questo lor parere ho voluto scrivere: V.a Ecc.a lo intenda e poi faccia il suo.
Io li proposi appresso che si facesse un battaglione di ducento o di trecento fanti ne la sua Vicarìa distinto sotto li suoi capi e che se gli desse l'arme o scoppietti o balestre o picche, con che fussino sempre apparecchiati a poter obstare quando lombardi o altri forastieri volesson lor dar noia; chè di voler fare io per mezzo del suo aiuto alcuna esecuzione contro banditi o delinquenti son ben certo che non mi succederìa. Questi rimasero contenti di voler fare, e così ho cominciato a darli principio. Son quattro Vicarìe: mi sforzarò di fare che ciascuna faccia il suo, per potermene valere almeno contra l'insulti di forastieri.
Io feci lor la terza proposta, che mi dessino autorità di poterli obbligare di 25 ducati per persona di delinquente, perchè intendono di metter taglia a questi assassini, e proposi che non volevo che alcuno di essi rispondessi in voce ma secretamente con le fave, acciò che particolarmente non potessino essere notati e per questo offesi da li banditi, de li quali ero certo che avevano più paura, e gli avevano in maggiore osservanza e gli prestavano più ubbidienza che a V. Signoria. Li Sindici furono li primi a rispondere che davano l'autorità di questo agli Otto, sì come a quelli nelli quali era rimesso di poter spendere quello de le Comunità a lor modo. Gli Otto risposero che erano certi di tutti otto essere morti se facevano questo. Io mandai per le fave per far ballottare la cosa: si cominciaro a levare in piedi e ad uscire dal consiglio _catervatim_, dicendomi che non volevano intervenire a questo perchè erano certi che li banditi gli averebbero tutti per inimici e che se ne vendicariano sol per questo che avessino consentito che tal cosa si ballottasse. Or V.a Ecc.a può comprendere in che paura è tutto questo paese per sei o dieci ribaldi che ci sono.
Ultimamente gli Otto che mi sedevano più appresso mi disseno che avriano di grazia di pagare questa taglia, fatto che fosse l'effetto, ma che non volevano essere autori, ma che più presto volevano mostrare essere sforzati da V.a Ecc.a e che sarìa bene che quella mi dèsse per una sua lettera commissione o per una grida emanata da quella, che io mettessi taglia a questi ribaldi, e l'uno che ammazzasse l'altro uscisse di bando e appresso guadagnasse dieci ducati, chè fariano più conto del denaio che d'essere rimessi. V.a Ecc.a ora consideri il tutto e mi significhi ch'io per me, senza l'aiuto e consiglio di quella, non so che mi faccia.
Per satisfare a quella di quanto ella mi commise de li prugnoli e delle trote, passando da Montefiorino e ritrovandovi il Commissario di Sestola, feci che subito spacciò un messo con certi pochi prugnoli che erano ivi apparecchiati per lui; e credo che V.a Ecc.a gli abbia avuti. Io ho fatto subito pescare a trote, e fin qui non ho potuto averne se non tre assai piccole, le quali subito ho fatto amarenare. Se n'avrò prima che io spacci il messo dell'altre, le manderò insieme; se non V.a Ecc.a si contenterà di queste perchè l'acque sono in questo paese ancora fredde di sorte, che non se ne può pigliare. Ho li messi fuori per trovare delli prugnoli: se ne potrò avere li manderò insieme; ma questo paese è più alto che 'l Frignano, e per questo più tardo a produrre le cose, sì che V.a Ecc.a mi scusi s'io non posso fare al presente quanto è il mio debito e desiderio. Altro non occorre. In buona grazia di quella umil. mi raccomando.
Castelnovi, 15 aprilis 1523.
(P. S.) Appresso mi ero scordato di dire a V.a Ecc.a che tutto il consiglio di Camporeggiano mi pregava ch'io facessi a questi banditi salvo condotto di star nel paese, dando essi sicurtà secondo che per lettera loro inclusa propongono. Io risposi che questo non ero per fare senza saputa di V.a Ecc.a e che gli ne darei avviso.
V.a Ecc.a debbe anco sapere questo, che per derisione dell'officio questi banditi quando erano tutti insieme prima che si partissero del paese ferono far una grida che promettevano di donare ducento ducati a chi dèsse lor nelle mani vivo il Capitano Vicecommissario e cento morto: così m'ha detto esso Capitano che l'ha per cosa certa.
LIV
AL MEDESIMO
Ill. ed Ecc. Signor mio. Ora ho ricevuto una di V. Ecc. per la quale quella m'instruisce quanto ho da fare contra questi banditi, li quali di nuovo hanno fatto li eccessi di che il Capitano de la Ragione avea dato avviso; ma perchè per un'altra mia, la quale per la via del Commissario del Frignano ho dirizzata a V. Ecc. io avviso quanto poi ho fatto, e qual sarebbe il mio disegno per avere questi ribaldi ne le mani, non farò altro fin che da quella non ho nuova commissione. Le case sempre si ponno bruciare, ma non già sono atto d'avere li delinquenti ne le mani, se non aspettando il tempo, e usando grande industria. Pur io manderò la lettera di Vostra Eccell. al Commissario del Frignano, acciò che ad ogni mia richiesta mi somministri le genti e l'aiuto di che io lo ricercherò.
Li uomini del Poggio per aver negato di seguitare il Capitano de' balestrieri, e per aver prima dato mangiare e bere alli banditi, benchè io creda più presto per paura che per volontà; pur per non avere fatto il debito loro di dar la campana a martello, o di mandare ad avvisare l'officio, et etiam perchè sieno esempio agli altri; ho condennato secondo il tenore de le mie gride in 200 ducati, ed anco penso di non lasciar quelli di Camporeggiano impuniti, se con ragione potrò procedere: ma fanno assai escuse, che li banditi erano molti più in numero che tutto quel popolo, e che li balestrieri nostri giunseno improvviso, e così presto furon rotti, che essi non ebbono tempo di pigliar l'arme. Pur la cosa s'intenderà e similmente del Comun di Ponticossi, che fu richiesto e non volse seguire; e s'io potrò condennarli, non avrò loro remissione. A V. Ecc. starà poi a far la grazia, ne la quale spero che avrà rispetto a far satisfare il Capitano e quel povero balestriero, del quale il cavallo peritte, dei loro interessi.
Appresso perchè si approssima il tempo che questo Capitano de la Ragione _sit functus officio_, chè questo giugno è il suo termine, io dubito di restar qui senza compagno, o vero che sia mandato in suo loco uno che non sia così a proposito de l'officio come è lui, che, come altre volte ho scritto e detto a bocca, è virile e uomo da farsi temere e ubbidire, ed esso con la sua severità tempera quel mio difetto che alcuni di Castelnovo m'hanno imputato, cioè di essere troppo buono;[244] dove se fusse mandato qui un altro che similmente fusse troppo buono, dubito che l'uno e l'altro insieme farìa una mistura che valerìa poco: per tanto prego V. Ecc. a far che non si parta finchè ella non abbia provvisto d'un altro simile a lui; che almeno non si parta di qui per tutto agosto. Altro non occorre al presente. In bona grazia di V. Ecc. umil.te mi raccomando.
Castelnovi, XVI aprilis 1523.
LV
AL MEDESIMO
Ill. ed Ecc. Signor mio. Essendo io a questi giorni a Ferrara,[245] accadde che due figlioli di Ser Evangelista dal Sillico entrâro qui a Castelnovo una notte travestiti in casa d'una giovane; la quale ancora ch'abbia nome di far piacere segretamente ad un uomo da bene di questa terra, pur non è p.... di ognuno, e sta e pratica senza essere schivata con le donne da bene; e gli messero le mani addosso per tirarla per forza di casa. Ella gridò, e fu aiutata. La mattina si venne a dolere al Capitano. Per questo un figliolo di Ser Evangelista, detto prete Job, il quale è chierico ordinato in sacris, trovò la madre di detta giovane, e gli ruppe la testa e lasciò per morta, ed è stata molti dì in pericolo di morire. Per questo il Capitano gli processe contra, e lo condennò in 200 lire. Ser Evangelista produsse le bolle de li ordini del figliolo, e fece venire una inibitoria dal Vescovo di Lucca. Per questi ed anco per altri rispetti il Capitano cessò dal procedere, in modo che 'l detto prete Job è tornato a Castelnovo. Questa cosa è di mal esempio, e anzi spiace sommamente, e se non fosse che io temo le censure ecclesiastiche per aver beneficio,[246] io non guarderei che costui fosse prete, e lo castigherei peggio che un laico: e quando io non potessi fare altro, almen li darei bando: che se bene li signori temporali non hanno potestà sopra li chierici, pur mi pare che nè anco li chierici debbiano poter star nel dominio de li detti signori contra lor volontà. Io n'ho voluto scrivere a V. Ecc. acciò che quella gli faccia quella provvisione che le pare; e d'ogni cosa che determini dia più presto al Capitano la commissione che a me, perchè esso non ha beneficî come ho io. E in buona grazia di V. Ecc. umil. mi raccomando.
Castelnovi, 17 aprilis 1523.
Post scripta. Avevo scritto al Vescovo di Lucca, de la cui diocesi è Castelnovo, e a quel di Luna, che è superiore alli preti di Camporeggiano, acciò che mi dessino autorità sopra li preti. Il Vescovo di Lucca si trova ammalato, sicchè non ho potuto ancora averne risposta. Questo di Luna mi risponde la qui inclusa lettera, per la quale V. Ecc. può giudicare che se vogliamo ricorrere alli Vescovi avremo poco aiuto: ed io anco n'ho fatto esperienza, chè questa passata estade mandai in mano del Vescovo di Lucca quel prete Matteo[247] che avea ferito il mio Cancelliero, ed era omicida e assassino publico, e con poca acqua lo mandò assolto: e prima ch'io venissi qui, un prete Antonio da Soraggio, ch'avea morto un suo zio, fu in mani del Vescovo di Luna, e con un _misereatur_ fu liberato.
LVI
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ Li uomini di Valico mi hanno pregato ch'io facci opera d'impetrare grazia appresso V. S. per uno delli suoi detto Belgrado, che è prigione di quelle. Quello che detto Belgrado abbia fatto di male di nuovo, non m'hanno saputo dire, se non ch'è imputato d'aver voluto puorre taglia a certi di ch'io non so il nome, e in sua escusa mi allegano che questi tali erano debitori di lui; e più presto ha cercato per quella via che ha potuto di avere il suo, che egli avesse intenzione di volere quello che non gli apparteneva. Questo atto, ancora che sia violenza, chè non è licito ad alcuno farsi da sè ragione, pure merita, intercedendo persona quale io mi reputo di essere appresso V. S., per l'affezione e lo amore ch'io li porto, di esserli usato indulgenza e perdonanza; e così quanto so e posso, e prego e supplico V. S.: e se ben per li tempi passati questo Belgrado è stato alquanto più gagliardo a danno delli sudditi di V. S. e a difesa delli suoi di Valico in quelle differenze tra Valico e Cardoso, prego quelle che adesso non voglino ritoccare quelle piaghe che già più giorni dovrebbero essere salde, e così voglino rimettere ogni passata ingiuria, ch'io ne averò a V. S. perpetuo obbligo, e lo accumulerò appresso alli altri molti ch'i' li ho; e so che al mio illustrissimo signore quelle faranno gran piacere: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 18 aprilis 1523.
LVII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Cesare di Antonio Evangelista da Valico si trovò insieme con alcuni di Coreglia a fare certo omicidio, e perchè mi dice che tali suoi compagni hanno avuto da V. S. salvo condotto, è ricorso a me come a quello la cui intercessione spera che li debba giovare, e pregatomi che io supplichi a V. S. che in questo lo voglino trattare come hanno fatto li altri che sono in pari colpa: e così io, che debbo avere la protezione di questi sudditi dello illustrissimo signor mio, quanto so e posso lo raccomando a V. S. che lo faccino puorre nel medesimo salvo condotto, dove sono posti quelli da Coreglia, seguaci di Francesco da Castiglione: e in buona grazia di quelle mi raccomando.
Castelnovi, 19 aprilis 1523.
Dominationum vestrarum observantissimus LUDOVICUS ARIOSTUS.
LVIII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Per una de' 16 di questo da V. S. ho inteso la buona volontà circa a quanto dal mio illustrissimo signore sono state ricercate, e come per concludere tale effetto sono per mandare uno suo commissario; e quelle mi domandano, se io ho autorità dal mio illustrissimo signore che basti a fare questo. Io non ho alcuno mandato altrimenti in scritto, se non che già molti giorni e mesi sua Eccellenza per una sua mi commise ch'io facessi opera con V. S., che li nostri banditi non fosseno securi nel dominio suo, e che similmente li banditi di V. S. non fosseno securi nel nostro. Allora io scrissi due volte o tre a V. S., e quelle mi rispuosero che circa questo farebbeno certo consiglio, e che poi mi avviserebbeno; e quelle, forse essendo in maggiori cose occupate, non mi mandarono mai la resoluzione. A questi dì prossimi io fui a Ferrara, e il signore duca mio mi commise di nuovo ch'io pure ritentassi e cercassi di nuovo fare lega con V. S., sì come sua Eccellenza ancora ha scritto a quelle. Altro mandato nè altra commissione in scritto ho io; bene vi rendo certe, che di tutto quello che io farò per quiete di questa provincia di Garfagnana, così pertinente a V. S. come a sua Eccellenza, essa se ne chiamerà contenta, e sarà per ratificarlo: pure non starò di avvisarne quelle, se, prima che la risposta venga, parrà a V. S. di mandare il suo commissario; o se anche si parrà meglio che si aspetti nuova commissione dal duca, faranno il suo parere. Al miglior consiglio delle quali mi rapporto sempre; e di continuo in sua buona grazia mi raccomando. Castelnovi, 19 aprilis 1523.
LIX
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ Li uomini di Valico si lamentano che quelli di Cardoso ogni giorno menano il suo bestiame, oltra quello che già è stato determinato per li commissarii di V. S. da una parte, e quelli dello illustrissimo signore mio dall'altra, in loro grandissimo danno e pregiudicio: io prego V. S. che siano contente o di admonire li suoi sudditi che stiano taciti e quieti di quanto già è stato fatto, ovvero siano contenti che li uomini di Valico, se ritrovano bestie di quelli di Cardoso nel suo, le possino pigliare e menare qui a Castelnuovo; acciò che del danno e trasgressione che fanno patischino la pena. E in buona grazia di quelle mi raccomando.
Castelnovi, 20 aprilis 1523.
LX
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Sempre che il commissario di V. S. verrà, io lo vederò e onorerò, come è mio debito, molto volentieri. Di nuovo raccomando Belgrado, e così Giovanni da Montepulciano a quelle; in buona grazia delle quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 23 aprilis 1523.
LXI
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Signor mio. V. E. può sapere che per essere stato su quel di Cicerana assassinato un prete pisano da un Nicodemo e da un Minello sudditi de' Fiorentini, ma che tuttavia abitavano a Cicerana, e, per quanto dice il prete, da un Giuliano figliolo di Pellegrin dal Sillico e bandito per esser stato uno di quelli che ammazzâro Ser Ferdiano; benchè alcuni di Castelnovo li quali hanno la protezione di questi dal Sillico non vogliano che 'l prete dica che questo Giuliano vi fosse, e per questo l'hanno molte volte minacciato e minaccian tuttavia; pur la verità sta che esso Giuliano v'era: il qual Giuliano con questi assassini e con Baldone suo fratello e con altri banditi è sempre abitato a Cicerana in casa di sua mogliera e de la mogliera del Moro suo fratello, c'hanno due sorelle e hanno la casa comune; non ostante gli ordini che non si può dar recapito a' banditi, e non ostante che a quel Comune io n'ho fatto molte volte proibizioni e con gride publiche, e con comandamenti particolari in scritto e a bocca, e anco specialmente a questo Moro e alle mogliere, che sotto pena de la disgrazia di V. E. ed essere loro arsa la casa non lascino questi banditi venire in quella casa: per queste disobbedienze e per essere da li sopradetti stato assassinato questo prete, condennai il detto Comune di Cicerana 300 ducati, ancora ch'io conoscessi che 'l Comune non era in tanta colpa di questo quanto era il Moro, chè il Comune aveva peccato per paura e per non poterne fare altro; imperò che questo Moro e li fratelli con li banditi loro seguaci e con la intelligenza c'hanno con alcuni di Castelnovo, si son fatti tiranni e signori di quel luogo. Ma io mi attaccai al Comune perchè non vedevo allora modo di avere questi malfattori e questo Moro lor ricettatore e fautore e partecipe ne le mani, e non mi pareva che ci fosse l'onore di V. E. che questo prete si dovesse ir lamentando di essere stato assassinato nel dominio di quella. V. E. di poi usando insieme giustizia e clemenza è stata contenta che quel Comune, purchè satisfaccia il prete de li suoi danni, del resto de la condennagione abbia grazia. Io che pur avevo animo che chi ha fatto il peccato ne facesse la penitenza, ho tenuto modo che questo Moro mi è venuto a parlare, e l'ho preso e l'ho in prigione, non solo per questo (avvenga che per questo saria degno di grandissima punizione, chè li danari de l'assassinamento son stati partiti in casa sua, e credo ch'esso n'abbia avuto una buona porzione), ma ancora perchè è sempre il capo o gran parte di tutti li assassinamenti che si fanno in questa provincia: ora egli era a San Pellegrino con quelli da Barga e da Sommacologna, or ne la Vicarìa di Sopra con quelli del Costa, or con quelli de la Temporia, per modo che mi pareva che fosse il Signore de la campagna di Garfagnana. Prego V. E. che ad instanza di alcuno che venisse a quella per volerglielo dipingere per un uomo contrario a quello che egli è, non si muova a commettere che non si eseguisca quanto vuol di lui giustizia; ma la supplico appresso che commetta questa causa al Capitano qui di Castelnovo, e non a me che non è mio mestiero, ma in questo dia al Capitano autorità di Commissario; chè se una volta non si comincia a castigare li tristi in questo paese, moltiplicheranno in infinito. V. E. saprà appresso che, non ieri, l'altro, un fratello di costui bandito detto Baldone, con circa 12 compagni o 15, andò a Camporeggiano, e fece spalle ad un ghiotto detto Margutte da Camporeggiano perchè ammazzasse un Giannetto fabbro pur da Camporeggiano; ma l'avventura aiutò quel poveruomo che non fu morto; pur è restato ferito di due ferite, e ritornando indietro verso Cicerana, quando furon ad una villa detta la Sambuca, tolsero un par di buoi ad uno detto Gian-grasso, e li conducevan via, e quel Gian-grasso venne correndo a Castelnovo a me che era circa mezz'ora di notte, ed io feci subito montar li balestrieri a cavallo: ma quelli assassini sentendo venire li balestrieri lasciaron li buoi e se ne fuggiron verso Cicerana. È poi venuto a me Bastiano Coiaio, siccome quello che è procuratore di tutti li tristi, e mi vorria persuadere che questi erano iti a Camporeggiano per fare che quel Margutte facesse la pace con quel Giannetto, e che poi Margutte contra volontà de li compagni aveva voluto ammazzare quel Giannetto, e che questi buoi non avevan tolti per menar via, ma per far paura a un fanciullo acciò che li insegnasse una beretta che tra via era caduta ad uno di questi compagni. Io ho voluto questa escusa sua scrivere a V. E. acciò che quella intenda la cosa e cognosca il vero da la bugia, e questi protettori de' ribaldi non li mostrino il nero pel bianco. Io ho esaminato oggi circa quattro testimoni che depongono, che già è passato l'anno, che 'l Moro con li fratelli si trovò al Poggio in compagnia di due da Sommacologna che ammazzâro un povero uomo suddito di V. Ecc. Io aspetto da quella circa a questo che sia data gagliarda commissione al Capitano qui: in buona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, 25 aprilis 1523.
LXII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Li pecorai di questa ducale provincia si dolgono, e massime questi della vicarìa di Castelnuovo, che dalli daziarii di Lucca sono astretti a pagare de' lor bestiami le gabelle maggior del solito; e intendendo io che altre volte hanno voluto fare il medesimo, e che li commissarii miei predecessori se ne sono querelati a V. S., e quelle hanno proibito e con nuove dichiarazioni determinato, qualmente _hinc inde_ nessuna cosa s'abbia a rinnovare; io ho voluto che V. S. sappiano questo, che senza saputa o volontà di quelle credo che molti gabellarii tentino puorre in usanza, con fiducia che V. S. non l'abbino a comportare, e che vogliano che le medesime esenzioni che li uomini di questa Vicaria dànno alli sudditi di V. S., questi reciprocamente le abbino da quelli; dalle quali aspetto intendere che non siano per tollerare questo torto: e in sua buona grazia mi raccomando.
Castelnovi, ultimo aprilis 1523.
LXIII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Avendomi a questi giorni V. S. domandato se avevo tanta autorità dal mio illustrissimo signore di potere transigere e compormi con esse, o sia con il commissario che le sono per mandar qui, di quanto per più mie lettere io li ho ricercati, io subito scrissi a sua Eccellenza, e quella mi ha mandato una patente della quale questa è la copia:
«_ALPHONSUS dux Ferrariae, Mutinae et Regii, marchio Estensis, comesque Rodigii._
Essendo li magnifici ed eccelsi signori Lucchesi, amici nostri onorandi, in quel medesimo volere e opinione che siamo noi, ciò è che li banditi dal territorio di loro signori non abbino refugio nè porto alcuno in le terre e territorio nostro di Garfagnana, nè li banditi e ribelli nostri similmente abbino ricapito nella giurisdizione e territorio di essi signori Lucchesi; e volendo loro signori mandare uno commissario con ampia autorità a voi commissario nostro in Garfagnana per concludere capitoli e composizioni sopra questo; il che è per ridondare a beneficio comune e quiete delli loro sudditi e nostri, e per tor via molti scandali, omicidi e delitti, li quali più animosamente si commettono, quando per li delinquenti si sa dove si possano a salvamento riducere; siamo contenti che tra il magnifico commissario di detti signori Lucchesi e noi si faccino e fermino autenticamente capitoli e composizioni, per li quali si dichiari: che li banniti e ribelli _hinc inde_ non abbino sicuro refugio e ricorso, li nostri nel dominio loro, e quelli di essi nel dominio nostro; e più, che ogni vólta che voi volessi per li nostri balestrieri e barigello fare pigliare alcuno bandito e ribelle nostro fuggito nel dominio di loro signorie, il barigello loro sia obbligato prestare ogni favore al nostro, e il nostro al loro per fare le catture che occorresse a farsi, aiutandosi mutuamente con tutto il sforzo e potere nostro e loro: e a concludere, fermare e stringere simili capitoli e composizioni col prefato signor commissario, quale essi signori Lucchesi manderanno, per questa nostra patente lettera, a voi messer Lodovico Ariosto, nostro commissario in detta provincia di Garfagnana, diamo e concediamo ampla, piena e valida autorità; promettendo di avere rato, fermo e approvato tutto quello che da voi sarà trattato, concluso e stabilito col prefato magnifico commissario delli prefati signori Lucchesi, quale sono per mandare costì per questo buono e laudabile effetto. E in fede di ciò avemo fatta questa nostra, e sigillata con il nostro consueto sigillo.
Dat. Ferrarie, in palatio nostre residentie, die 27 aprilis 1523.»
V. S. veggono quanto sia la mente del mio illustrissimo signore; ora ponno a suo piacere mandare il suo commissario, che dal canto mio serò sempre apparecchiato a riceverlo con quella riverenza che è mio debito: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, ultimo aprilis 1523.
Di V. S.
Obsequiosissimo LUDOVICO ARIOSTO.
LXIV
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Peregrino esibitore presente, il quale abita a Corfino, terra di questa ducale provincia, si duole che tornando da Pisa con le sue bestie cariche di sale, li sono state ritenute a Lucca, e non li è stato detto la causa; e da martedì in qua non ha potuto avere licenza di partirsi, nè sapere perchè sia ritenuto: è ricorso a me, acciò che io lo raccomandi a V. S. che almeno possa intendere per che causa li sia fatto questo, acciò che, dicendo la ragione sua, si possi discolpare di quanto è imputato. Io lo raccomando a V. S., che non li lascino fare torto; e più presto, quando abbi fallato, li usino clemenza e misericordia. E in buona grazia di V. S. mi raccomando.
Castelnovi, ultimo aprilis 1523.
LXV
AL DUCA DI FERRARA
Ill.mo et Ecc.mo Signor mio. Circa a quanto V.a S.ria mi scrive, che non le pare che s'abbiano a far quelli fanti nè quelli battaglioni, mi rimetto al miglior parere di quella: mi pare però strano che li forestieri vengano con li banditi di questa provincia in ottanta e in cento ad ardere e amazzare e saccheggiare il paese, e non sia modo di risponderli. S'io m'avessi saputo imaginare meglior rimedio io l'averei proposto. Circa il porre quella taglia, mi par d'aver scritto che in quel consiglio di Camporeggiano non solo non fu concluso di porla, ma nè anco fu permesso che si ponesse a partito, e che quando io mandai per torre le fave, tutti _catervatim_ si levaron di consiglio, ma che gli Otto che mi sedevano più appresso mi dissero che io _authoritate propria_ la mettessi, e che poi io la facessi pagare alla sua Vicarìa, _licet_ la maggior parte repugnasse poi; e mi dissero appresso che sarìa buono ch'io avessi di questo una commissione da V.a Ecc.a acciò che gagliardamente io la potessi eseguire, sicchè mi parrebbe che fosse buono che V.a Ecc.a mi commettesse per una sua che per una grida da parte sua io mettessi taglia di dieci ducati sopra ciascuno di questi banditi che sono stati assassini, e che poi io la facessi pagare comunamente a tutta questa provincia, _cum sit_ che non debbano aggravarsine essendo per tornare in tanto utile loro quanto sarebbe estirpando questi ribaldi del paese. Io son ben certo che ancora che quelli Otto mi dicessino così, che serà fatica che lo vogliano fare e verranno a querelarsine a Ferrara. Io avevo proposto di far li battaglioni a questo effetto, che quando accade simile cosa, che forse è per accadere più presto e più spesso che V.a Ecc.a non pensa, e che montando io a cavallo per obstarli, avessi subito chi mi seguisse, chè mentre io comando li Comuni che mi vengan dietro, l'un guarda l'altro, e chi dice che non ha armi e chi trova altra scusa, e se pur vengono, la cosa va in lungo di modo che li banditi han tempo di far li lor disegni e di partirsi a salvamento. S'anco quando tali cose accadono voglio ricorrere per aiuto dal Commissario di Sestola, non può la venuta esser sì presta nè sì segreta che i banditi non abbian tempo di far ciò che vogliono. Quando io non avessi dubitato di errare, averei avuto il modo di pigliare o di tagliare a pezzi tutti questi ribaldi e la sua compagnia, imperò che Domenico di Amorotto m'ha fatto per sue lettere intendere che ogni volta che costoro si riducano o a Dallo o a Pontecchio dove è il lor nido, io lo avvisi e gli dia termine dui o tre dì, che verrà con trecento compagni lor da un canto, sì che con ogni poco di gente con che io mi movessi dall'altro canto, sarei atto a amazzarli o farli dare in mano del lor nimico che li amazzasse. Io ho accettato la profferta e risposto che quando sia il tempo lo avviserò: pur non lo farei senza saputa e commissione di V.a Ecc.a, nè mi parrebbe male, quando non si può fare altrimenti, d'imitar Cristo che disse _de inimicis meis cum inimicis meis vendicabo me_; avvenga ch'io non abbia Domenico per inimico di quella, se alle lettere sue si può dar fede, che mi scrive che per V.a Ecc.a è per porre la roba e la vita propria. Supplico quella che circa questo mi risponda acciò che tornando questi ladroni o che io non perdessi tanta occasione quanta sarìa di pigliarli o d'amazzarli, o che io credendo di far bene non facessi cosa contro la volontà di quella.
Se non fosse che pur ho speranza o per una via o per un'altra di avere di questi ribaldi alcuno nelle mani, già avrei mandato a torre quelli cavalli e fanti che sono in Frignano e avrei fatto ardere e spianare le lor case; ma perchè questa vendetta contro le case si può fare da ogni tempo, mi pare che sia meglio attendere e far ogni pruova d'aver li banditi o alcun di essi in mano. E m'è dato intenzione per certe spie c'ho messo che n'averò qualcuno. Io attenderò qualche giorno e poi manderò a chiamare quelli cavalli e farò quanto da V.a Ecc.a ho in commissione; ma non so però quanto tempo li detti cavalli sieno per stare in Frignano, che già non vorrei mentre ch'io diferisco a farli venire da questa parte fossino richiamati a Ferrara, e quando io li volessi poi che mi fossino lontani: per questo mi parria ben fatto che se non avessino più da fare in Frignano, che quando fossino per tornare a Ferrara più presto venissero a stare qualche giorno in questa provincia al medesimo modo che stanno in Frignano: pur mi rimetto al parer di V.a Ecc.a
Circa a quanto quella mi commette, che io non condanni questi Comuni c'hanno dato ricapito alli banditi secondo che meritano in effetto; che se li nostri balestrieri vanno da luogo a luogo non gli dariano un boccal di vino, nè pur un'abbracciata di paglia, e alli banditi portano incontro la vittovaglia senza esser richiesti; io farò quanto V.a Ecc.a mi commette da qui innanzi, ma la commissione è giunta tardi per quelli del Poggio che già ho condennati 200 ducati per non avere voluto seguitare il Capitano de li balestrieri: pur la condennagione non è a libro, la qual ho fatta grande sì per terrore degli altri sì anco per più facilmente indurli a pagar il cavallo del balestriero: e sebben gli avessi condennati, non era però ch'io non credessi che V.a Ecc.a avesse loro a far grazia, ma fra tutti almeno erano buoni senza molta contradizione a pagare il cavallo e l'interesse del Capitano ferito, chè se V.a Ecc.a permette che questo povero balestriero resti in danno, tutti gli altri si faranno restii di andare in luogo dove siano a risco di perdere, e questi villani si faranno ogni dì più insolenti.
Circa a quel prete che V.a Ecc.a mi commette ch'io lo rimetta al Vescovo, la mia lettera non è stata ben intesa. Sappia V.a Ecc.a che questa provincia di Grafagnana è subietta _in spiritualibus_ a dui Vescovi: la Vicarìa di Castelnovo e di Trassilico al Vescovo di Lucca, quella di Camporeggiano al Vescovo di Luna; e perchè, come altre volte credo aver scritto, li peggiori e li più parziali di questo paese sono li preti, essendo io a questi giorni a Ferrara, procurai d'aver lettere di V.a Sig.ria l'una direttiva a l'un Vescovo e l'altra a l'altro. Quel di Lucca si è trovato essere a Milano e ancora non ho avuto risposta, quel di Luna rispose la lettera che ha veduto V.a Ecc.a Al qual Vescovo di Luna non mi accade al presente di rimetterli alcun prete ne le mani perchè non ho alcuno ne la sua diocesi che abbia fallito; ma in _omnem eventum_ gli avevo domandato quella potestade perchè non può star troppo a scoprirsene qualcheuno. Quel prete Job figliuolo di Ser Evangelista, del quale mi son doluto con V.a Ecc.a,[248] che senza aver fatto pace con le donne offese voleva sotto questa ombra di esser prete star in questa terra, è subietto al Vescovo di Lucca, e lui non ho a chi rimettere perchè il Vescovo non c'è: il suo Vicario credo ci sia, ma della ragione che faranno, senza farne altra pruova, ne sono chiarissimo, che già ho l'esempio di quello che fu fatto a prete Matteo ch'io rimessi lor nelle mani, il quale aveva ferito uno officiale di V.a Ecc.a e fatto omicidii e mille altri delitti e non fu pur messo in prigione. Io voglio di nuovo pur dire anco quattro parole circa questo prete Job, poi V.a Ecc.a terminerà quello che le parrà. Credo che sia stato fatto intendere a quella che ha fatto ingiuria a una puttana, e per questo paia che sia cosa da passarsene leggiermente. V.a Sig.ria intenda che la violenza c'hanno patite queste donne si arreca fra gli altri a grandissima ingiuria uno cittadino qui detto Acconcio delli più ricchi e di più parentado e di più credito di questo luogo, imperò ch'esso, a parlar chiaramente è innamorato in questa giovine e l'ha segretamente a suo comando, e di questa cosa era per farne dimostrazione di mala sorte, e tanto più che lui è di fazione contraria a ser Evangelista e le inimicizie e parti di questa terra cominciaro fra queste due case e il detto Acconcio reputa per suo dispetto, più che per altra causa, quelle donne sieno state violentate e battute....[249]
Castelnovi, 2 maii 1523.
LXVI
AL MEDESIMO
Ill.mo ed Ecc.mo Signor mio. Per altre mie V.a Ecc.a avrà inteso la causa che mi fa soprassedere a non ardere e spianare le case di questi banditi assassini, chè pur vorrei far prima ogni possibile opera d'averli nelle mani. Tre se ne truovano, per quanto mi è detto, a casa sua a Pontecchio, che vi stanno assai sicuramente, con speranza di avere da V.a Ecc.a il salvo condotto, che per la Vicarìa di Camporeggiano intendo hanno fatto domandare. Questi mi è dato intenzione di darmi presi, avvenga ch'io non creda ad uomo di questo paese cosa che mi prometta; pur starò alcuni giorni a vedere. Li altri assassini, cioè Bernardello e Bertagnetta e Pellegrinetto e altri ch'io non so il nome si truovano alla Villa al soldo di quel Marchese detto il Marchese Malaspina, e di poi che vi sono andâro insieme con un servitore per assassinare un certo mercadante che quindi passava, e lo assassinâro: il che sentendo quel Marchese, mandò lor drieto e fece restituire le robe al mercadante, e di sua mano (intendo) amazzò quel suo servitore che era ito in compagnia di questi ribaldi. A loro non fece altra ingiuria che di parole e di minaccie se più facevano nel suo paese tal tristizia. Ora, rimettendomi però sempre al parere di V.a Ecc.a, mi parrebbe che quella scrivessi caldamente a questo Marchese e lo pregasse che pigliassi questi ribaldi e li dèssi in mano a chi V.a Sig.ria o il vostro Commissario mandassi a torli. Mi pare che avendoli V.a Ecc.a per questa via, sería con poca fatica e risulterebbe a grandissimo utile di questo paese e a gran terrore degli altri ribaldi e a non poco onore di V.a Ecc.a
La lettera in favore di Belgrado si è avuta, ed io subito l'ho mandata al fratello di lui acciò che non perda tempo, sicchè credo che a quest'ora sia a Lucca. Io farò intendere agli uomini di Vallico il buon animo di V.a Ecc.a verso loro, nè credo che questa opera sia spesa malamente, perchè quel Comune è buon suddito e servitore di quella ed è gagliardo di assai gente e di buona gente più che Comune di questa provincia. Altro non accade di nuovo, se non raccomandare a V.a Ecc.a il balestriero c'ha perduto il cavallo e fu ferito, e il Capitano che non è ancora ben guarito della ferita ch'ebbe a Camporeggiano; e in buona grazia di quella mi raccomando.
Castelnovi, 3 maii 1523.
LXVII
A MESSER SANTUCCIO SANTUCCI[250]
_Magnifice tanquam frater honorandus_. Credo che Acconcio avrà avvisato V. M. delli suoi muli e del sale che li sono ritenuti a Lucca. La causa io non la so; ma questo accade spesso, che li nostri, che vengono da Pisa con sale, ritrovino a Lucca simili impedimenti. Io ne scrivo la qui alligata a cotesti magnifici signori: prego V. M. che facci opera che tali modi non siano usati da quelli daziarii: o se qualche rispetto muove quelli magnifici signori, che vogliano essere intesi a cenni più presto che a dirlo, prego V. M. che operi che si parli chiaro, acciò che io ne possi avvisare lo illustrissimo signor mio, che vi pigli qualche modo che a sua Eccellenza paia più espediente. Appresso prego ed esorto V. M., che facci ogni possibile opera di pacificare cotesti suoi di Gallicano, acciò che noi ancora, che saremmo vicini a tal fuoco, quando seguisse, possiamo estinguendosi vivere più sicuri. E a V. M. mi raccomando.
Castelnovi, 5 maii 1523.
Di Vostra Magnificenza LUDOVICO ARIOSTO.
LXVIII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Io prego V. S. che voglino con li suoi daziarii fare tale provvisione circa il passare di questi sali che vengono da Pisa, che ogni giorno io non abbi da querelarmi appresso quelle. Oltre quanto a' dì passati ho scritto per alcuni nostri vetturali, alli quali sono stati ritenuti li muli e il sale, di nuovo Acconcio, salinaro qui per lo illustrissimo signor mio, si duole che similmente li sono stati li suoi muli e il sale ritenuti, e non può intendere la cagione, come sia che già V. S. concesseno al prefato signor duca il passo per x/m staia, per mandare per mano del detto Acconcio in Lombardia, e fin qui ne ha mandato seimila: il resto è comprato a sua instanza in Pisa come V. S. se ne ponno benissimo chiarire; e ora essendoli usati questi termini, pare che quelle non vogliano attenere quanto già una volta è stata sua volontà. Questo non voglio nè posso credere bene; è più verosimile, che senza sua saputa li daziarii usino queste nuovità. Io prego V. S. che faccino tal monizioni a questi suoi, che non sieno causa assediarne di sali, massime non ne avendo quelle al presente tal quantità in Lucca, che senza andare a Pisa ne possino tenere fornite per il medesimo pregio; che, _data paritate_, più volentieri si darebbe a V. S. utile, che ad altre persone: quelle siano contente che, pagandosi le debite gabelle, il sale possi senza impedimento venire, così per uso di questa ducale provincia, come per mandare per la quantità concessa in Lombardia. E quando anche qualche rispetto muova V. S. a fare usare questi modi, le supplico me lo faccino sapere, acciò che io ne avvisi lo illustrissimo signor mio, acciò che per utile e comodo delli sudditi facci quello che li paia più espediente. E in buona grazia di V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 5 maii 1523.
LXIX
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi_. Li uomini di Valico di sotto e delle Fabriche mi sono venuti a fare querela, che uno loro uomo, il quale era venuto per mie faccende a Lucca, vi è stato ritenuto per commissione di V. S., e ad instanza delli uomini di Gello, li quali si pretendono che questi uomini di Valico e delle Fabriche debbino loro pagare certe colte, per vigore di una stima che già diede uno messer Antonio di Mercatello commissario a questo dello illustrissimo signor nostro; alla quale stima il prefato signore non ha mai voluto consentire nè ratificarla, sì come quella che fu data oltre la commissione che 'l detto commissario aveva da sua Eccellenza. E come V. S. per le qui incluse copie potranno vedere, essi uomini di Valico e delle Fabriche fariano contro la volontà del prefato signore nostro, quando consentisseno a pagare dette colte: e se bene qualche volta per li tempi passati, li detti uomini avessero pagate tali colte o per paura o per ignoranza o per altre cause, non ponno nè denno per questo pregiudicare alla giurisdizione del suo signore. Pertanto prego quelle, che faccino rilassare questo nostro ritenuto dalle Fabriche; e se le si credono avere alcuna ragione in questo, siano contente scrivere allo illustrissimo signor mio, e amicabilmente trattare la cosa, e venire a una composizione, in la quale nè l'una parte nè l'altra sia ingiustamente oppressa, e non volere cominciare alle represaglie; che saria totalmente contrario a quello che pare sia la intenzione dello illustrissimo signore mio e di V. S., che questi due Stati stiano fraternalmente uniti e bene d'accordo. E a V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 10 maii 1523.
LXX
AL DUCA DI FERRARA
Ill.mo ed Eccell.mo Signor mio. Veduto quanto Vostra Eccell.a mi commette per lo accluso rescritto, io riferisco a quella che mess. Gio. Piero e Baldassare e Bartolomeo Attolini[251] sono reputati per Castelnovo e tutta Grafagnana uomini da bene quanto altri che ci sieno, e meritano che alli lor libri sia dato fede, ch'è d'aver circa questo la concessione ch'altri di questa terra hanno avuta, come io ne mando la copia d'una che già per la felice memoria dell'Ill.mo Duca Ercole e poi per Vostra Eccell.a fu concessa a maestro Pietro de' Lavelli _et inde_ a Pierino suo figliuolo, magnani; giusta la forma della quale Vostra Eccell.a può conceder questa alli soprascritti fratelli: in buona grazia della quale mi raccomando sempre.
Castelnovi, XIIII maii 1523.
LXXI
A MESSER BENCI DE' BENCI[252]
_Magnifice tamquam, frater honorande._ Bartolino Zanotto da Corfino, terra di questa ducale provincia, è venuto a me a dolersi che a questi giorni alla Barca sul territorio de' Signori Lucchesi è stato assassinato da Paulaccio da Barga, e da Donatello da Somma Cologna, e altri compagni tutti da Barga e da Somma Cologna, e oltra che gli deron molte ferite, gli levarno una cavalla e un par di buoi e uno gabbano di valuta circa due ducati e trenta bolognini in denari, e se non erano due di quelli compagni, di che l'uno si chiama Matteo Mazzoni da Barga, e l'altro il Moro, pur da Barga, l'avrebbono finito di amazzare: ma questi ne ebbono pur piatade, e lo difesero de la vita. E perchè Vostra Magnificenza credo sappia per le gride che _hinc inde_ si son fatte, ch'è la intenzione del mio Ill.mo Signore e de la eccelsa Repubblica Fiorentina, che li sudditi de l'uno e de l'altro dominio non vadano a danno nè in l'uno, nè in l'altro territorio, ne ho voluto dare avviso a Vostra Magnificenza, perchè non solo mi dolgo che siano iti alla Barca (chè di quel che sia fatto fuori de la mia giurisdizione non n'ho da pigliare cura, se non gli fosse lo interesse de li nostri sudditi, che non ponno ire da loco a loco, che non tocchino de le terre de' dominii confinanti), ma mi dolgo più che questi medesimi con quelli e altri compagni sudditi di V. M. vengono quasi ogni giorno nel territorio nostro, e fannoci assassinamenti, e cose di pessima sorte. Pertanto prego Vostra Magnificenza, che prima al caso di questo povero uomo, e appresso a molti altri che sono per accader ogni giorno, voglia riparare, acciocchè la unione fatta tra il mio e Vostri Signori, paia esser fatta non solo in parole, ma in effetto ancora; e sopra tutto prego V. M. che faccia restituire, se gli è possibile, a questo Bartolino quanto ha perduto. Mi dice che in quella compagnia era un Lorenzo Bertacca (il qual fu quello che gli levò li buoi) da Barga. E a Vostra Magnificenza mi raccomando.[253]
Castelnovi, 18 maii 1523.
LUDOVICUS ARIOSTUS Ducalis Commissarius.
