Leopardi

Part 8

Chapter 83,857 wordsPublic domain

Se non vuole lasciarlo andar via, libero, nel vasto e ignoto mondo, il padre potrebbe almeno consentirgli di pensare, di scrivere liberamente. Neanche questo gli concede; intende anzi che non abbia idee diverse dalle sue; attende a difenderlo dallo “sconvolgimento fatale della ragione umana che ha disonorata la nostra età.„ Quando s'accorge dei sentimenti di Giacomo, dopo il tentativo di fuga, non potendo spiegarsi come tanta vigilanza, tante predicazioni e tanti esempii siano stati invano, getta tutta la colpa dell'accaduto sull'amicizia del Giordani, col quale ha consentito che il figlio avesse carteggio e restasse da solo a solo durante la visita del Piacentino a Recanati. Si spaventa perchè, con l'occasione della letteratura, costui ha suggerita e favorita la corrispondenza di Giacomo con molti letterati d'Italia, fra i quali vi sono “spiriti pericolosi o inquieti, che non hanno mentito sè stessi, e manifestandosi al figlio mio nelle loro lettere, lo hanno scopertamente invitato a partecipare delle loro massime, e a coadiuvare, anzi a farsi primario sostenitore dei loro disegni.„ La canzone _All'Italia_ e quella _Sul monumento di Dante_ hanno valso infatti all'autore una lettera del Montani, il quale saluta in lui il più degno futuro poeta dei Carbonari. Monaldo “si pela dalla paura„, per adoperare l'espressione di Carlo. Un giorno, frugando tra le carte di Giacomo, come è suo uso, non che della moglie, trova una lettera che il figlio è sul punto di spedire al Brighenti intorno alla stampa di tre nuove canzoni: _Ad Angelo Mai_, _Per donna malata_ e _Sullo strazio d'una giovane_; alle quali l'editore ha proposto e Giacomo ha consentito che si uniscano le due già prima stampate per farne un libretto più consistente. Tanto basta perchè Monaldo tosto scriva al Brighenti significandogli il suo dispiacere, e la volontà che la canzone _All'Italia_ non si ristampi. Lo stesso Brighenti, pur lodando le paterne inquietudini, timidamente rappresenta a Monaldo: “Veramente le confesso che anche dalla niuna difficoltà della revisione, io deduco che quella canzone non è punto sediziosa, e soltanto libera e poeticamente ardita.„ Pure, obbedendo, sospende la stampa, e per non dire a Giacomo il vero motivo, gli chiede denaro per lo stampatore. Già l'effetto di questa prima lettera è grave nell'animo del giovane altero, che non avendo la somma e non volendo chiederla, si vede costretto di rinunziare alla disegnata pubblicazione: “Ho conosciuto di essermi ingannato, non avendo in nessun modo potuto riuscire ad accumulare la somma intiera. Abbassarmi non voglio, e non è stato mio costume mai da quando la disgrazia volle mettermi a questo mondo. E potrà anche far la fortuna che mi manchi il vitto e il vestire, ma non costringermi a domandarlo neppure alla mia famiglia. Perciò rinunzio interamente a qualunque progetto così relativamente a questa come a qualunque altra edizione; e perchè il mio ingegno è scarsissimo, e, per grande che sia qualunque ingegno, non giova mai nulla in questo mondo, son risoluto di sacrificarlo totalmente all'immutabile ed eterna scelleratezza della fortuna, col seppellirmi sempre più nell'orribile nulla nel quale son vissuto fino ad ora. Prego V. S. che non pensi più a me se non come all'uomo il più disperato che si trovi in questa terra, e che non è lontano altro che un punto dal sottrarsi per sempre alla perpetua infelicità di questa mia maledetta vita....„ Il padre si duole vedendo la malinconia e la tristezza di Giacomo, che Carlo condivide; si lagna perchè “con un cuore troppo pieno d'amore per tutti, sono dipinto nella loro immaginazione corrotta come un tiranno inesorabile.