LXXII
AL DUCA DI FERRARA
Ill.o ed Ecc.o Signor mio. Io mi trovo avere questo Moro di Pellegrino dal Sillico in prigione, contra il quale di commissione di V. Ecc. il Capitano ha processo e procede: prima per aver sempre dato ricapito a' suoi fratelli banditi e ad alcun'altri pur banditi e assassini, come a quelli che insieme con un suo fratello detto Giulianetto assassinâro quel prete pisano e gli tolsero cento ducati, alla restituzione de li quali è stato gravato il Comune di Cicerana: appresso gli procede contra per essere caduto per le mie gride in disgrazia di V. Ecc. ed in confiscazione di tutti li suoi beni, per essere ito con genti e banditi e altra sorte in Lombardia in aiuto di una di quelle parti: appresso gli procede per essersi trovato al Poggio, terra di V. S., in compagnia di alcuni che amazzâro uno suddito di quella. Le prime due inquisizioni confessa _de plano_: questa ultima, ancora che confessi che insieme con quelli che feron tal omicidio (li quali dice che ritrovò tra via) esso entrò in la terra del Poggio, e anco si partì quasi in un tempo con loro; pur niega che di tale omicidio esso fosse consenziente: _quod quomodocumque sit vel futurum sit_, questi che hanno la protezion sua sono per supplicare a V. Ecc. e domandarli grazia, e apparecchiano a tutte queste imputazioni escuse accettabili. Se Vostra Ecc. per qualche rispetto è per esaudirli, io non sono per pregarla per il contrario: solo voglio ricordarle che fra ogni grazia che sia per farli, si ricordi che questo povero Comune di Cicerana non resti nel danno de li cento ducati c'ha pagati al prete pisano: chè se a V. Ecc. è paruto giusto che essi uomini, per aver tollerato che ne la lor terra questi banditi e assassini si sieno alloggiati, debbiano pagare li suoi danni al prete, tanto è più giusto che questo Moro, per averli alloggiati in casa sua o sia di sua mogliere malgrado di quel Comune, sodisfaccia ogni pena che per sua causa ha patito quel Comune; nè può allegare alcuna escusa che contra sua volontà sieno stati in quella, la quale per ragione de le mogliere è comune tra lui e suo fratello Giulianetto, _cum sit_ che parimente è caduto alla medesima pena per essere ito cento volte e praticato mille con essi banditi, che per ogni volta e per ogni bandito è sempre caduto alla pena di cinquanta ducati: e perchè V. Ecc. ne sia ben chiara, le mando la copia de le gride.
Ancora voglio raccordare a quella che, facendoli grazia del resto, voglia per quiete di questo paese fare che, volendo uscire di prigione, dia sicurtà sufficiente che per un anno o per due non venirà in questa provincia; ed anco se paresse onesto a V. Ecc. che desse sicurtà per li fratelli banditi, che fin che V. Ecc. non facesse lor grazia non avessino a venire in questo paese, serìa a mio giudicio la salute e il riposo di questa ducale provincia. A me basta di proporre quello che mi pare che fosse ben fatto: di V. Ecc. è poi in disposizione di comandare quanto le pare: in buona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, 28 maii 1523.
LXXIII
AL MEDESIMO
Ill.o ed Ecc.o Signor mio. Oggi alcuni modanesi uomini da bene e boni cittadini, e fra gli altri un Francesco Guidone, il quale dice essere parente del Capitano Mesino dal Forno,[254] venendo per andare alli bagni, quando son stati a Frassinoro, dubitando di essere assassinati, hanno tolto in compagnia e scorta Mess. Gian Giacomo Cantello con una grossa compagnia di gente, il quale Mess. Gian Giacomo gli ha accompagnati fin 4 miglia appresso a S. Pellegrino; poi gli disse che non ci era più pericolo, e li lasciò, e diede volta. Non furon slongati un tratto di balestra che furon assaltati dagli assassini che pur sono de la fazione di Mess. Gian Giacomo, che erano iti innanzi alla posta, _et etiam_ da alcuni di quelli che li avevano accompagnati con Mess. Gian Giacomo fin lì, li quali erano tornati indrieto, per modo che presero quel Guidone dicendoli che era de' lor nemici, e gli hanno tolto non solo quelli danari che li hanno trovato addosso, ma ancora messogli taglia; sì che bisognò che li compagni, chi con 4, chi con 6 ducati, e chi con più e chi con meno lo riscodessono, chè dicevano di volerlo ammazzare: e poi hanno levato ancora il resto de li danari ch'avevan gli altri compagni. Son venuti a Castelnovo molto di mala voglia, e dànno la colpa che Mess. Gian Giacomo sia stato consenziente di questo assassinamento, e molto si lamentano di lui. Io non credo già che la colpa sia di lui, se non quanto non può forse vietare alli suoi seguaci che facciano di simili mal'opere; pur io gli ho scritto e pregatolo, che faccia ogni opera possibile per far restituire questi danari, e tanto più quanto la colpa è data a lui. Non so quello che mi risponderà. N'ho voluto dar avviso a V. Ecc. alla quale non voglio già dar ricordo di quello ch'ella sa meglio quello che debbe fare, che non so io: pur la certifico che nè al bosco, nè dentro alle terre, nè serrato in le case, nessuno in questo paese è sicuro da li omicidi e assassini.[255] Io fo fare ogni notte la guardia a questa casa, o rôcca che sia, dove abito, e ci fo dormire, oltra li miei famigli, sempre due balestrieri perchè ogni dì son minacciato che mi verranno a tôrre questo prigione, ch'io ci ho, per forza: e a V. Ecc. mi raccomando.
Castelnovi, 28 maii 1523.
LXXIV
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici etc._ Già sono alcuni giorni, che per una mia pregai V. S. che volesseno provvedere, che li uomini di questa ducale provincia potessino passare, pagando li debiti dazii, con li sali che portano da Pisa, senza essere ritenuti e molestati costì, sì che noi non fossimo assediati e fatti restare, per li nostri bisogni e della montagna subietta allo illustrissimo signore mio, senza sale. V. S. mi rispuoseno, che sopra di questo farebbeno consiglio e poi mi avviserebbeno; e perchè fin qui non me n'è stato scritto altro, e il nostro bisogno si potria fare maggiore, ho voluto con questa replicare, e pregare V. S. che a ciò diano espedizione, e faccino secondo che si richiede alli buoni vicini e alla fede e buona amicizia che ha il mio illustrissimo signore in quelle; in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 28 maii 1523.
LXXV
AI MEDESIMI
_Magnifici etc._ A' dì passati io scrissi a V. S. in raccomandazione di quello poveretto di Belgrado ritenuto nelle loro forze, e so che dal mio illustrissimo signore fu loro scritto; e forse a tali preghi quelle si sono inclinate a non lo fare morire; di che io particolarmente ne referisco loro grazie. Resta, perchè questi suoi parenti mi dicono che, quando esso desse sicurtà di non offendere mai alcuno suddito di V. S., che esse lo libereriano ancora dalla prigionia; ma perchè la pagarìa che quelle vorriano che desse è molto grande ed eccede la facoltà di lui, e perchè esso si trova preso e' non è chi possa fare per lui, vorrei ancora da quelle grazia di due cose: e così le supplico che siano contente di concedermele: una, che domandasseno a Belgrado una pagaria di qualità conveniente al grado suo e che esso potesse dare; l'altra, che lasciando esso in forza di V. S. uno suo figliuolo per statico, fusseno contente di lasciarlo, tanto che potesse procurare e procacciarsi di persone che entrassino in pagarìa per lui. Mi parria ancora, quando paresse a V. S. che fusse onesto, che poi che esso ha da promettere di non offendere mai alcuno del dominio di V. S., che esso ancora per quella via fusse cauteggiato di non essere dalli sudditi di quelle offeso; chè non saria licito che altri potesse nuocere a lui, ed esso fosse legato, sì che non si potesse difendere. Pur mi confido in V. S. che sono giustissime, che non faranno cosa fuori di ragione: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Oggi ho per una di V. S. visto quanto esse mi rispondono circa a quanto li aveva scritto delli sali, e inteso il pericolo che abbiamo appresso della peste: non manca nè mancherà premure per farli ogni buona provvisione. Acconcio verrà a trattare la cosa dei sali con V. S.
Castelnovi, 29 maii 1523.
LXXVI
A MESSER LORENZO PANDOLFINI, POTESTÀ DI BARGA
_Magnifice et clarissime tanquam frater honorande._ Un famiglio qui de' frati di San Francesco venendo ieri da Lucca, tra nona e vespero, sul piano di Barga, dove si dice il Sasso di Menante, fu assaltato da tre; de li quali, uno era di 18 anni in circa con un giubbarello di pignolato negro stracciato, berretta nera, e con calze da mezza coscia in giù, verdi; uno di 25 anni in circa, con un giubbone di pignolato bigio, con calzoni larghi di tela bianca e berretta nera; l'altro con una barba rossa da orecchie, e con un colletto di coiame; li quali, prima quel più giovane gli lanciò una partesanella, e gli ferì un muletto, sopra qual era, ne la groppa assai in profondo; e poi lo presero, e gli tolsero certo poco di taffetà che portava ad uno di questa terra e certe altre robe non di molta valuta: e perchè Vostra Magnificenza, ancora che sia nuova in l'officio, può aver inteso li assassinamenti che ogni dì si fanno qui d'intorno, nè io sono atto a provvederli, perchè fatto c'hanno il male si riducono or sul territorio de' Signori Fiorentini, ora de' Lucchesi; e appresso questi malfattori vanno le più volte in più compagnia, che non sono li balestrieri ch'io tengo qui per mia guardia; e per quanto intendo la maggior parte di questi sono da Somma Cologna e da Barga, che vengono e fanno il male, e poi fuggono a casa: siccome anco pochi dì sono ch'io scrissi al precessor di Vostra Magnificenza di uno assassinamento che costì alla Barca avevan fatto ad un poveretto di questa ducale provincia, alcuni pur da Barga e da Somma Cologna, che gli tolsero un par di buoi e una cavalla e panni e denari, e mai di quella mia lettera ho avuto risposta, con tutto ch'io gli avvisassi il nome di molti di quelli che s'erano trovati a far tale assassinamento. Ora se a tanti mali non si piglia riparo, dubito che non solo li viandanti e uomini del paese che vanno a lavorare fuori non saranno sicuri, ma nè noi ufficiali ancora saremo sicuri ne le terre e ne le rôcche. A' dì passati feci fare una grida[256] per parte del mio Ill.mo Signore, che nessuno di questa ducale provincia, sotto pena de la disgrazia di Sua Eccellenza e de la confiscazione di tutti li suoi beni, non ardisse di venire in armata nè altrimente a far danno ne le terre de li eccelsi Signori Fiorentini: e perchè lo Ill.mo Signor mio mi avea dato questa commissione, pensavo che la medesima grida fosse stata fatta ne le terre de' prefati eccelsi Signori. Che la sia o non sia stata fatta non so; so bene che molti di tutte coteste terre ogni dì vengono in armata, in compagnia d'altri ribaldi di questo paese, e fanno in questa nostra provincia cose di mala sorte. Ho voluto fare questo poco preambolo a V. M., acciò che quando quella sia d'animo che questi tristi si castighino dovunque si truovino o ne le nostre o ne le vostre terre, e anco de' signori Lucchesi; che per quanto mi scrivono sono assai bene disposti per assicurare le strade e il paese; potiamo scrivere l'un l'altro, e dar buono ordine, acciò che non stiamo qui totalmente inutili. Oggi ho avuto una di Vostra Magnificenza, per la quale mi raccomanda quella povera vedova. Io non mancherò di far che 'l Capitano, del quale è ordinario officio, gli amministri giustizia, remosse le lunghezze e cavillazioni, e anche io per amor di V. M. mi interporrò per intender che non le sia fatto torto; e a quella mi offero e raccomando.
Castelnovi, 29 maii 1523.
LUDOVICUS ARIOSTUS Ducalis Carfignanae Commissarius generalis etc.
LXXVII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici etc._ Messer Giovanni Battista da Sassolo medico, abitante a Silano, luoco di questa ducale provincia, è creditore di certa sua dote costì in Lucca: io lo raccomando a V. S., si perchè in ogni loco le cause delle doti sogliono essere favorevoli, sì ancora perchè li uomini virtuosi denno essere aiutati da tutti li signori e uomini da bene, massimamente a cagione essendo forestiero, oltra le predette cause, merita di essere espedito con celerità; sì che di nuovo lo raccomando a V. S. Oggi ho avuto risposta dal primogenito dell'illustrissimo signor mio circa a quanto alla Eccellenza del signor duca io avevo scritto per la ratificazione della convenzione ch'io feci con il magnifico commissario di quelle: sua Signoria mi scrive che di giorno in giorno aspetta il padre che torni da Venezia, e che alle giunte di sua Eccellenza mi sarà mandata tale ratificazione. E a V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 3 iunii (1523).
LXXVIII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici etc._ A questi giorni ebbi una di V. S. in raccomandazione di alcuni padri di S. Agostino, alli quali sono molestate e rubate alcune terre da uno Streglia dal Silico; e pare che in quella V. S. abbino ricordo, che per un'altra mia io permettessi di mandare per li fratelli di detto Streglia, perchè sodasseno e assecurasseno detti padri. Quello ch'io scrivessi non so, perchè non servo le copie delle lettere, e non ho tanta memoria che io mi ricordi tutto quello che ho fatto. Potria essere che io avessi scritto; ma s'io scrissi così, fu mio errore, perchè sono pochi delli detti fratelli che non siano banditi o condennati: e s'io potessi averli in le mani, averei da castigarli di maggiore fallo che di questo; ma essi sono più forti in questo paese che non sono io. È vero che io ne ho uno in prigione, il quale, quantunque io non creda che sia buono, pure è il manco cattivo delli altri. Se li detti padri manderanno o costituiranno in questa terra uno per loro, io manderò uno comandamento a questi fratelli che non debbino molestare sotto qualunque pena dette terre: se compariranno, saria ben fatto che fusse qui chi dicesse la ragione delli frati; e di ragione non mancherò loro, purchè la forza non possa più che la ragione: ma se V. S. vorranno aiutare questi padri, li potranno aiutare con fatti, dandomi un giorno modo di avere questi ribaldi nelle mani; altramente la ragione si potrà dire ma non fare, nè solo in le terre di questa ducale provincia, ma anche in quelle di V. S.; chè d'ogni cosa mi paiono li assassini signori, e non il mio illustrissimo, nè voi magnifici signori: in buona grazia delli quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 4 iunii 1523.
LXXIX
AI MEDESIMI
_Magnifici etc._ Prego di nuovo V. S. che siano contente di fare rilassare quello povero uomo dalle Fabriche, che ad istanza delli uomini di Gello è stato costì a Lucca ritenuto per le 15 lire ch'essi pretendono di dovere avere ogni anno da quel comune delle Fabriche, secondo la stima che messer Piero Antonio da Mercatello, per la parte dello illustrissimo duca Ercole di bona memoria, diede insieme col commissario di V. S.; e perchè, come per una copia di una lettera dello illustrissimo signore presente quelle hanno potuto vedere, che sua Eccellenza non si contenta di tale stima, io ne avevo scritto a quella, e circa a questo mi significasse come io mi avessi a governare, e perchè dal figlio e da chi è rimaso in suo loco mi è fatto intendere, che di tal cosa fino alla tornata di sua Eccellenza non si ponno risolvere, la quale tornata non sarà ancora fra X giorni, e mi commetteno ch'io preghi V. S. che faccino rilassare il prigione; perchè mi certificano che sua Eccellenza alla sua tornata ne scriverà a V. S., nè si partirà dalle cose oneste e dal dovere, e si rendeno certi che V. S. e sua Eccellenza rimarrete d'accordio: pertanto io replico questa e prego di nuovo quelle, che faccino rilassare il detto prigione, e amicabilmente e non per via di represaglia vogliano vedere e difendere le loro ragioni e delli loro uomini, acciò che non diano materia alli nostri di difendersi per le vie medesime; perchè quando li nostri facesseno qualche cosa simile, so che dispiacerebbe allo illustrissimo mio signore: pure non potria fare che non fusse fatto. Io, che sono servitore di quelle, vorrei vedere che tali differenze fusseno trattate più presto per amore che per violenza e ingiuria. Alle quali mi raccomando.
Castelnovi, 5 iunii 1523.
LXXX
A MESSER NICCOLÒ RUCELLAI, CAPITANO E COMMISSARIO DI PIETRA SANTA
_Magnifice tamquam frater honorandissime._ Gli uomini di Vagli m'hanno riferito Vostra Signoria essere al tempo constituito ritrovatasi sul luogo de la differenza, di che mi son maravigliato; chè la causa che aveva ritenuto me, pensavo ed ero certo che dovesse anco avere ritenuto lei; imperò che domenica montai a cavallo, che poteva essere circa 19 ore, per andare quella sera a Vagli, ch'altrimente non potevo ritrovarmi il dì del luni constituito, sul fatto. Ed essendomi già mosso, si levò un tempo tanto orribile di tuoni, e con sì gran pioggia, che son molt'anni che non se ne vide la pare, che durò tutto il giorno senza mai allentarsi, e piovè la notte e la mattina seguente. Io stavo pur aspettando che 'l tempo si richiarasse per venire, perchè la via di qui a Vagli è di sorte, che per il miglior tempo del mondo avrò fatica a venirvi, se non a piedi. E quando mi volsi movere, mi vennero incontra alcuni, che mi dissero che V. S. era già stata su la differenza, e ch'io venirei indarno. Io me ne maravigliai, che sì male tempo fusse stato dal canto nostro, e che verso Pietra Santa non fosse stato il simile, perchè se fosse stato tale, saria stato impossibile il venire per Vostra Signoria, come fu per me. M'incresce che V. S. abbia avuto tal disconcio, e poi sia venuta indarno: m'incresce appresso d'avere inteso che Vostra Signoria sia venuta con tanta gente, con scoppettieri in buon numero; chè mi pare, essendo così, che più presto fosse venuta per combattere, che per terminare con giustizia ed equità le contese di questi sudditi. E più me ne par strano, quando Vostra Signoria mi scrisse ch'io volessi venire con poca gente, che in verità venendo io, non menavo meco oltra dieci o XV persone. Poichè siamo qui che io non son venuto, e anco al presente non è più d'importanza di venire, che un'altra volta, che _omnino_, per quello ch'io intendo, la pastura di quelli luoghi ora fin a settembre tocca agli uomini de la Cappella; io non venirò più ora, ma ne darò avviso al mio Ill.mo Signore, il quale forse mi farà un mandato di potere tutto quello ch'io farò, fare rato e fermo: e forse anco farà elezione di qualche persona che gli paia più sufficente in questo di me, che non son dottore, come Vostra Signoria, nè anco ho copia di dottori in Grafagnana da potere menar meco, come intendo che Vostra Signoria ha in Pietra Santa. Ma mi pare anco, che oltra la dottrina, quelli di Pietra Santa vogliano far di forza, non avendo voluto restituire le bestie a questi poveromini di Vagli; chè ancora che io non sia dottore, pur mi pare che la equità nol comporti; perchè, mentre la cosa sta in differenza, non dovrebbono volere star per forza in possessione. Io prego Vostra Signoria per singulare piacere, e come mio particulare comodo, che sia contenta di far restituire a questi di Vagli le lor bestie, offerendomi io _versa vice_ per amor di Vostra Signoria, e in specie per ogni uomo di Pietra Santa compensare questa cortesia in maggiore cosa, dova accada ch'io li possa gratificare; e per me non mancherà, scrivendo al mio Ill.mo Signore, di operare perchè tal cosa, o per mio mezzo o per altrui, pigli buono assetto: e a V. S. mi offro e raccomando.[257] Castelnovi, 9 iunii 1523.
LXXXI
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Signor mio. Il Moro di Pellegrin dal Sillico è stato ed è in prigione, come sa V. Ecc.: la principal causa perchè io 'l presi fu per far satisfare questi poveri uomini di Cicerana de li denari in che per aver patito che li banditi fossino stati ne lor terra, erano stati condennati, e parendomi che se li uomini di detto Comune erano incorsi in pena per non aver proibito che li banditi stessino in la lor terra, maggiormente doveva essere condennato questo Moro, che li aveva sempre tenuti in casa, mangiato e bevuto, e andato e stato tuttavia in lor compagnia; che per ciascun di questi capi, secondo la mia grida, di che a Mess. Obizo[258] mandai la copia, si doveva condennare. Poi che questo Moro è stato in prigione, non è mai apertamente comparso alcun di Cicerana a dolersi di lui, e questo per le minaccie che son lor fatte da Giulianetto e altri fratelli del Moro e da altri banditi, che pur senza alcun timore di V. S. stanno in Cicerana, e anco da li fautori c'hanno questi di Pellegrino dal Sillico in questa terra; e fin qui non è mai stato uomo di quello Comune ardito di presentare al Capitano, a cui la causa è commessa, uno rescritto c'hanno da V. Ecc., che sieno gravati _realiter et personaliter_ il Moro e il fratello ad ogni danno e interesse che, per aver essi fratelli ricettati li banditi e assassini, essi di Cicerana abbiano patito. È ben vero che molte volte sono a uno e a due venuti segretamente a pregarmi ch'io li aiuti, e a farmi intendere li rispetti che li ritengono di fare le debite querele, e che quella terra è giunta a tanta tirannide e a tanta paura di questi ribaldi, massimamente di quel fratello del Moro detto Giulianetto, che li batte, ferisce, ruba, sforza e minaccia, ch'alfin sarà lor forza di abbandonar le lor case e andarsene dispersi pel mondo. Io mosso a pietà di loro, e pel debito c'ho verso la giustizia, ho molte volte pregato il Capitano qui che condanni il Moro siccome ricettatore de' banditi a pagare e satisfare il detto Comune di quello ch'esso per cagion del Moro e del fratello ha patito: esso Capitano non l'ha mai voluto fare, e rispostomi che 'l Moro non può essere condennato per aver ricettato banditi, _cum sit_ che dinanzi da sè è provato per testimoni che di tal recezione il Moro non ha colpa, ma che avendo la casa comune col fratello non ha potuto vietare al fratello di non far de la sua parte quello ch'egli ha voluto, e che gli è stato il fratello Giulianetto e non esso che ha dato ricetto a' banditi. Io ho replicato al Capitano, che se per questo capo pur non lo può condennare, perchè non lo condanna per avere mangiato e bevuto con loro, parlato, conversato e menatoli seco in Lombardia e altrove, che per ciascun di questi capi, secondo la mia grida, debbe essere condennato? Mi risolve che non vuol farlo, e che l'ha condennato quello che è stato conveniente. Ultimamente con comandamento penale ho fatto che li uomini di Cicerana m'hanno esibita quella lor supplicazione col rescritto di V. Ecc., nel quale è commesso al Capitano come Commissario, che faccia che da questo Moro e dal fratello Giulianetto, li quali sempre hanno in lor casa dato ricetto a' banditi, sia del patito danno per lor causa satisfatto il Comune di Cicerana, e questa supplicazione in presenza del Notaro e con testimonî ho data al Capitano, e fattoli instanza in nome del Comune di Cicerana (del quale in questo caso mi par conveniente ch'io sia procuratore) che eseguisca quanto in essa supplicazione si contiene. Per questo il Capitano non si è voluto muovere dal suo passo, ma risponde, che se quelli di Cicerana vorranno ragione, bisognerà ch'essi siano quelli che si scoprano e che la domandano; e per questo son venuto in sospetto, che a' preghi e contemplazioni di qualcuno esso Capitano tenga questa via, acciò che 'l Moro vada esente, e che quelli di Cicerana restino nel danno; e che se bene ha condennato il Moro ne la confiscazione de li suoi beni, e ne la disgrazia di V. Ecc. per essere ito in Lombardia in aiuto d'una delle parti, contro la grida ch'io feci fare in nome di V. Ecc., forse si persuada (volendolo aiutare) che di questo troverà più presto remissione e perdono da V. Ecc. che non farebbe del danno che per sua causa hanno patito gli uomini di Cicerana. Del tutto ho voluto avvisare quella, acciocchè andando le cose come si vogliano, non creda mai che di mia volontà la giustizia, la equità e la misericordia, dove si conviene, non abbia luogo: ed in sua buona grazia mi raccomando sempre.
Castelnovi, XV iunii 1523.
LXXXII
AL MEDESIMO
Ill. ed Ecc. Signor mio. Per un'altra mia ho avvisato V. Ecc. de l'assassinamento fatto d'una grandissima quantità di bestie minute e grosse da alcuni fanti che stanno a Frassinoro, in favore di Mess. Gian Giacomo Cantello. A lui io scrissi subito, e questa Comunità scrisse, nè ancora n'ho avuto risposta. Poi questi uomini a chi son state levate le bestie sono iti per ricuperarle, e sono iti indarno, come a bocca il latore di questa potrà riferire. Questi uomini subito han fatto ripresaglia di X muli di alcuni che sono da Castelnovo di Reggiana e sono per farla di quante robe di Lombardi passeranno di qui. Io gli ho ammoniti a non far ripresaglie, se prima non ricorrono a V. Ecc., la quale o li aiuterà scrivendo di sorte a Mess. Gian Giacomo e a Domenico di Amorotto che le bestie saranno restituite, o vero li consiglierà quello c'hanno a fare; e per questo mandano: ma non li ho potuto persuadere che restituiscano li muli; pur ho fatto che li porranno in man mia. Domani tutta la Vicarìa è chiamata a Consiglio per far provvisione, che quando per amor non possan riavere il suo, di rivalersi per qualche via. Io dubito che non si attacchi qualche gran discordia tra Lombardi e questi Toschi, e che cominciando questi Grafagnini qualche impresa, e poi (come son di natura non troppo valenti e mal d'accordo insieme) non la sostenendo, diano materia alli Lombardi di passar di qua, e ridurre questa provincia ne li termini che è il Frignano. Non mancherà per me finchè 'l male è fresco di rimediare; ma senza l'aiuto e consiglio di V. S. non mi dà l'animo di farlo. In bona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, 20 iunii 1523.
LXXXIII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici etc._ V. S. avranno inteso quello che in su l'Alpe di S. Peregrino, territorio di V. S., per li uomini parte della montagna di Modena e parte di Reggio è stato fatto a danno di molti poveri uomini di questa provincia di Garfagnana. Io ne ho subito dato avviso al mio illustrissimo signore;[259] quello che sua Eccellenza farà non so. Mi è parso anco di scriverne a V. S., le quali per essere più vicine e per questo forse più preste a rimediare, ci piglieranno qualche provvisione, che non ci so pigliare io, che per essere lontano dal mio signore, tardi del suo aiuto mi posso valere. Ancora che a me non stia di consigliare quelle, pure mi pare che non saria fuor di bisogno di querelarsene e con la Santità di N. S., con li signori Fiorentini _et etiam_ con il duca mio, e tutti insieme provvedere a tanti mali che ogni dì ci moltiplicano; di modo che di tutte queste montagne li assassini e uomini di mala condizione sono signori, e non il Papa, nè i Fiorentini, nè il mio signore, nè V. S.: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 20 iunii 1523.
LXXXIV
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi_. Oggi ho avuto la ratificazione autentica dallo illustrissimo signor mio circa a quanto il magnifico Commissario di V. S. e io rimanemmo d'accordio per provvedere alle violenze, assassinamenti e omicidii e altri delitti che sono fatti in questa Garfagnana; e così la mando a quelle, e le prego e supplico che così come l'ordine è buono, così anco si ponghi ad effetto, e che ormai si li dia tal principio, che si possi sperare che abbi a succedere in meglio. A' dì passati io credo che io avvisassi V. S. ch'alla Barca, sul suo territorio, fu assassinato uno nostro da Corfino detto Bartolino, e li fu tolto un paro di buoi, una cavalla, li panni del dosso e denari in buona somma secondo il grado dell'uomo: li assassini furno di Barga e Sommocolognora _et etiam_ delle terre di V. S., secondo che mi riferì colui che patì il danno. Poi sono circa 4 o sei dì che sul nostro, fra Cascio e questo di Castelnovo, furono assassinati alcuni da Minucciano e di altri luoghi sudditi di V. S.; e per quanto il sostituto del vicario di Minucciano mi scrive, il malfattore fu uno nostro da Camporeggiano, ma bandito, e nulla ha di roba. Questa mattina mi è venuto a far querela uno nostro da Reggio, che quelli della Barca in persona l'hanno assassinato, toltoli alcune some che conduceva di grano e altre robe, e feritolo; or io ho veduta la ferita. Io credo di udire anco questa sera qualche altro delitto, e domani un altro, e l'altro dì uno altro, e ogni giorno, non vi si facendo altra provvisione. Io prego V. S. che mi voglino aiutare a rimediarci, cioè che per qualche giorno mandino il suo bargello per stare a Gallicano, che egli da un lato e li miei balestrieri da un altro vedremo o di pigliarli o di fare loro tal paura che abbandonino l'impresa. Lo illustrissimo mio signore n'ha scritto a' signori Fiorentini, e il capitano di Barga mi ha avvisato che la intenzione de' suoi signori è di provvederci ogni modo, e che esso ne ha strettissima commissione: pure io non ne vedo esecuzione alcuna. Se V. S. si degnasseno, appresso quello che ho scritto io, di chiamare in questa unione li signori Fiorentini ancora, e sollicitarli, instigarli e spronarli, non credo che potesse se non giovare. Io ricordo quello che mi occorre; V. S. prudentissime faranno quel che loro parrà il meglio, chè pure che si facci qualche buona opera, o per una via o per una altra, io mi chiamerò satisfatto: sopratutto le supplico, che il delitto di questi della Barca, che sono persone che molto bene si potranno avere a casa loro, non si lasci impunito. Costui che dice essere stato rubato, si offerisce di stare con essi al paragone. Se in questo mezzo mi capiteranno nelle forze, che vengano a Castelnuovo, io farò il mio debito. A V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 6 iulii 1523.
A questa sarà alligato lo instrumento della ratificazione dello illustrissimo signor mio: ora da V. S. aspetto la loro ratificazione similmente autentica.
LXXXV
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. L'esibitore di questa è Tomeo di Andrea da Bargechia, il quale, come farà intendere a V. S., ha ricevuto grandissimo torto da uno suddito di quelle, e anco non molta ragione dal vicario di Gallicano. Io non mi diffonderò molto, perchè esso a bocca e per le sue scritture narrerà meglio il caso suo che io per lettere. Io raccomando a V. S. la giustizia, ben che credo che non accada, e appresso questo uomo; e in buona grazia di quelle mi raccomando sempre.
Castelnovi, 7 iulii 1523.
LXXXVI
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Signor mio. Ho avuto la notificazione di V. Ecc. di quanto quel Commissario dei Signori Lucchesi e io avevamo concluso, e così subito l'ho mandata a Sue Signorie insieme con una mia, per la quale molto mi dolgo e lamento de li assassinamenti che in queste confine tra la lor giurisdizione e nostra, ogni or da li loro, or da li nostri sudditi son fatte; di modo che pochi di questi, che tornano di quel di Roma o di Siena da lavorare, passano che non sieno spogliati e predati. Io li ho pregati che mandino il loro bargello per qualche giorno a star a Gallicano, luogo qui vicino a quattro miglia, acciò che insieme con li nostri balestrieri possiamo pigliare o dar la caccia a questi ladri. Di questo medesimo ho scritto ancora al Capitano di Barga, e m'ha risposto averne scritto a' suoi Signori, e che circa a questo ha strettissime commissioni da loro; pur nè di qua nè di là veggo ancora uscire alcun buono effetto. Io non starò d'instare, sollicitare e importunare. Circa alla differenza degli uomini di Vagli con quelli di Pietra Santa, quello che V. Ecc. ha scritto a Fiorenza e a Roma, non credo che possa se non giovare. Questi uomini dovevano venire a Ferrara, e portare loro instrumenti e contratti, e chiarire la mente di quella, che ad essi è fatto forza e violenza e ingiustizia da quel Capitano di Pietra Santa;[260] il quale, secondo che mostra per l'opere, debbe essere uomo di poca ragione, chè non solo mai non ha voluto restituire le bestie che furon tolte, e tolte sul nostro, ma poi parte n'ha fatto ammazzare alla beccaria, e il resto vendere all'incanto per ventiquattro ducati: ma questi uomini di Vagli mai non si sono potuti accordare di trovare li danari da pagare un messo che venisse a V. Ecc., e stanno pure in questa ostinazione che vorrebbon ch'io dessi loro licenza di far all'incontro ripresaglia d'uomini e di bestie che càpitano dal canto nostro. Io gli ho pur tenuti in freno, facendo lor sapere che faranno cosa che dispiacerà a V. Ecc.: quel Capitano non resta di minacciar che se li nostri saranno arditi di levar pur una capra de le loro, anderà a bruciar Vagli. Questi di Vagli cognoscono che per sè non sono possenti a resistere a quelli di Pietra Santa, e vorriano che se si attaccasse la zuffa, io li soccorressi: ma io che omai cognosco la natura de li Grafagnini, che con tutti li comandamenti del mondo non ne potrei far muovere uno a simil cose, chè già n'ho fatto più d'una esperienza, eleggo per minor danno e minor vergogna confortare li nostri a star con la testa rotta, e ricorrere a V. Ecc. per consiglio.
Contra li sudditi de' Lucchesi per la differenza c'hanno li nostri da Vallico con loro, si potria essere più audaci, perchè li nostri sudditi, massime quelli di Vallico, mostrano aver poca paura di quelli di Gelo, e anco fanno poca estima de li Signori di quelli: ma io son stato rispettivo a non li lasciar fare, perchè le lettere ch'ogni dì mi vengono da V. Ecc. sempre mi tolgono ogni ardire, e mai non sento altro, se non che io vada destramente, e che io non attizzi li galavroni: di modo che par che V. Ecc. non pur abbia rispetto alli signori de le città, ma ancora alli villani de le montagne di Reggio; sì come a' dì passati, essendo stata fatta quella preda di tanta quantità di pecore da li seguaci di Gian Giacomo Cantello e di Domenico d'Amorotto, e per questo li uomini qui de la Pieve aveano ritenuti certi muli d'uno di Castelnovo di Reggiana; e io di questa cosa avendo dato avviso, subito mi è stato rescritto, che senza dilazione alcuna io faccia restituire questi muli, e che io non attizzi li galavroni; sì che parea che non li facendo restituire subito io dovessi aver qui il campo del Papa: ma io li avea già fatto restituire, ma ben con sicurtà di rappresentarli o di pagarne la valuta ad ogni mia requisizione. Queste lettere, e altre simili a queste, mi tolgono l'ardire e mi fanno avere quel tanto rispetto, e quel che mi fa essere tenuto troppo timido, che V. Ecc. in me riprende per la sua lettera: chè da un lato aver poca forza e poco braccio all'officio, ed essere capo dei sudditi che non sono (cioè questi altri a chi non s'appartiene) per seguitarmi in alcuna impresa dove si maneggi arme; e da l'altra parte esser tuttavia ammonito e fatto pauroso da le lettere di V. Ecc., e sempre dettomi ch'io sopporti e ch'io proceda con prudenza e desterità, son sforzato che s'io fossi un leone io diventassi un coniglio.
Questi di Vallico, quando la lettera di V. Ecc. è giunta direttiva alli Signori Lucchesi in favor loro, già avevano mandato suoi ambasciatori per questa causa a quella. Ma pur che sian venuti non è male, chè meglio informeranno V. Ecc. del bisogno.
Ancora ch'io n'abbia scritto, non starò di replicare che questi uomini a chi son state levate le bestie, son di mal animo, e mi dicono gagliardamente che se non le rianno per favore e mezzo di V. Ecc., si deliberano di non stare in questa perdita e si rivaleranno su gli uomini di Lombardia dove potranno, se ben fusson certi di perdere, non che la roba, ma la vita. Io ho scritto di questa cosa più volte al Cantello e a Domenico: mostrano ne le lor risposte che sua non sia la colpa, e che gli ne rincresca: ma poi non mi pare che l'effetto si accordi con le parole.
Si va pur dicendo che questa armata di Francia si vede in mare, e chi dice ottanta e chi cento vele; ma io non ho certo autore: questa è ben certezza, che tutte queste terre di mare ne stanno in gran sospetto. A V. Ecc. mi raccomando.
Castelnovi, 7 iulii 1523.
LXXXVII
AL MEDESIMO
Ill. Signor mio. Mando a V. Ecc. queste due lettere, l'una de' Signori Fiorentini, l'altra de' Lucchesi. Credo sian le risposte di quanto ha scritto loro V. Ecc. per quelle confine e ripresaglie. Quelli di Pietra Santa vendêro le bestie per 24 ducati; pur quando li nostri dessero sicurtà di pagarle _in casu sucumbentiae_, le restituiriano. Quel Commissario mi fa instanza che di novo mi voglia trasferire sul loco per terminare tal confine; ed io non voglio pigliare ardire senza commissione di V. Ecc. porre a' danni di quella termini, perchè mi rendo certo, che tra per sapere meglio dir la sua ragione perchè è dottore ed ha molti dottori in compagnia, che io non ho qui alcuno, e per essere più potente e più arrogante di me, vorrà o non mettere confine o porle a suo modo: io m'ho sempre escusato, che non ho mandato da V. Ecc., e senza quello non son per venire in su quel loco.
Intendo che Mess. Giovanni Ziliolo[261] è in Frignano per rassettare quel paese: mi pare che stando là potrebbe anco rassettare questo; e questo saria mettendo le mani addosso a quelli del Costa e a quest'altri del Sillico e a parecchi da Somma Cologna, che intendo che sono venuti in Frignano in soccorso de le parti di Virgilio.
Li portatori di questa saranno, credo, uomini mandati da la Vicarìa di Camporeggiano per dolersi d'una sentenza data contra di loro. Io l'ho data secondo _acta et probata_ e per consiglio del Capitano qui, e tenendomi alle commissioni di V. Ecc., alla quale mi raccomando.
Castelnovi, XI iulii 1523.
LXXXVIII
AL MEDESIMO
Ill. ed Ecc. Signor mio. Molte differenze di confine mi danno grandissimo travaglio ch'avemo con Fiorentini da un canto e con Lucchesi da l'altro. Tutto il dì fanno ripresaglia or d'uomini or di bestiami: questi uomini si dolgono, e vorrebbono fare il simile contra di loro: io per ubidir V. Ecc. li tengo repressi, or con ammonizioni or con minaccie, perchè non usino la violenza: ma questo nostro troppo rispetto fa gli avversari più ogn'ora insolenti e arroganti, chè quello che noi facemo per bontade e desiderio di vivere in pace, essi estimano che sia per viltade, e ogni dì si fanno più innanzi e trattano li sudditi di V. Ecc. come fussino lor schiavi. A' dì passati mi dolsi de' Signori Lucchesi ch'avevano ritenuto uno da le Fabriche per XV lire, che volevano e vogliono che li uomini de le Fabriche paghino l'anno per colta alli loro uomini di Gelo, facendo lor fondamento ne le confine che già Mess. Pier Antonio Mercatello pose tra il territorio di V. Ecc. e il loro. Io n'ho scritto a V. Ecc. e mandatoli alcune copie; ma nel tempo ch'Ella si è ritrovata essere fuor di Ferrara, dal Sig. Don Ercole mi fu risposto che alla tornata di V. Ecc. sarei instrutto di quanto circa questo io avessi a fare, e così ne aspetto risposta. In questo mezzo ho pregato li Signori Lucchesi che lascino quell'uomo da le Fabriche che avevan prigione finchè V. Ecc. sia ritornata e m'abbia avvisato del suo parere circa ciò, e così son stati contenti di rilassarlo con promessa di ritornare in capo d'un mese ne le lor forze. Mi è parso di darne per questa un poco di ricordo, acciò che quella non credesse che la cosa non fosse di molta importanza. Ma questa cosa, ancora che molto importi, non importa quanto un'altra differenza che è fra gli uomini de la Cappella del Capitanato di Pietra Santa e li nostri di Vagli di sopra. Il Comune de la Cappella ha fatto ripresaglia di una gran quantità di bestie grosse ritrovate pascere in un luogo confinale fra essi e li nostri di Vagli, e secondo l'instrumento che li uomini di Vagli m'hanno esibito, e secondo che ancora in fatti ho mandato a vedere, son certo che tal bestiame è stato tolto su quello che è di nostra giurisdizione e non de la loro. Io n'ho scritto al Capitano di Pietra Santa, e dolutomi che non faccia osservare quello che per lo instrumento pare che già gran tempo fosse stabilito: esso mi scrisse indrieto, che ad un certo dì constituito io mi ritrovassi sul loco a veder le ragioni d'una parte e de l'altra, e che intanto voleva ritenere le bestie, acciò che ritrovandosi li nostri uomini aver passato su le confine e lochi loro, ne fussino puniti; e appresso mi scrisse ch'io andassi con poche persone, che esso farebbe il simile, per fuggire li tumulti e li scandali. Io, quantunque mal volentieri mi trovassi a questa disputa, conoscendo che questo Capitano di Pietra Santa è dottore ed era per menar seco dottori e notari, di che intendo in quel luogo esserne copia, ed io non avendo chi menar meco, perchè il Capitano de la Ragione non ci voleva venire, per essere via di più di XV miglia la più aspra che sia in questo paese ed è impossibile che possa farsi a cavallo, ed esso, per essere uomo grave, non pur ne vuole andare a piedi; nè altro dottore è in tutta Grafagnana, se non Mess. Achille che gravissimamente è ammalato; pur mi disposi di andare: e così una domenica circa a XX ore mi mossi per ire quella sera ad albergare a Vagli e ritrovarmi il luni, che era il giorno constituito, sul luogo, il quale è alla sommità di Petra Pania. Fosse naturale accidente, o fosse volontà di Dio, a quell'ora si levò il più orribil tempo che fosse già dieci anni in questo paese, sicchè le fulmini ammazzâro quel giorno uomini e bestie; e fu la maggior pioggia e la più lunga che da questi tempi fosse mai: durò senza intermissione tutto il giorno e gran pezzo de la notte. L'altro dì, quando il tempo cominciò a rischiararsi e ch'io mi volsi movere, mi venne un messo che 'l Capitano di Pietra Santa era stato sul luogo, il che potè fare agevolmente per esservi molto vicino, e intendo che da quel canto non era stato alcun mal tempo: nè ancora che fosse stato buon tempo ci vorrei essere ito, perchè intendo che, contra l'ordine dato, vi era venuto con forse ducento persone armate e vi aveva appresso cento scoppettieri, e avea mostrato di venire più per combattere e ottenere per forza, che per vedere di equità. Io subito gli mandai un messo ch'era de li uomini di Vagli con la inclusa lettera, e come V. Ecc. potrà vedere lo pregavo che restituisse queste bestie. Esso non si è degnato di darmi altra risposta; anzi per mostrare più superbia mi ha rimandata la mia lettera indrieto, e detto al messo che non vole restituire le bestie, anzi che gl'incresce che ne restituisse una parte a' dì passati a' miei preghi. A questa cosa io non so pigliare rimedio, perchè ancora ch'io fossi ito o di nuovo mandassi sul luogo, so che questo Fiorentino e con le sue leggi e più con la forza vorrebbe vincere; e più presto la mia andata sarebbe a pregiudicio che a profitto del Stato di V. Ecc.[262] Questo paese, che questi di Pietra Santa vorrebbono occupare, non è da lasciar perdere così pianamente, perchè va a confinare col Stato de la Marchesa di Massa, e per quella via potemo noi condur sali e altre robe di tutta quella spiaggia; chè se Fiorentini l'usurpassino vi porrebbono la Gabella con grandissimo detrimento di questo paese.
L'uomo che sarà portatore di questa supplirà a bocca dove io mancassi nel scrivere, perchè credo che ne sarà informatissimo. Bisognerà a mio giudicio che se ci avremo a condurre su queste confine, che l'una parte e l'altra vi vada con quella gente sola che sia atta a giudicare di tal lite, perchè per l'odio che è tra li nostri di Vagli e li uomini de la Cappella e di Pietra Santa, si potrebbe attaccare una scaramuzza di mala sorte: e dovendo V. Ecc. mandarci, io non sarò buono; salvo se V. Ecc. non mi desse compagnia di dottore e persona bene instrutta. Ma saria forse meglio che la causa fosse commessa o a Lucca o a Sarzana, sicchè senza andare quelli che sono parte sul loco, si giudicasse per la giustizia; chè la lite mi par che stia in prove di testimonî: qual sia quel luogo che nomina lo instrumento Acquaruolo, e quali sieno quelli che si chiamano li pascoli d'Arni. Pur V. Ecc. farà il suo parere: in buona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, xiij (iulii) 1523.
LXXXIX
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ A questi dì ebbi una di V. S. diretta allo illustrissimo signor mio; credo fusse in risposta di quanto sua Eccellenza aveva scritto per la differenza fra li uomini delle Fabriche e di Gello: la lettera mandai domenica prossima passata, perchè prima non ho avuto mezzo. Sua Eccellenza ha per questa che io mando replicato, per non avere ancora avuta quella di V. S.: questo ho scritto, acciò che elle non ne pigliassino ammirazione; alle quali del continuo mi raccomando.
Castelnovi, 13 iulii 1523.
XC
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Signor mio. Per uno mandato da la Vicarìa di Camporeggiano mandai a Vostra Ecc. una lettera de li Signori Fiorentini, e una de li Signori Lucchesi. Credo che lo esibitore di questa sarà uno mandato da li uomini di Vagli di sopra, alli quali, come per altre mie ho scritto a Vostra Ecc., da li uomini di Pietra Santa è usata gran violenza. Vostra Ecc. farà vedere li loro instrumenti e anco si degnerà pigliarne informazione dal Mag. Mess. Agostino da Villa,[263] il quale intendo che già fu sul fatto e se ne chiarì benissimo, poi quella farà e commetterà secondo il suo parere.
Ho poi avuta una di V. Ecc. dì X di questo, e insieme una direttiva alli Sig.i Lucchesi. Quella che va a' Lucchesi per li uomini medesimi di Vallico, che ne sono stati portatori, ho mandata a Lucca, e ne aspetto risposta. Io mandai anco l'altra ch'io ebbi a' dì passati, e credo che quella ch'io ho mandata per l'uomo da Camporeggiano sia la risposta. Se li prefati Sig.i Lucchesi faranno il lor debito, n'avrò piacere; quand'anco non lo facciano, non mancherà per me; poichè io so la intenzione di V. Ecc. di portarmi con loro come essi si porteranno con noi: se faranno ripresaglia di nostre robe o nostri uomini, farò altrettanto a loro. Circa alle novelle da Pisa, poco si può intendere di verità, perchè vi è la peste. Io non lascio entrar qui persona che venga di là, nè alcuno de' nostri andare a quella via.
Noi semo stati in gran pericolo circa la peste: perchè questi contadini, fatto Pasqua, hanno usanza di andare in gran quantità su quel di Roma e ne le Maremme a guadagnare, e poi, segati li grani, tornano a casa, e nel ritorno molti hanno seco il morbo. Io ho durato grandissima fatica a far che non sieno ricettati ne le lor terre, ma confinati chi qua chi là, e provvisto lor al bosco de li lor bisogni; pur non ho possuto provveder tanto, che molti furtivamente non sieno andati alle mogli ed alle lor case; e in una de le terre nove detta Roggio si è attaccata la peste, sì che subito ne son morti nove. Provvisioni grandi se gli son fatte e fanno tuttavia, e spero che non si dilaterà più innanzi. Questi Maremmani han fornito di venire, sicchè non abbiamo dubbio di peggio. Sia come si voglia, n'ho voluto dare avviso a V. Ecc.
Circa a quanto V. Ecc. mi commette, ch'io l'avvisi di che genti io avrei bisogno per rassettare questo paese, io n'ho già dato avviso a Mess. Gioan Ziliolo, e forse esso avrà mandata la mia lettera a V. Ecc., pur lo scriverò anco a quella. Qui non è alcuna terra ribelle che si bisogni brugiare o saccheggiare, nè alcuno capo di parte ch'abbia sèguito di 200 o di 300 uomini, sicchè per questo sia bisogno mandare esercito di qua. Qui sono quelli del Costa che sono circa sei; li figlioli di Pellegrino dal Sillico altrettanti, e qualche altro giottoncello che li seguita da Barga e da Sommocologna, che senza l'aiuto de' Lombardi non ponno far gran squadra; e quando hanno avuti li Lombardi con loro, cioè quelli Pacchioni e alcuni da la Temporia, non sono arrivati a cento, ma spesso sono stati in trenta o in quaranta. Io so che, come s'intenda che Mess. Giovanni sia per passare o mandar gente di qua, si leveranno: nè finchè ci stia ci appariranno; ma non sì presto sarà partito che saranno qui: nè altra punizione si potrà dar loro, se non di mettere le mani addosso a' loro padri, fratelli e parenti, e non li lasciare che non diano sicurtà che non torneranno li malfattori nel paese. A quelli che non hanno padre, saccheggiar le case e poi arderle e spianare, tagliar le viti e gli arbori, e distruggere li lor luoghi, ch'ogni modo non si potria trovar chi li comprasse, nè aver se ne potria frutto per la Camera; ed anco saria forse bene di non aver rispetto in questo alli padri, nè alle mogliere per dar lor punizione, chè con tante proibizioni di V. Ecc. han sempre dato lor recapito. Poi sarìa bene batter per terra tutti li campanili, o vero aprirli di sorte che non potessino dar ricorso alli delinquenti: _et similiter_ le rôcche che V. Ecc. non vuol far guardare, o _saltem_ alcuna, come quella di Dallo, dove quelli del Costa signoreggiano. A far tutte queste cose basteriano cento fanti, e anco cinquanta: li cavalli qui ponno far poco frutto; pur questi pochi che ci abbiamo con li fanti saranno a sufficienza. Io mandai ieri questo capo di cavalli leggieri che sta qui, cioè Antonio da Cento, a parlare a Mess. Giovanni Ziliolo per vedere se potesse avere fino a 20 fanti, per tornare secretamente di notte, e provare se potesse avere in Cicerana questi banditi: non so quello che sarà, pur dubito più del no che io spieri del sì; perchè, poi che sentono questa furia in Frignano, stanno tuttavia su l'ale. M'era stato detto che volevano andare a trovare Mess. Giovanni, ed io lo aveva avvisato: e si mossono, e poi sono tornati indrieto. Quelli del Costa intendo che sono passati in Lombardia a danno de le reliquie di Domenico di Amorotto;[264] non so se V. Ecc. avesse modo di farli pigliare là, che saría una salutifera opera. Impiccati che fossino X ribaldi di questo paese, il sarìa tutto risanato. Il barigello di Lucca oggi è venuto a Gallicano con commissione da' suoi Signori di far quanto io gli comandarò, e gli è accaduto venire in tempo che'l nostro Capitano di balestrieri non ci era. Mi ha scritto e rescritto, e semo d'accordo che ad ogni mia richiesta tornerà: io lo avrei fatto aspettare, ma essendo scoperta la sua venuta tutti li tristi avranno sgombrato. Io gli ho mandata una nota del nome di questi banditi. Mostrano le lettere sue che ci viene di buono animo, e così anco le lettere che sopra ciò m'hanno scritto li Signori Lucchesi. Altro non occorre. A V. Ecc. mi raccomando.
Castelnovi, XV iulii 1523.
XCI
AL MEDESIMO
Ill. ed Ecc. Signor mio. Pier Morello m'ha portato una di V. Ecc. ne la quale essa mi riprende ch'io abbia mandato a consigliare la causa ch'egli ha col pisano a Lucca, e che più presto io non l'abbia mandata a Ferrara. Ma acciò che la ragione mia anco s'intenda, V. Ecc. intenderà come questa causa fu commessa al Commissario e alli quattro soprastanti alla gabella, ed essendo venuto per questo in mia mano questa causa, io ne presi consiglio a' dì passati con Mess. Raffaele da Carrara allora Capitano di Camporeggiano, e questo perchè il Capitano qui di Castelnovo è sospetto grandemente al pisano. Esso Mess. Raffaele, veduto il processo, mi fece la sentenza in scritto; ne la quale assolveva il pisano a _solutione datij_ per quelli legnami _de quibus in causa_, e Pier di Morello _ab expensis_. E non mi fidando io che questa sentenza fosse _de jure_ per certi andamenti che avevo veduto, ne mandai la copia a V. Ecc., e la pregai che la facesse vedere al Consiglio, e dissi di volere appresso mandare il processo. Ma V. Ecc. mi fece rispondere, che non voleva che altrimenti il Consiglio si intromettesse in questa causa, che pur io la terminassi secondo il parer mio e de li quattro soprastanti. Dopo, fra pochi dì, venendo io a Ferrara e parlando di questo col Mag. Mess. Matteo Casella,[265] Sua Mag. mi disse ch'io non andassi cercando altri consigli, ma che secondo il parer de li quattro io la espedissi: e così, tornato ch'io fui qui, tolsi il processo e chiamai li quattro li quali si trovano essere al presente, e poi ch'ebbi udito il parer loro, chiamai li altri quattro, e gli altri quattro ancora ch'erano stati prima, e finalmente quanti uomini di questa terra per diversi tempi erano stati a quello officio de la gabella; li quali _nemine discrepante_ ho ritrovati tutti conformi, che di tal petizione il pisano debbia essere assoluto, fondando questo lor parere, parto sopra li capitoli de la gabella, parte su la consuetudine che mai non si pagò, ma più che dicono che la volontà di chi tali capitoli constituì, non fu mai che di tal cose s'avesse a pagar dazio, e ne sono alcuni vivi che si trovâro a farli: e aggiungono ancora, che quando questi capitoli non fussino ben chiari, tutta questa terra sarebbe per far generale consiglio, e chiarire nominatamente che di tal cose non s'avesse a pagar dazio; e questo perchè quando tali imprese di legnami si facevano, si dava guadagno a poveromini che mettevano opere e fatiche in tal condotte di mille ducati l'anno; il che poi che questa lite è cominciata è cessato con grandissimo danno del paese. Veduto io che 'l parer di tutti gli uomini di questa terra era risoluto che 'l pisano _erat absolvendus_, proposi loro che anco giudicassino, se Piero dovea essere condennato in le spese, e in certa pena in che per li capitoli incorre il gabelliere che domandi quello che non ha d'avere, e se lor pareva _an Petrus habuerit iustam causam litigandi, an non_. A questo non potei condurre alcun di essi che volesson giudicare, allegando che questa era materia da dottori e non da essi, che sono volgari e idioti. Per questa causa, desiderando io di dar sentenza che fosse giustificata e che quando si avesse a vedere altrove non fosse riprovata, presi espediente di mandare il processo a Lucca per farmi chiarire questo punto, sì come luogo più vicino, sperando di mandare un dì il processo e l'altro averne la espedizione. Ma la cosa è successa altrimente, perchè il dottore a chi lo mandai si trovò ammalato e mai non l'ha potuto vedere; ma ora ch'io intendo la volontà di V. Ecc. lo manderò subito a tôrre e lo rimetterò a Ferrara.
Credo che Pier Morello si sia venuto a doler di me, come di persona che non spiera poter trattare a suo modo contra la giustizia, perchè mai non gli ho risposto, come forse sperava; imperò che nel principio ch'io venni qui egli mi fece offerire prima per Ser Tito allora mio Cancelliere, e poi a me in persona, di volermi dar la metade di ciò che si poteva cavare da questo pisano, ed anco miglior condizione, pur ch'io lo favorissi _usque ad victoriam_ in questa causa. S'io ho fallito a mandar il processo a Lucca, m'incresce: ma non ho però fatto cosa che altri miei predecessori non abbiano fatto, e che mi paia che sia contra il dovere, essendo di qui a Lucca XX miglia e di qui a Ferrara cento: nè anco ho Lucca per città nimica di V. Ecc., nè dove una parte abbia più amicizia o parentado che l'altra; nè all'una parte nè all'altra io dissi dove o a chi io l'avessi mandato, nè so come Piero poi l'abbia inteso; ma dubito che esso abbia paura de la ragione in ogni loco, e che non abbia fatto questa querela perchè dubiti più di Lucca che d'altro luogo, ma perchè ogni indugia e dilazione fa per lui.
Se 'l pisano si duole perchè sia menato in lungo, ha ragione perchè ha frustato tanto tempo qui, che se fosse stato in paradiso gli dovrebbe rincrescere: ma la colpa non è mia. Questi uomini vengono mal volontiera a dar questa sentenza, e studiosamente vanno tutti differendo finchè possano uscire d'officio, e lasciar questo carico alli successori: ma quando fosse commessa nominatamente a quelli quattro che erano in officio al tempo che la causa fu commessa, cioè Soardino, Maestro Gianpiero Atolino, Simon di Lorenzo e Valdrigo,[266] o ad alcun altro che avesse essere giudice _usque ad expeditionem cause_, credo che attenderebbono alla espedizione, e non a mirar di dare il carico al successore. Tutti sono d'accordo a dire che Piero ha il torto, ma non gli vorrebbono far male. Se pare a V. Ecc. che io mandi il processo, e che io aspetti da Ferrara la sentenza o che pur ch'io la dia secondo il consiglio di questi uomini secondo la commissione di V. Ecc. senza altra consultazione, quella mi faccia dar avviso, che subito io gli darò espedizione. In buona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, XVI iulii 1523.
XCII
AL MEDESIMO
Ill. Sig. mio. Avevo mandato il Capitano de li balestrieri qui a Mess. Gioan Ziliolo perchè avessi in presto fino a XX fanti che volevo che venissono di notte per provare se si potean pigliare li fratelli del Moro dal Sillico che tuttavia stanno a Cicerana, cioè quelli che assassinâro il prete pisano; ed è tornato senza, riferendomi che da V. Ecc. Mess. Gioanni non ha commissione alcuna di mandar gente di qua. A questo prego V. Ecc. che faccia quella provvisione che li pare, secondo che per l'altra mia scrivo.
Il Camerlingo di Camporeggiano è qui che non ha portato se non una parte de li danari de li balestrieri, e dice che quelli de le terre nuove, cioè Dallo, Pontecchio e il Castello, e l'altre de la Vicarìa di sopra, negano di voler più conferire alla provvisione di quelli, allegando che ogni modo[267] non gli giovano, che sono assassinati e depredati da li Lombardi e da altri, e non è chi li soccorra; e non solo di questa paga, ma di due passate sono debitori. Io gli ho subito fatto far li comandamenti con protesto se non pagano ecc., ma non si trova messo che voglia ire in quel luogo: vederò di mandarli un balestriere, se io potrò. È passato un anno che io feci in scritto alcuni comandamenti alli padri e fratelli di quelli assassini da Pontecchio, e li mandai alli officiali a Camporeggiano, acciò che per uno di quelli messi gli mandassino, e mai non hanno potuto far che messo vi voglia andare, e più che uno di questi citati in questo tempo è venuto a Camporeggiano a certo parlamento, e il notaro del Capitano che avea questi comandamenti in mano non è stato ardito di fargline motto, e questo per esser di questo paese; chè dice che non vole essere amazzato per questo.
Appresso,[268] certi banditi che sono assassini, e sono due deserti[269] che non hanno nè credito nè sèguito, stanno tuttavia a Camporeggiano, e non solo quelli officiali non si pongono alla prova di pigliarli, ma pur mai non me n'hanno scritto: il che intendendo io per altra via, vi mandai li balestrieri e giungendo improvviso si trovò che uno di questi tristi, detto il Frate, giocava a carte con uno da Camporeggiano col circulo di tutta la terra intorno, e come li balestrieri si scopersono lo ascosero, e lo fêro fuggire in un campo di canape: e tutti lo vedevano e sapevano, nè fu alcuno che volesse cennare alli balestrieri, e fra gli altri ci era Ser Costantino da Castelnovo ivi notaro, il quale poi si escusa che non vole essere ammazzato. E appresso, colui che ivi fa l'ufficio del Cavalliero stette quel dì medesimo a battere su un'ara con questo ribaldo il quale da XX giorni in qua ha assassinato circa sei persone in più volte, poveromini che veniano di Maremma, e tolto loro fin a XV ducati. M'incresce, chè par che qui io non abbia da far altro che di riferir male: pur lo fo perchè tutta la colpa, se le cose non vanno bene, non cada sopra di me. A V. Ecc. umil. mi raccomando.
(Castelnovi), XVII iulii 1523.
S'io volessi anco aggiungere cha a Camporeggiano o in quella Vicaria si son fatti maleficî di più sorte, contra li quali non si è mai processo, direi male, ma direi però la verità.
XCIII
AGLI OTTO DI PRATICA IN FIRENZE
Magnifici ed eccelsi Signori miei osservandissimi. Baccio de la Masa, esibitore di questa, è venuto a me facendomi intendere, come da Vostre Signorie è stato chiamato a Fiorenza, e non sapendo per che causa, ha avuto ricorso al magnifico Potestade di Barga; il quale gli ha detto, questo non dovere essere per altro, se non per le querele che di quelli di Barga e di Somma Cologna son venute dal Commissario di Castelnuovo; e mi ha pregato, che appresso Vostre Signorie io faccia fede de la verità. Io dunque, perchè non fu mai mia intenzione di ascondere o di fingere quella, dico che di questo Baccio non ho mai avuto richiamo alcuno: anzi il dì di San Piero prossimo passato egli fu a ritrovarmi per comporre certa lite e discordia, che fra un certo Giuliano Grigoro e alcuni sudditi del mio Ill.mo Signore era sorta; e questo perchè li nostri si dolevano che questo Giuliano era stato in grossa compagnia a Massa, terra di questa ducale provincia, e avea usata certa violenza contra di loro: e da quel giorno in qua le cose sono state molto quiete, e mi ho creduto che sia stata assai opera di questo Baccio; e così ne fo fede a Vostre Signorie, alle quali mi raccomando.
Castelnovi, 20 iulii 1523.
XCIV
AI MEDESIMI
_Magnifici et excelsi domini, domini mihi observandissimi._ Molte volte mi son doluto agli capitani di Barga de li latrocinii e assassinamenti e altre violenze, che alcuni tristi da Barga e Somma Cologna tuttavia fanno in questa ducale provincia di Grafagnana, nè mai ho veduto effetto per il quale questi ribaldi si ritraggano da le lor malopere; che sempre in buona quantità, _armata manu_, or in compagnia de li nostri banditi, ora da per sè, non sieno in questo paese, ora assassinando, ora mettendo taglie, e sempre or in questa villa, or in quell'altra volendo vivere a discrezione. Io da parte dell'illustrissimo mio Signore già molti dì sono ho fatto per publica grida proibizione, che nessuno de li nostri vada in armata, nè in compagnia di alcuno, sul territorio di V. S., sia per qual cagione si voglia; ma non mi par che dal canto de li officiali di Vostre Signorie mi sia stato renduto il cambio; imperò che io non sento mai altro, se non che or uno, or un altro è stato assassinato, e sempre vi si truovano genti or da Barga, or da Somma Cologna, in compagnia. Li quali delitti riferire ad uno ad uno saria troppo lungo, massime avendone io più volte, e secondo che sono accaduti, fatto intendere al Capitano di Barga. Di nuovo ho da riferire a V. S., che un Togno di Nanni del Calzolaro da Somma Cologna, e un Francesco detto Francio figliuolo di Biagio di Gigrò, Stefano di Barzante di Stefano con altri cinque compagni, sono iti su quel d'una terra di questa provincia detta Cicerana, e hanno, spezzando e rompendo casse e sforzando il mandriano, saccheggiato una quantità di cacio, il quale era di uno Nardino da Cicerana. Mi è parso ancora che questa cosa non importi quanto molt'altre che ogni dì si sentono, di farne a V. S. querela, e pregarle che si degnino pigliarci qualche provisione, acciò che in effetto cognosciamo essere vero che lor dispiaccia tali portamenti: in buona grazia de le quali mi raccomando.[270]
Castelnovi, 23 iulii 1523.
XCV
AI MEDESIMI
Magnifici ed eccelsi Signori miei osservandissimi. Ancora che io creda che 'l magnifico Potestà di Barga abbia fatto intendere a Vostre Signorie che quello Giuliano Grigoro abbia dinanzi a quelle difesa la sua causa con molte bugie; non resterò io ancora di certificarle, che colui di che si duole questo Giuliano che gli ammazzasse quel suo parente, non è persona di questa provincia, nè suddito alla giurisdizione mia. Anzi, per quanto intendo, la colpa di tale omicidio ha uno Bogietto da Somma Cologna, forse aiutato da qualche lombardo, sopra li quali io non ho potestade nè autorità alcuna, anzi sono banditi e ribelli del mio illustrissimo Signore. Ma s'a lui è stato fatta questa ingiuria da quelli di Somma Cologna, forse con aiuto di qualche uno di questi c'ho detto, che a questa ducale provincia niente appartengono, che colpa n'hanno gli uomini nostri di Massa? che nè parentado, nè amicizia, nè forse cognizione hanno ancora con questi che l'hanno offeso, sì che egli già due o tre volte sia venuto, poich'io sono in questo officio, con quaranta o cinquanta persone in la villa di Massa e altrove, e abbia rotto usci e casse, e tolto pane e formaggio e roba da vivere, e voluto essere alloggiato a discrezione, come se fosse rotta la guerra. E appresso in questi tempi sono alcuni stati assassinati alla strada, che non si è potuto sapere da chi, ma publicamente si è dato colpa alli compagni di questo Giuliano.
Circa a quell'altro Baccio de la Masa, gli è vero che venne a me, e mi pregò ch'io facessi fede appresso Vostre eccelse Signorie, come io non mi dolevo di lui, e menò seco alcuni di questa terra di Castelnuovo ch'io tenevo per uomini da bene, che mi attestaro che questo Baccio era persona quieta e ch'amava la pace e la tranquillitade, e che mai non s'era interposto se non a far buone opere. Per questo io lo compiacqui di fargli quella lettera, che non sapendo io per me alcun male di lui, non mi pareva anco di dovermilo presumere e imaginare. Gli è ben vero che poi da molt'altri mi è fatto intendere, che costui è tutto il contrario di quello che da quelli altri mi fu dipinto, anzi che esso è consigliere, impulsore, capo e guida di tutti li mali che Donatello da Somma Cologna fa in questa Grafagnana: del quale Donatello m'ho più da dolere che d'altro suddito di Vostre Eccellenze; chè di lui son pochi giorni ch'io non abbia grandissimi richiami or d'avere fatto una cosa, or un'altra, da farne venire orrore a Vostre Signorie, quando lo intendessino: e sul libro de le nostre condennagioni è il suo nome più scritto che d'alcun altro. Se questo Baccio abbia colpa di tanti mali, o pur sia uomo da bene come quelli altri me l'avevano dipinto, io lascierò giudicare a chi lo conosca meglio di me; perchè essendo gli uomini di questa provincia la più parte faziosi, e che parlano a passione, non mi fido a dar fede più a questi che a quelli. Vostre Signorie, che sono prudentissime e piene di giustizia, credo che ben ci sapranno e vorranno pigliar riparo; nè il mio illustrissimo Signore dal canto suo mancherà di quanto gli sarà possibile, perchè le strade sieno sicure, e gli uomini da bene nelle case loro. Per adesso saria buona opera a provvedere che li sudditi di Vostre Signorie non venisseno per causa alcuna, nè spontaneamente nè chiamati, in questa ducale provincia, se non a due o tre insieme per far lor faccende, e non in armate come fanno tutto'l dì; sì come anche io ho provvisto, di commissione del mio illustrissimo Signore, che li nostri non possano venire nel dominio di Vostre Signorie. E pur alcuni non obbediscono, e sono banditi e gente di sorte, sopra la quale, perchè non hanno altro al mondo che la persona, io non ho potestade alcuna. In bona grazia di Vostre Signorie mi raccomando.
Castelnovi, 6 augusti 1523.
XCVI
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Circa a quelli della vicaria di Minucciano, che sono stati assassinati da due da Camporeggiano, di che V. S. un'altra volta mi hanno scritto, rispondendo dico, che se io avessi potuto avere li malfattori in le mani, o che di quelli che sono stati imputati si trovasse roba che potesse satisfare il danno, io non avrei aspettato che da V. S. mi fosse stato scritto a fare il debito mio; ma prima, non mi consta che tale assassinamento sia stato fatto da quelli di Camporeggiano, se non quanto si presume, per essere uomini di mala sorte, e che hanno fatto di tal cose; ma per questo non sono restato, come io fussi certo che fussino stati quelli, di fare ogni opera per averli nelle mani, e fo tuttavia: ma fin qui non mi è successo andare contro la roba. Ho provato l'uno di essi detto il Frate: non si trova ch'abbi altro al mondo che una casetta di valore, per quanto io intendo, di due o tre scudi; quella ho fatto porre all'incanto, nè mai se li è trovato compratore: l'altro compagno, detto Margutte, ha poco similmente, e di quel poco che si gli trova è comparsa la madre ed uno instrumento di donazione fatto già 3 anni, al quale instrumento nè anco io sarei per attendere, se si trovasse compratore a certa parte di selve e di campi, che sono di queste ragioni: ma io non ho autorità di sforzare alcuno a comprare contra sua voglia; sì che o V. S. mi abbino per escusato, o mi mostrino che via io abbia a tenere da far satisfare cotesti suoi sudditi, senza mancare di ragione. E in buona grazia di quelle mi raccomando.
Castelnovi, 7 augusti 1523.
XCVII
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Signor mio. Meglio informato come il Moro è fuggito, ho trovato un coltello in prigione, il quale per quattro testimoni è provato esser di quel figliolo di Bastiano Coiaio il quale tutto ieri, come per l'altra mia ho scritto, stette seco in parlamento. Con questo coltello il Moro ha cavato dentro via una fessura in l'uscio, con la quale è ito a trovar la chiavatura che di fuora era col cadenazzo, e con questo coltello ha respinto il chiavistello, e così si ha aperto. Questo sia per più chiarezza a Vostra Ecc. Se questo figliolo di Bastiano io potrò, farò pigliare. Suo padre mi è stato a ritrovare, e con la sua solita insolenza ha detto parole assai altiere, come è suo costume, e mi ha voluto mostrar ch'io non scrivo cosa a Vostra Ecc. ch'egli non ne sia avvisato. In somma non può patir ch'io abbia scritto male di questi fratelli dal Sillico, e le sue parole più tendono per far che per paura io desista di avvisar di volta in volta le cose come occorrono a Vostra Ecc., che per buoni portamenti mi voglia far suo amico: poi che venendo di certo suo luogo scontrò il Moro che fuggiva, il quale gli aveva narrato di punto in punto come era uscito di prigione. Vostra Ecc. può per questo solo conietturar se esso era conscio di questo ordine; chè non mi par così verisimile che a ventura l'avesse trovato, di quello che lo stesse ad aspettar alla posta. In buona grazia di Vostra Ecc. mi raccomando.
Castelnovi, 29 augusti 1523.
XCVIII
AL MEDESIMO
Ill. ed Ecc. Sig. mio. Appresso quello che de la morte del conte giovine[271] di San Donnino e de la madre ho scritto, V. Ecc. intenderà come mi è venuto alle mani uno instrumento per il quale Pier Madalena, padre di questo Gian Madalena che di sua mano ha fatto l'omicidio, promette a quel conte Giovanni che poi fu morto da Genese, che nè esso Piero nè alcuno de li figliuoli nè de la sua famiglia offenderà nè farà offendere il detto Conte, nè alcuno de la famiglia di esso, sotto pena di ducati ducento da essere applicati per la metade alla Camera di V. Ecc., l'altra metade alla parte offesa. Per questo ho chiamato a me il detto Piero e l'ho cacciato in prigione, dove spero di tenerlo più cautamente che non ho saputo fare il Moro. Ecci un'altra pagarìa di centocinquanta ducati, che quel Genese non offenderìa il Conte prefato nè li suoi: de la quale pagarìa questo Piero è per cento; e già è passato l'anno che per questo io lo distenni e volevo che pagasse: ma quel Giovanni suo figliolo che ora ha fatto questa orribile scellerità, venne a V. Ecc. e portò una commissione che si procedesse _iure medio_, di modo che si è agitato il processo lungamente. All'ultimo avevo date le scritture in mano del Capitano qui acciò che mi consigliasse _in ferenda sententia_; ma esso (non so perchè) non si è mai risciolto. Saria buono che V. Ecc. o scrivesse che, messi li processi da parte, io stringessi questo ribaldo vecchio, il quale credo ch'abbia poco meno di cento anni, a pagare tutte queste pagarie, di consenso e istigazione del quale è publica opinione che tutti questi mali sieno seguiti: ovvero che si scrivesse al Capitano _qui exhiberet consilium_; e se vi avesse dubbî mandasse quelli o tutto il processo a Ferrara: perchè il non far pagare le pagarie o porle in disputa è causa di tutti questi mali che sono in questa provincia. A Vostra Ecc. mi raccomando.
Castelnovi, 29 augusti 1523.
A San Donnino in favore di questo Madalena s'ingrossa gente, e fra gli altri vi sono quelli del Costa, eccetto Bernardello, il quale intendo che è alle Verugole in favore delli Castellani, e mi è detto che da quell'altro canto si fa un'altra armata dove è ito Battistino Magnano con quelli da Sommacologna, e che questi dal Sillico vi sono iti o sono per andare. Dubito, chi non l'estingue presto, che s'accenda un foco in Garfagnana non minor di quel che è stato in Frignano.
Il figliuolo di Lucca Piretto è tornato, e questi che lo favoriscono si lamentano di me che ho scritto che è capo alla Pieve de la parte taliana,[272] e tutto quello c'ho scritto m'hanno saputo dire. Mi duole che mi sien rotti li patti, che per altre sue V. Ecc. mi ha promesso, di tener secreto tutto quello ch'io sia per scrivere.
XCIX
AL MEDESIMO
Ill. ed Ecc. Signor mio. Mando la copia de l'instrumento per vigore del quale ho posto Pier Madalena in prigione. V. Ecc. farà giudicare se per quello è obbligato o non a tal pagheria; e m'avviserà s'io lo debbo tenere in distretto, o se pur dando sicurtà, come costoro che mi pregano per lui m'instanno, lo debbo lasciar per rôcca.
Un Battistino Magnano bandito di qui per assassinio, è passato con alcuni compagni, e fra gli altri con Bernardello da Pontecchio e altri circa 18, e nel passare hanno fatti due prigioni: l'uno è figliolo d'un detto il Vergaia da Corfino, e gli hanno posto taglia trenta ducati, e avuta la sicurtà da uno da Corfino che fra tre dì pagherà, l'hanno lasciato. De l'altro non mi ricordo ora il nome nè la quantità de la taglia. Il padre di questo a chi è stato posto taglia, e colui che gli ha fatto la sicurtà, son ricorsi a me, che non vorriano pagare, e tuttavia aspettano che le case gli sieno saccheggiate. Io non gli ho saputo dare altro che parole, e che io aspetto da V. Ecc. buona provvisione a rassettare il paese. Quando io non avrò più che dire, e che avrò totalmente perduto il credito, me ne fuggirò di notte, e me ne venirò a Ferrara. Mentre io scrivo mi è venuto nuova che tra Sillicano e Gragnanella è stato morto e assassinato un altro. Ognuno è di malavoglia, e dicono mal di me, ma più di V. Sig.ia, in buona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, ult.o augusti MDXXIII.
C
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Perchè per sospetto della peste di Fiorenza e di Pisa sono stato consigliato non lasciare che la fiera si faccia, solita essere fatta a questa Nostra Donna di settembre qui a Castelnovo, con mala contentezza di questi uomini dalle ville dintorno: alli quali pure io desidererei satisfare, quando senza pericolo d'infettarsi io pensassi che si potesse fare, di farla almeno alla fine di questo mese, poi che non si è potuta fare a principio: e perchè cognosco V. S. prudentissime, e che non mi siano per consigliare se non fedelmente, mi ha parso, prima ch'io determini altro, di ricorrere a quelle, e pregarle che circa questo si degnino dirmi il parere loro; se sono di parere ch'io facci fare questa fiera a S. Michele, non si innovando altro, o pure che per questo anno io la proibisca in tutto; che tanto eseguo quanto quelle mi consigliano: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 4 septembris 1523.
CI
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Lo illustrissimo signor mio mi ha mandata la qui annessa lettera con commissione che io la rimetta per messo a posta a V. S. acciò che ne abbi a riportare risposta: e così per lo esibitore presente, il quale sarà Giovanni da Montepulsano, la mando; il quale Giovanni raccomando a V. S. per certo torto che già li fu fatto, del che il povero uomo è rimaso disfatto: e tutto quello che V. S. li faranno, o per giustizia o per misericordia, tutto serà ben collocato, per essere persona da bene. E a V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 8 septembris 1523.
CII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Ieri ebbi una lettera dell'illustrissimo signor mio, per la quale mi commette che io le avvisi di quanto serà seguito circa la cosa di Belgrado; e insieme mi mandò la copia di una lettera, che per questo ultimamente ha scritto a V. S.: sì che, per non mancare del debito mio, mi è parso di mandare di nuovo lo esibitore presente, acciò che mi riporti quanto di questo sia seguìto. Prego V. S. che siano contente di compiacere in questo sua Eccellenza: e in buona grazia di V. S. mi raccomando sempre.
Castelnovi, 17 septembris 1523.
CIII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ V. S. ponno avere inteso come li figliuoli di Piero Madalena da Santo Donnino ammazzaro il conte Carlo e la madre, loro signori, e appresso saccheggiaro la casa; e perchè intendo che queste robe e le loro particolari appresso hanno fuggite e salvate a Gurfigliano, terra di V. S., prego quelle che per amore dello illustrissimo signor mio, che di questo gravissimo delitto si chiama molto offeso, _et etiam_ per la giustizia, siano contente di scrivere subito a chi parrà ad esse, che tali robe siano ritenute come pertinenti allo illustrissimo signor mio, e non comportare in modo alcuno che tornino in mano alli malfattori. E a V. S. mi offero e raccomando.
Castelnovi, 19 septembris 1523.
CIV
AGLI OTTO DI PRATICA DI FIRENZE
Magnifici ed eccelsi Signori miei osservandissimi. Non sono ancora due anni ch'un ribaldo detto Giovanni di Pier Madalena, d'una terra di questa ducale provincia detta San Donnino, fece ammazzare il conte Giovanni suo signore e di quel luogo, il quale era da lui riconosciuto in feudo dall'illustrissimo Duca mio; ma la cosa non si è scoperta fin al presente, ch'esso di nuovo accompagnato da alcuni ribaldi ha morto un giovenetto e la madre insieme, figliuolo e moglie del detto conte Giovanni, e totalmente ha estinto quella progenie; e appresso ha saccheggiato la casa, e statovi dentro molti giorni, ed esibitosi come erede: poi finalmente avendomi il mio Ill.mo Signore mandato il braccio di parecchi fanti da poter castigare lui e gli altri delinquenti, si è levato e, secondo che mi è riferito, si è ridotto ad Ugliano giurisdizione di Fivizzano, dominio di Vostre Signorie: e perchè le convenzioni tra il mio Ill.mo Signore e Vostre Signorie sono, che li banditi de l'uno non possano stare nel dominio de l'altro; prego quelle che sieno contente di commettere al suo magnifico commissario di Fivizzano che faccia pigliare questo ribaldo, e preso che sia, avvisarmi, ch'io lo manderò a tôrre, o che per qualche altro modo operi ch'io l'abbia ne le mani, acciò che tanto e sì enorme delitto non resti impunito; ch'io similmente ad ogni requisizione sua e d'ogn'altro officiale di Vostre Signorie serò pronto a far il medesimo e cosa di maggior importanza di questa, quando me ne sia solamente accennato. E in buona grazia di Vostre Signorie mi raccomando sempre.
Castelnovi, 24 septembris 1523.
CV
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._
Maestro Giovanni Battista de' Rossi, abitatore a Sillano, mi ha pregato ch'io lo ricomandi a V. S., che, come quelle ponno sapere, ha costì avuto dal potestate una sentenza in suo favore, ma pare che la esecuzione di quella non possa fare venire a capo circa alle spese della lite; e perchè, dove mi è occorso poterlo fare con giustizia, sono stato sempre favorevole alli sudditi di V. S., per quello tanto più arditamente domando il cambio da quelle: e così le prego, prima per la giustizia, la quale per sè debbe essere anteposta a tutti li altri rispetti, e poi per amor mio, per inanimarmi a proseguire di bene in meglio in fare piacere alti sudditi di V. S., che mi occorreno, che siano contente di non patire che più lungamente questo uomo si consumi su l'ostaria, ma farli dare quella più presta espedizione merita la ragione che ha dal canto suo. E a V. S. in maggiore cosa di quella mi offero paratissimo: in buona grazia delle quali mi raccomando. Castelnovi, primo octobris 1523.
CVI
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ L'esibitore di questa è uno nostro da Vergemoli, al quale fu consegnato per dote un poco di selva su quello di Castiglione, e già 4 o 5 anni l'ha côlta: ora li è proibita dal magnifico vicario di V. S., sì come a forestiero, perchè forsi non vuole che il frutto vada fuori del dominio di quelle. Ora avendo io compassione al povero uomo, e parendomi che li sudditi del mio illustrissimo signore siano anco di V. S., e che _hinc pro inde_ debbino indifferentemente essere trattati, lo raccomando a quelle, che sieno contente di non lo lasciare molestare; perchè anch'io sono per fare il medesimo alli sudditi di quelle, che so che hanno e selve e altre intrate da ricogliere in questa ducale provincia: e in buona grazia di V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 7 octobris 1523.
CVII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Lo esibitore di questa viene a V. S. per espedire la cosa di Belgrado. E perchè pare che alla liberazione sua resti l'avere la pace da alcuni che si chiamano offesi da lui, io prego V. S. che si degnino di mandare per questi tali; perchè quelle con una parola saranno più atte a fare che la pace segua, che li parenti di Belgrado con ciò che ponno fare. Io testifico a V. S. che la liberazione di lui sarà tanto grata allo illustrissimo signor mio, quanto cosa che al presente potesse avere da quelle, e altrettanto molesta, quando veda che sia menata in lungo; e io in particolare la accumulerò appresso l'altre obligazioni, ch'io ho da V. S.: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 8 octobris 1523.
CVIII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Io ringrazio V. S. di quanto a' miei preghi hanno concesso a quello nostro da Vergemoli che possa cogliere le sue castagne; ho anco speranza che quando saranno secche e serà per estraerle non li faranno peggio ch'io sia per fare alli sudditi di quelle; ora perchè nel medesimo caso sono molti nostri che hanno similmente selve nel dominio di V. S., li quali mi daranno molto da fare se particolarmente avrò da scrivere per ciascuno; prego V. S. che siano contente di fare una commissione generale a tutti li suoi officiali, che li nostri che hanno selve nelle giurisdizioni loro le possino cogliere senza alcuno impedimento, ma non estraerle senza nuova concessione, che anch'io farò dal canto mio il simile, chè altramente le castagne andarebbeno a male, non essendo chi le cogliesse, e sarebbe dannoso a molti e non utile ad alcuno. E in buona grazia di V. S. sempre mi raccomando.
Castelnovi, 12 octobris 1523.
CIX
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Io ringrazio V. S. della provvisione fatta circa che li nostri possino côrre le loro castagne nel dominio di V. S., e io anco farò il simile dal canto mio. Circa a quel Belgrado, io avviserò il signore mio di quello che si è fatto e di quanto V. S. mi scriveno. Appresso, lo esibitore di questa è uno lombardo suddito dell'illustrissimo signore mio, il quale ha una selva su questo di Castelnuovo, e aveva côlte certe poche castagne insieme con alcuni altri, e sopra 3 asini le portavano verso casa loro, e su quello di Castiglione insieme con li asini sono loro state levate per commissione di quello vicario. Quasi tutto in un tempo io feci fare qui il divieto che nessuno potesse portar fuora di questa provincia castagne, e appresso, ricercato dal detto vicario di Castiglione, insieme con sua Eccellenza sono convenuto, che trovando portare fuora di questa provincia castagne che ancorchè dicano averle tolte in questa ducale provincia, e che siano senza mia bulletta, che le toglia, che saranno ben tolte; ma perchè prima che io avessi fatto questa convenzione con il detto vicario, già questi poveri uomini, non sapendo essere qui di questo alcuno divieto, avevano levate quelle castagne, e appresso, per essere venuti di nuovo sotto la ubidienza del signore mio, e per questo credendo di poter condurre via roba come piacesse loro, sono caduti in questo errore, il quale appresso di me par che meriti perdono; pertanto io ne ho scritto al detto vicario e pregatolo che restituisca le robe e le bestie. Sua Eccellenza mi ha risposto avere scritto questo caso a V. S., e aspettarne risposta: mi è parso di scrivere anch'io per non tenere questi uomini in tempo; e così prego V. S. che scrivino al detto vicario che renda queste robe, attento che sono state tolte prima della convenzione fatta fra noi, e non importano alcuno danno al paese di V. S., perchè sono robe di questa provincia; e in buona grazia di V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 17 octobris 1523.
CX
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ L'avere io scritto più volte a V. S. e da quelle avuto risposta, e l'essere rimaso in buona e ferma conclusione e stabilimento di quanto s'abbia a seguire, ora mi fa star sospeso d'onde proceda che di nuovo siano impediti li passaggi de' sali ad Acconcio, officiale sopra questi per il mio illustrissimo signore, e che li sia bisogno mandare di nuovo a querelarsi a V. S., e a me di scrivere in suo favore. Sia processo d'onde si voglia, prego quelle che siano contente di commettere alli suoi doganieri, di modo che ogni giorno non ci impediscano li sali, e non diano questo incomodo a questi ducali sudditi; chè quando sia sospizione che Acconcio sia per lasciare parte di questi sali nel dominio di V. S., e usare alcuna fraude a danno delle intrate di quelle, esso si offerisce di dare pagatore di 500 e mille ducati costì in Lucca, e cauteggiare in modo V. S. che saranno sicure che grano non ne resterà nel suo dominio: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 19 octobris 1523.
Acconcio scrive, e mandasi uomo a posta per parlare più diffusamente circa questa materia: prego V. S. che lo espedischino bene e di modo che sempre non si abbi a ritornare da capo, e che per questo non si dia molestia allo illustrissimo signore mio.
CXI
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes Domini mei observandissimi_. M. Giovanni Battista esibitore di questa, per il quale molte altre volte ho scritto a V. S., pure si duole che quantunque sia stato giudicato che la ragione sia dal canto suo, non ne può avere la esecuzione circa le spese; e a me ricorre come a quello che li pare che sia mio officio di avere in protezione lui e li altri sudditi dello illustrissimo signor mio. Per questo di nuovo scrivo a V. S., e le prego che non comportino che li favori di alcuni particolari possino più che la giustizia, e non mi diano esempio che anche io per favorire li miei, quando accada, usi questi modi verso li sudditi di V. S.; perchè dove la ragione vada di pari non sono per mancarvi, quando anco si abbi ad avere più rispetto alli sudditi che a quelle; forse farò secondo me ne sarà dato la norma, pur mi confido che V. S. non mancheranno nè patiranno che la giustizia non abbi il loco suo. Appresso io feci intendere ad Acconcio quello che V. S. mi rispuoseno; esso si offerisce di dare a quelle la cauzione che sia onesta, costì in Lucca; ora ripeto che le mi significhino di quanta somma vogliano che sia la pagarìa; in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 28 octobris 1523.
CXII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes Domini mei observandissimi_. V. S. averanno inteso lo assassinamento che fu fatto a Santo Peregrino a quelli figliuoli e nepoti di maestro Andrea da Santo Donnino, suoi cittadini. E perchè ho informazione che uno di questi ribaldi detto Donatello da Sommocolognora, il quale non pure quella, ma molte altre ne ha fatte di simile sorte, ora per essere di nuovo bandito dal dominio de' signori Fiorentini si riduce a Cicerana, e non si potrebbe ire in fallo ch'ivi si troverebbe, mi è parso di darne a V. S. avviso, acciò quelle, parendoli, mandassino secretamente il suo bargello a Fiattone, il quale è loco molto presso a questa Cicerana; e come il bargello fusse mosso, mi mandasseno innanzi lo avviso, che da un'altra via manderei li miei balestrieri, acciò che tutti a uno tempo, cioè di notte, giungessino a Cicerana, che facilmente potrebbe essere che costui e delli altri ribaldi si piglierebbeno quivi, che sarebbe la salute di queste terre e di V. S., e del mio illustrissimo signore. Se anco quelle per la via di Fiattone o di Monte Perpori, e altri loro loci vicini a Cicerana potessino fare andare qualche spia, sì che questi latroni si potessino fare cadere ne la rete, sarebbe opra laudevile. Io non cesserò dal canto mio di fare il simile e avvisarne V. S.; in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 3 novembris 1523.