„ Nell'impeto del dolore invidia “la sorte d'un padre mendico che riportando a casa un pane nero e bagnato di sudore, lo vede accolto dall'amore e dalla riconoscenza dei figli.„ Ma se l'amor suo è grande e sincero, non meno ferma è la sua volontà di disciplinare a suo modo l'ingegno del figlio. Egli lo ammira, ma quanto maggiore è l'ammirazione, tanto maggiore è il dolore di vederlo avviato per una strada che giudica falsa. Le canzoni che Giacomo non si rassegna a metter da parte sono per lui inezie: “Ma perchè questo mio figlio vuole perdersi dietro queste inezie che non portano nè a conseguenze nè a fama? Perchè amando la Letteratura e il nome di Letterato, come lo ama e lo agogna con fervore giovanile, perchè non si dedica a qualche opera utile e grande di cui è capace maggiormente possedendo la lingua ebraica e greca? Egli sicuramente è consigliato male e peggio lo è nel suo sistema di confidarsi con me scarsamente. Io stimo poco la Letteratura nuda e la vorrei sempre seguace di qualche scienza, stimando che un Letterato, il quale non professi alcuna facoltà sia una cornice magnifica senza quadro....„ E sentendo che la propria autorità è poca, che il suo credito sul figlio è scarso, si affida all'editore per ottenere che glie lo converta: “Le faccia conoscere che le canzoni ed altri piccoli pezzi staccati producono gloria momentanea e caduca, e che un uomo grande deve lasciare un'opera grande.... Insomma lo elettrizzi, lo infiammi a qualche occupazione degna d'un Cavaliere Cristiano, e mi avrà reso un favore inapprezzabile, e forse mi avrà reso il cuore di un figlio. I giovani sentono più l'amico che il padre, e molto più quando hanno sospettato che i principii del padre perchè troppo antichi, e troppo severi, non ottengono il plauso di tutti.„ Egli s'accosta così alla verità; dovrebbe fare solo un passo per concedere che Giacomo segua il proprio genio; ma di questa concessione è incapace.

Egli è persino incapace d'intendere in qual modo bisognerebbe trattare il giovane per non ferirlo: l'editore, l'estraneo gli dà una lezione d'amor paterno: “Permetta, o Signore, ad una persona che sente profondamente l'amor paterno, e che ha presentissimi i dettagli della propria giovinezza.... che La supplichi a cedere quanto mai può a quei moti amorosi, che leggo nella di Lei lettera, e che mi hanno veramente intenerito. Io le accerto che il signor conte Giacomo è afflitto oltremodo, e ben mi accorgo che questo giovane è dotato di una sensibilità delicatissima, onde le cose che ad altri sono lievi, sono a quell'anima gentilissima acutissime spine.... Ella troppo sente l'amarezza delle nebbie che offuscano la tenerezza tra padre e figlio. Il signor conte Giacomo è tale da portare nuovi pregi alla illustre di Lei casa: facciamo adunque che lo possa, e rispettiamo questa soverchia elasticità di fibre che è poi in fondo il patrimonio di chi ha un ingegno superiore. Le torno a ripetere: qui in Bologna posso accertarla che le canzoni del signor Leopardi non hanno destato la minima idea di partito, e, sì, furono conosciute da gente di ogni massima.... Certo le opinioni di quegli scritti sono liberali anzi che no, frutto dello studio del greco e del latino, ma ai tempi attuali sono tanti i lavori di questo genere, sono sì divulgate quelle massime, che non può sentirne alcuno del rincrescimento, e, come le dissi, quei revisori, che sono preti, e severissimi, non ci badarono nemmeno, e le approvarono senza dire parola.„ E il brav'uomo narra la sua propria storia, in lunghissime pagine, per dimostrare che è una persona onesta, incapace di mentire; e poi torna ancora ai consigli di prudenza, dice esser persuaso che Giacomo è soggetto a forti assalti di malinconia, fa osservare ancora che “ai giovani di un carattere ipocondriaco è mestieri (com'Ella m'insegnerebbe) di opporre le sole vie della dolcezza, e della persuasione, e di evitare possibilmente gli urti e le contrarietà.