CXIII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Già molti dì sono che uno Tomeo da Valico di sotto rubò uno mulo ad uno suo zio; e avendo io processo contra di lui, per essere figliuolo di famiglia, non è mai comparito nè stato in loco dove io li abbi avuto potestade sopra. E perchè il povero uomo al quale è stato fatto il danno, il quale è suo zio, ne riceve grandissimo detrimento, e ne potria uscire qualche scandolo, chè li figliuoli di questo a chi è stato rubato potriano offendere o il padre o li fratelli di questo tristo; io, per vietare questo scandalo e per provvedere alla indennità di questo povero uomo, volentieri averei il prefato Tomeo in le mani. E perchè intendo si riduce al Borgo, prego V. S. che commettino a quel suo vicario, che essendoli mostrato lo ritenga a mia instanza, e mandando io per lui, me lo dia nelle mani, perchè è bandito di questa provincia, e secondo li capitoli nostri con V. S. non ponno negare questa grazia; alle quali mi raccomando.
Castelnovi, 6 novembris 1523.
CXIV
AL DUCA DI FERRARA
_in Castris Herberiae._[273]
Ill. ed Ecc. Sig. mio. Subito ch'io ebbi una di V. S. data a' dieci di questo, la quale mi fu portata per un di Frignano a' XVI, subito mandai una persona di qui assai destra a Pescia e indi a Pistoia, e per altra via ho cercato ed ho avuto avviso da Pisa e da Pietrasanta, e per un'altra da Barga, e non trovo che in alcuno di questi luoghi si faccia o s'intenda ch'in altra terra di fiorentini si faccia gente d'alcuna sorte. Solo passando di qui un fante di questo paese cercava di comprare certi scoppietti: gli fu domandato che ne voleva fare: rispose che Polinoro da Vallico, uomo pur suddito di V. Ecc., aveva commissione da uno che guarda la porta di Pietrasanta di fare 150 fanti, con li quali aveva a passare in Lombardia per la via di Fornovo per entrare in un castello di non so che gentiluomo; ma non sapeva esprimere il nome nè il loco: pur non ho poi sentito altro, e credo che anco questa sia una fola. È ben vero che questo Polinoro è molto del conte Guido Rangone,[274] ed è stato molto tempo con lui soldato in Modana e altrove. Io avrei mandato per lui, ma non si lascia trovare per essere molto fitto di debiti in questa terra. Se pare a V. Ecc. che s'abbia a rinnovar la grida che nessuno possa ire al soldo fuore, me ne dia avviso: io la feci bene a' dì passati ancora ch'io non n'avessi commissione. Li esibitori di questa seranno il Moro dal Sillico e li altri fratelli de li quali a' dì passati V. Ecc. mi scrisse che io facessi che venisseno in campo, che darebbe lor soldo. Si escusano se fin qui hanno differita la loro venuta: è stato per povertà e non avere avuto il modo di levarsi; il che molto ben ho lor creduto perchè so che sono poveri. Ora che hanno colte certe loro castagne, che è quella poca facultà che hanno, vengono. Se V. Ecc. darà lor recapito, credo che ne avrà buon servizio, perchè credo che sieno valenti e fidelissimi a chi servono. Altro non occorre: in buona grazia di V. Ecc. mi raccomando sempre.
Castelnovi, XX novembris 1523.
Io feci che Pierino Magnano scrisse a Pistoia ad un suo amico fingendo che aveva sentito che vi si dava danari, il che essendo vero voleva mandare certi suoi amici a pigliarne. Questa è la risposta ch'io mando qui inclusa.
CXV
AL MEDESIMO
_in Castris Herberiae._
Ill. ed Ecc. Sig. mio. Io ebbi una di V. Ecc. dì 3 di novembre, non ieri, l'altro[275] che n'avâmo 21. Il portatore fu un prete che mi disse averla avuta da uno da Sillano, che diceva averla avuta da un altro, la quale era in risposta di molte mie. Replicare non mi accade altro, se non circa quelli assassini che praticavano a San Pellegrino, che se io per me fossi sufficiente a farli pigliare, non domanderei a V. Ecc. aiuto; ma li balestrieri ch'io ho qui non sono atti a farlo, chè li assassini prima sono più di loro, poi quando li balestrieri si partono di Castelnovo, come altre volte ho scritto, li avvisi corrono subito intorno, e sempre vanno indarno. Questo Donatello e Ceccarello, capi di questi ribaldi, al presente sono stati di novo banditi dal Commissario di Barga e molto perseguitati da lui. Lui ha scritto a me, ed io a lui per averli ne le mani: non so come la cosa succederà. Si eran ridotti a Cicerana, terra di V. Sig.ia qui presso a 4 miglia, e qui stavan sicuri perchè v'avevan le spalle di questi figlioli di Pellegrino dal Sillico e altri banditi che tuttavia stanno in quel loco. Ora che li figlioli di Pellegrino erano per venire a trovare V. Ecc., che non so se saranno venuti, rimarranno disarmati de le migliori difese che avevano, e forse quello che non si è potuto far sin qui, ora si potrà fare. Ma quando anco fosseno stati sì arditi che fusseno venuti in compagnia loro a trovar V. Ecc., quella potrà fare quello che le parrà il meglio. Dicole bene che ha una bella occasione di purgare questo paese di molte male erbe, chè credo che anco quel Battistino Magnano, che appresso a Bernardello è il maggior assassino che avesse questo paese, si trovi al soldo di V. Ecc., o se non v'è al presente è stato male a lasciarlo partire, chè pur intesi che v'era. E ben vero che questo paese resta ancora senza questi con qualche bandito, ma non sono assassini come questi altri.
Circa a quelli di Pier Madalena, poco più gioverà loro il lor clericato, perchè furon banditi la forca e confiscati li lor beni, come n'ho scritto diffusamente a Mess. Bonaventura.[276] Io scrissi al Commissario di Fivizzano per avere Gian Madalena che allora era in quel loco, e mai non me n'ha dato risposta. Adesso non so dove sia, ma me ne informerò più certo, e ne avviserò V. Ecc.
Appresso mi venne una lettera da Lucca che mi avvisava come Medici era creato papa;[277] la qual nuova come si udì da questi di Castelnovo, parve che a tutti fosse tagliata la testa, e ne sono entrati in tanta paura, che fûro alcuni che mi volean persuadere che quella sera medesima io facessi far le guardie alla terra; e chi pensa di vendere, e chi di fuggir le sue robe. Io mi sforzo di confortarli, e dico lor ch'io so che stretta amicizia è tra V. Ecc. e Medici, e che non hanno da sperar se non bene. Mi è parso di darne a V. Ecc. avviso, acciò che se quella ha qualche cosa con la quale io possa lor dar buono animo, si degni di significarmela, e se non l'ha, almeno di fingerla. Altro non occorre. In buona grazia di quella mi raccomando.
Castelnovi, 23 novembris 1523.
CXVI
AL MEDESIMO
Ill. ed Ecc. Signor mio. Mentre io andavo investigando come informarmi di certo dove si trovasse Gian Madalena per avvisarne V. Ecc., secondo che Ella per la sua dì 3 di questo mi avea commesso, mi è stato riferito come ier sera, che fu lunedì, giunsero a S. Donnino, cioè Giovan Madalena e li fratelli Olivo e Nicolao da Pontecchio e quell'altro che intervenne all'omicidio del conte Carlo, detto il Sartarello, e Genese, il quale già ammazzò il conte Giovanni, e altri che sono circa a 14, e così vi si ritrovano al presente. Li balestrieri non sariano atti non che a pigliarli, ma nè ad affrontare,[278] massime in quel loco, dove sono in le case che pretendono che siano loro, e in quel Comune dove sono più favoriti che non v'erano quelli poveri Conti. V. Ecc. si degnerà avvisarmi quanto le parrà ch'io faccia o possa fare: in bona grazia de la quale mi raccomando. Castelnovi, 24 novembris 1523.
CXVII[279]
A MESSER BONAVENTURA PISTOFILO[280]
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Questo Coiaio, del quale ho scritto, sta pur in questa terra e si lascia vedere, e dubito che domani che è il giorno del mercato si farà vedere su la piazza. Io non posso pensare che questa presunzione venga da altro che sia qualche trama, che se li balestrieri si movano per ire a pigliarlo, di far lor danno e vergogna, e dar forse principio a qualche ordine già tramato con Barghesani. In fin ch'io non ho avviso da voi, son per serrar gli occhi, chè credendo di far bene, non vorrei far male. Quando il Sig. nostro avesse buona intelligenza col papa novo e con Fiorentini, e non dubitassi di cose nove, saria di far di due effetti uno: o mandar qui fin a XXV fanti, o scrivermi ch'io comandassi Bastiano suo zio e tutti li Coiai, cioè Nicolao, Bartolomeo e Fantino e Bernardino tutti fratelli di Franceschino, dinanzi a Sua Ecc., sotto quella pena che gli paresse, perchè in casa loro si riduce e si è ridotto altre volte. Le alligate mandavo per uno da Molazzana, ma è ritornato indrieto con le lettere, perchè dice tra via avere inteso che 'l Sig. nostro si è partito da Reggio e va verso Milano. Per questo io mando questo messo a posta che vi venga a ritrovar dove voi siate. A V. Magn. e a Mess. Obizzo ed alli amici mi raccomando.
Castelnovi, 26 novembris 1523. LUD. ARIOSTUS.
Scrivendo il Sig. ch'io comandi costoro a Ferrara, vi prego facciate che non paia a mia instanza, ma sì bene ch'io abbia avvisato che questo Franceschino sia stato qui.
Fuori — _Al Magn.o mio hon.o Mess. Bonaventura Pistofilo ducale Secretario ecc._
CXVIII
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Signor mio. Oggi uno mandato da gli uomini di Meschioso mi ha dato una lettera di V. Ecc., per la quale mi commette ch'io lasci a quelli uomini cavare di questa provincia tutte le castagne che hanno côlte ne le selve lor proprie o in quelle che hanno condotte ad affitto. Prima ch'io abbia dato lor licenza, ho voluto avvisare V. Ecc. che questa provincia si truova in gran carestia, chè ora il frumento si vende 20 bolognini il staiolo, assai minore del nostro staro di Ferrara, e le castagne, perchè ne sono state pochissime, sono in più prezzo che sieno ancora state poi ch'io son qui. E già son fatti cinque o sei mercati, che in tutto non è comparso più ch'un sacco di grano. Intorno intorno tutte le tratte son serrate, che da nessun luogo ne può venir granello. Di Lombardia, che forse ne potria venire, non ne compare se non pochissimo; nè anco ce ne verrìa, se non fosse ch'io ho fatto un ordine, che chi porta uno staro di frumento o d'altro grano, può portar fuori due di castagne. Se V. Ecc., inteso che abbia questo ch'io scrivo, sarà pur di volontà ch'io lasci portar fuori le castagne a tutti li sudditi lombardi suoi, io la ubbidirò, ma questa provincia si affamarà di modo che di questo avrà poco obbligo a V. Ecc. Queste proibizioni c'ho fatte sono a mio danno; ma ho preposto l'utile comune al mio, perchè per ordine antico li Commissari pigliano tre quattrini di ogni soma di roba da mangiare che va fuori. V. Ecc. comandi, alla quale mi raccomando.
Castelnovi, 26 novembris 1523.
CXIX
AL MEDESIMO
Ill. ed Ecc. Signor mio. Perchè a' dì passati V. Ecc. mi commise che s'io sentivo che di qua si facesse movimento alcuno io gli dessi avviso, ora gli fo intendere come le genti d'arme de' Fiorentini si raccolgono a Pisa, cioè genti a cavallo, e si sono cominciate ad inviare a pezzo a pezzo. A Pietra Santa ne alloggiaron certi pochi, e dicevano quelli, che aspettavano cinquecento cavalli per dirizzarsi alla volta di Lombardia. Non m'ha saputo dir colui che ha portato l'avviso, se siano uomini d'arme o cavalleggieri, se non che erano tutti coperti a ferro. Bastiano Coiaio m'ha detto questa mattina che anco a Pisa si dà denari a' fanti. Manderò oggi persona a posta ad informarmi meglio: intanto ho voluto mandare questo messo, sì perchè porti questo avviso, sì anco perchè desidero risposta di molte lettere che a' dì passati scrissi. Avevo mandato un altro, ma non è stato ardito di passar Reggio, e mi ha riferito che le strade son rotte, e che ha mandate le lettere per via di Mess. Ieronimo Nasello. In buona grazia di V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 8 decembris 1523.
CXX
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
Magnifici e potenti miei signori osservandissimi. Avendo il vicario di Gallicano ricercatomi ch'io facci pigliare a sua instanza uno Agostino di Piero Andrea da Verni, l'ho fatto pigliare e l'ho nelle forze mie ad ogni riquisizione di V. S.; con speranza che abbino a fare il medesimo, quando alcuni delli banditi di questa provincia ducale vengano nel suo dominio. Poi ch'io l'ho fatto pigliare, li uomini nostri del comune di Carreggine mi hanno fatto gran querela di questa cattura, dolendosi ch'essi lo avevano fatto venire per condurre una certa pace nel loro comune, e esso era venuto sicuramente non sapendo della convenzione e capitoli che sono fra V. S. e lo illustrissimo signor mio, e per questo mi facevano instanza ch'io lo lasciassi; e vedendo ultimamente che senza volontà di V. S. io non sono per lasciarlo, mi hanno pregato ch'io scriva a quelle in suo favore, e ch'io lo raccomandi. Quello ch'importi il suo caso io non so; io vorrei far piacere ad ogni uno, ma non mai contra la giustizia. Quando, lasciandolo, e per questo succedendo questa pace nel comune di Carreggine, abbi ad essere più utile che a punirlo delli delitti che li sono imputati, prego V. S. che siano contente che io lo lasci: quando sia anco altrimenti, quelle faccino e disponghino come loro pare, ch'io non mi partirò dalli comandamenti loro; in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 24 decembris 1523.
CXXI
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Io ho consegnato il prigione al barigello di V. S.; quelle ne disporranno quello che a loro piacerà; e non solo in questo, ma in ogni altra cosa, dove io crederò di far piacere a V. S., sarò sempre prontissimo, con fiducia che quelle abbino a fare il medesimo verso il signore mio: bene le prego che il capitano e li balestrieri nostri che l'hanno preso e condurranno sino al Borgo, siano raccomandati a V. S., che non faccia loro peggio che il signore mio, che di ogni cattura di bandito vuole che il capitano abbi 4 ducati, e li balestrieri uno ducato per uno: e perchè a questi balestrieri è stato detto che questo prigione ha certa taglia drieto, quando sia vero, non dubito che V. S. siano per mancare: di ogni cosa che a me ne pervenisse ne fo un dono a V. S.; in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 27 decembris 1523.
CXXII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. L'esibitore di questa, Giovanni da Santo Nastasio, è quello al quale V. S. ai miei preghi concessero di cogliere una sua selva che ha nella vicarìa di Castiglione; ed io mi contentai allora di questo, con speranza di fare che poi permutasse le castagne côlte con qualcuno de' sudditi di V. S., che similmente avesseno selve in questa ducale provincia; ma li sudditi di V. S. sono stati più cauti, che hanno estratto, non so come, le loro castagne senza che io sia stato richiesto a dare loro licenza, o che io abbi saputo; nè questo povero uomo è per avere le sue castagne per permutazioni, ma bisogna che le ottenga di grazia; e per questo io lo recomando a V. S., e le prego che esso (non ostante alcuno divieto) possa avere il suo, offerendomi, quando accada, ricompensare li sudditi di V. S. in maggior cosa di queste: alle quali mi raccomando.
Castelnovi, 27 decembris 1523.
CXXIII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Lo esibitore di questa è un povero uomo, il quale fu condotto da uno lombardo ad andare a caricare certe castagne che erano a Massa, qui di mia giurisdizione, per portarle in Lombardia; ed esso povero uomo avendo tolti li asini in presto, e credendo che colui che lo aveva condotto avesse licenza, lo andò a servire; e quando fu su quello di Castiglione, li fu dalla famiglia del vicario tolto li asini e le some; e avendo allora dato sicurtà di rapresentare detta roba, li furono restituiti li asini. Ora la sicurtade è astretta a rapresentare li asini, come esso più diffusamente conterà il caso suo, del quale il vicario di Castiglione è benissimo informato, e mostra di averli compassione non meno di me; pur si recusa chè quello che esso ha fatto non può tornare in drieto senza grazia di V. S. Io raccomando sommamente questo poveretto a V. S., il quale non ha al mondo cosa che sia sua, se non grave famiglia, alla quale, affaticandosi e stentando, fa le spese al meglio che può: e da una parte li è minacciato da colui di chi sono li asini; e dall'altra, dal lombardo di chi erano le castagne, che è uomo di pessima sorte. Prego V. S. che per clemenza e pietà, e attento la innocenza e povertà di costui, e appresso per mio amore, sian contente di farli restituire tutto quello che li è stato tolto, offerendomi anch'io, quando troverò alcuni delli suoi sudditi in simile fallo, d'averli per amore di V. S. misericordia: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 12 ianuarii 1524.
CXXIV[281]
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Signor mio. Ho visto quanto V. Ecc. mi commette _circa la lettera per_ la quale a' dì passati ella m'avea dato autorità di poter _far accordi_ e composizioni, acciò che questi sudditi fuggissino li dispendi _della giustizia_, e che s'io l'ho fatta registrare ch'io la cancelli... _Se V. Ecc. ha_ volontà che questa lettera si cancelli di su il registro, lo può _ottenere, non già con mio_ biasimo, ma più presto con mio onore, e _cioè_ differendosi a far tal cancellazione finchè io esca di officio. _Frattanto io_ non m'interporrò in alcuna cosa sicchè il Capitano si _lamenti_ ch'io gli turbi il suo guadagno: poi alla mia partita, rivocando _una_ tal lettera, non si farà carico ad alcuno, anzi io ne guadagnerò qualche _onore, mostrando_ che quella abbia avuto in me quella fede che poi non vorrà avere ne _gli altri_: e perchè V. Ecc. non creda che questo abbia ad essere lungo tempo, si ricordi che a' sette giorni di febbraio prossimo saranno compiuti _due_ anni ch'io sono in questo officio,[282] il quale volentieri muterei in un _altro_ dove io fossi più vicino a quella, quando con sua bona grazia io potessi farlo; come sarebbe il Commissariato di Romagna, che per qualche pratica ch'io ho pur imparata qui in Grafagnana mi darìa _a sperare_ di far meglio quello officio ch'io non ho saputo far questo; ed in buona grazia di V. Ecc. mi raccomando sempre.
Castelnovi, XII jan. 1524.
CXXV
AL MEDESIMO
Ill. ed Ecc. Signor mio. Se ieri avessi saputo che 'l Capitano de la Ragione qui di Castelnovo fosse per venire a Ferrara, non mi sarei trattenuto in lungo a scrivere a Mess. Bonaventura la mala condizione in che si truova al presente questo paese per causa di cinque o sei ribaldi che sono ritornati al loro solito esercizio, perchè, meglio ch'io non lo posso scrivere, il Capitano prefato, così bene informato come io del tutto, lo potrà riferire a bocca; e forse troverà più credenza che non hanno fatto sin qui le mie lettere. Solo prego V. Ecc. che per onore e utile suo e salute di questa provincia sia contenta di ascoltarlo circa li portamenti che fa Bernardello con sèguito di qualche altro, e come si portano quelli di Pellegrino dal Sillico, che qui si dice c'hanno avuto la grazia da V. Ecc., e di quello che di nuovo fa Battistino Magnano con Donatello, Ceccarello e altri assassini publici e in che disperazione si truova questo paese, il quale estima non essere in alcuna memoria di V. Ecc. Altro non occorre. In buona grazia di quella mi raccomando.
Castelnovi, 21 jan. 1524.
CXXVI
AL MEDESIMO
Ill. Sig. mio. Se V. Ecc. avesse avuta una mia lettera per _la quale_ significavo che colui ch'era venuto in favor di Ser Tomaso _Micotto_ in nome della Vicarìa di Trasilico, era stato mandato da alcuni pochi che sono con il lor potestade in liga a rubare e a scorticare il resto de la Vicarìa, non credo che fosse stato prestato più fede a quella lettera che falsamente era in nome di tutta quella Vicarìa, che alle mie che non contengono mai falsità nè bugia alcuna. Io avevo data quella lettera ad uno da _Cicerana_ il quale penso che la portò in luogo ove fu aperta e non lasciata andar più innanzi, e credo che sia rimasa qui in Castelnovo. Pur ritrovandosi il Capitano di Castelnovo costì, e volendo V. Ecc. pigliare informazione che uomo sia detto Ser Tomaso, e quanto tirannicamente e contra la volontà de li tre quarti di quella Vicarìa occupa quello officio, esso Capitano ne potrà dare vera informazione a quella; e se anco gli pare di far scrivere a qualche uomo da bene particolare in questa provincia e dimandare informazione di costui, credo che tutti riferiranno a una voce che gli è un tristo: salvo Pierino Magnano che è suo cognato, che però se gli è dato sacramento non lo sapria negare, e Bastiano _Coiaio che pur_ non ne diria male, parte perchè è cognato d'un suo parente, parte chè sua natura è d'avere la protezione de li Micotti; tutto il resto si concorderìano meco... _A me pare_ se nella elezione di questo podestade si avesse a chiamare _un uomo per_ casa e alla presenza del Commissario s'avesse a porre _il parere per_ ballotte, che così la cosa succederìa senza fraude, _ma dove_ solo si ha da chiamare li sindici ed officiali de li Comuni che lo eleggano, li poveruomini ne restano fraudati, perchè _tutti_ questi sindici ed officiali ogn'anno si eleggono per volontà di officiali e sindici vecchi e del podestà, sicchè averanno Ser Tomaso: e chi tien con lui disegnato di continuare _nel_ suo officio ha procurato che siano fatti sindici e officiali quelli che san che saranno in suo favore, e adesso son _certi_ che non cesseran per mezzo di parziali e per tutti gli altri _nominati_ di confermare questi elettori nella sua intenzione; _e però se_ un uomo per casa avesse da dare il suo parere a _ballotte_, nessuno potria essere ingannato.[283] Esso spiera che _al tempo_ che sarà il termine del suo officio io non abbia _ad esser qui_, e che avrò avuto il successore, e che poi guiderà _le cose_ meglio a suo modo che non potrà fare essendoci io, come mi è stato riferito che Bastiano Coiaio ha detto. _Non avendo a_ star qui, quando fosse con buona grazia di V. Ecc., e _trovandomi_ da quella provveduto o d'altro officio più vicino, o di _esserle_ appresso con conveniente condizione, io avrei di gradimento il levarmi: non di meno, o dovendo star qui o dovendo partirmi, sempre desidererei che la giustizia avesse _luogo_.... V. Ecc. determini quello _che le pare:_ a me basta di essere scaricato appresso a Dio _e agli uomini_ che vedono come le cose passano, che per me non altro si cerca che la giustizia abbia luogo; e in buona grazia di V. Ecc. mi raccomando sempre.
Castelnovi, 23 jan. 1524.
CXXVII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Io ringrazio V. S. di quanto mi hanno scritto, che per mio amore sono contente che li asini e le castagne siano rendute a questo povero uomo esibitore di questa; ma maggiore saria l'obbligo mio, se fosse seguito lo effetto. La ragione, perchè il vicario di Castiglione non abbia voluto rendere le castagne, non so; nè di lui mi vo' dolere, non la sapendo: pur la compassione che io ho a questo povero uomo, che ogni dì mi torna a piangere dinanzi, mi sforza di nuovo raccomandarlo a V. S.; le quali prego che, veduto il bisogno del poveretto e il poco guadagno che di questo può risultare a chi li ritiene dette castagne, faccia che il dono, che già m'hanno fatto, abbia esecuzione: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 26 ianuarii 1524.
CXXVIII[284]
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Sig. mio. Se V. Ecc. non mi aiuta a difendere l'onor de l'officio, io per me non ho forza di farlo; chè se bene io condanno e minaccio quelli che mi disubbidiscano, e poi V. Ecc. li assolva o determini in modo che mostri di dar più lor ragione che a me, essa viene a dar aiuto a deprimere l'autorità del magistro.[285] Serìa meglio, s'io non ci sono idoneo, a mandare uno che fosse più al proposito, chè guastando tuttavia quello che bene o male io faccia si attenuasse la maestà del Commissariato, sì come è accaduto ne la rivocazione de la lettera già registrata, come ne l'assoluzione di Ser Tomaso e confirmazione ch'abbia a proseguire l'officio fin al suo termine, e altre cose che non voglio ora replicare. Se tali ignominie si facessino a me solo, non ne farei parola, perchè V. Ecc. mi può trattare come suo servo; ma ridondando tali incarichi più ne l'onor de l'officio, e susseguentemente a far le persone con chi ho da praticare più insolenti verso li lor governi, non mi par di tollerarlo senza dolermene a V. S. — Di nuovo V. Ecc. può avere inteso, perchè n'ho scritto a Mess. Bonaventura[286] (se quella lettera sarà però giunta prima di questa), come quelli da le Verugole hanno prigione quel Genese che ammazzò il conte Giovanni da S. Donnino, ed io mandai subito subito un messo e poi li balestrieri per farlo condurre qui. Essi ricusâro di darmelo, dicendo che n'aveano avvisato Mess. Bonaventura, e finchè non avessino la risposta non erano per farne altro. Parendomi che non ci fosse l'onore de l'officio, replicai con lettere che essi lo conducessino qui, e mettessino per loro chi volessino che intervenisseno alli esamini, ch'io non ero per farne se non quanto volea la giustizia. Non mi hanno rescritto altro, se non che m'hanno mandato a dire a bocca pel messo, che non me lo vogliono dare; e hanno di più usato parole prima alli balestrieri e poi al secondo messo, che sanno che io avevo preso denari da li Madaleni, e per questo io non avevo fatto bruciare le lor case, e che dubitano che s'avrò questo Genese in mano io lo lasci per danari. Se appresso all'insolenze che per tutto il paese fanno questi di Simon prete, come V. Ecc. ne debbe saper qualche cosa (che già non è mancato per me di darne avviso), e al tenere di continuo banditi ne le rôcche appresso a Bernardello, ancora V. Ecc. vuol comportare che non rendano ubbidienza al Commissario, prego quella che mandi qui uno in mio luogo che abbia miglior stomaco di me a patire queste ingiurie, che a me non basta la pazienza a tollerarle. Io non so quello che V. Ecc. determini circa a Bernardello, che non avendo pace da alcuno de' suoi nimici, de' infiniti che n'ha, debbia stare nel paese dovunque voglia, e col favore di questi da le Verugole avere sempre sèguito di compagnia armata, e ne' suoi bisogni aver ricorso ne la miglior fortezza che in queste parti abbia V. Ecc., e tuttavia sèguiti di mettere taglie, come altre volte n'ho scritto ed anco mandato a dire a bocca pel Capitano de la Ragione. Ma se nè a questo, nè alli assassinamenti che fa Battistino Magnano e Donatello e altri ribaldi, che hanno preso il campanile di Carreggine e vi sono stati parecchi giorni dentro come in una lor fortezza, non pare a V. Ecc. di provvedere, io non me ne debbio pigliar più cura che essa voglia. Ma dove importa tanto smaccamento de l'onor mio, io vuo' gridare e farne instanza, e pregare e supplicare V. Ecc. che più presto mi chiami a Ferrara, che lasciarmi qui con vergogna: in bona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, 30 jan. 1524.
Appresso, il messo c'ho mandato la seconda volta mi ha riferito, che Bernardello dice c'ha preso costui come suo nimico e ad instanza d'un grande uomo, e che non è per darmelo. Poi il prete da le Verugole ha detto avere avuto due lettere da li officiali de' Lucchesi, sul qual territorio l'han pigliato, che fanno instanza che sia lasciato per un salvocondotto ch'avea questo Genese da' suoi Signori, e già cominciano questi da le Verugole a porre in disputa se costui sia ben preso o mal preso, come essere n'abbiano essi li giudici.
CXXIX
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes Domini mei observandissimi._ Uno suddito di V. S., portando certe castagne da Castiglione, quando fu su quel di Massa di questa ducale provincia, li furono tolte, insieme con le bestie su che le portava, da uno di Massa; e dolendosene a me, e avendo io fatto chiamare questo da Massa, e interrogatolo, perchè avesse usata questa violenza, mi disse, perchè il simile era stato fatto a lui a Lucca, di certe some di sale che portava da Pisa. Io, senza volere ammettere alcuna sua ragione, feci che subito restituì le some e le bestie al suddito di V. S., e anco lo averei castigato, se non che molti uomini di questa provincia insieme con lui si lamentavano, che dalli dazieri di Lucca erano questi ducali sudditi molto male trattati, e nel sale e ne l'altre mercanzie, che li passaggi erano loro proibiti, e anche il pagamento delle gabelle accresciuto più del dovere, e che da V. S. non potevano avere ragione, ed era forza che molti facesseno come avea fatto questo da Massa, di rivalersi dove potevano, e che già per questo erano ricorsi all'illustrissimo signor Duca nostro, e che avevano portato una lettera direttiva a V. S. Io li confortai dunque, poi che avevano questa lettera, che la mandassino per uomo a posta, e che intendessino il parere di V. S.; che credevo che tal violenze, di che essi si lamentano, non erano di loro volontà, ed ero certo che quelle non erano per comportare alcuna ingiustizia; e così il messo si manda con lettere ducali con speranza di ottenere da V. S. ogni cosa licita e onesta; le quali appresso prego che siano contente di fare restituire il suo sale a questo da Massa: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 18 februarii 1524.
CXXX
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Ancora che mia natura sia di non intercedere per alcuni delinquenti, non di meno essendo io pregato da molti amici, ed essendo anche l'uomo per chi si prega suddito per origine dell'illustrissimo signore mio, sono sforzato a pregare quelle, si voglino degnare per amor mio, e per la osservanza che io loro porto, di rimettere e perdonare la condennazione fatta ad uno Geminiano di Cristoforo da Ricovolto, abitante al presente in Coreglia, per avere esso estratto castagne e farina di detto loco contro li divieti di V. S.: e tanto più mi induco a pregare quelle, perchè esso Geminiano mi dice avere fallato per esempio di molti altri che hanno fatto il simile, e se avesse creduto di fare dispiacere a V. S., non saria incorso in tal fallo, ma più presto averia fatto, come è solito, che avria portato vittuaglia in detto loco. Prego quelle adunque si degnino avere raccomandato detto Geminiano: in buona grazia delle quali sempre mi raccomando.
Castelnovi, 27 februarii 1424.
CXXXI
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Circa quanto V. Ecc. per ricuperazione de l'onor mio ha determinato che s'abbia a far quando sarà tempo di confirmare o di eleggere di nuovo il potestà di Trasilico, io ne resto molto ben contento e satisfatto da quella, alla quale rendo infinite grazie, così di questo, come anco di aver commesso che Genese mi sia dato ne le mani, il quale prima che le lettere di V. Ecc. sien giunte io l'avevo avuto, e così l'ho nel fondo de la torre con li ferri a' piedi, nè temo che mi sia tolto perchè non mi fidarò a compiacenza d'uomo del mondo alleggerirgli la prigione, come io feci al Moro dal Sillico. Domani fo pensiero di cominciare ad esaminarlo, chè qui è rimaso luogotenente della _Ragione_ un Mess. Achille Granduccio di questa terra, il quale già fu giudice al Maleficio a Ferrara, che serà ottimo _per tale_ officio perchè c'è pratico e uomo da bene, e _tratto le cose_ tuttavia con lui. Se poi V. Ecc. vorrà mandare il Commissario del Frignano o altri, il potrà fare: ma non accade _perchè_ Genese è già condennato la vita per la morte del conte Giovanni, che Mess. Ludovico Albinello allora Capitano _lo ebbe_ condennato, e la condennagione appare sul libro de' Maleficî, sì che non accade a darne altra sentenza, e quand'anco _occorresse_, questo Mess. Achille si offerisce di far il bisogno. Il Commissario di Frignano non potria venir qui senza spesa di questa provincia, e questi uomini fuggono le spese più che ponno. Se a V. Ecc. pare che facciamo la cosa da noi o pur si aspetti altro mandato, quella faccia _il voler suo_.
Se contra Simon prete io avessi scritto alquanto gagliardamente, tratto un poco dal sdegno che mi negassino di dar questo prigione, io mi emendo, e non voglio dar la colpa a Simone, perchè so che sua intenzion era di darmelo subito che io lo richiedetti, ed anco gli altri suoi figlioli c'hanno più senno erano del medesimo parere; ma solo il prete, il quale ha assai de l'arrogante, e si tien troppo savio, vietava insieme con Bernardello e altri simili a lui, che non mi fusse dato. Quando ho mandato a tôrre il prigione, Bernardello _assieme_ col prete erano andati non so dove. Simone _mi aveva_ mandato a dire ch'io lo mandassi a tôrre, e _poi facendomi molte_ scuse e domandandomi cento perdonanze _lo consegnò_ alli balestrieri. Serà ben fatto, a mio _parere ed anco_ di Simone, a non lasciare che Bernardello _entri per qualche_ tempo in quelle rôcche, perchè è con troppo dispiacere _di tutto il_ paese ch'un scellerato come quello abbia _ad abitarvi_. E se per avere già morto Bertagna e... merita qualche grazia, secondo le gride _che furono_ fatte, s'intende però (siccome anco _fu da me_ publicato) ch'abbia grazia avendo le paci dalli _suoi nemici, e_ intanto si può contentare d'un salvo condotto, ma non che debbia andare per tutta la provincia a suo modo.
Circa gli altri banditi, sono stati (come il Capitano ne ha riferito a V. Ecc.) un gran pezzo a Cicerana e _poscia_ a Carreggine, e stati qualche giorno qui fortificati nel campanile de la chiesa, poi sono ritornati a San Romano, ove stanno il più del tempo in la canonica di quella chiesa, la quale _serve a ricetto_ di Pierino Magnano: e quando li balestrieri sono iti a tôrre questo prigione, dicono d'averli veduti da lontano che erano circa diciotto, e mai non vanno in meno di XV, e sempre dove vanno si riducono alle chiese, e qui, da chi per amicizia, da chi per paura, si fanno portare mangiare assiduamente da gli uomini de la terra, e per questo io non posso condennare nè li Comuni, nè li uomini particolari, chè non si può provare che altrove abbiano recapito che da li preti, contra li quali io non ho autorità; e già l'ho domandata alli Vescovi di Lucca e di Sarzana, e non me l'hanno voluta dare. Io non veggo modo alcuno da farli dar ne la rete, perchè li nostri balestrieri non sono atti affrontarli per sè. Chi domandasse soccorso a' Lucchesi e Fiorentini, non credo che mandassino lor bargelli fin qui _per esser_ troppo discosti, e quand'anco li mandassino, non _potrebbero_ mandarli tanto secretamente che li banditi non fossero _avvertiti, sicchè_ avriano tempo di levarsi; nè uomini del paese mai _crederei di poter_ mandare che non fusson di fazione; e qui tutte queste _famiglie_ hanno uno ordine, che come una fazione _si muove_, subito quelli de la diversa parte avvisano li lor _seguaci_ in l'altre terre. Circa questo già son parecchi dì che il Commissario di Barga è meco in pratica ch'io lo tenga avvisato dove questo Donatello e Battistino e li compagni si riducono, e che quando mi manderà un uomo il quale già io conosco ed è de la fazione contraria di questi ribaldi, ch'io mandi _subito_ li balestrieri, perchè avrà in ordine parecchi uomini _da prendere_ li assassini. Io non ho mancato di far sempre il debito, ma non siamo mai venuti a concluderlo, _chè le notizie di ogni mossa si spargono_ subito in questa terra, e di qui volano dove poi bisogna. Se questi balestrieri fussino dieci o dodici fanti, sicchè senza richiedere uomo del paese io potessi porne venticinque insieme, il Capitano de li balestrieri mi dice che anderia per tutto, e non lasceria fermare questi tristi in luogo alcuno. E avendo questo braccio, bisogneria un'altra cosa a mio giudicio: che il detto Capitano avesse commissione da V. Ecc. che tutti quelli luoghi dove trovasse che banditi fussino allogati, _e tanto se_ ci fussino o non ci fussino li banditi allora dentro, cacciasse subito il fuoco, e massime in le canoniche de le chiese, e mostrasse il Capitano farlo come da sè. Io son stato più volte in animo di far bruciar questa canonica _di S. Romano_, che non è mai sì povera che non abbia qualche bandito, e già due o tre volte v'ho mandato li balestrieri _senza prenderne_ alcuno, chè quando sono intrati dentro hanno trovato _essere_ il letto caldo, e non è possibile che 'l bandito _non vi fosse allora;_ pur tutta la terra è stata unanime _a negare di averlo_ veduto. Questo San Romano è luogo alto, chè _uomini non_ vi ponno ire che non sieno veduti. Io, come _ho detto, avrei voluto_ comandar che brugino quella canonica, poi ho _avuto timore_ che quel Mess. Nicolò che è sollicitatore a Roma non _soffra_ qualche fastidio in Roma: ma se V. Ecc. comanda al Capitano quanto ho detto, saria un'opera santa; e far _altrettanto_ al prete da Sillano, a quel da Ogno, da Cicerana, da _Carreggine_, e finalmente a quante chiese sono in questo paese; chè tutte, parte perchè li preti voglion così, parte perchè non ponno fare altrimenti, _servono a_ ricetto di banditi.
Poi che V. Ecc. mi scrive che 'l Commissario di Frignano è per venire prima a Ferrara che possa venir qui, io differirò di mandargli la lettera a lui direttiva,[287] finchè da V. Ecc. avrò altro avviso. Circa al salvocondotto che questo Genese diceva avere da' Signori Lucchesi, ho già provvisto sicchè non mi potrà ostare; nè per quanto intendo li Signori Lucchesi l'avevano fatto, ma l'officiale del luogo dove fu preso, il quale avrà pazienza.
Giorni sono V. Ecc. per un'altra sua mi commise ch'io comandassi a Porfirio e Polinoro da Vallico di venire a trovare V. Ecc., e così mandai subito li comandamenti al Potestà _di qui_ che li mandasse a Vallico, ed oggi m'ha riferito _di averlo fatto_, e che Porfirio l'ha avuto in persona, quell'altro, _cioè Polinoro_, l'ha avuto alla casa. S'altro avrò da _aggiugnere_ a V. Ecc., lo farò per altre lettere, che questa è lunga _anche troppo:_ in bona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, VIII martii MDXXIV.
CXXXII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Li esibitori di questa sono poveri uomini di questa ducale provincia, li quali, per la gran carestia che è in questo paese, erano iti al Borgo, e avevano comprato tre some di farina di castagne; e, o fusse per ignoranza o per avanzarsi li denari della bolletta, caricaro le some senza altra licenza, e quando furo su quel di Gallicano s'incontraro per lor disgrazia nel Vicario, che loro levò la farina e le bestie; al quale caso, se V. S. per lor solita clemenza non hanno misericordia, li poveri uomini rimarranno disfatti e moriranno di fame. Io, astretto da' lor preghi e da compassione che ho alla povertade, scrivo questa a V. S., siccome a quelle nelle quali ho fiducia che non mi siano per negare alcuna grazia ch'io loro dimandi, e che appresso conosco clementissime e di pietade piene; così le prego che abbino questi poveretti per raccomandati, e siano contente di donare e fare loro elemosina di questo, che per avere disubbidito alli ordini di V. S. debitamente arebbeno perduto: in buona grazia delle quali medesime mi raccomando.
Castelnovi, 17 martii 1524.
CXXXIII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Perchè noi siamo per fare la fiera qui a Castelnuovo, e pure si va ragionando che in qualche loco verso Roma e per le maremme è sospetto di peste, e perchè mi rendo certo che V. S. ne siano informatissime, le prego che siano contente di avvisarmi come passano le cose, e da che luochi si avemo a guardare; e quando la cosa fusse pericolosa, seranno pregate di far fare una grida, che nessuno, che venga senza bolletta e fede della sanità, serà accettato a Castelnuovo: e con buona grazia di V. S. mi raccomando. Castelnovi, 28 martii 1524.
CXXXIV
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ V. S. Intenderanno dalli esibitori di questa, suoi sudditi, quanto si sia eseguito in quello che V. S. mi hanno domandato. Il prigione è al piacere di quelle: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, ultimo martii 1524.
CXXXV
AL VICARIO DI GALLICANO
_Magnifico vicario._ A questa ora, che è circa mezza ora di notte, essendo li miei servitori iti per dare mangiare a quello prigione da Colognora, che io avevo qui ad instanza di V. Magnifica Signoria, hanno trovato che con la propria cintola, avendosi legato l'uno capo al collo e l'altro ad uno piede, si è strangolato. Mi è parso di darvene subito avviso, acciò che V. M. mandi uno al quale io lo consegni morto, poichè non lo posso consegnare vivo. E a V. M. mi raccomando.
Castelnovi, 3 aprilis 1524.
CXXXVI
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Ancora che io creda che V. S. siano informate come successe del prigione che a loro instanza io feci prendere alle Fabriche, perchè io ne diedi subito avviso al vicario di Gallicano; pure per più sicurezza mi pare mio debito di avvisare quelle, come, avendolo io fatto porre nel fondo della Torre, esso con una cintola, che a pena era due braccia di lunghezza, ligandosene una parte al collo e l'altra a uno piede, si strangolò: cosa che pareva impossibile a seguire. Io aveva scritto al detto vicario, che mandasse persona a chi io lo consegnassi morto, poi che io non lo aveva potuto consegnare vivo; ma poi non comparendo alcuno, e non essendo cosa da potere conservare, io lo feci seppellire fuori nella gierra del fiume. Questo serà per avviso a V. S.; alle quali mi raccomando, e al lor comandamento sempre mi offero paratissimo.
Castelnovi, 9 aprilis 1524.
CXXXVII
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Signor mio. Questa mattina per tempo giunsi _a Castelnovo_ e trovai tutto il paese in grandissima paura, _sentendo da_ questi di Castelnovo, che quasi ognuno aveva fuggita la sua roba. Ritrovai qui circa quattrocento persone forastiere, venute ad instanza qual di Pierino Magnano, qual di Aconzio, e qual di Soardino e qual d'altri, che tutti hanno mostrato buona servitù verso V. Ecc., li nomi particolari de' quali riferirò più ad agio a quella. De la potestarìa di Montefiorino eran venuti circa cinquanta fanti; da molte altre potestarìe de la montagna di Modena e di Reggio aveva avuto risposta a mie lettere, che circa questo avevo lor scritto da Montefiorino, e prometteanmi di mandar subito buona quantità di genti; sicchè s'io non avessi _ricuperato_ quello che avean preso, avevo bona speranza che non mi avrebbono tolto Castelnovo. La mia intenzione era di difendere e non di combattere, finchè da V. Ecc. non avevo risposta, e mi spiacque che ieri li nostri li andâro ad assaltare a Camporeggiano, e rimasero de li nostri morti circa 2, avvenga che si portaro benissimo, e de li nimici sei, benchè di questo il Capitano de la Ragione debbe aver scritto diffusamente a V. Ecc. Oggi di nuovo son venuti due casi per noi ottimi: il primo che li nimici si sono attaccati insieme ed hanno ferito il lor Capitano a morte, del che avendo io avuto spia, avevo fatto porre insieme circa 500 fanti per tornare a Camporeggiano e dar lor dentro; ma in questo tempo è giunto Ser Costantino notaio a Camporeggiano il quale era prigione, e mi ha riferito che Morgante _Demino oggi stesso era giunto_ a Camporeggiano, con XXV cavalli e 60 schioppettieri chiamati dalle genti del Sig. Giovannino,[288] ch'avean fatto _che a loro_ venisse in soccorso, perchè erano stati assediati e _fatti quasi prigioni:_ e il detto Morgante quando vide che aveano _minor_ forza di V. Ecc. fe' loro di male parole, dicendo che questo era senza saputa del Sig. Giovannino,[289] e comandò che lasciasson l'impresa e gli andasson drieto, e fe' liberare il detto Ser Costantino notaio senza nullo _ostacolo_, e a lui consegnò la rôcca di V. Ecc. e gli raccomandò quel Capitano Todeschino che è ferito a morte, che gli fesse salvare la vita; e così la rôcca è restituita, ed è in man nostra. Io ho subito mandato il Capitano con li balestrieri che vi stia dentro finchè mandi altro, e gli ho comandato che salvi quel Todeschino e lo faccia medicare. Fo pensiero di andare domani ad esaminarlo per intendere chi lo ha fatto venire, chè son certo che è stato chiamato da alcuni de la provincia, tanto più che Ulivo e Nicolao da Pontecchio e due figlioli di Pier Madalena e il Bosatello, e sì il Cornacchia, sono in squadra de li nemici. E qui V. Ecc. mi perdoni, che mi voglio lamentare di lei un poco, chè _l'altro_ dì essendo io a Ferrara e cercando d'una supplicazione fra molte che ve n'erano di segnate in mano di Mess. Bartolomeo _di pugno di V. Ecc._, ne vidi una ne la quale supplicavano questi due fratelli _Ulivo_ e Nicolao, che oltra gli altri lor delitti _commessi_ in compagnia ad ammazzare quelli poveri conti di San _Donnino_ supplicavano e dimandavan grazia di certo omicidio _con tale di_ che avevan la pace, e la lor supplicazione _era stata esaudita alla_ libera, ed era stata segnata questa _proprio_ nel tempo ch'io ero a Ferrara. A me pare che in ogni cosa di Carfagnini, ed essendo io a Ferrara, dovevo esser domandato di che condizione eran costoro: _sed de his satis_.
V. Ecc., se un Signor può essere obbligato a un suddito, ha grande obbligo a Morgante Demino perchè si avventura; e se la sua bona fede non ne aiutava, V. Ecc. non so quando fosse mai più per riavere questa rôcca di Camporeggiano, perchè a mio giudicio è la più forte di questo paese, e non merita già di esser tenuta da quella in sì poco conto come ella è, che non vi si debbia tenere dentro che un Capitano dottore con un solo famiglio. Meglio sarìa minar queste rôcche totalmente, che tenerle senza guardia; che oltre che tutti questi uomini si lamentino fin al cielo che V. Ecc. pigli li lor denari, e le rôcche che li potriano difendere da li assassini e da tali novità sieno abbandonate, anco V. Ecc. può credere che non venirà sempre Morgante Demino a farle restituire.[290] Altro non occorre. A V. Ecc. mi raccomando sempre.
Castelnovi, 5 iulij 1524.
Appresso, questi nimici hanno menato con loro alcuni sudditi e servitori di V. Ecc. prigioni. Io ho scritto e pregato Morgante che li facci liberare, se potesse. _Degnando_ V. Ecc. di scrivergliene un'altra, serìa a gran satisfazione _del paese. Ancora_ questi uomini hanno grandissimo sospetto che questi ribaldi.... faccin testa, e non potendo rubar le castella, assassinare le ville. Per questo supplicano a V. S. che non resti di _dare la_ provvisione che pare a quella.
CXXXVIII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Essendo io ritornato da Ferrara, ho ritrovato questa provincia nel disordine, che credo V. S. abbino inteso; della qualcosa, per lo effetto che dipoi è seguito, io son certo che alcuni ribaldi banditi di questo paese siano stati quelli che siano iti a far venire queste genti, con speranza di dare loro questa provincia a sacco. _Sit quomodocumque_, con queste genti era uno Bogietto da Sommocolognora detto il Cornacchia, li latrocinii e assassinamenti del quale credo che a V. S. siano notissimi; e Olivo e Nicola da Pontecchio, e uno delli figliuoli del già Pier Madalena, che ammazzarono il conte Carlino da San Donnino e la madre: ora ho avuto certo avviso che a Curfigliano, terra di V. S., si ritrova questo Cornacchia, e qualcuno di questi altri sopranominati. Non credo che bisogni ch'io ricordi a V. S. le convenzioni fatte tra lo illustrissimo signore mio e V. S. per il magnifico messer Santuccio suo e me, nè quello che in simili casi io abbi fatto ad ogni richiesta di V. S., che io mosterrei avere diffidenza di quelle, e per la verità non ho minor fede in quelle che nell'illustrissimo signore mio, a conservazione di questo stato e della giustizia; solo mi pare che basti significarli che questo ribaldo Cornacchia si trova a Gurfigliano (delli altri non sono così certo), e pregare V. S., e così le prego, che con quanto migliore modo che ponno o mandando il suo bargello o comandando alli suoi sudditi del loco che faccino lo effetto, operino di modo che questo ribaldo sia preso; e così se altri delli sopranominati ci sono: e preso che sia, dare avviso. Io domando a V. S. questa grazia: alle quali sempre mi raccomando.
Castelnovi, 7 iulii 1524.
CXXXIX
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici et excelsi domini._ Ho visto quanto le V. eccelse S. mi scriveno circa la differenza delli uomini di Cardoso, sudditi di quelle, e li nostri di Valico. Mi rincresce della loro insolenza; farò chiamare le parti, e per quanto a me si aspetta, non mancherò di ragioni; e se li nostri aranno fallito, non mancherò di punirli; perchè ancora noi desideriamo, che li uni e l'altri de' vostri e nostri sudditi vivino in concordia e pace: e alle prefate Vostre eccelse Signorie del continuo mi raccomando.
Ex Castronovo Carfagnane, die 15 iulii 1524.
CXL
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Da questi vostri di Cardoso intenderanno le V. eccelse Signorie, a quello sia rimaso in la loro causa con quelli nostri di Valico: io non sono per fare altra differenza fra li sudditi di quelle e li nostri, nè patirò, per quanto potrò, li sia fatto torto nè violenza; e alle prefate V. eccelse Signorie del continuo mi raccomando.
Ex Castronovo Carfagnane, die 18 iulii 1524.
CXLI
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Signor mio. Quando io venivo in qua ed a Montefiorino, _gli uomini_ del Sig. Giovannino erano in Carfignana. Come _n'ebbi l'avviso_, a V. Ecc. spacciai tre messi, l'uno a Minozzo, l'altro a Quaro, l'altro a Toano, li quali mi diede il _potestà_, e uno ne mandai a Reggio, che pagai del mio; poi quando fui qui, il detto potestà mi mandò per uno de li suoi uomini alcune lettere di V. Ecc. che a lui erano state rimesse da Sestola, e mi scrisse ch'io fessi pagare il messo. Per quella prima volta io feci pagare quel messo, ma con gran fatica e lamentazione di questi uomini di Castelnovo, che allegavano che ad essi non tocca pagare li messi che a servizio di V. Ecc. sono mandati in qua, e che ben debbe bastare che paghino quelli che essi mandano o a Ferrara o a Reggio o in altro luogo in servizio di V. Ecc. Parendomi che avessino ragione non volsi che pagassino un altro messo che di poi detto potestà m'avea mandato pur con lettere di V. Ecc. a lui rimesse da Reggio, e gli scrissi che facesse che li suoi uomini lo pagassino, o vero se ne dolesse a V. Ecc. acciò che quella determinasse chi avesse a pagare tal _messo_. Esso potestà m'ha risposto quanto quella potrà vedere ne la sua qui inclusa; e perchè stando la cosa in controversia potria accadere che anderebbon lettere a Montefiorino che sariano d'importanza per dover essere portate qui, e li uomini di Montefiorino non le vorrebbon mandare, mi è parso di avvisarne V. Ecc. acciò che quella faccia vedere chi debba pagare questi messi...
_A me pare che_ gli uomini di Montefiorino abbiano gran torto, che a loro non sta di giudicare se le lettere che V. Ecc. loro manda perchè le portino qui sieno a utilità di questa provincia, o particolarmente di V. Ecc.; chè se 'l Capitano di Reggio o Signori Lucchesi o altri mandasse qui una lettera perchè la mandassi a Montefiorino per importanza di V. Ecc., questi uomini pagheriano il messo, e non cercheriano che quelli di Montefiorino lo pagassino. Prego quella che determini questa controversia, e parendole che gli uomini di Montefiorino abbiano torto, gli faccia con sue lettere capaci del loro errore; ed in buona grazia sua mi raccomando.
Castelnovi, XX julij 1524.
CXLII
AL MEDESIMO
Ill. Sig. mio. Io non so quello che V. Ecc. avrà disposto circa _quelli_ schioppettieri che gli uomini di questa terra m'hanno detto aver domandato a quella, e per questo effetto aver mandato Bigo _Camonchiella_ cavalleggiero qui che le ne faccia instanza a _bocca_; avvenga ch'io creda che l'animo di questi che sono stati principali a ricercar questo da lei, non sia che V. Ecc. li compiaccia, ma più presto che negando dia loro buona escusa che un'altra volta, accadendo il bisogno, si possano rendere a chi li vorrà per sudditi; perchè publicamente dicono, che almeno, poi che quella non li vuol difendere, gli desse licenza e li ponesse in libertà, che si potesson dare a chi fosse atto a poterli difendere e tener in pace. E V. Ecc. non creda che se a questa poca di guerra si sono tenuti, e hanno mandato a tôrre persone forestiere a lor spese, che sia stato per amore sì grande che portino a quella; ma l'hanno fatto per lor difensione e per aver scorta da fuggire e da salvarsi, accadendo il bisogno, ed anco, se venía lor ben fatto, per tagliare a pezzi li lor nimici. La parte italiana è stata quella c'ha fatto questa ragunanza, e con essi Aconzio, avvenga che sia francioso di parte, per il nuovo parentado c'hanno fatto insieme, imperò che vedevano che queste genti del Sig. Giovannino avevano con loro li figlioli di Pier Madalena e il Cornacchia e Olivo, che sono di fazione francese: e se li fanti del Signor Giovannino fusson stati in più numero che non erano, e se anco così pochi com'erano davano l'assalto alla terra, V. Ecc. stia sicura che tutti fuggivano, e la terra si abbandonava; e di questo n'ho argomento, chè tutti e tutti affatto avevano fuggite le donne e li fanciulli e tutta la lor roba, nè in questa terra era rimasa altra roba che la mia che avevo in rôcca; io dico non ne eccettuando alcuno. Io son _certo che Pierino_ Magnano procurerà di fare grandi li meriti di Battistino _Magnano suo fratello_ e de li altri banditi e assassini suoi seguaci, perchè V. Ecc. faccia lor grazia.... sono in circa XII o XV, e vanno rubando intorno il _bestiame_, e fanno qui la beccarìa e vendono la carne a gran denari, poi si lievano e vanno alle ville vicine e mettono taglie a chi lor pare, e fra l'altre a un Cappellano d'un prete hanno tirato tanto li c..... che gli hanno fatto pagare otto ducati: poi hanno trovato il padrone; ma quello si è posto su le gambe, e fuggì fin a Castiglione; e se gli uomini di Castiglione non saltavan fuor in suo soccorso lo ammazzavano. Un altro prete hanno preso e dicevano che lo volevano menare al suo potestade in Camporeggiano, cioè a Battistino Magnano, e quel poveruomo per paura si ha posto taglia e pagato certi ducati, sicchè l'hanno lasciato. Io anderei troppo in lungo s'io volessi scrivere a V. Ecc. tutti li richiami ch'io n'ho, ma più ad agio ne farò una lista e la manderò a quella. Non tacerò questo ancora, che uomini di Salacagnana sono venuti in quattro insieme mostrando di venire per altro, e quando sono stati a me hanno cominciato a piangere, e non m'hanno voluto dire altro. Io ho lor domandato che voglion da me: m'hanno risposto che non ponno parlare per essere minacciati della vita se parlano, e per l'amor di Dio che non dica che di questo m'abbiano fatto motto........
Ser Costantino notaro di Camporeggiano è fuggito in questa terra, _e non è per_ tornare all'officio, chè questi nuovi officiali _non lo vogliono_ in casa sua. Il Capitano con suo poco onore _ancora_ credo che faccia quanto essi gli comandano. Io ho desiderio di avere questi ribaldi e di farli subito, senza _udire_ altro, impiccare; ma io non son sufficiente, parte perchè non ho se non dieci balestrieri, ed anco perchè di essi non mi fido, che per il lungo tempo che sono stati in questo paese non sono meno parziali de li Grafagnini, chè la maggior parte v'ha moglie e parentado, e per questo ho scritto e pregato il Capitano di Reggio e il Commissario di Sestola, che mi servino di 30 fanti per uno. Non so quello che mi risponderanno. Se 'l presente mio scrivere parrà differente a quello che a' dì passati, cioè subito ch'io fui giunto, io scrissi a V. Ecc., chè allora lodai alcuni di Castelnovo che a salvazione e stato di quella si erano portati benissimo, quella non si maravigli nè m'imputi per uomo incostante e leggiero; ma allora io scrissi quello che mi parea e ch'io credeva: ma il veder succedere mali effetti, mi fa credere e toccare con mano questo che ora io scrivo. Ed anco m'ho da lamentare di Pierino, che di qui si partì con parecchi fanti, e andò a Camporeggiano a parlar a questi ribaldi, e in quella povera terra, secondo che mi riferîro quelli di Camporeggiano, volse alloggiare a discrezione, e dar lor questa giunta, oltra li danni che aveano patito. Io l'ho detto altre volte e sono stato male inteso, pur io lo dirò anco di nuovo, che la salute di questa terra, senza dare altra spesa a V. Ecc., saria di tenere confinati _lungi di qui_ in perpetuo e in eterno quelli che sono banditi..............
_Io sempre scrissi_ e son per scrivere liberamente a V. Ecc. tutti _quanti_ li andamenti ch'io veggo, sì per mutar proposito, _sì ora a lode_ ed ora a biasimo, secondo li portamenti: ben prego V. Ecc. e li Secretarî, che di quello ch'io scrivo o male o bene mi _tengano_ secreto, chè Dio mi è testimonio, che non affezione, _non odio ch'io_ porti più a l'uno che a l'altro, ma l'amore de la giustizia mi spinge a scrivere e dire quello che accade.
Appresso, questo ferito Capitano de le genti del Sig. Giovannino credo che risanerà: quando è stato un poco meglio io l'ho interrogato da lui _solo_ e da me, e poi ho fatto una nota di quanto m'ha risposto, copia de la quale mando a V. Ecc. Credo che in parte dica _il vero_ e in parte anco lo taccia: non di meno quella può fare congiettura del resto. Io le manderò anco alcuni altri testificati ad agio. Il prete da Soraggio de li Bosi che ad instanza del Commissario di papa Clemente era stato preso, cioè che diede quando _venne qui_, or ora è morto dopo un mese ch'era stato ammalato. Non ho mancato, poi ch'io son stato qui, ch'io non gli avessi fatto levare li ferri e andare li medici e li parenti, e padre e fratello per sua cura, e fargli tutte quelle provvisioni che mi sian state possibili; tuttavolta è morto, e sta ben morto, perchè era una mala _bestia_, e teneva in grandissima paura tutto Soraggio, e stuprava uomini, e dava ferite e bastonate, e ogni dì n'avevo reclami. Altro non accade: a V. Ecc. sempre mi raccomando.
Castelnovi,[291] XX iulij 1524.
CXLIII[292]
AL MEDESIMO
Ill. Sig. Sig. mio osseq. Benchè io creda che non abbia _di bisogno_, pure perchè alle volte interviene de le cose ch'altri non pensa, _non_ sarìa fora di proposito che V. Ecc. facesse provvedere _una soma_ di polvere in queste fortezze, fra qui in Castelnovo, Camporgiano e le Verucole, in ogni caso che potesse avvenire, _perchè_ la polvere qua è molto cara: e avendone V. Ecc. _in Rubiera,_ quando quella ne volesse mandare una soma di là, io comanderò da qui a qualche giorni di farla pagare de li denari de la gabella qui. Al presente non ci è ordine di pagarla, per avere la gabella debito per altre occorrenze. V. Ecc. farà cosa grata a questi uomini, e ancora li inanimerà; chè a non farlo, queste fortezze non hanno provvisione alcuna quando accadesse alcuna cosa; sicchè V. Ecc. pigli quello più espediente le pare: alla bona grazia de la quale del continuo mi raccomando.
Ex Castelnovo Carfignanae, die 24 iulij 1524.
Excellentiae Vestrae
Servitor, LUDOVICOS ARIOSTUS.
CXLIV
AL MEDESIMO
Ill. ed Ecc. Signor mio. Chi facesse impiccare quattro o cinque che sono in questa provincia, basteria, senza bisogno di mandare qui _altri balestrieri, nè_ fare altra spesa: e questi sono Battistino Magnano e Donatello e certi suoi compagni da una parte e l'altra, e quel Cornacchia da Sommacologna, de li quali tutti n'ho fatto più volte querela a V. Ecc. Circa al Cornacchia ho scritto già il modo come si potria avere per la via de' Lucchesi: ma questi altri che sono di più importanza, adesso è accaduta la occasione che V. Ecc., volendoli, li potrà avere. È accaduto per quel prete de li Bosi che è morto qui prigione, che Mess. Nicolò cognato di Pierino Magnano ha mandato a pigliare la possessione a suo nome de la chiesa di Soraggio, e v'ha mandato e vi fa stare continuamente Battistino prefato e Donatello e li compagni che sono in tutto circa XII, tutti banditi e assassini. Questo Soraggio confina con Reggiana, e da Castelnovo di Reggiana vi si può ire in un tratto: bisogneria a mio giudicio che V. Ecc. commettesse al Capitano di Reggio che mandasse segretamente li suoi balestrieri con buon numero di genti a piedi che arrivassino una notte a questa chiesa, che tutti li pigliarebbono a man salva, e questa provincia resteria netta. Sarìa anco bene che 'l Capitano de' balestrieri avesse una patente di V. Ecc. acciò che potesse comandare nel paese che se gli movesse contra, e quando non si potesson pigliare, s'assediarìa la chiesa, che si avriano ogni modo. A questo effetto avevo scritto al Commissario di _Pietrasanta che_ mi mandasse fin a 30 uomini: si è escusato che sono occupati ne li ricolti, e anco me ne dissuade perchè sono villani, e per conseguenza cattiva gente. Avevo scritto al Capitano di Reggio, ma il prolungare che fa a darmi risposta, mi fa dubitare che non sia per far _a mia_ instanza cosa alcuna. Ora io ricorro a V. Ecc., in buona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, 24 iulij 1524.
CXLV
AL MEDESIMO
Ill. Sig. mio. Gli uomini di Cicerana or ora m'hanno riferito che Donatello con parecchi banditi è in quella terra, e _ieri usò_ certa violenza a un poveruomo, che messero taglia _ad esso_ poveruomo, e, non la potendo pagare, lo battêro. Se quelli dal Sillico che vorriano la grazia da V. S. facessino quello che già s'hanno profferto, di cacciar li altri banditi, questi ribaldi non si ardiriano di stare in Cicerana.
Appresso, li balestrieri oggi erano iti così a solazzo a piedi alla Pieve, che qui a un miglio è lontana, e volendo andare alla canonica, fu loro asserrato l'uscio incontro da questi fratelli del Moro dal Sillico banditi, e facendo punta li balestrieri d'entrare dentro, si affacciò un di loro, e disse alli balestrieri che se non si levavano li taglieriano a pezzi. Il Capitano mandò subito ad avvisare. Io m'ero mosso con questi _altri balestrieri_ per andarlo a soccorrere, e quando son stato fuori del paese mi è venuto un balestriero all'incontra, che mi ha detto che il prete per un uscio di drieto li ha fatto fuggire. Io sono tornato indrieto, ed ho scritto questa perchè ho un messo ch'or ora parte, nè posso sapere questa cosa in tutto, perchè il Capitano de' balestrieri non si è _ancora veduto, ma_ solo per avvisare V. S...............
CXLVI
AL MEDESIMO
Ill. Signor mio. Io credo che l'esibitore di questa Mess. Giacomo pisano _si lagnerà che la_ causa che già molto tempo pende fra lui e Pier Morello _non sia_ stata condotta a fine; e perchè V. Ecc. non creda che la _colpa sia_ mia, io le fo intendere, come avendo io chiamato li _quattro_ deputati sopra la gabella, alli quali e insieme a me la causa fu commessa, e ben veduti e considerati li capitoli de la gabella, e pigliato informazione da tutti quelli che per li tempi innanzi erano stati conduttori di essa gabella, e da quelli ch'avevano ricordo di poi che tal gabella fu constituita fin al dì d'oggi: ed essendo ben _certi che_ se Mess. Giacomo doveva essere assoluto o non _da la parte di esso_ Pier Morello, solo ne restava un dubbio _se la parte perdente_ dovea essere condennata ne le spese o non; nè essendo li prefati quattro nè io giurisperito, ci accordammo di domandare sopra questo dubbio consiglio: e perchè li Capitani giurisperiti della provincia vedevamo sospetti alle parti, deliberai di mandare il processo a Lucca, siccome in luogo _dove più_ presto avessimo risposta che da Ferrara, la quale ci pareva troppo rimota. In questo tempo Pier Morello, o diffidandosi _di Lucca_ e che il consiglio venisse per lui o pur desiderando di mandare la cosa in lungo, ebbe ricorso a Ferrara, e fece _venire una lettera_ la quale commetteva che per modo alcuno io non _avessi a risolvere_ secondo il consiglio di Lucca, ma che volendo consiglio l'avessi a domandare a Ferrara. Per questo io _domandai il processo alle_ parti per mandarlo a Ferrara, e prima questo pisano rispose che non voleva dar la sua copia fuori _nè permettere_ che la sua causa fosse veduta da altri, ma che fusse giudicata secondo il Sig. l'aveva commessa, cioè da me e da li quattro. Pier Morello non voleva dare se non quelli atti che erano stati fatti dai predecessori............ per questo io non ho fatto altro, se non che mi sono assunto di accordarli; ma Pier Morello non volse venire _ad accordo. Gli_ uomini di Castelnovo mal volentieri vengono a dar _sentenza contro_ li quattro che erano l'anno passato, per non far danno a l'una parte o a l'altra. Pur quando V. Ecc. mi liberi ch'io sentenzî _secondo_ la prima commissione, cioè secondo il parere de li quattro, io _espedirò_ la cosa subito. Quando anco le paia che si pigli consiglio a Ferrara, mi commetta ch'io astringa l'una de le parti o amendue insieme a far levare il processo, ch'io lo manderò a _V. Ecc.,_ in buona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi ......... 1524.[293]
CXLVII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Anco per altra mia vi abbia scritto il medesimo, per questa ancora avviso le eccelse S. V., che non mancherò di fare satisfare quelli vostri di Cardoso delle loro capre; e anco circa il fieno, che loro dicono esserli stato tolto da questi di Valico, non mancherò loro di ragione: e a V. eccelse S. mi raccomando.
Ex Castronovo Carfagnane, 25 iulii 1524.
CXLVIII
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Signor mio. La lettera di V. Ecc. dì XXI di questo mese, appresso il buono effetto venuto con quella de li 25 schioppettieri, e così il Castellano mandato per le rôcche de le Verugole, sono stati tanto grati agli uomini da bene ed amatori di pace di questo paese, che di nuovo quella può far conto di aversegli acquistati per fidelissimi sudditi. Alla lor giunta tutta li banditi hanno sgombrato il paese, nè credo, finchè ci stiano, che se ne senta alcuno. Io ho messo di questi schioppettieri una parte a Camporeggiano e una parte a Castelnovo, ma nè a Castelnovo nè a Camporeggiano li lascierò fermare, perchè vorrò che vadano in volta per il paese; e così ieri cominciai, e ne menai meco una parte a Sassi, per far provvisione a quella rôcca, come V. Ecc. per la sua mi commette, de la qual rôcca, non so se quella n'abbia ricordo, ma sappia che gli è luogo molto più forte de le Verugole, e di manco guardia assai, e fra gli altri Cristoforo Casanuova ne potria dare cognizioni a V. Ecc. che già l'ha veduta e parlatone meco. È situata in luogo importante perchè è alle confine de' Fiorentini e de' Lucchesi, e tanto vicina a Castelnovo, che quando accadesse un bisogno, e vi fosse un Castellano, questi uomini più volentieri vi fuggiriano le sue robe e le sue brigate, che non fariano a Barga e ne l'altre terre vicine, come hanno fatto a questi dì. E perchè V. Ecc. mi scrive, ch'io veda di aver questa rôcca in le mani e ch'io vi ponga un Castellano a mio modo, io fo congiettura che a quella sia stato scritto che qualche bandito la tenesse e qualche nimico di V. Ecc. Quella sappia che in quella rôcca non stà alcuno, nè anco vi può stare perchè è tutta discoperta: gli è ben vero che in questi sospetti il Casaia e alcuni de la parte francese che avean sospetto de li banditi, e la parte italiana che da _Rocca e da S. Romano_ ha fatto venire Pierin Magnano si erano ridotti a Sassi _perchè_ la chiesa di quella terra la quale è congiunta con la rôcca è d'un Antonino nipote del quondam Ser Ferdiano, e la più parte de la terra di Sassi è de la parte francese; e per questo non solo adesso, ma anco in gli altri tempi li banditi che sono de la parte francese spesso danno di capo a Sassi, con grandissimo dispiacere de la parte taliana che non vorria che li nimici avessino ridotto alcuno; e non pongono all'incontro che essi taliani tengono la rôcca di Cicerana e quella del Sillico, che son qui in su gli occhi a Castelnovo, e con molta più querela del paese, perchè nè a Sassi, nè a quella via è mai stato fatto assassinamento alcuno, ma di quello che sia stato fatto da quest'altro canto V. Ecc. si debbe ricordare: ancora li pover uomini di Cicerana stan nel danno de li cento ducati che pagâro al prete. Sarìa ogni modo ben fatto che ne la rôcca di Sassi stesse un Castellano col suo salario, che sono undici lire al mese che paga questa gabella di Castelnovo, e credo che abbia certo poco ancora di condennagione. _Forse_ un uomo con un famiglio basteria a guardarla per tempo di pace, e li banditi sapendo che ci fosse un Castellano non capitariano a Sassi, e il prete medesimo nipote di Ser Ferdiano e questi uomini me ne pregano, perchè il venire che fanno li banditi e seguaci in quel luogo non è lor se non dannoso; ma non li ponno _negare,_ per averli essi già serviti ne li lor bisogni, di dar lor _mangiare_ e bere. E perchè V. Ecc. mi scrive ch'io vi ponga un Castellano a mio modo, secondo che mi pare il bisogno, avevo pensato di porvi due di questi schioppettieri mandati, ma vedendo che non c'è alcun coperto, ho lasciato stare ed ho fatto chiamare li uomini de le Terre nove per domani a parlamento, li quali uomini sono obbligati a riparare questa rôcca, perchè V. Ecc. dona _la tassa_ della metade de le lor condennagioni, e farò che subito _sia riparata e che il Castellano vi possa abitare, perchè non avessero a farlo_ queste genti del Sig. Giovannino. So che _Pierino ritiene che il_ Casaia e prete Bartolomeo da Gragnanello _non siano_ di questa parte francese, ma io non ho _di ciò alcun sentore_ nè indicio alcuno: e se ben il Casaia e il detto prete si partì e andò a Sassi, il Capitano de la Ragione mi _farà fede_ che fu di suo consiglio e commissione, e questo perchè avendo Pierino fatto venire questi banditi, e da l'altra parte avendo il Casaia fatto venire degli altri forestieri, de la contraria parte, e dubitando che l'una parte e l'altra si attaccasse insieme, perchè ne vedeva di manifesti segni, consigliò li detti Casaia e il prete più presto a levarsi che a tener qui pericolo di voltare ogni cosa sottosopra, e così feceno. Ora Pierino quanto può s'affatica di voler mostrar che la partita di questi sia stata una ribellione, e quando questo Capitano del Sig. Giovannino rimase ferito a Camporeggiano, Pierino, oltra che io avessi mandato li balestrieri, mandò una quantità de li suoi a torlo, e se lo voleva far portare in casa, e poi ch'io l'ho avuto in rôcca, ogni dì veniva o mandava a persuaderlo che si levasse di qui e andasse a casa sua perchè staria meglio, di modo che ho avuto fatica a far che questo ferito aspettasse la risposta di V. Ecc. E questo Pierino facea tutto perchè avendolo in casa sperava di farlo dire a suo modo. Ultimamente poi c'ho avuto la risposta di V. Ecc. l'ho lasciato partire; ma prima l'ho persuaso, e così è stato contento di farsi portare in l'alloggiamento del Capitano de' balestrieri, come loco che non sia sospetto nè all'una parte nè all'altra, ma dubito che non camperà: pur se campa oggi, il medico dice che n'averà speranza. E quanto Pierino si affatica a voler far conoscere che il Casaia abbia colpa di questo movimento, fa altrettanto il Casaia per farmi vedere che se ho _sospetto che in ciò_ v'ha colpa, ch'ella sia di Pierino............. e che poi quando il tamburino venne a domandare la terra, venne seco un parente di Pierino pur da Fivizzano e parlò con un altro parente di Pierino da Barga che era qui lungamente, e poi quel da Barga parlò con Pierino, e Pierino gli fe' mandare da mangiare e da bere per sei compagni: e che poi che questa gente si fu ritirata a Camporeggiano, in Camporeggiano Pierino parlò lungamente col Capitano Todeschino che ora è qui ferito e ancora parlò con altri suoi parenti che erano nel campo di là. Queste cose son ben vere, ma non credo già che Pierino le facesse a male effetto; pur li suoi nimici le interpretano del modo che esso fa la lor partita, sicchè l'una parte e l'altra ha che dire, e così è come la intendo io. Voglio anche che V. Ecc. le sappia, perchè ne possa far quel giudicio che le pare, e come ho fatto pel passato sarò per far per l'avvenire, di avvisar sempre V. Ecc. di tutto quello che sento, e dir male e bene de l'una parte e de l'altra secondo i lor portamenti. Fin ch'io starò in questo officio non sono per avervi alcuno amico, se non la giustizia.
Ho fatto a Pierino e agli altri li ringraziamenti o comendamenti che V. Ecc. mi commette, chè ho lor letto la lettera di V. Ecc. ne le parti che appartengono a loro, avvenga che per una lettera di quella già serà fatto il medesimo.
_Ho scritto_ al Capitano di Fivizzano, e a quelli officiali _in Lunigiana_, e ho fatto far una grida publica che gli _uomini_ di Fivizzano e d'ogni altro luogo possano venire sicuramente in questa provincia. Ho fatto chiamare il parlamento per li _uomini_ de la Vicaria di Castelnovo, dove parlerò delle cose de li uomini di Silicagnana, et etiam di por sul generale la spesa fatta per questo movimento, secondo che V. Ecc. mi comanda. E lunedì anderò a far il medesimo a Camporeggiano, chè per quel dì ho fatto chiamare quelli altri a parlamento, dove parlerò e mi sforzerò che sia fatto provvisione alle rôcche de le Verugole. Del successo avviserò poi V. Ecc., in buona grazia de la quale mi raccomando intanto.
Castelnovi, penultimo iulij 1524.
Or ora son venuti due del paese di Lucca, che dicon tornare di Lunigiana, e riferiscono che le genti del Sig. Giovannino hanno presa una fortezza detta la Bastia ch'era tenuta inespugnabile, e questo per mezzo de li mastri che l'avean fatta, con certi _altri_, e che sono a campo a un altro luogo detto Monti del marchese Spinetta, e che quelli fanti dicono che avuti questi anderanno a Fossadinovo, ovvero torneranno in Carfagnana.[294]
CXLIX
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Perchè ho inteso che a Gurfigliano, in casa di quello prete Michele, sono alcune robe della buona memoria del conte Giovanni da Santo Donnino, rubate da quello Giovanni Maddalena; prego le V. eccelse S. voglino sequestrare quelle robe in mano a quello prete per inventario, acciocchè quelli che le ruborno non l'abbino a godere, e che le possino avere coloro a chi pervengano di ragione: e alla buona grazia delle prefate V. eccelse S. mi raccomando.
Ex Castronovo Carfagnane, die primo augusti 1524.
CL
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Sig. mio. Ebbi da V. Ecc. l'avviso come ella avea commesso al Capitano di Reggio che mandasse a Soraggio per pigliar quelli banditi ch'eran nella chiesa, ed io per essergli più presso a dar soccorso se bisognasse, mi mossi con li schioppettieri verso Camporeggiano e allora incontrai uno che mi diede una lettera di Giacomo di Pasino Capitano de li cavalleggieri di Reggio, per la quale mi avvisava che la sera dinanzi era giunto a Soraggio e avea trovato in la chiesa un figliolo e un nipote di Bastian Coiaio e altri compagni, circa X, e tutti li avea presi, e che li menava verso Reggio: ma il medesimo messo che mi diè la lettera mi disse che alla giunta di questo Giacomo di Pasino a Soraggio, Battistino Magnano e Margutte da Camporeggiano banditi e assassini pubblici eran con gli altri, ma che facendo lor spalle quest'altri che non eran banditi, se n'erano fuggiti, e che ci avean avuto tempo perchè avean veduto venire li balestrieri da lungi, imperocchè questa compagnia era giunta a Soraggio su le XXII ore: de la qual cosa ho avuto dispiacere che questo Giacomo non sia stato tanto avveduto, che non abbia saputo giungere di notte, o su l'alba, sicchè non s'abbia lasciato vedere prima che sia stato lor addosso. Io non so se l'abbia fatto scioccamente, o pur d'industria, perchè di poi m'è stato detto che la moglie di Bastiano Coiaio è parente di Giacomo di Pasino. _Sit quomodocumque_, io sento grandissimo dispiacere che quelli due ribaldi sieno campati. Donatello con un altro bandito detto Venturello s'era partito poco prima. Io non so che farà il Capitano di Reggio di questi che son stati _menati_ prigioni: non sarìa male di dar loro qualche ricordo, chè sempre non avessino a favorire e star con banditi: e forse chi li esaminasse intenderia da loro qualche andamento di questi ribaldi. V. Ecc. farà quello che gli parrà.
Ier sera fui alle Verugole, e trovai quella rôcca fornita _solo di tutti_ li disagi: ho detto al Castellano che mi mandi la _nota di quanto gli bisogna_...... Io non mi partirò da Camporeggiano dove sono ora, che gli farò provvisione di tutto quello che _occorrerà_; ma ho da far con mali villani. Ieri feci chiamare a parlamento perchè facessino provvisione di quattro guardie da _porre_ ogni notte in le Verugole: mi risposeno che non lo volevano fare perchè non erano obbligati, e che pagavano per quelle rôcche 4 bolognini il dì, e che toccava a V. Ecc. farle guardare, e non già ad essi: pur impetrai dopo molte parole che ne mandassino due per quindici giorni, tanto ch'io avessi scritto e avuto da V. Ecc. risposta, e difficilmente furon contenti. Come già quella può sapere, il luogo è grande e col suo salario compito si vi solea tenere 14 persone, sette per rôcca. Ora che la cosa è ridotta a cinque, male si potranno guardare, cioè quando accadesse qualche novità di guerra; ma quando fossimo liberi da quel sospetto, credo sieno assai: pur Bernardino dal Doccie non sta molto sicuro, mentre che queste genti del Signor Giovannino stanno in Lunigiana, che partendosi la sera potriano essere all'alba alle Verugole; e per questo m'ha pregato ed io son stato contento di dargli due di questi schioppettieri appresso. La provvisione più necessaria, che è di far murare una porta che non è molto importante, che serà più sicura che far di novo perchè è marza e guasta, e far conciar la cisterna, farò prima ch'io mi parta di qui; e ho pur disposto gli uomini che questo faranno a sue spese. Circa il resto io vederò li suoi capitoli, e quello che saranno obbligati vorrò che facciano. Del resto V. Ecc. serà prima avvisata che si faccia altra spesa. Qui ne la rôcca di Camporeggiano ho posto Santo Giacomello Castellano, la quale similmente è senza provvisione alcuna: di questa similmente, come di quell'altre, farò poi ch'avrò veduti li capitoli di questa Vicarìa: ma poca spesa farebbe questa Vicarìa non molto forte; e fortificata questa cognosco _che in queste parti_ non sariano di bisogno _altre fortezze nè di fare altra spesa_, e poi vi porrò due fanti finchè V. Ecc. mi avviserà _diversamente_. Altra persona non saprei che porvi, perchè nessuno del paese saria buono, nè nessuno vi vorria entrare, se non sapesse d'avere la provvigione di che V. Ecc. non me ne dà avviso alcuno. V. Ecc. scrive che manderà anco un Capitano a Camporeggiano, e non ha mandato se non quello de le Verugole. Non so quanto abbia determinato, ma dico ben secondo il mio parere che stava meglio un Castellano in la rôcca di Camporeggiano che in le Verugole per essere più utile a quelli uomini che in Camporeggiano stesse un poco di guardia che in le Verugole che è lor più lungi, ed anco mi pare che con poca poca spesa la rôcca di Camporeggiano si farìa molto più forte che quella de le Verugole, ed è di minor guardia assai; pur a quella stà di fare il parer suo. Ma riparato e provvisto a queste tre rôcche, Verugole, Camporeggiano e Sassi, meglio saria minar l'altre, o smantellare e aprire di sorte che banditi o altri nimici non vi potesson alloggiar dentro; ma meglio e più pace del paese saria a guardarle. Ecci anco la rôcca di Trassilico, che quando V. Ecc. non vi voglia porre altro Castellano, non sarìa forse mal fatto che il potestade vi stesse dentro, poi che a quella pare che 'l podestà abbia da stare a Trassilico, perchè vi starìa esso più sicuro e sarìa causa che quelli uomini la terrìano riparata, come sono obbligati; e intendo che è condotta a tal ruina, che forse il volere ripararla sarebbe oramai tardi: pur quando questa fosse volontà di V. Ecc. la anderei o manderei a vedere. Circa alle rôcche sia per ora detto assai.
Di quanto V. E. mi scrive di far salvo condotto a quelli banditi che per la lettera venuta da parte di questi uomini _era stata pregata, dirò a quella.... che l'intenzione del_ paese è stata di supplicare V. Ecc. che abbia per raccomandata questa provincia e per sua salute faccia le provvisioni necessarie, ma dimandare salvo condotto o grazia per Bastiano Magnano e Donatello e Venturello e certi altri assassini o di pessima sorte, V. Ecc. sappia che nè il Comune, nè uomo da bene è stato chiamato a questo, ma Pierin Magnano e Maestro Gian Piero e Aconzio, c'hanno fatto una lega insieme e voglion guidare ogni cosa a lor modo con Ser Evangelista or Cancelliero de la Comunità, hanno fatto questa lettera a V. Ecc., senza chiamar consiglio, e senza participazione d'alcun altro. Se questi ribaldi fosson banditi per uno omicidio o due soli, V. Ecc. potria compiacere, non dico il Comune, chè esso non domanda questo, ma ciascun di questi particolari: ma voler far grazia ad ammazzatori, publici assassini, e che non vivon se non di porre taglie, se tutto il mondo ne pregasse V. Ecc., quella non lo dovria fare. Il balestriero che fu mandato di qui con lettera di credenza è uomo da bene per soldato, ma è tanto di questa parte taliana per aver moglie una parente di Ser Evangelista, ch'io dubito ch'abbia detto a V. Ecc. a favor d'una de le parti e a biasimo de l'altra più che non richiede il dovere, e massime ch'abbia fatto grandi li meriti di questi banditi, li quali se son venuti in favore di questo paese V. Ecc. non creda che sia stato perchè gli siano tanto affezionati più degli altri, ma per difensione de la lor fazione, vedendo che con li nimici veniva il Cornacchia e li figlioli di Pier Madalena, e quelli da Pontecchio, cioè Ulivo e il fratello _che sono_ lor nimici capitali: pur e di questa come de l'altre cose mi rimetto a V. Ecc......
Or ora ho avuto avviso che 'l Capitano Todeschino che fu ferito è morto. Un che gli attendeva ne la sua infermitade e a chi io aveva commesso che meglio che potea si sforzasse di cavarne quel che l'avea mosso a venir in qua, mi ha riferito che sino alla morte è stato nel fermo proposito che 'l Sig. Giannino nulla ne sapea, ma che quel giudice da Fivizzano l'avea mosso, con speranza che, succedendo le cose _ad vota_, il Sig. Giannino dovesse essere contento e pigliar questa escusa che li uomini l'avesson chiamato. Io scrissi a V. Ecc. che la Bastia era perduta; di poi hanno avuto monte di Simone dove hanno preso il marchese Spinetta e moglie e figlioli. Si dice che v'è stato tradimento. Son per ire a Fosdinovo, dove il marchese Lorenzo si fa forte ed ha aiuto da San Giorgio.[295] Altro non occorre. A V. Ecc. mi raccomando.
Camporegiani, 2 augusti 1524.
CLI
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini etc_. Ho visto quanto le V. eccelse S. scriveno: le ringrazio del buono animo. È ben vero che io prego quelle, che la medesima commissione hanno dato al suo vicario di Castiglione, la voglino ancora dare al vicario del Borgo, di Camaiore, ed altri suoi officiali; che scadendo che quelli tali li capitasseno alle mani, tengano via di averli e pigliarli. Circa quello che le prefate V. eccelse S. mi scriveno della commissione data al suo bargello di venire dove accaderà, per adesso la grazia del mio illustrissimo Signore mi ha dato braccio, che se capitano in queste parti, da poterli castigare. Ho parlato a bocca con il suo vicario di Castiglione, e conferito l'ordine si ha a tenere acciò la cosa abbi effetto: e alle V. S. di continuo mi raccomando.
Ex arce Camporeggiani, die 2 augusti 1524.
CLII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Ieri, essendo a Carreggine, mi venne un messo di V. S. con sue lettere, per le quali mi avvisano, come li cavalli e fanti mandati dal governatore di Reggio avevano preso a Soraggio alcuni banditi di V. S., e che io facessi intendere al detto governatore le convenzioni e capitoli che sono fra V. S. e il mio illustrissimo signore; e io, come sempre, desideroso di fare piacere e servizio a quelle, per il medesimo messo scrissi al governatore in buona forma, e non dubito che non faccia il medesimo ch'io ho fatto per il passato e sempre sono per fare, purchè si trovi essere vero che in questi, che il capitano del governatore ha menato a Reggio, siano quelli banditi di V. S.; ma nella lista che mi mandò il detto capitano, quando si partì da Soraggio, già non era nominato quel Jeronimo. Pure credo che _oculata fide_ il governatore di Reggio farà vedere al messo di V. S. tutti questi prigioni, acciò che conoschi li suoi banditi, se vi sono; ed essendovi, e non li volendo il governatore dare (il che però non credo), io sono per scrivere cento lettere non che una all'illustrissimo Signore mio, acciò che V. S. abbino il suo intento. Bene le prego, che per fare la volontà mia, che ho verso quelle di buona optima[296] che l'officio c'ho sempre fatto e sono per fare per quelle, esse all'incontro vogliano fare per me, di porre qualche industria di far pigliare e darmi nelle mani Battistino Magnano di Castelnovo e Margutte da Camporeggiano suo compagno, li quali intendo che spesso si riducano in Tramonte e su quel di Castiglioni, e vanno villeggiando per le terre di V. S.; che più facilmente riusciria a V. S., delle quali non hanno sospetto, a farli pigliare, che a me dal quale si guardano con troppo vigilanza, massimamente al presente che il signore mio m'ha mandato 25 stioppettieri a piedi, oltra li cavalli ci ho per ordinario. Quando V. S. mi faccino uno piacere di questa sorte, stiano secure, che quello c'hanno di me in maggior parte al presente, averanno poi in tutto, sì che non meno potranno disporre di me e di questa provincia in cosa di giustizia, che possa lo illustrissimo Signor mio. In buona grazia di V. S. sempre mi raccomando.