„ E per ultimo argomento assicura di avere udito qualcuno a lamentarsi che le opinioni politiche di Giacomo, non che liberali, siano anche troppo retrive “e a parlare con qualche censura della sua canzone sul monumento di Dante, avendolo per uomo contrario ai principii liberali, per quella sua dipintura delle sciagure del regno italico e dei macelli di Russia. Ritenga che questo fatto è verissimo.„ Ma tanto poco egli stesso è sicuro di essere riuscito a piegarlo, che comunica delicatamente a Giacomo i dubbii e gli ostacoli paterni. Allora lo sdegno del giovane prorompe; allora dall'accasciata rassegnazione alla quale era stato ridotto per gli ostacoli finanziarii, passa, con una reazione violenta, alla superba affermazione della sua volontà. Egli non vede come suo padre abbia potuto sapere “quello di cui non ho mai parlato nè a lui nè a verun altro.... eccetto il caso che abbia rimescolato le mie carte; del che non mi meraviglio nè mi lagno, perchè ciascuno segue i suoi principii. Quanto ai dubbi di mio padre, rispondo che io come sarò sempre quello che mi piacerà, così voglio parere a tutti quello che sono; e di non essere costretto a fare altrimenti, sono sicuro per lo stesso motivo, a un dipresso, per cui Catone era sicuro in Utica della sua libertà. Ma io ho la fortuna di parere un coglione a tutti quelli che mi trattano giornalmente, e credono ch'io del mondo e degli uomini non conosca altro che il colore, e non sappia quello che fo, ma mi lasci condurre dalle persone che essi dicono, senza capire dove mi menano. Perciò stimano di dovermi illuminare e sorvegliare. E quanto all'_illuminazione_, li ringrazio cordialmente: quanto alla sorveglianza, li posso accertare che cavano l'acqua col crivello.„ Ma se egli sente che nessuno potrà mai sforzare la propria coscienza, comprende pure che la volontà del padre dovrà trionfare dei suoi disegni; allora torna ad accasciarsi, prorompendo in uno sdegnoso lamento: “Circa le mie canzoni, io le metto nel gran fascio di tutti i miei detti o fatti o scritti dalla mia nascita in poi, che il mio esecrando destino ha improntato di perpetua inutilità. Io ho rinunziato a tutti i piaceri de' giovani. Dai 10 ai 21 anno io mi sono ristretto meco stesso a meditare e scrivere e studiare i libri e le cose. Non solamente non ho mai chiesto un'ora di sollievo, ma gli stessi studi miei non ho domandato nè ottenuto mai che avessero altro aiuto che la mia pazienza e il mio travaglio. Il frutto delle mie fatiche è l'essere disprezzato in maniera straordinaria alla mia condizione, massimamente in un piccolo paese. Dopo che tutti mi hanno abbandonato, anche la salute ha preso piacere di seguirli. In 21 anno, avendo cominciato a pensare e soffrire da fanciullo, ho compito il corso delle disgrazie d'una lunga vita, e sono moralmente vecchio, anzi decrepito, perchè fino il sentimento e l'entusiasmo, ch'era il compagno e l'alimento della mia vita, è dileguato per me in un modo che mi raccapriccia. È tempo di morire. È tempo di cedere alla fortuna; la più orrenda cosa che possa fare il giovane, ordinariamente pieno di belle speranze, ma il solo piacere che rimanga a chi dopo lunghi sforzi finalmente s'accorga d'esser nato colla sacra e indelebile maledizione del destino.„