Camporeggiani, 5 augusti 1524.
CLIII
AGLI OTTO DI PRATICA IN FIRENZE
_Magnifici et excelsi domini mihi observandissimi_. Li esibitori di questa, Barone e Corsetto da Vagli di sopra, vengono a V. S. per far loro intendere, in nome del suo Comune, di certe bestie che fur lor tolte dagli uomini de la Cappella del capitaneato di Pietra Santa; di che esse forse debbono essere informate, chè di questo anco l'anno passato, quando fu il caso, lo Ill.mo Signor mio scrisse a Vostre Signorie, o fosse alli predecessori suoi; e quelle mi par che commettessino, che a questi nostri di Vagli fosson le bestie restituite, o che essi fosson soddisfatti del prezzo: ma tal commission non fu però eseguita. Ma che ne fosse causa, li detti uomini mandati riguaglieranno Vostre Signorie, le quali prego dieno lor buona udienza e indubitata fede, perchè non sono per esporre se non la verità; e che appresso nella differenza c'hanno per certi lor paschi con detti uomini de la Cappella, che sia lor servato quello che per antiqua composizione (come appare per li contratti che son fra l'un Comune e l'altro) è stato lungamente in uso, e le parole del contratto sieno interpretate per la equità e non con cavillazioni, sì che tranquillamente possano vicinare insieme. Ho fede nella benignità di Vostre Signorie che si degneranno ascoltare le ragioni di questi nostri, e non tollereranno che sieno trattati con tal violenza da questi de la Cappella; li quali per esser sotto la protezione e favore di Vostre Signorie si arrogano più di autorità, che non credo che sia volontà di quelle ch'abbiano. Che se bene per essere suoi sudditi li hanno cari, non credo che però abbiano men cara la giustizia. Credo che di questo anco a Vostre Signorie scriva il capitano suo di Pietra Santa, il quale è assai informato della cosa, e mi confido nella prudenza e bontà sua, che farà relazione della verità. E in buona grazia di Vostre Signorie sempre mi raccomando.
Castelnovi Carfignanae, 29 augusti 1524.
CLIV
AI MEDESIMI
_Magnifici et excelsi Domini mihi observandissimi._ Io ho dato commissione agli esibitori di questa, che poi che delle sue faccende, per che vengono, avranno parlato a Vostre Signorie, che anco da mia parte faccian loro intendere uno assassinamento fatto ieri a un pover uomo di questa provincia (appresso gli altri grandissimi, che a' dì passati gli avevan fatto) da alcuni ribaldi da Barga, e in specialità da uno detto Matteo del Mazone. Prego Vostre Signorie che circa questo prestino lor fede, quanto a me proprio; e che appresso, intesa la cosa, ne faccian quella dimostrazione che merita la giustizia, e io ho fede che sieno per fare, sì che questi da Barga ne piglino tal esempio, ch'ogni dì non abbiano questa provincia in preda. In buona grazia delle quali sempre mi raccomando.
Castelnovi, 29 augusti 1524.
Ho preso informazione, e intendo che col detto Matteo era un detto il Moro del Pazaglia, Luchino di Paolo d'Ochi e un detto Coietto, e altri, di chi non so il nome.
CLV
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini, domini observandissimi etc._ A' giorni passati scrissi a V. S. di certe robe e forzieri sono appresso quel don Michele rettore della terra vostra di Gurfigliano; le quali sono robe tolseno quelli tristi che assassinorno quella povera donna del conte Gian Maria da Santo Donnino e il figliuolo, che le portorono là; e V. S., per sua grazia, per sue lettere commisseno a detto prete le tenesse appresso di sè, nè le dovesse dare senza licenza di quelle. Il perchè queste robe, se sono di quelle del conte, si spettano alli frati e monache qui di Santo Francesco, che sono eredi, e a uno altare: se anco sono di quelle di quelli assassini, si spettano alla camera del mio illustrissimo Signore. E perchè quelli ribaldi su ciò molestano il prete, e le vorrebbeno; per tanto, acciò non si possino gloriare di avere la roba e morte le persone, e che la sia data a chi si spetta, V. S. siano pregate, e anco per la giustizia, commettere al suo magnifico vicario di Castiglioni, mandi per dette robe per parte di quelle, e me le facci portare qui a me; e io molto bene farò pagare li portatori; e a V. S. mi raccomando, offerendomi _ad similia etc._
Castelnovi Carfagnane, 7 septembris 1524.
CLVI
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Io ebbi grandissima allegrezza, quando io viddi passare di qui le genti di V. S.; ma maggiore, quando per lettere di quelle, e per una del suo magnifico commissario mandato a Castiglioni, ho inteso che sono mandati ad effetto di reprimere la temerità di alcuni omicidiali sudditi suoi, e anco di questa provincia, che sono tutti una lega. Io sarò insieme con il commissario di V. S. spesso, e con lettere e in persona; e in tutto quello che io potrò, per operare che la violenza non possa più della giustizia, non mancherò; e V. S. stiano sicure, che non meno ponno disporre di me che di uno suo deditissimo, perchè così è la volontà dello illustrissimo Signor mio, e appresso la inclinazione mia e osservanza che ho verso quelle, in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 19 septembris 1524.
CLVII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini, domini observandissimi etc._ Per altre mie quali scrissi pochi giorni fa a V. S., e circa quelle robe furono tolte a Santo Donnino per quelli che assassinorno quella povera donna del conte Giovanni e il suo figliuolo, le quali robe si ritrovano in Gurfigliano, terra di V. S., appresso di quello prete Michele rettore lì, e pregai V. prefate S. volessero commettere al suo magnifico vicario di Castiglioni, che mandasse per dette robe, e me le facesse condurre qui a me, che io farei satisfare alli portatori; e questo per essere robe tolte in el mio commissariato, e che si spettano a frati, monache, e uno altare lì in Santo Domenico; e per quanto mi hanno riferito li frati qui, dicono aver avuto da V. S. che quelle risponderebbeno a me, e che si contentavano veder le ragioni di detti frati, monache e altare: pertanto per questa mia faccio noto a V. S. che io ho visto li testamenti e del conte Carlo vecchio e del conte Giovanni suo figliuolo ultimamente fatti per cadauno di loro, abbenchè per certi altri vostri cittadini costì e della casa di Santo Donnino mi fusse mostrato un altro testamento di detto conte Carlo, il quale per l'ultimo suo prefato fu ed è annullato; e per adesso mando a V. S. la copia dell'ultimo testamento del conte Giovanni, per virtù del quale dette robe si spettano a detto altare, frati e monache, acciò quelle siano chiare, che senza causa licita e onesta non mi sono mosso a così richiedere V. S., le quali so che per giustizia e conscienza non sono per mancare alle giuste domande: e così le prego di nuovo, voglino fare ordinare, per quel miglior modo a loro parerà, che io abbi queste robe per distribuirle a chi giustamente si pervengano. E a quelle mi raccomando e offero.
Castelnovi Carfagnane, 20 septembris 1524.
CLVIII
AI MEDESIMI
(inedita)[297]
_Magnifici ac potentes Domini mei observandissimi._ Hercole Saltarello, nostro gentilhomo ferrarese, per sue lectere et per homo mandatomi a posta, mi pregha con grandissima instantia ch'io facci opera di acconciarlo con Y. S. per soldato, overo per capo di qualche cavalli leggieri o fantarie, et nel suo scrivere monstra che crede V. S. siano per fare molto per me. Io perchè non posso negare alli amici, maximamente che siano homini da bene, alcuna cosa che mi ricerchino, ancora che la mia domanda mi paia un poco temeraria, ho più presto voluto incorrere in colpa di presumptione che di ingratitudine verso di amici et compatrioti mei, sì che V. S. mi perdoneranno s'io parrò troppo audace, et per loro humanità più che per miei meriti saranno contente, potendolo fare senza loro incommodo, di dare ricapito per mio amore a questo homo da bene, per il quale io prometto che sarà fedelissimo, et lo conosco per valente et discreto et per fare honore a chi l'havrà a V. S. rachomandato: in buona gratia delle quali mi rachomando sempre.
Castelnovi, XIII oct. 1524.
D. V. S. obser.mo
LOD.O ARIOSTO.[298]
CLIX
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Già sono molti giorni e mesi passati, che, essendo ad instanza delli uomini di Gello stato ritenuto a Lucca uno delli nostri uomini delle Fabriche, il mio illustrissimo signore scrisse a V. S. quanto per la annessa copia esse si potranno ricordare; e V. S. furno contente farlo rilasciare, e parve che ponesse silenzio a questa differenza, perchè da quel tempo in qua non se n'è poi sentito altro. Or di nuovo mi riferiscono li nostri uomini di Valico di sotto, che pure per tal causa e per la medesima instanza uno delli suoi uomini è stato sostenuto al Borgo: per questo mi è paruto, più presto che consentire a loro volontà che dimandavano di fare ripresaglia d'alcuno delli sudditi di V. S., di ricordarli con questa mia, quanto questa cosa sia per dispiacere allo illustrissimo Signor mio, quando la intenda, e pregare e domandare di grazia a V. S., delle quali sono deditissimo, che siano contente di commettere che questo nostro sia subito relassato, e commettere alli suoi uomini di Gello, che desistano da questa impresa; e più presto quietamente e di concordia è da trattarla con lo illustrissimo Signore mio, che di nuovo si facci rivedere questa causa; chè, per quello che già fu fatto, sua Eccellenza si tiene avere riceputo torto, e il suo commissario non si portasse molto bene. Di questo prego di nuovo V. S., alle quali sempre mi raccomando.
Castelnovi, ultima octobris 1524.
CLX
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Ricercato da questi mercatanti reggiani, li quali desidereriano intrare in Lucca, fo fede a V. S., come quasi ogni giorno ho lettere dal capitano di Reggio, e da' miei amici particolari, che mi avvisano di ogni cosa che accade in quella terra, e non sento, per lettere che vengono di là nè per persone, che vi sia alcuno sospetto nè pericolo di peste. Altro non occorre: a V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 8 novembris 1524.
CLXI
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Io non ho dal signore Duca mio avviso alcuno di questo passaggio del Duca di Albania, nè da un commissario di sua Eccellenza che intendo essere con il detto Duca d'Albania, e me ne maraviglio forte. Dalli uomini di Silano, per lettere e per relazione a bocca di 3 delli miei che vi ho mandati a posta, ho inteso come iersera a ore due di notte arrivò a Silano uno terriero del detto Duca, che domandava vettovaglia per 14m. persone tra piedi e cavallo; e che questa sera, che serà alli 30 di decembre, arrivaranno a Silano. Ora io mando due altri nomini per avere più chiara informazione; e a V. S. mi raccomando.
Castelnovi, penultimo decembris 1524.
CLXII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. È accaduto a questi dì, quando la gente del Duca di Albania passorno per questa provincia, che alcuni soldati presero a Vitiana uno delli nostri, il quale andava drieto il campo per pigliare denari; che, per quanto ne ho relazione da uomini degni di fede, è giovane da bene; ma quelli soldati, o per rubarlo o per qualche suspizione che a loro nascesse, lo presero, come ho detto, e legaronlo, imputandoli che era delli banniti di questo paese, e che andava drieto al campo per fare qualche tristizia. Di poi accadde, che giungendo a Diecimo, incontrando uno suo parente detto Cristoforo di Lucca da Dessa, ed essendo da lui conosciuto, fu per opera di colui aiutato e favorito in modo che se ne fuggì. Pare che dalli prefati soldati sia stato fatto relazione a V. S., di sorte che hanno fatto pigliare il detto Cristoforo siccome uno commettitore di grandissimo fallo per avere liberato costui. Io fo fede a V. S. che questo che prima fu preso, nominato Battista di Gio. Andrea da Sassi, è di buonissima famiglia, nè da chi lo conosce è reputato se non per giovane da bene, e non ha bando nè condennazione alcuna; sì che nè quell'altro che l'ha liberato ha commesso per questo grande errore: onde io lo raccomando a V. S., e le prego che se non l'hanno ritenuto per altra causa, siano contente per amore mio liberarlo: in buona grazia delle quali sempre mi raccomando.
Castelnovi, 13 ianuarii 1525.
CLXIII
AGLI OTTO DI PRATICA DI FIRENZE
_Magnifici et excelsi domini, domini mihi observandissimi_. Credo che a Vostre Signorie sia a mente, che alcuna convenzione è tra esse e lo Ill.mo signor Duca mio di non permettere che li banditi del dominio dell'uno stiano su quel dell'altro. La qual convenzione, poichè per il prefato Signor mio mi fu notificata, ho sempre integramente osservata in questa provincia a me da Sua Eccellenza commessa; chè li banditi di cotesta eccelsa Repubblica ho avuto nel medesimo conto ch'io ho li banditi e ribelli di Sua Eccellenza; e quanto più mi pare di fare il mio debito, tanto mi dà più da dolere il non mi vedere rendere il cambio. Già molti dì sono mi dolsi con Vostre Signorie che in Fivizzano, e nel suo capitaneato, era dato ricapito ad alcuni che di qui eran banditi per omicidii e assassinamento fatto in le persone del figliolo e della madre delli Conti di san Donnino; e da Vostre Signorie mi fu risposto che circa a questo avevan scritto al suo Commissario di Fivizzano, come avesse da fare. Ma qual fusse tal commissione e come quel Commissario avesse da fare, io non potei saper mai; se non che vedendolo pure perseverare in patire che tali ribaldi stessino in la sua provincia, mi pensai che così fusse di mente di Vostre Signorie, e mi stetti senza replicare altro, persuadendomi, che per qualche ragionevole rispetto esse volessino così; e mi bastò che quelle fussino da me state avvisate. Così voglio fare ancora al presente: notificare ad esse, che uno detto Bernardello da Ponteccio, bandito di questa provincia per tanti omicidii, furti, assassinamenti e violenze d'ogni sorte, che a volerle esplicare non basteria nè questo nè dieci altri fogli appresso; poichè non trova più ricapito altrove; chè non è luogo qui intorno dove non abbia fatto qualche enormissimo delitto; si è ridotto a Fivizzano, e per quanto mi ha riferito chi lui, e due suoi compagni non migliori di lui, l'un detto Pellegrino e l'altro Rafaello, ha veduti su quello mercato, hanno il salvocondotto da quel Commissario di starci sicuramente. Io n'ho voluto dare avviso a Vostre Signorie, e supplicarle, che se non è di suo consenso che ci stiano, e che si manchi delli capitoli e convenzioni, sieno contente per amor della giustizia di commettere che questi tre assassini famosissimi sieno presi, e fare che sia di loro eseguito secondo il merito; chè mi rendo certo che anco nel dominio di Vostre Signorie abbino commesso più di un delitto notabile, e quando qualche rispetto ritenesse quelle da far questo effetto, almeno comandino che siano cacciati, e non patischino che tal peste infetti il suo paese. Se anco per qualche causa (che io non so) a Vostre Signorie piace che abbino ricapito e favor su 'l suo, io non sono per oppormi alla volontà loro, e mi basterà che non sia mancato per me di non averne dato avviso: e se bene non serò ricambiato circa questo officio e debito, non resterà per questo ch'io non osservi, quanto dal mio Signore illustrissimo mi è stato imposto, di avere li banditi e ribelli di Vostre Signorie come capitali nimici di Sua Eccellenza, e che in questa e in ogni altra cosa ch'io possa, io non studi di sempre gratificare Vostre Signorie; in bona grazia delle quali sempre mi raccomando.
Castelnovi, 17 ianuarii 1525.
CLXIV
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini, domini mei observandissimi_. Uno Paolino da Molazzana e uno Cecchino da Colomini sono ricorsi a me come, per lo officio che io tengo, loro protettore, che io preghi V. S. e li raccomandi due, l'uno figliuolo de l'uno, e l'altro fratello de l'altro; li quali esse hanno in pregione per essersi trovati con certi altri, che andavano drieto al campo del Duca di Albania a partecipare di certa carne; di che V. S. debbono essere meglio informate che me. Quando il loro delitto sia piccolo, come questi me lo narrano, che non si sieno trovati ad ammazzare le bestie, ma a pigliare della carne poi che sono state morte, li raccomando a V. S.; tanto più che essendo essi ancora soldati della compagnia di Betto Cartolaro, come questi mi dicono, l'avevano fatto con più sicurtà: sì che, essendo così, prego V. S. che per mio amore non li faccino patire per altri più di quello che merita la loro colpa; che quando fussino stati principali a questo o altro delitto notabile, io non sarei per pregare per loro, anzi mi dolerei che la giustizia non avesse suo loco. In buona grazia di V. S. sempre mi raccomando.
Castelnovi, 18 ianuarii 1525.
CLXV
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini, domini mei observandissimi._ Le S. V. vederanno quanto a quelle, e similmente a me per le qui allegate, scrive il capitano di Reggio circa di quelli assassini presi dal barigello di V. S.; di che, quando al detto capitano sia stato referito la verità, come scrive, prego V. S., per amore della giustizia, siano contente darceli in le mani; chè cosa più grata non potriano fare allo illustrissimo Signore mio: e a quelle in buona grazia del continuo mi raccomando.
Castelnovi, 2 februarii 1525.
CLXVI
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Io sono per eseguire quanto V. S. mi ricercano, di fare publicare la taglia in contra quel Jeronimo da Castiglione ad ogni loro requisizione; nondimeno, perchè da alcuni giorni in qua il mio capitano delle genti che ho qui è in pratica con certe spie che li promettono di darglielo in le mani, mi pare, così parendo anche a V. S., di soprasedere alquanto, e vedere lo effetto che farà questa spia: che se al fine le promesse riusciranno vane, sempre si potrà venire a questa publicazione. Il detto Jeronimo non si trova al presente, per quanto mi è riferito, nel paese; e questo saria uno avvertirlo che non ci venisse, e che non si fidasse di venire in questa ducale provincia: pure al più savio parere di quelle mi riporto; in buona grazia delle quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 12 februarii 1525.
CLXVII
AI MEDESIMI
_Magnifici etc._ Alcuni nostri da Carreggine erano iti al Borgo, e avevan comprate due some di farina di castagne per portarsele a casa, non sapendo che ci fusse divieto alcuno questo anno, sì perchè loro parea che questo anno è assai buona ricolta, e che le cose dovessero essere più larghe del solito, sì ancora perchè vedevano che di questa ducale provincia si lascia estraere alli sudditi di V. S. ciò che vogliano: e mentre che le some si caricavano, che ancora non si erano partite dal loco, dalla famiglia di quel vicario fur loro levate le bestie e le some, sì come côlte in frodo. Io ho voluto ricorrere a V. S. sì come a quelle che mai m'hanno negata grazia ch'io abbi loro domandata, e pregarle che faccino rendere a questi poveri uomini la sua roba; che prima intendo, che questo anno non è stato fatto divieto alcuno per bando, o per altra via, che s'abbi potuto intendere che le robe che si vogliono per uso suo non possino ire fuora; e poi queste some sono state prese prima che si siano partite del loco, chè pure, quando apparisse che ci fusse frodo, l'uomo suddito delle S. V., che le ha vendute a persone che non le possano estraere, doverìa essere punito; chè esso non può avere la scusa di non sapere li ordini, come per la verità l'hanno questi nostri di Carreggine, chè questi sono forestieri e non sanno quello che di tempo in tempo, secondo li bisogni, sia determinato. In somma, io prego V. S. che quelli boni portamenti che tuttavia io uso verso li suoi sudditi, anco esse voglino che siano usati verso quelli del mio illustrissimo Signore: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 24 februarii 1525.
CLXVIII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ Altra volta scrissi alle V. S. in recomendazione del presente latore, che è Gemignano di Cristoforo da Riccovolto abitante a Coreglia, quale era incorso in certa pena per cavare robe dal distretto delle S. V.; e, secondo che esso mi riferì, le S. V. erano contente per amor mio lassarli la parte toccava a quelle, pure che fusse d'accordio con li daziarii, e parmi che costui per povertà non abbi satisfatto li daziarii; e di nuovo è stato preso: pertanto prego le S. V, che quello che per amor mio lassavano a questo nostro suddito a quel tempo, o vero il Collegio che allora era, di volerlo fare ancora adesso, offerendomi in queste e in cose maggiori sempre al beneplacito delle S. V.: alle quali sempre di buono core mi raccomando.
Ex Castronovo Carfagnane, ultimo martii 1525.
CLXIX
AI MEDESIMI
_Magnifici etc._ Ho visto quanto V. S. mi scriveno in recomendazione di Bartolomeo e Girolamo Mariani dal Borgo; le S. V. sanno che mi possono comandare: io non sono per mancare del debito mio, e prestare tutto quello favore a quelli suoi, che per me giustamente si potrà, con breve espedizione, come sono obbligato per amore delle prefate V. S.: alle quali di buono core mi raccomando.
Ex Arce Castri novi, 27 aprilis 1525.
CLXX
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ A questi giorni ho ricepute due di V. S., una delli 8, l'altra de' 12 del presente, per le quali mi avvisano li mali deportamenti che fanno quelli di Valico di sotto alti suoi di Coreglia e di Motrone; il che mi è dispiaciuto sommamente: ma non mi meraviglio di quelli di Valico, perchè alli giorni passati hanno avuto ardire di volere mettere mano alli nostri balestrieri che erano andati là per fare certe esecuzioni. Sono certo che il mio Signore ne farà dimostrazione verso loro, come già m'ha scritto sua Eccellenza: ho mandato a chiamare quelli tali che V. S. mi mandorno nominati in una sua lista, quali oggi hanno mandato qui a me due suoi incaricati, per intendere la causa perchè io li chiamo: ho detto loro che io voglio che comparischino personalmente: comparendo o no, procurerò contra di loro a quanto vorrà la giustizia, nè mancherò di fare tutto quello potrò, se aranno fallito, di punirli, come sono obbligato per le V. S. e per la ragione. Circa quanto V. S. mi scrivono di Belgrado, arìa grandissimo piacere fusse relassato di prigione, e che V. S. pigliasseno da lui la sicurtà conveniente al grado suo di vicinare bene con li suoi sudditi, che io ci veggio male ordine che lui trovi sicurtà di 400 o 500 ducati, ma sì bene una sicurtà onesta, e così lo recomando alle S. V.: alle quali mi raccomando.
Ex Castronovo Carfagnane, die 14 maii 1525.
CLXXI
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ È stato qui da me uno Bernardo Guassello da Castiglioni, suddito di V. S., e dice, che mandando alli dì passati una soma di capretti a Lucca suso un asino, quale aveva tolto in presto da una vedova da Ponticosi, li fu levato da certi di Aquilea, allegando che lo asino è loro; e parmi che costì in vescovato sia stato giudicato l'asino essere di quelli di Aquilea; adesso dice la causa essere davanti le S. V.: e perchè io ho parlato con quelle due prove da Ponticosi, e anco con delli altri, che la verità è, che l'asino è quello di quella vedova, e che lei glielo prestò, e che già sono 3 anni che lei il comprò, prego le S. V. che, se bene costui non ha indotto tante prove come li suoi avversarii, e questo per la incomodità e spese, che quelle si voglino aderire alli più degni, perchè questi dei Ponticosi sono uomini da bene e uomini che non diriano questo, se non fusse la verità; e che perciò non permettino sia fatto torto a questo suo, come sono certo faranno: alla buona grazia delle quali mi raccomando.
Ex Castelnovo Carfagnane, die 24 maii 1525.
CLXXII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Verrà dalle S. V. prete Giovanni da Mulassana, e narrerà a quelle li mali portamenti di prete Martino da Vergemoli, e massime il minacciare li fa d'andarli alla casa con gente, se lui non si accorda seco: e perchè sono certo che le S. V. amano la giustizia, e non hanno men caro li sudditi del signor Duca che li suoi proprii, prego quelle che voglino fare qualche provvisione che quel prete Martino non li abbi ed innovare cosa alcuna, e che sia il vescovo che giudichi fra loro, e non le armi, perchè ne porria resultare qualche grande scandalo. Circa quelli di Valico, in risposta dico alle S. V., che, trovandomi alla fine del mio officio, non passeranno 8 o dieci giorni che io verrò costì in persona, e menerò meco qualche uomini di Valico, e avanti che io parti di costì piglieremo quel più espediente modo che parerà alle S. V., acciò che innanzi che io parti di qua, si operi questo bono effetto che esso Belgrado sia liberato, e quelli di Motrone e di Valico restino boni amici. E alle S. V. mi raccomando.
Ex Castronovo Carfagnane, 29 maii 1525.
CLXXIII
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Anco che per un'altra mia io abbi differito con le S. V. di parlare con esse, circa al caso di Belgrado, alla mia venuta costì, sono stati poi da me questi di Valico, e hannomi detto, che altre volte hanno menato costì a Lucca li loro pagatori del suo territorio, e quando sono stati costì, gli è stato detto nelle orecchie si vadino con Dio, _adeo_ che questi di Valico si diffidano di potere trovare pagatore nel territorio di quelle, perchè questi suoi temeno che se entrano pagatori per Belgrado, non fare dispiacere alle S. V.; ma mi propongono un altro modo, che li suoi di Mutrone dieno le sicurtà loro nel territorio delle S. V., e li di Valico nel paese, quando bone e sufficienti, e che l'una sicurtà e l'altra si obbligano in forma camerale: sì che V. S. si degnino avvisarmi quello loro pare, perchè potriano passare 12 o 15 giorni innanzi che io potessi venire costì, e averia più caro di venire con risoluzione che in confuso. E a V. S. mi raccomando.
Ex Castronovo Carfagnane, 30 maii 1525.
CLXXIV[299]
AL DOGE DI VENEZIA
Ser.mo Principe et Signor mio Ex.mo Supplicai alla Serenità Vostra nel 1515 a dì 25 ottubrio[300] io devotissimo servo suo Ludovico Ariosto nobile Ferrariense, et familiare dell'Ex.mo S.r Duca di Ferrara, come havendo già alcuni anni con mie longe vigilie et fatiche per spasso et recreatione de Signori et persone de animo gentile composta una opera di cose piacevole et dilettevole di armi et amor, chiamata _Orlando furioso_, et desiderando alhora ponerla in luce per solazzo et piacer d'ognuno, che mi concedesse gratia, la qual etiam obtenni da essa et dal Collegio suo, che niuna persona nè terriera, nè forestiera di qualunque grado esser si vogli ardisse nè presumesse in le terre et loci del dominio di Vostra Sublimità de stampar nè far stampar in forma alcuna di littera nè di foglio grande, piccolo, nè piccolino, nè che potesse vender nè far vender ditta mia opera senza expressa licentia et concessione de mi supplicante author di essa, sotto pena di perder tutte tal opere, che si attrovasseno stampate et de ducati mille per cadauno che le avesse stampate, o fatte stampar, vendute o fatte vender, la mità della qual pena fosse applicata a chi piacesse a Vostra Sublimità, et l'altra mità cum li libri stampati o venduti a mi Ludovico prenominato. Et perchè per nova leze Vostra Serenità ordinò, che tal gratie non fossono viridice se non fussero approbate per lo Ex.mo Conseglio de Pregadi, questa mia opera è stata stampata da molti incorrettissima,[301] onde mi è stà necessario prender fatica di correggerla, et anchora la ho riconzata et riformata in molti loci. Et volendola ora dar fuori cum queste nove corretione,[302] supplico alla Sublimità Vostra, che la istessa gratia, che mi concesse del 1515 a' 25 di ottubrio, come ho ditto di sopra, se degni hora confermarmi, et de novo conceder in questa mia opera cussì corretta et emendata, sì che niuno nè terrier, nè forestier di qualunque grado presuma di stamparla o farla stampar, nè venderla o farla vender cum queste corretione nove in le terre, loci, et dominio di Vostra Ill.ma Signoria mentre ch'io vivo, senza mia expressa licentia et concessione; sotto le dette pene ut supra specificate nella gratia concessami per Vostra Serenità con el suo Collegio del 1515 preditto. Alla gratia della qual humiliter mi ricomando.
_Die dicto (7 genn. 1527)._[303]
_Quod suprascripto supplicanti concedatur quantum petit._
_De parte_ 126 _De non_ 14 _Non syncere_ 3
MARINUS MOLINO DANIEL RHENER IO. EMILIANUS ALOY.S MOCENICUS eqs. MARCUS MINIUS FRANC.S DONATUS eqs. _Consiliarii_.
_Facte fuerunt lit. patentes die 14 mensis suprascripti 1527._
CLXXV
A MESSER PIETRO BEMBO
Virginio mio figliuolo viene a Padova per studiare. Io gli ho commesso, che la prima cosa che faccia, venga a far riverenza a V. S., e si faccia da lei conoscere per suo servitore. Io priego V. S., che dove gli sarà bisogno il suo favore, sia contenta di prestarglielo; e sempre che lo vedrà, lo ammonisca ed esorti a non gittare il tempo.[304] Alla quale mi offro e raccomando sempre.
Io son per finir di riveder il mio _Furioso:_ poi verrò a Padova per conferire con V. S., e imparare da lei quello che per me non sono atto a conoscere. Che Dio conservi sempre.
Ferrara, alli 23 febraro 1531.
Di Vostra Signoria Servitore, LODOVICO ARIOSTO.
Fuori — _Al Reverendiss. Monsignor Pietro Bembo_.
CLXXVI (inedita)[305]
AL CONTE NICOLÒ TASSONE D'ESTE[306]
Signor Conte mio hon.mo Vostra Signoria non si gravarà s'io le darò fatica, chè l'humanità sua verso di me mi daria ardire di affaticarla in molto maggior cosa di questa, con fidutia che non meno la faria volentieri che io haveria piacere ch'ella lo facesse. Io vorrei stampare di nuovo il mio _Orlando furioso_ acciò che io gli emendassi molti errori, che, oltra quelli che per poco diligentia vi ho fatti io, hanno fatto ancora li stampatori; et anche vi ho fatto alcune aggiunte che spierò che non spiaceranno a chi le leggerà. Et perchè vorrei essere sicuro che li stampatori non l'havessino a stampare contra mia volontà, prima ch'io lo stampisca, ho ottenuto da quasi tutte le potentie d'Italia che finachè viva nessuno lo possa stampare senza mia licentia. Io vorrei ancho ottenere il medesimo da l'Illu.mo Sig.r Duca di Milano, et così prego Vostra Signoria che sia contenta d'impetrarmi questa gratia da Sua Excellentia, et acciò sia informata di quello che vorrei, le mando qui annessa una copia de la lettera che circa questo mi ha fatto il Sig. Duca di Mantova.[307] Di questo io la priego strettamente, alla quale mi offro et raccomando sempre, e la prego che mi raccomandi in bona gratia del Sig. Conte Massimiano.[308]
Ferrariae, XIX iunii 1531.
Di Vostra Signoria
LUDOVICO ARIOSTO.
CLXXVII
AL MARCHESE DI MANTOVA
Ill.mo ed Ecc.mo Sig. mio osserv.mo Essendo io in procinto per mandare di nuovo a stampa il mio _Orlando furioso_, e per questo bisognandomi far condurre da Salò quattrocento risme di carta, supplico Vostra Eccellenza che sia contenta di commetter che per le sue terre possa esser condotta liberamente senza pagamento di alcun dazio, sì come anche la felice memoria del Marchese suo padre mi concesse di poterne condurre fin alla somma di mille risme, della qual somma io mi feci condurre solo risme duecento. E perchè non reputo che Vostra Eccell.a m'abbia per manco servitor suo che m'avesse il padre, con non minor fiducia ricorro a quella, e la supplico che mi faccia questa grazia; e non solo per questa volta, ma per sempre che mi accadrà di stampare: chè se ora ho aggiunto da quattrocento stanze al detto libro, spero ad altra addizione di aggiungervene molte più: e come in questa ho nominato Vostra Eccell.a con qualche laude, non sono anco per tacerla nell'altra. Io fo pensier anco di stampare alcune mie cosette; sicchè quella non voglia tenermi per importuno e poco discreto se sempre ch'avrò bisogno di carta domanderò a quella il transito per le sue terre libero: in buona grazia della quale umilissimamente mi raccomando sempre.[309]
Ferrariae, XV januarii MDXXXII.
Di Vostra Eccellenza
Ossequiosiss.o servitor, LUDOVICO ARIOSTO.
Fuori — _All'Ill.mo ed Ecc.mo Signor mio osservandiss.mo il Sig. Duca di Mantova._
CLXXVIII
A GIANFRANCESCO STROZZI
Magnifico messer Giovanfrancesco. V. S. intenderà per la lettera di frà Gasparo, come è venuto a Ferrara indarno; e questo per colpa del portator delle lettere, che al passar che fece di qui, non mi parlò, ma diede le lettere a casa mia, e se ne portò con lui il decreto, il quale poi pur oggi per le mani di frà Gasparo ho avuto: sicchè non l'ho potuto far vedere, ed è forza ch'io lo ritenga per far quanto circa questo accade; ma n'avrò buona custodia, non meno che n'avria il magnifico vostro padre: e poi ve lo rimetterò a salvamento, o pur farò quanto mi scriverete. Col magnifico messer Guido non ho voluto parlar circa le possessioni di Quartesana, se prima non vi avviso che la possessione che voi vorreste non è in sua potestate, però che subito dopo la morte di madonna Leona, gli fu forza a venderla per restituir la dote alli suoi eredi; e solo gli resta in Quartesana quella sua bella possession grande, che vale forse otto o dieci mila ducati: chè più tosto credo che darìa via la moglie che la possessione, perchè non ha se non quella appresso a quel bel palazzo. Di quelle che vi vorrìa dare in godimento a Recano,[310] non siete ben informato circa il condurre delli ricolti; perchè li lavoratori sono obbligati a condurre ogni cosa a Ferrara. Gli è vero che per le rotte di Po due volte si è affondata; ma Dio sa se questo accaderà più, perchè tal rotta è stata perchè li Mantovani han tagliato l'argine: alla qual cosa penso che i signori Veneziani ed il duca nostro abbian da provedere, o per una via o per un'altra, che non lo faccian più. Circa questa e l'altre particolarità si tratterà quando sia fatto quello che principalmente s'ha da fare: che sarà alla tornata di madonna Simona e di frà Gasparo, che gli è forza che torni un'altra volta.
Madonna Alessandra[311] si raccomanda a V. S., ed a vostra sorella; e per questo messo le manda due drappeselli, di quelli ha fatto far a posta; che tutti due insieme ha pagato uno scudo d'oro, ma con gran parole e contese, che 'l giudeo che li ha fatti, ne volea quattro lire: pur gli è convenuto aver pazienza. E si offerisce in quello che può, e la prega che le comandi: e così fo io.
Ferrara, 19 ianuarii 1532.
Di Vostra Signoria, LODOVICO ARIOSTO.
CLXXIX
AL MEDESIMO
Magnifico messer Giovanfrancesco mio onorando. Io ho fatto vedere il decreto vostro al magnifico messer Buonaventura,[312] il quale mi dice, che non è bisognato nè bisogna farlo confermare altrimente, perchè così è valido, e che ve ne sono assai altri simili, che sono buoni e validi. Pur oggi n'ho parlato col magnifico messer Guido, il quale mi ha detto di volerlo vedere ancora lui, e così glielo mostrerò: il quale messer Guido ho pur trovato disposto più che mai. Appresso ho parlato ancora con messer Bonaventura di questa nostra pratica; al quale è piaciuta assai, e mi ha promesso, come madonna Simona sia tornata da Modena, dove è andata per lo parto che si aspetta della figliuola, di parlarne con lei; il che facendo (come farà), ed essendo persona che può molto disporre di essa, credo che non bisognerà per questo dare fatica a frate Gasparo di tornare in questa terra. Quando ella sarà venuta, e di quello che si sarà fatto, vi darò avviso.
Madonna Alessandra si raccomanda a V. S., e dice d'aver avuto uno scudo, e li parèa d'avervene avvisata, quando mi fe' scrivere che quelli due drappeselli aveva avuto per uno scudo. Ha poi avuto per il cancelliere delli Furgosi cinquanta bolognini, e per il velo della Madonna (che poi non vi parse che si comprasse) aveva anco avuto trenta bolognini, li quali tutti insieme, senza lo scudo, fanno lire quattro: ma li primi drappeselli costaro tre lire e mezza tutti due; sicchè vi resta debitrice di dieci bolognini: li quali, quando vi accaderà di volere altro in questa terra, vi saranno menati buoni. Pur vi avvisa che così come ogni dì cresce in questa terra il prezzo dell'altre cose; anche questi Giudei vanno crescendo quello delli suoi lavori. S'ella non vi avvisò il prezzo delli primi drappeselli, dice che non restate per questo di comandarle ed adoperarla; chè non era tanta somma che ci avesse a gravare, se ben voi non le aveste mandati i danari: e che quando non vi vorrete servir di lei, voi e vostra sorella e tutta casa vostra, dubiterà che non le vogliate bene. Alli quali tutti si raccomanda sempre, ed io appresso.
Ferrara, 20 ianuarii 1532.
Di V. S. sempre, LODOVICO ARIOSTO.
CLXXX
AL MARCHESE DI MANTOVA
Ill.mo ed Eccell.mo Signor mio osservandiss.mo Io mi chiamo perpetuamente obbligato a Vostra Eccell.a del dono ch'ella mi ha fatto, che la mia carta possa passar pel dominio suo senza pagar dazio; ma più me le obbliga molto l'aver per le sue lettere veduto quanto di bona voglia mi ha concesso questo, e datomi speranza di maggior cosa quando mi accada. Io all'incontro mi sforzerò di non parer ingrato a tanta benignitade, ed anco in questa poco di aggiunta ch'io son per dar al mio _Furioso_ Vostra Eccell.a potrà veder ch'io ho di lei parlato onoratamente: in bona grazia della quale mi raccomando sempre.
Ferrarie, XVII febr. MDXXXII.
Di Vostra Eccellenza
Devotissimo servitor, LUDOVICO ARIOSTO.
CLXXXI
A GIANFRANCESCO STROZZI
Magnifico messer Giovanfrancesco mio onorando. Ho avuto, insieme con messer Guido e con madonna Alessandra, gran dispiacere della lettera, che vi sia stata aperta. S'userà per l'avvenire più diligenza, che non accada più. Lo amico non è ritornato ancora dal loco dove era andato: pur si aspetta in breve. Come sia ritornato, farò quanto per l'altra ho promesso a V. S. Circa il nome delli lavoratori, l'uno ha nome Pier Antonio Tomi, e l'altro Santo Zago. Madonna Alessandra mi dice, che non facciate fondamento sopra queste possessioni, perchè ha da messer Guido intenzione che più tosto vi saran date per una dimostrazione, che perchè sieno in effetto quelle che v'abbiano a fare le spese, perchè lui (non) vi mancherà di tutto quello che avrete bisogno. Purchè si faccia che l'amico sia contento, non vi avete a pigliar cura d'altro. Altro non dirò. Mi offero, e raccomando, insieme con madonna Alessandra, a Vostra Signoria.
Ferrara, 20 febr. 1532.
Di Vostra Signoria, LODOVICO ARIOSTO.
CLXXXII
A GIOVAN GIACOMO CALANDRA[313]
Mag.co mess. Giovan Jacomo mio onor.mo Io mando per l'apportator della lettera di Vostra Signoria quattro commedie, cioè tutte quelle che mi trovo mai aver fatte. Quella sarà contenta di donarle da mia parte all'Ill.o sig. Duca. S'io ne finirò un'altra che già molt'anni cominciai, e, menatala un pezzo innanzi, per altre occupazioni la messi da parte, io ne farò copia a Sua Eccell.a Adesso io sono così occupato per mettere un'altra volta il mio _Furioso_ a stampa con alquanto di addizion, che non posso attender ad altro. E se in queste commedie troverete qualche errore circa l'osservazion della lingua, scusatemi, chè ancora ch'io li abbia veduti non ho avuto tempo di correggerli. Oltre quello ch'io ne scrivo al sig. Duca, Vostra Signoria lo pregherà da mia parte, che, per inavvertenza di chi avrà le commedie nelle mani, non si lascino sicchè vadano a stampa, come sono andate delle altre volte con mio gran dispiacere: e a Vostra Signoria mi offro e raccomando.
Ferrariae, XVIII martii MDXXXII.
Di Vostra Signoria
LUDOVICO ARIOSTO.
Fuori — _Al molto mag.co mess. Giovati Jacomo Calandra maggior mio onorand.mo_
_Mantova._
CLXXXIII
AL MARCHESE DI MANTOVA
Ill.mo ed Eccell.mo Signor mio. Io mando a Vostra Eccll.a per questo suo gentiluomo, il quale è venuto qui, tutte le commedie che mi trovo aver fatto, che sono quattro; come io promisi di far per una mia che scrissi a Braghino: ed ora da mess. Giovan Jacomo Calandra mi sono state da parte di Vostra Eccell.a domandate. Due ci sono che non credo che quella abbia più vedute; l'altre, ancora che sieno a stampa per colpa di persone che me le rubaro, non sono però nel modo in che io le ho ridotte; massimamente la _Cassaria_ che tutta è quasi rinnovata. Se le satisfaranno a Vostra Eccell.a n'avrò piacere grandissimo. Quella supplico che sia contenta di non lasciarle andare in modo che sieno stampate un'altra volta, che oltre che non credo che le stampassino più corrette che abbian fatto l'altre volte, io ci cognosco dentro delli errori circa la lingua, che, per trovarmi ora occupato in altro, non ho avuto tempo di correggerli; ed anco chi le ha trascritte non ci ha usato quella diligenza che avria possuto: ed io, perchè questo uomo di Vostra Eccellenza non ne venga senza, non ho tempo di ridurle altrimenti; chè piuttosto voglio ch'ella le abbia ora non così ben scritte, che indugiando darle sospetto ch'io sia men pronto al servizio suo di quello che è mio debito di essere. In buona grazia della quale mi dono e raccomando sempre.
Ferrariae, XVIII martii MDXXXII.
Di Vostra Eccellenza
Devotiss. servitor, LUDOVICO ARIOSTO.
CLXXXIV
A GIANFRANCESCO STROZZI
Magnifico mio onorando. Pel messo di Vostra Signoria ho avuto una lettera, per la quale ho inteso la morte del suo magnifico padre: cosa che mi è dispiaciuta, perchè d'ogni piacere e dispiacere di V. S. ne son partecipe, come debbe esser un amico per l'altro; ma queste cose son tanto generali, che non si può dire altro se non confortarla, e conformarsi con la volontà di Dio, ed aver pazienza. Circa l'altra parte, io ho già (come io scrissi a V. S.) parlatone con messer Bonaventura, e da lui ebbi intenzione che farebbe quel medesimo effetto che 'l disegno nostro era ch'avesse a fare il frate: tuttavia non l'ha fatto ancora. Io gli sarò alle spalle, e farò che lo farà ogni modo. Ho parlato all'amico di nuovo, e cercato che si risolva; ma gli è tanto lungo in tutte le sue cose, che gli è impossibile cavarne ferma risoluzione; e adesso massimamente si rende più irrisoluto del solito, perchè si trova molto di mala voglia, chè la maggior parte del suo si trova sotto l'acque, ed ha quasi dubitazione che le entrate ch'egli ha non possano supplire solamente al viver di casa, perchè, come sapete, ha gran spesa alle spalle. Dio sa, che nè per madonna Alessandra nè per me si manca di far tuttavia buono officio, e di combatterlo per amor vostro: ma non si può aver dalle persone se non quello ch'esse vogliono. Il vostro decreto è in loco salvo: del quale, come io credo avervi scritto, parlai a messer Buonaventura: il quale mi disse, che essendovi quella clausola, — per sè e figliuoli e discendenti, — non accadeva altra riformazione. Ma non ci è stato tempo di farglielo vedere, perchè, per il male del duca nostro, c'ha avuto qualche giorno, e per altri travagli, non ha avuto tempo di vederlo; ma se gli farà vedere, e lo solleciterò che faccia quest'altro effetto: benchè non l'ha potuto far fin adesso, perchè la figliuola dell'amica, la quale è maritata in questa terra, è stata male di parto, e la madre è stata a casa sua sempre. Non si è mancato fin qui, bench'io non vi abbia scritto altrimente, di far il debito nostro, nè si mancherà. Parlato che si sia alla donna, se si potrà disporre, credo che 'l resto sarà facile, e subito vi si avviserà: se poi vi parrà che vi sia data la lunga, potrete poi provedere alli casi vostri. Altro non occorre. Mi vi offero e raccomando sempre, e così madonna Alessandra.
Ferrariae, 29 martii 1532.
Di Vostra Signoria, LODOVICO ARIOSTO.
CLXXXV
AL MEDESIMO
Magnifico messer Giovanfrancesco mio onorando. La pratica nostra per un'altra mia vi messi un poco in dubbio: e perchè, per quello ch'io vi scrissi allora, non vi vorrei aver tolto di speranza, sicchè voi cercassi qualch'altra impresa nuova, per questa vi significo che le cose anderanno bene; perchè l'amico ha parlato con la mogliere, la quale ha rimesso a lui che faccia come gli pare, e l'amico mi ha parlato da sè, il quale è tutto disposto a voi, purchè non ci partiamo dalle condizioni di che già avemo ragionato: cioè che per adesso egli non abbia da sentire altra spesa; perchè, come v'ho scritto, si trova per le acque mezzo ruinato, ed avrà fatica a far le spese alla sua famiglia quest'anno. Vi consegnerà le possessioni che sapete, pel vostro vivere; con riserva, che quando s'affondassino, di far come per altre v'ho scritto; e che voi abbiate a prestargli il modo di vestire, restandovene esso padrone. Io v'ho scritto questa in fretta: poi vi dirò più ad agio le cagioni che l'aveano fatto un poco parer restìo. A V. S. mi raccomando.
Ferrariae, 5 aprilis 1532.
Io forse vi scriverò fra pochi dì che vegnate in questa terra, e, senza mezzo di frati, tratteremo e concluderemo fra noi. Io v'ho da dare un avviso: che quel vostro che piativa la casa, come ha sentito la morte di vostro padre, si ha voluto intromettere, e farsi mezzo in questa pratica. Ma l'avemo spazzato. Madonna Alessandra vi si raccomanda.
Vostro, LODOVICO ARIOSTO.
CLXXXVI
AL MARCHESE DI MANTOVA
Ill.mo ed Ecc.mo Signor mio osservand.mo Mi duole che le mie commedie per essere in versi non abbiano satisfatto a Vostra Eccell.a A me pareva che stessero così meglio che in prosa: ma li giudicii son diversi. Le due ultime io le feci da principio nel modo così strano, e mi duole di non averle anch'io fatte in prosa per aver potuto satisfarne a quella. La quale sia contenta d'accettare il buon animo. Io le riferisco grazia che me le abbia (poi che non fanno per lei) rimandate subito. In buona grazia della quale mi raccomando sempre.
Ferrariae, V aprilis MDXXXII.
Di Vostra Eccellenza
Servitore deditissimo, LUDOVICO ARIOSTO.
CLXXXVII
A GIANFRANCESCO STROZZI
Magnifico mio onorando. Ora ritrovandomi in casa di madonna Alessandra, è arrivato un vostro messo con una vostra lettera; ed è arrivato a tempo, perchè avevo bisogno di scrivervi, e non sapeva come mandarvi la lettera. Non ieri, l'altro, venne una febbre a messer Guido, ed oggi, che è il terzo giorno gli è ritornata. Egli mi pare che si metta alquanto di paura, ancora che li medici gli dicano che il male non è pericoloso; e dice che si vuol confessare domani ed acconciar li fatti suoi e per l'anima e pel corpo: ed oggi, essendolo io andato a visitare, mi disse (ch'altri non v'era che egli ed io) ch'io vi scrivessi che veniste in questa terra, perchè vuole che quello che si ha da fare si concluda. Io poi sono venuto di qua a casa di madonna Alessandra; e conferendo seco questa vostra venuta, è di parere che non dobbiate correre così in fretta, perchè le pare che sarìa un far disordine e tumulto, non essendo ancora placata quella fera salvatica. Io avrei ben desiderato che questo vostro messo avesse avuto volontà d'aspettar tutto domani, acciò che riparlando io con messer Guido poi che la febbre fosse cessata, avessi meglio potuto sapere quello che vorrà fare poichè sarete in questa terra; ma volendosi partire, non ho voluto che venga senza questa mia. A me parria, e così a madonna Alessandra, acciò che non veniste a volo per forse ritornarvene senza conclusione indietro, che voi non veniste all'avuta di questa; ma che voi mi mandaste qui un vostro messo subito, per lo quale io vi potessi dare avviso più maturo dell'intenzion di messer Guido risoluta, poi ch'io avessi potuto parlar seco, che non fosse sì gravato dal male come è oggi. Pur io mi rimetto a voi, che facciate in questo quanto vi pare.
Della casa non s'è fatto altro, poichè fin qui non non ne abbiamo ritrovate. Quelli de' Trotti dicono che non vogliono affittar la lor casa, ma venderla. Io non starò di cercare. Madonna Alessandra farà le vostre raccomandazioni, ma non tutte. Mi vi offero e raccomando. Ferrariae, 21 iunii 1532.
Vostro, LODOVICO ARIOSTO.
_A Villabona._
CLXXXVIII
AL MEDESIMO
Magnifico messer Giovanfrancesco mio onorando. Avendo a questi dì avuto una vostra lettera, subito le diedi risposta, ancora che fosse direttiva a madonna Alessandra, con speranza di mandarla per lo messo che ci avea portata la vostra, perchè promise di venire a tôrla la mattina, ma poi non venne; sicchè la lettera restò qui più di tre giorni poichè fu fatta. Finalmente la dirizzammo a Lendenara in mano d'un Ercole Malmignato, con speranza che ve l'abbia a mandare: forse che a quest'ora l'avete avuta, e forse anco che no. Quando pur fosse andata in sinistro, mi è paruto di replicarvi questa, la quale il fattore di messer Guido a Recano mi ha promesso di mandarvela per un messo a posta. Voi dunque intenderete, se già non l'avete inteso, che quando la vostra lettera arrivò, messer Guido si era ammalato d'una febbre molto acuta; ed essendolo io andato a visitare, mi disse ch'io vi scrivessi che voi venissi subito, per dar fine a quanto era tra voi promesso. Poi, cessando la febbre ed essendo ritornato meglio in sè, disse a madonna Alessandra, che vi rescrivessi che voi non vi affrettassi di venire, ma che sarìa buono che voi mandassi qui un vostro messo, il quale quando fosse accaduto peggio a messer Guido vi potesse subito venire a darne avviso, acciocchè voi lasciando ogni cosa aveste a venire. E così ella ve lo scrisse di sua mano, ed anco vi mandò la mostra di certi capelli. Ora intenderete che messer Guido sta assai bene; e gli è fallato un termine della febbre: speriamo che non ne avrà più. Per questo non ci accade ad affrettarvi altrimente per adesso; ma aspettare le cose vostre per poter poi venire espedito. Ben vi conforta madonna Alessandra, ed io similmente, che cerchiate d'espedirvi più tosto che sia possibile, e che vegnate poi, acciò non intervenisse qualch'altra cosa che vi avesse a far danno. Altro non accade. Madonna Alessandra ed io vi ci raccomandiamo. Se avrete la lettera di sua mano, avrete inteso di quella camorra,[314] e d'altre cose ch'ella vi scrive: se non l'avrete avuta, ve lo replicheremo un'altra volta.
Ferrariae, 28 iunii 1532.
Vostro, LODOVICO ARIOSTO.
_A Villabona._
CLXXXIX
AL MEDESIMO
Magnifico messer Giovanfrancesco mio onorando. Oltre quello che madonna Alessandra scrisse ieri al sicuro, chè credo ch'avrete veduta la lettera, vi avviso che messer Guido ha publicato il parentado fra voi e lui a tante persone, che non può esser che molte donne non comincino a visitar la sposa. Per la qual cosa madonna Alessandra vi prega, che, con quella più fretta che potete, mandate o da far una veste o una sottana, ma più tosto una sottana; ed anche un scuffiotto; e che rimandiate il sarto incontanente sì per questo, sì ancora che sua mogliere sta gravissimamente, nè si spera che abbia a campare; e ritrovandosi lui fuori, non può esser senza pericolo della sua roba. Se le donne l'anderanno a visitare, e non si trovi meglio vestita, sarà vergogna di tutti. Sicchè affrettatevi quanto potete, e voi non passate li 20 dì di questo mese a trovarvi qui per sposarla: chè solo questa causa intertiene messer Guido, che non va a l'officio, ed ogni dì è sollecitato d'andarvi. Circa il vostro venire con compagnia, so che madonna Alessandra vi ha scritto. A messer Guido non pare che vegnate se non più privatamente che potete; perchè, per aver avviate le sue robe, non avrìa modo di accettarvi con gran compagnia. In questo si ha da eseguire la sua volontade. Mi vi offero, e raccomando.
Ferrariae, 12 augusti 1532.
Vostro, LODOVICO ARIOSTO.
CXC
AL MEDESIMO
Magnifico messer Giovanfrancesco mio onorando. Madonna Alessandra non accetta la vostra scusa, nè per questo vi leva quel nome che v'ha dato nella sua lettera, per allegar voi d'aver faccende che vi ritengono: chè a lei pare, e così anco a noi altri, che nessuna, fosse di che importanza si volesse, vi dovesse più importar di questa. La scusa che ci proponete che dovria usar vostro suocero, non sarìa accettata per buona dal signor Duca; perchè già son dieci giorni che va fuor di casa, e a voler mostrar di esser ricaduto non sarebbe più a tempo. Sicchè pensate di metter ogni cosa da parte, e di venir più tosto sei giorni innanzi il 28, che un'ora da poi, sì perchè siete aspettato e desiderato, sì perchè fate gran danno con la vostra tardanza a messer Guido; prima appresso al signor Duca, che lo sollecita che vada all'offizio, e poi perchè, aspettandovi, sta con gran spesa. Chè 'l genero e la figliuola e figliuolini son venuti da Modona, e l'altro genero e figliuola son venuti da Carpi; e, fra l'uno e l'altro, vi sono già parecchi dì alle spalle con presso a venti bocche, senza i cavalli: e si aspetta anco da Mantova madonna Leonara sua sorella; sicchè a pena han potuto servar una camera per voi. E più incresce a messer Guido che tutti stanno incomodi, perchè ha già mandato buona parte innanzi delle sue robe: in somma, voi avete da venir più tosto oggi, che tardare a domani.
Gli scuffiotti si sono avuti da Mantova; che sono bellissimi, e son molto ben piaciuti. Li danari si avranno dal fattor vostro; e si farà, circa il comprar l'oro, quel ch'è di bisogno. Intanto ella ed io vi ci raccomandiamo; ma molto più di noi, per quanto mi dice madonna Alessandra, vi si raccomanda la consorte vostra.
Ferrariae, 20 augusti 1532.
Vostro, LODOVICO ARIOSTO.
Fuori — _Al molto magnifico quanto fratello onorando Messer Gianfrancesco Strozzi._
CXCI
AD ISABELLA GONZAGA MARCHESANA DI MANTOVA
Illustrissima ed eccellentissima signora mia osservandissima. Io mando a Vostra Eccellenza uno delli miei _Orlandi furiosi_,[315] che avendoli meglio corretti e ampliati di sei canti, e di molte stanze sparse chi qua chi là pel libro, mi parrebbe molto uscir del debito mio, s'io, innanzi a tutti gli altri, non ne facessi copia a Vostra Eccellenza, come a quella che riverisco e adoro, e alla quale so che le mie composizioni (sieno come si vogliono) essere gratissime sogliono. Quella si degnerà di accettarlo, insieme col buono animo col quale io le fo questo picciol dono: in buona grazia della quale mi ricomando sempre.
Ferrariae, 9 octobris 1532.
Di Vostra Eccellenza
Servitor deditissimo, LUDOVICO ARIOSTO.
CXCII[316]
A MARGHERITA PALEOLOGA GONZAGA, IN MANTOVA
Ill.ma et eccell.a Signora osserv.ma Essendo io sempre stato deditissimo servitore dell'Ill.ma casa di Gonzaga, è di necessità che essendo V. Eccell.a fatta di quella, io sia verso di lei quello che io sono stato verso gli altri; e perchè quella mi cognosca per suo, mi è paruto di farle un piccol dono di questo mio libro di _Orlando furioso_, il quale meglio corretto e ampliato ho fatto ristampare di novo. Quella sarà per sua benignità contenta di accettarlo per segno d'un principio di mia servitù ed annumerarmi nel numero de' suoi servitori; in bona grazia della quale mi raccomando sempre
Di Vostra Ecc.a
Ferrara, 9 ottobre 1532.
Servitore, LODOVICO ARIOSTO.
CXCIII
AL PRINCIPE GUIDOBALDO FELTRIO DELLA ROVERE
Illustrissimo ed eccellentissimo signor mio. La lettera di Vostra Eccellenza dì sette del mese passato ho ricevuta molto tardi, perchè messer Antonio Bucio portatore di essa venendo a Ferrara, non mi ci trovò, però che più d'un mese son stato col Duca patron mio a Mantova. Poi ch'io son ritornato, mi ha dato la lettera, e dettomi a bocca quanto sarebbe il desiderio di V. E. di avere alcuna mia Comedia che non fosse più stata recitata. Mi ha doluto e duole di non poter satisfare a quella in cosa di così poca importanza, alla quale vorrei poter servire con le facultadi e con la vita. Ma sappia V. E., ch'io non mi trovo aver fatto se non quattro Comedie, delle quali due, i _Suppositi_ e la _Cassaria_, rubatemi dalli recitatori, già vent'anni che fûro rappresentate in Ferrara, andaro con mia grandissima displicenzia in stampa: poi son circa tre anni che ripigliai la _Cassaria_, e la mutai quasi tutta e rifeci di nuovo, e l'ampliai ne la forma che 'l signor Marco Pio ne mandò copia a V. E.; e in questa nuova forma è stata rappresentata in questa terra, e non altrove. L'altre due, cioè la _Lena_ ed il _Negromante_, sono state recitate in questa terra solamente, per quanto io sappia. Altre Comedie non ho. Gli è vero che già molt'anni ne principiai un'altra, la quale io nomino _I Studenti_;[317] ma per molte occupazioni non l'ho mai finita; e quando io l'avessi finita, non la potrei difendere che 'l signor Duca mio patron ed il signor don Ercole non me la facessino prima recitare in Ferrara, ch'io ne dessi copia altrove. Sì che V. E. mi abbi scusato in questo. S'in altra cosa posso servirla, disponga di me come d'un suo deditissimo servitore. In buona grazia della quale mi raccomando sempre.
Di Ferrara, agli 17 di decembre 1532.
Di Vostra Eccellenzia
Servitore deditissimo, LUD. ARIOSTO.
Fuori — _All'Ill.mo Signor mio Obser.mo Signor Guido Baldo Feltro da la Rovere, Ducale primogenito d'Urbino ecc. — A Pesaro._
LETTERE SCRITTE DA LODOVICO ARIOSTO
A NOME DEL CARDINALE IPPOLITO D'ESTE
I
A BELTRANDO COSTABILI
_in Roma._
Mess. Ludovico delli Ariosti familiare nostro carissimo viene per certe sue faccende costì, e bisognandoli il favore e aiuto vostro averà ricorso a voi, e noi riceveremo da voi piacere assai se in quello che vi richiederà per la giustizia lo favorirete e aiutarete quanto vi serà possibile; offerendosi noi in maggior cosa per voi: et bene valete.
_Ferrariae,..... maij MDX._[318]
HIPP. CARD. ESTENSIS.
II
AL REV. PADRE....
R. in Cristo P. tamq. Fr. car. Noi amamo grandemente frate _Anselmo_ de' Conti da Padua, sì per le virtù sue, come che suo patre e parenti suoi son molto nostri, e desideramo fargli ogni piacere: e per questo, quanto ne sia possibile, lo raccomandamo alla R. Paternità Vostra, che per amor nostro voglia favorirlo e averlo nel numero de li suoi più cari, e dove può farli beneficio e onore lo faccia, chè tutto quello che per amor nostro gli farà avremo tanto grato quanto se in la persona nostra fusse fatto; e a V. R. Paternità per sempre ci offerimo e raccomandamo, quae bene valeat.
Ferrariae, X iunij MDXVI.
HIPP. Cardinalis ESTENSIS.
III
AL REV. DON RUFINO BERLINGHIERI, VICARIO NOSTRO
_in Milano._
Ven. nobis car. Noi vi mandiamo qui incluse le copie di due lettere che Mess. Ludovico ne ricerca che scrivamo, una a voi e l'altra al Sufraganeo nostro, per utile de la Cancelleria de lo Arcivescovato nostro di Milano: e perchè noi non vorressimo far cosa contra giustizia, nè dar causa che persona si dolesse con ragion di noi, ne è parso, prima che mandiamo le lettere, di mandarvene le copie: così voi le vederete e ne darete subito avviso se tal lettere seranno giustificate o non, perchè in questo ci reggeremo secondo la relazione vostra: et bene valete.
Ferrariae, XXIX novembris MDXVI.
HIPP. S. Luciae in Silice Diaconus Card. ESTEN.
IV
AL MEDESIMO
Perchè nessuno si intrometta ne le cose che appertengono alla Cancelleria de lo Arcivescovato nostro di Milano, se non Mess. Paolo Rena e Mess. Filippo da Calcano, li quali Mess. Ludovico Ariosto per l'autorità che di questo gli avemo data ha eletti all'officio di quella,[319] volemo che per nostra parte facciate uno editto, che nessuno altro notaro, se non li prefati Mess. Paolo e Mess. Filippo o li sostituti loro, si debbia intromettere in alcun atto appertinente a ditta Cancellaria, massime di collazioni e di instituzioni di beneficî ne la città e diocesi di Milano, _sub poena nullitatis actus et contractus, et ulterius sub poena quinquaginta ducatorum aureorum auferendorum a quolibet contrafaciente, aplicandorum pro dimidia mensae nostrae Archiepiscopatus, et pro alia dimidia Cancellariae_, e così voi ancora avrete a mente di non interponere la vostra autorità in alcuno contratto, se uno de li prefati Cancellieri non serà rogato de lo instrumento _iuxta solitum_.
V
AL SUFRAGANEO NOSTRO
_in Milano._
Perchè avemo piacere che li familiari nostri alli quali avemo concessa la Cancellaria de lo Arcivescovato nostro di Milano ne abbiano quel maggior profitto che onestamente e per la giustizia se ne può avere, ne è parso per questo di avvertire la P. V. che dove può far loro utile, ne farà gran piacere a farlo, e questo serà non lasciando preterire li tempi che non tenga le ordinazioni solite. Oltra di questo sappia che non volemo per modo alcuno che ammetta altro notaro che li Cancellieri nostri, cioè Mess. Paolo Rena e Mess. Filippo da Calcano, o li sostituti loro. Ancora che reputamo che V. P. non sia per fare altramente, pur la ne avemo voluta avvisare acciò lo faccia più volontiera, conoscendo essere così di mente nostra; et bene valete etc.
GRIDE FATTE PUBBLICARE DA LODOVICO ARIOSTO
IN GARFAGNANA[320]
I
CONTRO I RICETTATORI DE' BANDITI
Per parte e comandamento del Magn. e Generoso conte Lud. Ariosto ducal generale Commissario in Garfagnana, per questa publica presente grida si notifica a ciascuno uomo particolare di che grado o condizione si voglia essere o sia, che non ardisca per modo alcuno di ricettare nè di dì nè di notte, nè dar mangiare nè bere, nè aiuto nè favore in modo alcuno che si possa dire nè imaginare ad alcun bandito dello Stato dell'Ill. Sig. Duca nostro, nè con detti banditi andare in compagnia, nè menarli seco, nè parlar nè stare, nè scrivere nè tôr lettere, nè praticare in alcun modo con essi, sotto pena di ducati cinquanta per ogni volta, e per ciascun bandito, da essere applicata per li due terzi alla Camera Ducale, e l'altro terzo all'accusatore, al quale con un testimonio degno di fede e con il suo giuramento s'abbia da dar fede: e chi non averà modo di pagare la detta pena, gli sia commutata in quattro tratti di corda, e sia obbligato ognuno particolarmente subito che vederà alcun bandito di andare con prestezza alla chiesa più prossima, e di sonar la campana a martello, e sia obbligato ogni Comune, ed ognuno particolarmente di detto Comune che sia atto a portar armi e verisimilmente possa udire detta campana, di pigliar subito le sue armi, e seguitar detti banditi, e pigliarli o ammazzarli, e pigliandoli condurli in le forze dell'officio ordinario, ovvero del Commissario: e chi mancherà di eseguire questo cascherà in la pena di ducati venticinque, da essere applicati alla Ducal Camera per li due terzi, e l'altro terzo all'accusatore, da essere pagati senza dilazione e termine alcuno; e se alcuna persona non averà modo di pagare, se gli commuterà questa pena in tre tratti di corda, da esserli data subito, senz'altra remissione.
Die 27 feb. 1522.[321]
II
CONTRO IL METTER MANO ALL'ARMI IN RISSA O TUMULTO
Per parte del Mag. Sig. Commiss. Conte Lud. Ariosto ducal Commiss. di Garfagnana, si fa comandamento che qualunque volta accaderà che in su la calcinaia, o in altri lochi della terra di Castelnovo si faccia questione, rissa o tumulto, che nessuno sia ardito di metter mani a l'arme, se non li balestrieri dello Ill. Sig. nostro, e qualunque serà trovato con arme inastate o spade o pugnali nudi, caderà subito in pena di 25 ducati, da essere applicati li due terzi alla Camera Ducale, e un terzo all'accusatore; e chi non averà modo di pagare, averà tre tratti di corda.[322]
Die 14 octobris 1522.
III
CONTRO L'ANDARE IN ARMATA SUL FIORENTINO[323]
Desiderando il nostro Ill. Sig. Don Alfonso Duca di Ferrara, Modena e Reggio, Marchese d'Este e Conte di Rovigo ecc. di vicinar bene con li eccell. Sig.ri Fiorentini, per questa presente publica grida notifica e proibisce a ciascun suddito di qualunque condizione si voglia essere o sia, che non ardisca nè presuma andare ne le terre o lochi delli prefati eccell. Sig.ri Fiorentini in armata ovver guarnigione, sotto alcun pretesto o scusa di fazione o parentado o altra causa, nè ardisca dare alcuna molestia alli sudditi d'essi Sig.ri, altrimenti incorrerà nell'indignazione e disgrazia di S. E. e in confiscazione di tutti li suoi beni ecc.
Die ultimo aprilis 1523.
IV
SUL DOVERSI VENDERE IL PANE NELLE BOTTEGHE, NÈ PORTARLO DIETRO A' VIANDANTI
Da parte ecc. Si fa intendere ad ogni persona che voglia far pan da vendere, che non abbia a tener fora nè a venderlo in altro loco che veramente drento dalle porte della terra ovvero su la calcinaria[324] a loco deputato, e nessuno ardisca di partirsi dalla sua bottega o dal suo banchetto con pane per andar drieto a' viandanti per vendere, sotto pena di perder tutto il pane che si troverà aver fora di loco concesso, ed essere condennato 10 scudi per volta, da essere applicata la metà, della pena all'inventore, e l'altra metà da esser data per limosina ecc.
Die 20 iunij 1523.
V
SOPRA L'AMMAZZARE I BANDITI[325]
Perchè nessuno possa pretendere d'ignoranza, per questa presente grida si replica da parte del Mag. Sig. Commissario generale di Garfagnana, che ogni bandito o condennato che ammazzi un altro che sia bandito per omicidio guadagnerà la grazia libera, avendo la pace da' suoi nemici; e intanto che la pace si praticherà averà un salvo condotto di poter star nella provincia: e se ammazzerà un bandito, e non fusse esso bandito nè condennato, guadagnerà la grazia per un ch'esso voglia, purchè non sia bandito per ribello o per assassino.
Die 3 martii 1524.
VI
CONTRO GIO. MADALENA E NICOLÒ DA PONTECCHIO BANDITI[326]
Per parte ecc. Si fa comandamento ad ogni persona di che condiziono voglia essere e sia di questa ducal provincia di Garfagnana, che non ardisca sotto pena di 50 ducati di dar alloggiamento o recapito o mangiare o bere a Gio. Madalena da S. Donnino nè a Nicolò di Gaspar da Pontecchio.
E si notifica a ogni persona che andrà in sua compagnia con arme, e lor presterà favore contro chi li volesse offendere, cascherà subito in bando della testa e confiscazione de' suoi beni, e poterà essere morto senza punizione alcuna.
E da l'altra parte chi ammazzerà li due predetti, cioè Gio. Madalena e Nicolò da Pontecchio, ovvero li darà presi in mano de l'officio, se serà bandito guadagnerà la grazia per ogni delitto che avesse fatto, e quando non fosse bandito poterà cavar un altro di bando e chi più li piacerà, purchè per altro non sia bandito per ribello o per assassino.
Die decimo martii 1524.
VII
SOPRA L'AMMAZZARE I BANDITI
Volendo l'Ill. ed Ecc. Sig. nostro Don Alfonso Duca di Ferrara, di Modena[327] e di Reggio, Marchese d'Este e Conte di Rovigo ecc. provveder che li delitti ed eccessi gravissimi che ogni dì accadeno in questa sua fedel provincia di Garfagnana per causa delli banditi che contro la volontà di S. Ecc. ci stanno e abitano con grandissimo danno de' suoi fedeli sudditi, per questa presente grida conferma tutto quello che per altre gride da parte di S. Ecc. e del suo Mag. Commissario altre volte è stato notificato circa tal materia, e appresso per questa fa intendere ch'ogni bandito che ammazzasse un altro bandito di questa provincia per omicidio, averà la grazia di sè, e gli serà perdonato ogni pena in la quale fusse incorso.
Die 14 maij 1524.[328]
VIII
SUL DENUNCIARE IL GRANO CHE SI HA IN CASA
Per parte del Mag. Sig. Commiss, si comanda, sotto pena della disgrazia di S. Ecc. e di 50 ducati per ciascheduno disobbediente, che tutti quelli che hanno grano in casa, in poca o assai quantità, che fra il termine di una _settimana_ lo debbano denunziare a S. S., altrimenti ecc.
Die prima jan. 1525.
LETTERE SCRITTE DA LODOVICO ARIOSTO
A NOME DI ALESSANDRA BENUCCI VEDOVA STROZZI[329]
I
A LORENZO STROZZI
_in Firenze._
Magnifico M.r Lorenzo mio onorand.o Con mio gran dispiacere mi ha detto Goro da parte vostra ch'io faccia provisione di mandar a torre mie figliuole, altrimente voi me le manderete infin qui. Io non so chi vi mova a dir questo, perchè se quel monasterio ove sono ha mal governo, la colpa non è mia: e se Tito lor padre vi le messe quando eran più fanciulle, lo fece contra mia volontà; ma esso poteva sforzare me e loro insieme, chè sempre io dubitai di questo che ora mi avviene, che seriano allevate con poco timore e non com'erano state allevate da me insino a quel dì e siccome io allevai l'altra che qui mi rimase, la quale poi ho messa per mezzo della Regina di Napoli che sta a Ferrara in un monasterio in Mantoana, il quale è stato fondato da Madonna Antonia sorella di detta Regina: e per la bona creanza che avea avuta quella fanciulla da me, vi andò e vi sta volentieri e ogni volta ch'i'ho novella di lei ne ho grandissima consolazione. Ma ben tutto il contrario mi accadde di queste altre due, che sempre ho da sentire di loro cosa che mi dispiace, e tanto più mi dispiace quanto vi posso meno pigliar rimedio, chè se io fussi stata più appresso non arieno l'arroganza di dire e di fare a lor senno come hanno, e molte volte mi serei transferita a Fiorenza se io avessi possuto; ma parte il non avere il modo, e parte il non aver compagnia con chi io possa venir con mio onore, mi ha ritenuta contra la mia volontà: e sarei venuta con Madonna Costanza Salviata, ma la mia disgrazia volse che mi trovava in letto inferma, come vi può sua Signoria render vera testimonianza. Ma se io dovessi ruinarmi di questo poco che mi resta e venir sola, delibero ogni modo di venir questa prossima quaresima; e benchè io creda che la mia venuta serà di poco utile perchè hanno già presa la briglia con li denti e bisognarìa maggior prudenzia e maggior autorità della mia a reprimer l'audacia nella quale sono infistolite per il mal governo che hanno avuto: non di meno io farò a loro e a tutti li altri cognoscere che non hanno da sperar alcuna cosa meglio per tornare a Ferrara, perchè di quel di suo padre non rimase tanto che avesse potuto a me e ad essi figliuoli far le spese tutto uno anno. E perchè Goro mi ha detto ancora che voi e alcuni altri avete opinione che Tito si ritrovasse gran quantità di denari, Dio volesse che fosse stato il vero, ch'io non arei patito li disagi che ho patito e patisco tuttavia, e averei potuto locar meglio la mia brigata che io non ho fatto e non arei consumato dieci anni del fiore della mia etade, come ho fatto in viduità, subietta a mille iudicii temerari, come spesso accade alle povere forastiere che non hanno da sè nè hanno parenti a chi rivolgersi; ma Mess. Guido Strozza è bonissimo testimonio se io trovai quantità di denari a Tito, che mentre il poveretto era amalato, esso ebbe la chiave di ciò che era in casa, e sa che non ci trovò tanti denari che lo potesse far seppellire senza il suo aiuto, e sa quante massarizie di casa mi fu forza a vendere se io volsi pagare la cera della sepoltura e quello che si era tolto dalla speciaria per la sua infermità; ed esso e Madonna Simona sua mogliere sanno quello che mi hanno dato e danno tuttavia, chè se essi non fussino non so come avessi possuto vivere e come allevare la povera famiglia che mi era rimasa: chè se io avessi avuto da me, non sarei stata così da poco ch'io avessi voluto andare alla mercede di altri. E perchè mie figliuole non stimino ch'io abbia tanta roba in casa che vendendola si possan cavare le doti da maritarle, io mando loro lo inventario di tutto quello che io mi trovo del loro padre. Ora lo esaminino e veggano se fra sei che sono, partendo questa roba, se ne può cavare tanto tesoro che elle si possino maritare o intrare in uno monasterio che lor piaccia più di questo ove la lor disgrazia e la poca prudenzia del padre le fece intrare. A quanto Goro mi ha detto, che voi le manderete in qua, rispondo ch'io credo che Goro abbia detto più che non avea commissione da voi; pure se vi par vergogna che essendo elle delli Strozzi voi ve le veggiate in su gli occhi in un monasterio che non ha quel governo che serìa conveniente, pensate che nè anco questi altri Strozzi da Ferrara vorranno questa vergogna che serìa molto maggiore della vostra, che fusson cavate d'un monasterio da Fiorenza e mandate a Ferrara, perchè tutto il mondo dirìa che per qualche loro gran fallo fusson rimandate a casa. E messer Guido dice che se voi le manderete, ben saranno qui delli cavalli da rimandarle indrieto: ma, come ho detto, non credo che siate per far questo, chè se lo onore di casa vostra vi move, serà molto più onore a pigliarvi cura, avendo come avete il Papa parente ed amico, di far metter l'osservanzia, vogliano o non vogliano quelle monache, e dar loro miglior governo. Questo mi par che serà più vostro onore che di fare a me questa ingiuria e questo scorno, che non credo di averlo meritato con voi, nè anco Tito lo meritò che alla sua memoria poniate questa macchia, nè anco li Strozzi di questa terra debbono essere in sì poco conto appresso di voi che debbiate lor fare questo dispiacere. E se mie figliuole seranno renitente ad accettar la osservanzia o a far alcun'altra opera, ben sono delle carceri e delli altri modi da castigarle, meglio ora che sono donne fatte che non sono state castigate da fanciulle. Io vi prego cogli altri Strozzi insieme che abbiate compassione a queste povere orfane, se bene esse non cognoschino il suo bene nè il suo male, perchè levandole donde ora sono, sereste causa che andassino al disonore del mondo. Se voi sapessi il grado e le necessitadi in ch'io mi trovo avereste a me compassione ancora; e mi vi raccomando.
In Ferrara, a li 5 di ottobre 1525.
ALESSANDRA STROZZA.
Fuori — _Al Mag.co mio onor.mo Mess. Lorenzo Strozzi, in Firenze._
II
A GIOVANFRANCESCO STROZZI
_in Padova._
Magnifico messer Giovanfrancesco mio onorando. Io ebbi a questo dì una di V. S., la quale mi è stata cara per intender di quella: ma non che per sollecitarmi o ricordarmi della vostra cosa mi fosse di bisogno; perchè io non l'ho meno a côre, che se fosse particolarmente a mio grande utile, e mai non mi accade occasione di parlarne, ch'io non lo faccia con quella fede che mi par che mi sia debita. Ma circa questo non possiamo più stringere messer Guido[330] di quello che voglia essere stretto; il quale per modo alcuno non vuol che si parli di maritar quest'ultima figliuola, finchè non si sia disbrigato di quelle che già ha maritate, e che la Isabella non sia messa nel monasterio: la quale vi doveva esser posta fin all'Ognissanti passato, e la dote e le masserizie che le bisognano tutte sono in ordine: ma ella da quel tempo in qua è sempre stata inferma, e molte volte in pericolo di morte, e tuttavia sta male: sicch'ella è gran causa che non si può venire a risoluzione alcuna. Ben questo vi affermo, che negli Strozzi da Fiorenza non ha disegno alcuno; e, per certe occorrenze, è tanto mal satisfatto da loro, che non li può sentir nominare. Questo è quanto vi posso dire. Io ho buona speranza, e questa medesima posso offerire a voi. Io son sana, Dio grazia. Messer Guido e il conte Lorenzo[331] piateggiano gagliardamente circa la casa che il scrittor di questa[332] dice che vi parlò a Venezia: il quale sta bene, ed a V. S. si raccomanda, e non mancherà di fare il debito suo sempre che verrà l'occasione. Altro non occorre. A V. S. mi raccomando, e la ringrazio di quanto mi ha scritto di Tito mio.
Da Ferrara, 22 ianuarii 1531.
Di V. S., ALESSANDRA STROZZA.
Fuori — _Al magn. Mess. Giovanfrancesco de' Strozzi, a Padova._
III
AL MEDESIMO
Questa sarà in risposta di tre lettere di V. S.; alle quali, fuorch'una ch'io le scrissi di villa, non ho possuto risponder prima, perchè dopo il mio ritorno non sono mai stata ferma, ma andata di qua e di là, come carnovale. Alla prima, nella quale Ella mi dava commissione di far fare quelli drappeselli, non potei satisfare, perchè mi fu data tra via quando io andavo in villa; e non mi trovando io quì, se ben ci avessi scritto, non avrei possuto far cosa buona: ma tosto ch'io son ritornata, gli ho fatto fare, e pel primo che m'accada sufficiente, ve li manderò. Aveva anco ordinato il velo per la Madonna; ma il cancelliero del signor Alessandro mi ha detto da parte di V. S. ch'io non lo faccia far più, e terrò li danari per li drappeselli. Il medesimo che diede la lettera di V. S. al capitano Batistino, la diede ancora al conte Lorenzo; e perchè ho inteso che 'l conte Lorenzo dice che non l'ha avuta, sappiate che dice le gran bugie.
Io ho inteso delle nozze ch'avete fatte; delle quali ho preso tanto contento, quanto di cosa ch'io avessi potuto udire. Così Dio faccia che sieno felici e fauste, e che fra pochi giorni io senta che si faccian l'altre di madonna Lucrezia, e quelle di V. S. Circa che vi dolete che il Cancelliero di questa[333] fosse ammalato a Padova e V. S. niente ne seppe, V. S. sappia, che quando gli venne alli bagni la prima febbre, accadette che vi si trovò il cavaliero degli Obici, e lo pregò che venisse a Padova ad alloggiar seco finchè fosse risanato; e tanto lo persuase, che lasciò di venire a Ferrara, come avea prima deliberato, e andò a Padova, dove ebbe un'altra febbre, che fu terzana. Ed avendo egli disegnato, risanato che fosse, di star qualche giorno in Padova, dove avria visitato V. S. e gli altri suoi amici, sopraggiunse il signor Duca, e lo menò seco a Vinegia, che ancora era debole e non ben guarito, sicchè gli mancò il tempo di far quello ch'era il debito suo: e però V. S. lo scusi. S'un'altra volta gli accadesse a venire in quelle parti, rifarìa questo dove ora par che sia mancato; ed a V. S. molto si offerisce e raccomanda.
Il lino ebbi; del quale, oltra quello che di villa io le scrissi, senza fin la ringrazio, e per amor suo me lo goderò; ancora che mi pare che dovea bastare, chè l'anno passato V. S. me ne donò. Così mi pare che la si voglia far mia feudataria. Alla quale mi raccomando sempre, e la priego che da mia parte abbracci la madonna sua madre, e sue sorelle; e all'una e all'altra senza fin mi raccomando, e s'io posso lor far servizio, che senza rispetto mi comandino, c'ho gran piacere e desiderio di far lor cosa grata.
Ferrara, 26 ottobre 1531.
Di V. S., ALESSANDRA STROZZA.
IV[334]
AL MEDESIMO[335]
Magn.o M. Giovan Franc.o qual fratello hon. Heri sera hebbi una de V. S. del primo dell'instante, per la qual ho visto quanto quella me scrive, precipue del Mag.co Ariosto. Non ve pigliati admiration alcuna se non ve ho scritto, rispetto che aspetava scrivervi una gran nova de sua Sig.ria e al presente ve la notifico, qualmente ditto M.co Ariosto è statto alquanti giorni con la Excell.tia dello Ill.o Sig.r Marchese del Guasto, et al partir suo gli à donati D. 100 d'intrata all'anno per lui e per sui heredi, et gli ha donato un lapis lazari belissimo legato in oro cum una catena d'oro e una crosetta cum Iesù Christo d'oro. In vero che è una cossa belissima da veder, sì che per hora sua Sig.ria se ritrova qua in Ferrara sano e molto contento di questo dono che il prefatto S.r Marchese gli à donato. Quanto al sposalitio della Mag.ca madonna vostra sorella, certo io ne ho hauto tanto apiacer quanto fusse stata una mia sorella, e tanto più quanto mi è stà riferto per il Canc.ro dello Ill.o S.r Alessandro Fregoso, qual mi ha dimostrato esser una delle bellissime spose habbia mai visto, e il simile della bona gratia c'haveva sua S.ria dell'andar fora di casa, maxime de belissimi gesti e movezi che quella tien in sua persona. Et etiam di quello Mag.co sposo, giovine, galante, cortese; cossa che in verità non desidero altro, et ne non è mai giorno che non prego l'altissimo Dio che li conserva tutti doi in eterno nella sua contenteza: et credo che ogni giorno se troveranno più contenti l'uno per l'altro.
Quanto alli drapeselli, io ve li mando per uno de quelli del S.r Alessandro, e non ve pigliati admiration niuna se son statta tarda a mandarli per amor de quello nostro non se trovava qua in la terra.[336] Il Mag.co Mess. Guido Strozo se alegra molto del sponsalitio della Mag.ca sorella di V. S. et molto se arecomanda, e il simile fa il M.co mess. Ludovico Ariosto. Il M.co M. Guido à fondate tutte le sue possessioni da Rechan: del resto stiamo benissimo. Altro per ora non mi occorre, se non ch'a V. S. cum tutti di casa humilmente mi offero: et ribasandovi la man, a quello M.co sposo e la sposa fazo il medemo.
Da Ferrara, alli XVI novembrio MDXXXI.
Di V. S.
Come sorella, ALESSANDRA STROZA.
V
AL MEDESIMO
_a Villabona._
Magnifico messer Giovanfrancesco. Oggi abbiamo avuto una vostra de' quattro di questo. Non accade a far altra scusa perchè non v'avemo prima scritto: volevamo prima aver la vostra, ch'ogni modo aspettavamo d'aver oggi; e domani, o avendola o non avendola, vi volevamo scrivere per le navi. Voi intenderete che 'l magnifico vostro suocero è senza febbre già cinque dì sono, ma tanto fiacco che par non si possa riavere; e per disgrazia che facesse qualche disordine e che ricadesse, avrei poca speranza nei fatti suoi: e per questo io vi conforto ad accelerarvi più che potete di venir alla conclusione; ch'almanco al fin d'agosto siate in questa terra ben espedito d'ogni cosa. Messer Bonaventura[337] mi ha detto questa mattina, che di dì in dì aspetta la dispensa. Se voi avessi così dal canto vostro in ordine il resto, si farìa poco indugio per la dispensa.
Noi credemo di mandarvi il disegno del ricamo della veste morella: pur non lo promettiam certo. Nella veste anderanno ventisei braccia di raso, e nelle sottomaniche due, che faranno ventotto; e nulla manco, per esser grande come ella è. Io non so la quantità dell'oro che v'andrà. Io so ben che madonna Beatrice Gualenga se ne fe' ricamar una questo carnevale, e fece le cordelline d'oro e di seta, e vi si messero due libre d'oro, che messer Guido le mandò a tôrre a Fiorenza. Credo che facendosi queste d'oro schietto, non ve n'andrà meno di tre libre, perchè hanno da esser cordelle, e non cordoni, che mostrano più ricco e più bello. Io vi conforto a non guardare un poco più o un poco meno: chè quando si ha da far una spesa, si vuol far magnifica, o lasciarla stare. Mi piace che abbiasi trovato il velluto rizzolino, che sia bello. Similmente per le sottomaniche bisogneranno ventotto braccia. Circa gli scuffiotti, mi piace che ne facciate fare uno morello e d'oro, massimamente che si confarà con la veste; e così vorrei che l'altro fosse rizzolino e d'oro, essendo l'altra camorra così fatta, cioè rizzolina. La consorte vi prega che siate contento, che facendole una camorra bianca, ch'anco abbia uno scuffiotto bianco e d'oro; e tanto più quanto ella sta molto bene col bianco. Io vi avvertisco a cercar oro sottile, che farà tanto più bello lavoro. E se voi mi rimetterete queste robe, si terrà conto e del numero e del peso, sicchè non ne sarete fraudato d'un ferlino;[338] e quando la veste sarà messa insieme per mandarla al ricamatore, io la peserò; e la peserò di nuovo quando il ricamatore me la ritornerà: e la farò lavorare tanto secretamente, che non si saprà; sicchè parerà poi, che voi l'abbiate mandata da Padoa bella e fatta. Altro non accade. Abbiamo fatte le vostre raccomandazioni. Il suocero, la consorte, e la cognata e noi senza fine ci raccomandiamo a Vostra Signoria.
Ferrariae, 5 iulii 1532.
Vostri, ALESSANDRA STROZZI ed il suo Cancelliere.
VI
A MADONNA LUCIA STROZZI
Molto magnifica madonna onoranda. Io avvisai a questi dì al magnifico figliuolo di V. S. del male del Messer, e poi come era guarito, anzi era andato due volte o tre fuori di casa. Ma dipoi è ricaduto, e ieri ebbe una gran febbre. Mi è paruto mio debito di darne avviso; e perch'io non so dove messer Giovanfrancesco si ritrovi, ho voluto darne avviso a V. S., la quale sarà contenta di avvertirlo, che fin che 'l Messer non è ben sano, stia in loco dove possiamo sapere di lui per avvisarlo, se bisognerà. Alla quale mi raccomando, ed insieme a madonna Lucrezia, per infinite volte.
Ferrariae, 18 iulii 1532.
Quanto ubbidiente figliuola di V. S., ALESSANDRA STROZZI.
Fuori — _Alla molto Magn. come madre onor. mad. Lucia moglie già del Mag. Mess. Carlo de' Strozzi. — A Padova._
VII
A GIOVANFRANCESCO STROZZI
(_Il magnifico Ambasciator di Ferrara sia contento di fare ch'abbia recapito fedelmente_).
Messer Giovanfrancesco mio onorando. Credo che per un'altra mia avrete inteso (la quale, non sapendo ove voi fossi, aveva indirizzata alla magnifica vostra madre) come messer Guido era ricaduto, e per questo vi facevo più fretta di dare espedizione alle vostre faccende, per attender a questa. Ora vi significo come, ancora che 'l male se gli sia molto alleggerito, e speramo che tosto riaverà la sua sanità, pur non è uscito ancora del letto; ed appresso, voi intenderete che 'l signor Duca nostro l'ha eletto per commissario di Romagna, dove avrà da trasferirsi con tutta la sua famiglia tosto che sia guarito. E per questo mi parrebbe che se ben la causa delli Calcagnini v'importa, la metteste da parte un poco per attendere a dar espedizione a questa; sicchè, innanzi che messer Guido si partissi di questa terra, voi avessi sposata vostra mogliere, e che voi fossi sicuro che la pratica non vi potesse esser turbata. Chè sebbene il signor Duca è rimaso satisfatto da messer Guido, il figliuolo non cessa di fargli dar delle battaglie; e sempre mai in tutte le cose l'avvenire è pericoloso: onde, per tutti i rispetti, sarà bene che cercate l'espedizione; ed io son quasi in animo, senza aspettar altra vostra risposta, di mandarvi il Sivero con uno sarto, acciò che si possa far tagliare quei panni.
Oltre di questo poi, avete a sapere, ch'espedita che sia questa cosa, non vi accaderà di provvedervi di casa altrimente; perchè, mentre che messer Guido starà in quell'officio di Romagna (che non potrà esser meno di due anni), voi potrete goder la casa di questa terra: in questo mezzo, con vostra comodità, provvedervi d'un'altra casa, dove vi possiate ridurre quando esso ritornerà. A questi dì esso disse al Cancelliere di questa, che vi scrivesse che a lui pareva che facessimo opera di comprar la casa di quei giovini de' Trotti da Santa Maria del Vado; ch'ogni modo non vi mancherà mai a chi venderla pel prezzo che voi l'aveste comprata: e le gabelle del comprare e del vendere non costeranno quanto gli affitti di quella o d'un'altra casa che voi toleste a pigione. Egli non ve ne scrisse altrimente, perchè tosto di poi successe quest'altra cosa, per la quale potrete avere una casa ottima senza pagarne pigione, pur che vegnate a capo di quanto avete a fare: ed io n'ho già parlato a messer Guido, e l'ho trovato di modo disposto, che spero che sarà contento di lasciarvi in casa. Ma non cesserò di dire e ridire, e importunar tanto che o volontieri o suo malgrado lo farà ogni modo; ma per quello ch'io n'ho finora, credo che lo farà volentieri.
Circa l'oro, io vi dico, che senza dubbio quello di Fiorenza sarà migliore; ed io, senza aspettare altro avviso da voi, ho fatto scrivere a Fiorenza, e quest'altra settimana sarà quì. Non accade altro se non che mandate trentatrè ducati d'oro per pagarlo: se costerà più o meno, se ne terrà buon conto. Io credo di mandarvi un altro disegno della veste; ma non l'ho potuto ancor aver dal maestro. A me piace più del primo; e l'uno e l'altro non è stato più visto: ed io, senza che voi me lo ricordassi, non farei fare una simil cosa che fosse stata vista indosso ad altri. Ho parlato con la consorte; la quale, prima, si vi raccomanda per infinite volte. Circa li ventagli, quel dal manico d'oro vorria che fosse di penne morelle gialle, alla similitudine della veste; l'altro dal manico bianco fosse anco di penne bianche. Le sottane, ne vorrìa una di raso incarnato, listata di tela d'oro, o di quello che piacerà a voi; l'altra di velluto alto e basso, di colore che parrà a voi: e così d'ogni cosa si rimette al parer vostro; chè tutto quello che piacerà a voi, piacerà a lei ancora. Del raso bianco, qui non se ne trova braccio, ch'io n'ho fatto cercar per tutto: bisognerà che mandiamo a Bologna, non vi piacendo di quello di Venezia. Della seta chermesina ch'avevo domandata, non la vorrei più; ma in quel cambio, due onze di morella, ch'abbia il chermisino, che non perda il colore a lavarsi; e quattro onze d'oro, che sia sottile e ben coverto. Lo potrete far vedere a persone che se n'intendano, perchè vorrei far un colletto al modo della veste: e mandatelo presto, perchè si possa cominciar a lavorare; chè in queste cose bisogna mettere assai tempo. Oltra quello che vi scrisse madonna Alessandra, il Cancelliero vi conforta di espedirvi tosto, perchè sempre fu pericolo nell'indugio. E l'uno e l'altro, e prima la consorte e messer Guido senza fine vi si raccomandano.
Ferrariae, 23 iulii 1532.
Vostra, _Alessandra Strozza._
Fuori — _Al Magn. Messer Giovanfrancesco de' Strozzi, a Venezia._
VIII
AL MEDESIMO
Magnifico messer Giovanfrancesco mio onorando. Per lo messo di Vostra Signoria ho avute tutte quelle cose ch'ella mi scrive di mandarmi per lui. E prima, circa i danari, ho fatto che ser Iacomo Ziponaro gli ha portati al mercadante, e satisfattolo, e fattosi render lo scritto, il quale vi rimando; ed esso ser Iacomo di questo scriverà a V. S. più a pieno. Circa la corona e le perle e le altre cose che 'l vostro messo dovea portare a Lugo[339] a madonna Leona,[340] ci è parato di non lasciarle andar più inante; perchè Lugo si trova da questo tempo tutto allagato dintorno, e non vi può andare se non chi molto sia pratico della strada, e molto peggio persona a cavallo: e oltre a questo, tutto il paese è pieno di cavalli e di fanteria dell'imperatore,[341] che starebbe a pericolo di essere rubato. Io ho mandate le lettere: le cose ho ritenute appresso di me, cioè il zebelino, la corona, le perle da orecchie, le pantofole e l'ufficio. Come mi occorra messo fedele e sufficiente, e che si possa andare intorno, gliene manderò: intanto saprà ella che sono appresso di me. Della catena che avete mandata a me, molto riferisco grazie a V. S., ancora che non accadèa di pigliare adesso questo disconcio, non vi ritrovando meglio in danari di quello che vi dovete trovare; chè sempre si potèa fare. Io la salverò così a nome vostro come a mio, chè non meno ne porrete disporre, come se fosse in man vostra. Ben vi avvertisco e priego che non parliate di avermi fatto questo dono; perchè se venisse all'orecchie di vostra suocera, nè voi nè io avressimo mai più pace con lei. Io la terrò molto bene occulta, nè altri saprà ch'io l'abbia, che voi e il Cancellier di questa.
Circa il servitore che V. S. mi scrive, quella saprà che dopo la partita vostra esso ha preso moglie: nondimeno esso è per venire volontieri; ma io non l'ho voluto mandare, se prima non vi ho fatto intendere questo termine in che egli si ritrova. La moglie che egli ha preso, è donna attempata e senza figliuoli, e gli ha dato una casa ed un casale, e sta così bene che non avrà bisogno del vostro. Lui commendo a V. S. per uomo fidatissimo e sufficiente: tuttavia farete in questo il parer vostro. Dell'Ebrèo io non vi scriverò altro, perchè il servitor vostro vi riferirà a bocca quello ch'io gli ho detto. Del vostro non venire in qua non solo vi escuso, ma vi laudo; chè mi maraviglio come possa alcuno andare intorno. Altro non occorre. Insieme col Cancelliere mi vi raccomando, e vi priego che a madonna vostra madre ed alla sorella mi raccomandiate.
Ferrara, 25 decembre 1532.
Di V. S. ALESSANDRA STROZZA.
ALTRA LETTERA DI LODOVICO ARIOSTO
SCRITTA A NOME DEL CARDINALE IPPOLITO D'ESTE
A FRANCESCO GONZAGA MARCHESE DI MANTOVA
Ill.me et Ex.me d[~n]e Cognate et d[~n]e mi obser.me Essendo per far stampare un libro di M. Ludovico Ariosto mio servitore, et a questo bisognandomi mille risme di carta, mando il presente exhibitor per condurne hora una parte da Salò, e fatto che habbia questa condutta per rimandarlo o lui o altri, tanto ch'io n'habbia tutta questa summa. Prego V. Ex.tia che per mio amore sia contenta de commettere a' suoi ufficiali, che sia lasciato passare senza pagamento alcuno de dacio o altro impedimento de volta in volta che mostrarà la presente, che gli ho fatta e gli farò per questo effetto, finchè m'habbia condutta la quantità delle mille risme che per quest'opera mi son de bisogno; et V. Ex.tia lo deve fare volontera, perchè essa anchora n'haverà la sua parte del piacere, et leggendola vi trovarà esser nominata con qualche laude in più d'un loco; et se ben forse non così altamente che se arrivi alli meriti de V. Ex.tia, almeno per quanto s'hanno potuto extendere le forze del compositore.
Quae bene valeat, et a cui mi raccomando.
Ferrariae, XVII sept. MDXV.
Servitor et Cognatus HIPP. Card. ESTENSIS.[342]
Fuori — _Ill.mo et Ex.mo D[~n]o Cognato et D[~n]o meo observ.mo Domino Marchioni Mantuae._
APPENDICE DI DUE LETTERE INEDITE
DI LODOVICO ARIOSTO
I
AL MAGNIFICO NICOLÒ DE' CONTI IN PADOVA
Magnifico parente mio hon.mo Vostra Mag.tia se sarà forse maravigliata che non le habbia mandato le copie di quelle sue investiture, di che essa et a Gabriele mio fratello et a me a' dì passati ha molte volte scritto. Sappia che, oltre le investiture le quali feci vedere al suo messo e ch'egli mi disse non erano a proposito, se ne trovò poi un'altra _la quale si sperò_ potesse essere quella che V. Mag.tia cercava, ma niente _fu perchè essa_ si rimette ad un altro istrumento fatto del.... libro di tal millesimo. Credevo che fusse a casa.... de la camera, che così m'havea detto il notaro che intorno.... tal libro; et essendo questo Consultore stato fuor de la terra molti giorni, ho aspettato il suo ritorno. Quando poi è venuto, gli ho fatto cercare, et finalmente non c'è questo libro.... Speranza resta che si potrà trovare nella torre _del Castello_, dove scritture vecchie si conservano: così ho messo ordine che vi sii cercato. Intanto perchè V. Mag.tia non m'imputi di negligentia, gli n'ho voluto dare avviso. Non restarò di far cercare finchè sarò chiaro se questa sua investitura si trova o non. Intanto me le raccomando.
Ferrariae, 4 augusti MDXX.
Di V[~r]a Mag.tia LUDOVICO ARIOSTO.[343]
Fuori — _Mag.co et generoso affini et tamquam fratri ac parente et fratello, Domino Nicolao de' Comitibus, Paduae._
II
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes Domini mihi observandissimi._ — Li exibitori di questa sono homini della villa di Cascio di questa ducale provincia, li quali havevano tolto a corre certe castagne al terzo sul territorio di Gallicano, et poi che vi hanno posto le loro spese et fatiche, sono vietati per la prohibitione di V.e S.e di potersele portare a casa. Io confidentemente pregho V.e S.e per questa volta et per questi poveri homini, che in tutto sono quattro, che siano contente, che poi che hanno hauto le fatiche habbino ancho il fructo. Alle quali sempre mi rachomando.
Ex Castro Novo, XXV sept. MDXXII.
D.i V.e obser.mus LUD.cus ARIOSTUS Duc.lis Commissarius.[344]
SONETTO
DI LODOVICO ARIOSTO A GIULIANO DELLA ROVERE
eletto papa nel 1503 col nome di Giulio II[345]
L'arbor ch'al viver prisco porse aita, Poi si converse a miglior tempo in oro, Or ha prodotto un sì soave alloro, Che la fragranza in fino al ciel n'è gita. Oh fra' mortali e fra gli Dei gradita, Felice pianta! oh vivo e bel tesoro! Per te s'allunga il seme di coloro Che per cosa divina il mondo addita. Quinci i rami gentil, quinci i rampolli Ch'empìo di gloria e di trionfo il mondo, E fan Roma superba e li suoi colli. Godi, sacra colonna, e scorgi a tondo: Alta sei d'ogni parte e senza crolli, Nè del tuo stato mai fu il più giocondo.
DUE STANZE
COLLE QUALI INCOMINCIA UN CODICE SINCRONO
POSSEDUTO DAI SIGG. EREDI ROSSI DE' CINQUE CANTI DELL'ARIOSTO PUBBLICATI LA PRIMA VOLTA IN VENEZIA NEL 1545 DOPO L'ORLANDO FURIOSO
STANZA 1ª DEL CODICE
Oltre che già Rinaldo e Orlando ucciso Molti in più volte avean de' lor malvagi; Ben che l'ingiurie fûr con saggio avviso Dal re acchetate e li comun disagi, E che in quei giorni avea lor tolto il riso l'ucciso Pinabello e Bertolagi: Nova invidia e nov'odio anco successe Che Franza e Carlo in gran periglio messe.[346]
STANZA 2ª DEL CODICE, E 1ª DELL'EDIZ. 1545
Ma prima che di questo altro vi dica, Siate, Signor, contento ch'io vi mene, (Chè ben vi menerò senza fatica) Là dove il Gange ha le dorate arene; E veder faccia una montagna aprica, Che quasi il ciel sopra le spalle tiene, Col gran tempio nel quale ogni quint'anno L'immortal fate a far consiglio vanno.
PRIVILEGI ACCORDATI A LODOVICO ARIOSTO
PER LA STAMPA DEL SUO «ORLANDO FURIOSO»
I
DELLA SIGNORIA DI FIRENZE
(Arch. della Repubblica. Registri delle deliberazioni de' Signori e Collegi)
«Die XII mensis martii 1515 [stile comune 1516].
«Item prefati Domini et Vexillifer simul adunati etc., et servatis etc., deliberaverunt et deliberando mandaverunt omnibus et singulis impressoribus, liberariis et aliis quibuscumque de civitate, comitatu et districtu Florentiae, quatenus modo aliquo non audeant vel presumant imprimere, nec imprimi facere nec vendere nec vendi facere librum sive novum opus quod intitulatur ORLANDO FURIOSO, noviter editum per dominum _Ludovicum de Ariostis_, sine expressa licentia dicti domini Ludovici, sub poena eorum indignationis. Mandantes etc.»[347]
II
DI PAPA LEONE X
«DILECTO FILIO LUDOVICO DE ARIOSTIS FERRARIENSI LEO PAPA DECIMVS.
«Dilecte fili salutem et Apostolicam benedictionem. — Singularis tua et pervetus erga nos familiamque nostram observantia egregiaque bonarum artium et litterarum doctrina, atque in studiis mitioribus, praesertimque poetices elegans ac praeclarum ingenium, jure prope suo a nobis exposcere videntur, ut quae tibi usui futura sunt, justa praesertim et honesta patenti, ea tibi liberaliter et gratiose concedamus. Quamobrem cum libros vernaculo sermone et carmine, quos ORLANDI FURIOSI titulo inscripsisti, ludicro more, longo tamen studio et cogitatione, multisque vigiliis confeceris, eosque conductis abs te impressoribus ac librariis edere cupias; cum ut cura diligentiaque tua emendatiores exeant, tum ut si quis fructus ea de causa percipi potest, is ad te potius, qui conficiendi poematis laborem pertulisti, quam ad alienos deferatur: volumus et mandamus ne quis te vivente eos tuos libros imprimere, aut imprimi facere, aut impressos venundare, vendendosve tradere ullis in locis audeat sine tuo jussu et concessione. Qui contra mandatum hoc nostrum fecerit et admiserit, universae Dei Ecclesiae toto orbe terrarum expers excommunicatusque esto, nec non librorum omnium amissione, ac ducatorum centum (quorum quinquaginta fabricae divorum Apostolorum Petri et Pauli de urbe, reliqui quinquaginta tibi et accusatoribus executoribusque pro rata adscribantur) poenis plectatur. Mandantes propterea universis et singulis Venerabilibus fratribus Archiepiscopis et Episcopis, eorumque in spiritualibus Vicariis Generalibus, et aliis ad quos spectat in virtute Sanctae obedientiae, ut praemissa servari omnino faciant, contrariis non obstantibus quibuscumque.
«Datum Romae apud Sanctum Petrum sub annulo Piscatoris, die XXVII Martii M. D. XVI. Pontificatus nostri Anno quarto.
«IACOBUS SADOLETUS.»[348]
III
DI GIO. FRANCESCO GONZAGA MARCHESE DI MANTOVA
«FRANCISCUS MARCHIO MANTUAE, etc.
«Havendo lo nobilissimo et doctissimo M.r _Ludovico Ariosti_ gentilhomo ferrarese, familiare del R.mo et Ill.mo Sig. Card. da Este nostro cognato et fratello honorandissimo novamente fatto imprimer una elegantissima opera volgar di battaglie composta per lui, intitolata ORLANDO FURIOSO, amando noi esso M.r _Ludovico_ singolarmente per le sue rare virtù et per la observantia sua verso noi, et per l'honor che 'l ne fa ne li suoi dottissimi scritti, disposti sempre a gratificarlo in molte maggior cose, per la presente nostra gli concediamo che in tutto il tempo di sua vita niuna persona possa imprimere la soprascritta opera nè in la città, nè in lo dominio nostro di Mantua, et questo acciò che lui più comodamente possa vender gli volumi di essa opera che l'ha fatto imprimer. Comandiamo adunque in virtù della presente nostra a qualunque nostro officiale così in la città di Mantua come nel resto del dominio nostro a cui la presente sarà mostrata ad instantia del prefato Mess. Ludovico, faciano observar quanto in essa si contiene, prohibendo ad ognuno lo incominciar ad imprimer la dicta opera et a perficerla quando l'havessero cominciata ad imprimer, che così è di nostra volontà et intentione.
«Datum Mantuae sub fide nostri majoris sigilli, die XXV Maij MDXVI.
«Jo. Jacobus Calandra secretarius, mandato Domini ex relatione M. Equitis domini Ptolomei Gonzagae primi secretarii et consiliarii, subscripsit.»[349]
IV
DELLA SIGNORIA DI VENEZIA
«ANDREAS GRITTI, Dei gratia Dux Venetiarum et Universis et singulis Rectoribus, Potestatibus, Jusdicentibus locorum et terrarum Dominii nostri, ac Officialibus huius civitatis: fidelibus dilectis salutem et dilectionis affectum.
«Alli VII de l'instante havemo concesso con el Consiglio nostro de Pregadi gratia et facultà al dilettissimo nostro _Ludovico Ariosto_, nobile ferrarese, famigliare dell'Eccellentissimo Signor Duca di Ferrara, che una opera sua chiamata ORLANDO FURIOSO per lui composta et novamente corretta et reformata possi lui solo farla stampar et vendere. Nè ad altri questo sia licito nelle terre et loci nostri, con quelli modi et conditioni et sotto quelle pene che pel Collegio nostro li fu concesso del 1515 a dì 25 Ottubrio. Perhò vi commettemo che ditta nostra gratia li osserviate et da tutti faciate inviolabiliter osservare.
«Datum in nostro Ducali Palatio, die XIIII Januarii, inditione prima, M. D. XXVII.»[350]
V
(inedito)
DI FEDERICO GONZAGA DUCA DI MANTOVA
«FEDERICUS DUX MANTUAE etc. — Essendo noi sempre facili in compiacere ne le loro honeste domande a quelli che ricorreno a noi anchora che non habbiamo lor cognitione, nè da essi possiamo sperare honore nè altro, ragionevolmente dovemo essere facilissimi a compiacere a quelli che conoscemo, e non solo a noi ma a molt'altri hanno dato cognitione de le lor virtù et ne possono con esse dare, et già n'hanno dato laude et fama, come il Mag.co et Dott.mo Mess. _Ludovico Ariosto_ Gentilhomo ferrarese, qual ne li suoi elegantissimi scritti a noi et a casa nostra ha fatto honore, per il quale havemo da esserli non mediocremente obligati. Esso havendo novamente revista et ampliata l'opera di battaglia tanto laudata composta per lui sotto il nome d'ORLANDO FURIOSO, et volendo farla stampare e dar fuore, n'ha fatto pregare a contentarci di provedere che nel dominio nostro, senza sua licentia non sia impressa, acciò ch'altri non abbia a guadagnare de le fatiche sue: nel che molto volentieri li compiacemo; et così per la presente nostra comandiamo et vetiamo che tanto ch'egli vive niuna persona nè ne la città di Mantova nè in altro loco del dominio nostro possa imprimere la detta opera senza sua expressa licentia, nè venderla quando altrove fosse stampita senza detta licentia, sotto pena di perdere li libri et un ducato per volume da essere scosso irremissibilmente da chi contrafarà, et applicata la metade alla Camera nostra fiscale, e l'altra metade come piacerà a Mess. Ludovico, ad ogni requisitione del quale comandiamo a tutti li nostri officiali così ne la città di Mantova, come nel resto del dominio nostro, che facciano pienamente servare quanto ne la presente si contiene: che così è nostro fermo volere.
«Datum Mantuae sub fide nostri maioris sigilli, Die XVIa Jan. MDXXXI.»[351]
VI
DI FRANCESCO VISCONTI II DUCA DI MILANO, ecc.
«FRANCISCUS VICECOMES, etc. — Essendo Nui sempre facili in concedere tutte le dimande che per qualunque causa hanno in sè honestà, tanto più dovemo essere facilissimi in concedere quelle che per virtù sono honestissime. Ricercandone adunque il nobilissimo et doctissimo Mess. _Ludovico Ariosto_ Gentil'homo Ferrarese che vogliamo provedere non si possi stampare nel nostro dominio senza sua licentia durante la lui vita l'opera per lui novamente revista et ampliata, sotto il nome di ORLANDO FURIOSO, ad ciò che altri non habbi ad guadagnare de le fatiche sue, non habbiamo possuto in cosa tanto honesta desdirli: et però per tenore de le presenti concedemo che vivendo il detto Ariosto, niuna persona del Stato nostro, nè altri possi stampare, nè fare stampare, nè stampato altrove vendere nel nostro Dominio la detta opera senza sua espressa licentia, sotto pena de perdere li libri et uno ducato per caduno volume, da essere scosso irremissibilmente da chi contrafarà, et la mittà sia applicata alla Camera nostra, l'altra mittà come piacerà al detto Ariosto. Ad ogni requisitione del quale commandiamo a qualunque nostri offitiali et subditi ad chi appartenerà, che facciano pienamente osservare quanto ne le presenti si contiene, perchè così è nostra ferma voluntà.
«Datum Comi sub nostri fide sigilli. Die XX Julii M. D. XXXI.»[352]
VII
DELL'IMPERATORE CARLO V
«Carolus Augustus divina favente clementia Romanorum Imperator ac Germaniae, Hispaniarum, utriusque Siciliae, Hierusalem etc. Rex, Archidux Austriae, Dux Burgundiae et Galliae Belgicae Dominus etc.
«Librum ORLANDI FURIOSI per Ludovicum Ariostum alias editum et nunc denuo purgatum et locupletatum, nulli hominum per universum Romanum Imperium, Regnaque nostra nisi uni Ariosto aut ab eo mandatum habenti quamdiu is vixerit typis excudere excussumve alibi vendere fas sit, qui secus fecerit viginti Marcarum auri poena plectatur. Harum rei testimonio litterarum manu nostra subscriptarum, et sigilli a tergo impressione munitarum....
«Datum in Oppido nostro Bruxellensi. Die XVII mensis Octobris, Anno Domini M. D. XXXI. Imperii nostri undecimo, Regnorumque nostrorum omnium sextodecimo.
«Ad Mandatum Caesareae et Catholicae Majestatis perpetuum.
«ALF. VALDEIUS.»[353]
VIII
DI PAPA CLEMENTE VII
«DILECTO FILIO LUDOVICO ARIOSTO NOBILI FERRARIENSI CLEMENS PAPA VII
«Dilecte fili salutem et Apostolicam benedictionem. — Cum sicut nobis exponi fecisti tu librum tuum qui _Orlandus furiosus_ inscribitur a te jamdiu editum et impressum vitio mendosum corrigere et supplere ac in melius reformare, aliaque pariter tui ingenii opera imprimere desideres verearisque ne alii te inscio vel invito illa imprimant, seu impressa vendant; Nos qui tuo ingenio et virtuti libenter favemus, tuamque postulationem aequissimam agnoscimus, tuis precibus super hoc nobis porrectis inclinati inhibemus omnibus et singulis per omnem Sanctae Romanae Ecclesiae Ditionem temporalem constitutis praesertimque Bibliopolis et librorum impressoribus sub excomunicationis latae sententiae, et insuper amissionis librorum et XXV aureorum tibi applicandorum totiens quotiens contravenerint et eo ipso incurrenda poena, ne sine tua expressa licentia, consensu et voluntate tam dictum librum _Orlandi furiosi_ de novo a te imprimendum quam quaevis alia per te in latino, seu vulgari sermone, in prosa vel in metris hactenus composita, et deinceps componenda opera quae tu imprimi feceris ulli alii donec tu vixeris imprimere aut imprimi facere seu vendere, aut venales habere praesumant. Mandantes universis locorum nostrae temporalis Ditionis tam Archiepiscopis et Episcopis eorumque Vicariis, Gubernatoribus, Locatenentibus, Potestatibus et Tribunalibus, ac Executoribus quibuscumque, ut ad omnem tuam vel tuorum requisitionem praesentes litteras tibi efficaciter observari, et poenas praedictas a contravenientibus irremissibiliter exigi faciant et curent cum effectu, contrariis non obstantibus quibuscumquae. Volumus etiam praesentium transumptis manu notarii publici subscriptis, et sigillo personae in dignitate ecclesiastica constitutae munitis, plenam in iudicio et extra ac eandem prorsus fidem adhiberi, quae literis originalibus adhiberetur si essent ostensae.
«Datum Romae apud Sanctum Petrum, sub annulo piscatoris. Die ultima Januarii MDXXXII. Pontificatus nostri anno nono.
«BLOSIUS.»[354]
FINE
INDICE
_Avvertenza_ Pag. V
PREFAZIONE storico-critica intorno Lodovico Ariosto e il suo tempo IX AGGIUNTA alla Prefazione CXXXI
DOCUMENTI ALLA PREFAZIONE
I Lettera di Lodovico Ariosto (seniore) a Paolo Costabili CXXXIII II Lettera di Nicolò Ariosto al duca di Ferrara Ercole I CXXXIV III Lettera del medesimo alla duchessa d'Aragona d'Este CXXXV IV Lettera del cardinale Ippolito d'Este a Beltrando Costabili in Roma CXXXVI V Lettera del duca di Ferrara Alfonso I a Sigismondo Salimbeni in Venezia CXXXVIII VI Lettera di Beltrando Costabili al cardinale Ippolito d'Este CXL VII Lettera di Benedetto Fantino a Gherardo Saraceni CXLII VIII Lettera del duca Alfonso I al cardinale Ippolito d'Este in Firenze CXLIII IX Lettera del medesimo al suddetto in Parma CXLIV X Lettera del medesimo al suddetto in Ferrara CXLV XI Lettera del medesimo al suddetto in Ferrara CXLVI XII Processo contro monsignor Uberto Gambara, 1521 CXLVIII XIII Lettera del duca di Ferrara Alfonso I all'Imperatore contro papa Leone X, 1521 CXLVIII XIV Risposta della Corte di Roma alla lettera suddetta, 1522 CLXII XV Lettera di Rinaldo Ariosto ad Isabella Estense Gonzaga in Mantova CLXXV XVI Lettera di Alfonso Paolucci al duca di Ferrara Alfonso I CLXXVI XVII Supplica dei fratelli Gabriele, Galasso e Alessandro Ariosto e Virginio loro nipote ad Ercole II duca di Ferrara, 1534 CLXXXII
LETTERE DI LODOVICO ARIOSTO, n. cxciii per ordine cronologico (1498-1532), dirette:
Ad Aldo Manuzio (il vecchio) _inedita_ 1 Al cardinale Ippolito d'Este 2 e seg. Al cardinale Giovanni de' Medici 20 Al marchese di Mantova 22 e seg. Al principe Lodovico Gonzaga 23 A Benedetto Fantino 24 Al Doge di Venezia 26 e 279 Al duca di Ferrara Alfonso I 29 e seg. Alla marchesana di Mantova Isabella d'Este Gonzaga 31 e 302 A Mario Equicola 32 e 36 A papa Leone X 34 A Benci de' Benci, capitano di Barga 37 e 126 Agli Anziani della Repubblica di Lucca 39 e seg. Agli Otto di Pratica in Firenze 46 e seg. Ad Obizo Remo, segretario ducale 55, 60 e 63 A Santuccio Santucci, commissario in Lucca 122 A Lorenzo Pandolfini, podestà di Barga 134 A Nicolò Rucellai capitano e commissario di Pietrasanta 140 A Bonaventura Pistofilo segretario ducale 200 Al Vicario di Gallicano 225 A Pietro Bembo 282 Al conte Nicolò Tassone d'Este, _inedita_ 282 A Gianfrancesco Strozzi 285 e seg. A Gio. Giacomo Calandra 290 A Margherita Paleologa Gonzaga 302 Al principe Guidobaldo Feltrio della Rovere 303
LETTERE scritte da Lodovico Ariosto a nome del cardinale Ippolito d'Este:
I A Beltrando Costabili 305 II Al rev. Padre 306 III Al rev. don Rufino Berlinghieri 306 IV Al medesimo 307 V Al Sufraganeo nostro in Milano 308
GRIDE n. VIII fatte pubblicare da Lodovico Ariosto in Garfagnana 309 a 317
LETTERE scritte da Lodovico Ariosto a nome di Alessandra Benucci vedova Strozzi:
I A Lorenzo Strozzi in Firenze 319 II A Giovanfrancesco Strozzi in Padova 323 III Al medesimo 325 IV Al medesimo 327 V Al medesimo 329 VI A madonna Lucia Strozzi 331 VII A Giovanfrancesco Strozzi 332 VIII Al medesimo 335
ALTRA LETTERA di Lodovico Ariosto a nome del cardinale Ippolito d'Este:
A Francesco Gonzaga marchese di Mantova 339
APPENDICE di due Lettere inedite di Lodovico Ariosto:
I A Nicolò de' Conti in Padova 341 II Agli Anziani della Repubblica di Lucca 343
SONETTO di Lodovico Ariosto a Giuliano della Rovere eletto papa nel 1503 345
DUE STANZE colle quali incomincia un codice de' _Cinque Canti_ dell'Ariosto 347
PRIVILEGI accordati a L. Ariosto per la stampa del suo _Furioso_:
I Della Signoria di Firenze 349 II Di Papa Leone X 350 III Di Gio. Francesco Gonzaga marchese di Mantova 352 IV Della Signoria di Venezia 353 V Di Federico Gonzaga duca di Mantova, _inedito_ 354 VI Di Francesco Visconti II duca di Milano 356 VII Dell'Imperatore Carlo V 357 VIII Di Papa Clemente VII 358
NOTE:
[1] Canto XIII, st. 73.
[2] Nicolò da Casola bolognese indirizzò nel 1358 il suo _Attila_, poema in lingua francese, ad Aldobrandino d'Este e a Bonifazio Ariosti:
Por fer a le Marchis da Est un riche don, Ovoiremant a suen oncles dam Boniface il baron.
Il Dolfi pretende che Bonifazio sposasse Misina figlia di Azzo d'Este.
[3] Nel diploma dell'imperatore non si trova nominato Ugo, il maggiore dei fratelli Ariosti, che però in una lettera del duca di Ferrara Ercole I è detto anch'esso conte e cavaliere.
[4] LOD. ARIOSTO, _Opere minori_, ordinate e annotate per cura di F. L. Polidori. Firenze, 1857, tomo I, pag. 360.
[5] Riportiamo in Appendice una lettera dell'arcip. Lodovico (Docum. I).
[6] SCHIVENOGLIA, _Cronaca di Mantova_. Milano, 1857, vol. II, pag. 167. — _Diario ferrarese_ in MURATORI, _Rer. ital. scrip._, vol. XXIV, col. 237. _Nicolò di Leonello d'Este_, notizie da noi pubblicate negli _Atti e Memorie di storia patria_. Modena, 1870, vol. V, pag. 422 e 436 in cui si riporta una lettera dello stesso Nicolò d'Este diretta al Mag. Lorenzo de' Medici in data 16 dicembre 1471, che narra distesamente i particolari dell'attentato.
[7] _Vita di Lod. Ariosto_, scritta dall'ab. GIROLAMO BARUFFALDI. Ferrara, 1807, pag. 12.
[8] _Croniche di Reggio lepido originate secondo le vite de' suoi Vescovi_, di FULVIO AZZARI reggiano. Tomi 2, in-fol. MS. presso la Bibl. Estense di Modena.
[9] _Memorie stor. di Reggio._ Carpi, 1769, T. III, pag. 563, e non già tomo I, pag. 612, come dice il Baruffaldi.
[10] _Vita di Lod. Ariosto_, cit., pag. 32.
[11] Questo figlio di Lucrezia Borgia nacque secondo l'Azzari il 7 settembre 1505 e secondo il Panciroli due giorni dopo. Gli fu posto nome Alessandro, in memoria di papa Alessandro VI padre di Lucrezia. Morì poco dopo «per non essere il parto a termine», come nota anche BONAVENTURA PISTOFILO nella _Vita di Alfonso I_, da noi pubblicata negli _Atti e Memorie di storia patria_ (Serie I). Modena, 1865, vol. III, pag. 493. Il Frizzi fa che il parto succeda a Rovigo: errore invece di Reggio.
[12] TACOLI, _Memorie storiche di Reggio_. Parma, 1748, Tomo II, pag. 789.
[13] _Relazioni dei Governatori di Reggio al duca Ercole I di Ferrara_, per cura del cav. GIOVANNI BATTISTA VENTURI. Vedi _Atti e Memorie di storia patria_. Serie III, vol. II. Modena, 1884, pag. 269.
[14] _Notizie per la vita di Lodovico Ariosto_, tratte da documenti inediti a cura di GIUSEPPE CAMPORI, 2ª ediz. Modena, 1871, pag. 13 e 14.
[15] Nicolò non aggradì in quest'officio a' suoi stessi colleghi ed al popolo, di che abbiamo prova in 23 Sonetti satirici contro il medesimo da noi pubblicati per la seconda volta nelle _Rime edite e inedite_ di ANTONIO CAMMELLI detto IL PISTOIA. Livorno, 1884, pag. 251 e segg.
[16] _Vita di Lod. Ariosto_, l. c., pag. 23.
[17] ARIOSTO, _Opere minori_, cit., Tomo I, pag. 346 e 362.
[18] CAMPORI, _Notizie per la vita di Lodovico Ariosto_, ediz. cit., pag. 21-22, ove si notano due pagamenti fatti nel 1502 e 1503 all'Ariosto per l'ufficio suddetto ch'era rimasto ignoto a tutti i biografi del poeta.
[19] _Poesie latine edite e inedite di Lodovico Ariosto_, studi e ricerche di GIOSUÈ CARDUCCI. 2ª ediz. Bologna, 1876. E veggasi anche la nota alla lettera latina inedita dell'Ariosto, pag. 1 del presente volume.
In tale proposito crediamo opportuno riferire il seguente epigramma inedito dell'Ariosto, tratto dal codice Estense VI. B. 29 nel quale è scritto due volte:
Sum dat es, est; et edo dat es, est: genus unde, Magister, Estense ? an quod sit dicitur, an quod edit?
[20] DANTE, _Paradiso_, c. VIII, in fine.
[21] Essendo solito uccidere _capponi ed oche_ che incontrava ne' campi altrui, il padre gli scrisse nel 1494 che dovesse astenersene, e attendere piuttosto a studiare.
[22] _Lettere storiche_, di LUIGI DA PORTO. Firenze, Le Monnier, 1857, pag. 156. Veggasi pure a pag. 109.
[23] _Storia della corte di Roma e di papa Alessandro VI_, cap. 61.
[24] BONAV. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, l. c., cap. IX. — Il Pistofilo, segretario e favorito del duca, avrebbe avuto tutto l'interesse a tacere la presenza del cardinale al delitto, se non fosse stata troppo allora palese. Anche il Guicciardini l'afferma.
[25] ARIOSTO, _Orlando furioso_, c. XXXVI, st. 8.
[26] FRIZZI, _Memorie per la storia di Ferrara_. Ferrara, 1796. Tomo IV, pag. 207.
[27] BON. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. IX.
[28] FRANCESCO DE' MANTOVANI, _Libro di alcune croniche_. Ms. presso la Bibl. Estense di Modena. Per congratulare della scoperta congiura non mancarono lettere mandate da varie parti, e abbiamo da Modena la seguente diretta al duca Alfonso: — «Ill. Princeps et Excell. d. nr. sing. — Mandiamo a V. Ecc. per Oratori nostri li spettabili dottori di legge mess. Lodovico Bellencino cavaliero e mess. Giovanni Sadoleto, i quali in nome nostro si condoleranno con quella della congiurazione fatta e ordinata contro la persona di V. Ecc., e successive si congratuleranno che Dio abbia preservato per sua benignità la prefata V. Ecc. da simile detestabile congiurazione.
«Così preghiamo quella si degni dare fede circa ciò ad essi nostri Oratori come a noi proprii: ed a quella ci raccomandiamo di continuo.
«Mutinae, die XIV aug. 1506.
«E. Ex. V. fidel. servit.
«Sap. presidentes Reipubl. Mutinae.»
[29] FRANCESCO DE' MANTOVANI, _Croniche_ mss. citate.
[30] ANTONIO FRIZZI, _Memorie per la storia di Ferrara_, Tomo IV, pag. 205, ediz. di Ferrara, 1796.
[31] POMPEO LITTA, _Famiglie celebri italiane_.
[32] DIOMEDE GUIDALOTTO nel suo _Tirocinio delle cose vulgari_ (Bologna 1501), parlando di Angela Borgia quand'anche trovavasi in Roma, dice in un sonetto a Cristoforo Valdes:
Chi ad Angiola già pose il divin nome, Fu, Cristofor mio, certo uom ch'ebbe ingegno, Chè costei passa di natura il segno, Da ornar, non una sol, ma cento Rome. Che occhi vid'io, che man, che petto!... _ecc._
È ricordata anche dall'ARIOSTO, _Orlando furioso_, c. XLVI, st. 4. Nella _Cronaca modenese_ di TOMMASINO LANCILLOTTO (Parma, 1862, T. I, pag. 141-42) si riporta il seguente fatto che ci dà prova della condotta dell'Angela Borgia anche dopo il suo matrimonio con Alessandro Pio: «Domenica, a dì 8 settembre 1510. La mogliera del sig. Alessandro Pio signore di Sassuolo è stata menata via da Sassuolo dal sig. Galeazzo Pallavicino in parmigiana, e lei ci ha dato Sassuolo nelle mani per essere della parte dei Francesi, contro la voglia del suo consorte».
[33] ARIOSTO, _Opere minori_, Tomo I, pag. 849.
[34] Idem, ivi, pag. 267 a 276.
[35] ARIOSTO, _Opere minori_, Tomo I, pag. 251.
[36] Canto III, st. 60-62, e canto XLVI, st. 95.
[37] Lettera d'Isabella d'Este duchessa di Mantova al cardinale Ippolito, del 5 febbraio 1507, in TIRABOSCHI, _Storia della letteratura italiana_, libro III, capo III.
[38] Fin dal 1486 venne rappresentata in Ferrara la commedia de' _Menecmi_ di Plauto, traduzione fatta ad istanza di Ercole I, la cui sola messa in scena gli costò mille scudi, e diedesi pure il _Cefalo_, favola pastorale di Nicolò da Correggio. Ma senza estenderci su questi spettacoli, ricorderemo almeno di aver rilevato dalla _Cronaca_ del Zambotto, che per festeggiare l'arrivo in Ferrara di Lucrezia Borgia sposa ad Alfonso d'Este vennero recitate dal 3 all'8 febbraio 1502 cinque commedie tradotte da Plauto, e cioè l'_Epidico_, le _Bacchidi_, il _Milite glorioso_, l'_Asinaria_ e la _Casina_.
[39] BONAV. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. XI.
[40] ARIOSTO, _Furioso_, canto XL, st. 3.
[41] BON. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. XIV.
[42] _Antichità Estensi_. Modena, 1740, tomo II, pag. 296. Veggasi anche a pag. 410, ove in proposito della scomunica data dal papa a Cesare I nel 1597 col privarlo di Ferrara, Cento, la Pieve ed altri luoghi di Romagna, dice: «come lo spirito pacifico e mansueto, lasciato dal divino Salvatore per eredità alla sua Chiesa, potesse mai per beni temporali procedere a tanti castighi e maledizioni contra di un principe cattolico.»
[43] BARUFFALDI, _Vita di Lod. Ariosto_, pag. 140 e 141.
[44] CAMPORI, _Notizie_ ecc., l. c., p. 43.
[45] _Antichità Estensi_. Modena, 1740, tomo II, pag. 298.
[46] Da Parma scriveva al suo segretario in Ferrara di mandargli «il corsetto, la gola di ferro, li spallazzi, la braga di maglia, li scanni, le balle e il guizzotto».
[47] Una lettera del duca in data 5 settembre 1510 rammenta fra questi un Alfonso Ariosto, come parve anche al FRIZZI nelle sue _Memorie storiche della nobil famiglia Ariosti. Vedi Raccolta di opuscoli_, ecc. Ferrara, 1779, tomo III.
[48] BARUFFALDI, _Vita di Lod. Ariosto_, pag. 137.
[49] Isabella d'Este marchesana di Mantova così scriveva al cardinale Ippolito suo fratello in Parma sotto la data del 7 dicembre 1510: «Io mi conforto, che da tutti quelli che vengono da Ferrara mi è certificato che gentiluomini, cittadini, artisti, preti, frati e donne con grande animo lavorano alli ripari, e sono in buona disposizione di difendersi e star saldi; che mi fa sperare che li nemici si pentiranno d'andarvi.»
[50] ARIOSTO, _Opere minori_, tomo I, pag. 232. V. anche nel _Furioso_,