E quando sa che può stampare le canzoni inedite, esclusane la prima, ed esclusa la ristampa delle già pubblicate, il suo sdegno prende altre forme: quelle dell'ironia. “Io ringrazio mio padre del permesso che mi concede di stampare le _mie_ canzoni. Ma le due di Roma non vuole che si ristampino. Dice benissimo. Ha voluto saper da lei i titoli delle inedite. Ha fatto benissimo. Non vuole che si stampi la prima. Parimenti benissimo; non già secondo me: ma è ben giusto che _negli scritti miei_ prevalga la sua opinione, perch'io sono e sarò sempre fanciullo, e incapace di regolarmi. Restano due canzoni. Per queste, per cui finalmente e a caso tocca a parlare a me, dico che non occorre incomodare gli stampatori; e così finisca questo affare....„ Tanto è più dolorosa per il giovane questa ingerenza nelle cose sue, quanto che Monaldo rivela la povertà del suo giudizio, l'angustia del suo spirito. “Mio padre non ha veduto se non il titolo della prima inedita.... e s'immaginò subito mille sozzure nell'esecuzione, e mille sconvenienze del soggetto che possono venire in mente a chi, non mancando di molto ingegno e sufficiente lettura, non ha nessuna idea del mondo letterario. Il titolo della seconda inedita si è trovato fortunatamente innocentissimo. Si tratta di un Monsignore. Ma mio padre non s'immagina che vi sia qualcuno che da tutti i soggetti sa trarre occasione di parlare di quello che più gl'importa, e non sospetta punto che sotto questo titolo si nasconde una canzone piena di orribile fanatismo.„ E poichè Monaldo, non potendo addurre le ragioni della prudenza politica contro la canzone _Sullo strazio di una donna_, biasima che tratti di un fatto accaduto troppo di fresco, Giacomo dimostra ancora all'editore la povertà dello spirito paterno: “Alle ragioni di mio padre contro la mia prima canzone inedita, rispondo con un solo esempio fra i milioni che se ne trovano, e che avrei anche in mente. Il _Werther_ di Goethe versa sopra un fatto ch'era conosciutissimo in Germania, e la Carolina e il marito erano vivi e verdi quando quell'opera famosa fu pubblicata. Ebbene? Ma se volessimo seguire i gran principii prudenziali e marchegiani di mio padre, il quale, come ho detto, non ha niente di mondo letterario, scriveremmo sempre sopra gli argomenti del secolo di Aronne, e i nostri scritti reggerebbero anche alla censura della quondam inquisizione di Spagna. Il mio intelletto è stanco delle catene domestiche ed estranee.„ Niente vale: egli deve rinunziare alla ristampa, si deve contentare di pubblicare la sola canzone al Mai; e Monaldo poi si lagna che il figlio si sia “ostinato nel più rigoroso silenzio„; se ne lagna egli che scrive ancora all'editore: “Il giudizio e gli ordini miei dovevano rispettarsi da lui e li suoi tentativi furono un delitto.„ Perdona di cuore il _delitto_, ma vuole che Giacomo stesso lo condanni in cuor suo: “Ella e qualunque saggio condannerebbero sempre un figlio il quale esponga al pubblico il proprio nome senza intesa del Padre, e condannerebbero un Padre che spontaneamente offrisse i mezzi con cui venire disobbedito.„

Il dissidio è inconciliabile: Monaldo ha un troppo severo concetto della sua autorità; egli non intende l'effetto che le sue pretese producono nell'anima del giovane. E se torna a lagnarsi perchè il figlio non si confida a lui, le sue parole cocenti dimostrano ancora una volta che lo ama, ma che all'amore non intende sacrificare una sola delle sue prerogative. Non solo l'editore, l'estraneo, lo avverte dell'errore; ma anche una persona della famiglia, la sua propria sorella, quella “zia Ferdinanda„ alla quale il nipote Giacomo tanto rassomigliava fisicamente, e che moralmente tanto rassomigliava a lui. Ella sola intende l'animo del giovane: consolandosi all'idea che egli possa aprirle il proprio cuore “perchè non tanto dissimile troverà da' suoi sentimenti il cuor della zia„, dice di sè stessa che non ha studiato, “ma che ha sortito dalla natura una sensibilità che, anzichè indebolire cogli anni, sembra acquistar da essi maggior fondamento.„ Anch'ella vive sola, “e non già sola di persona.... ma sola perchè quasi mai m'incontro con persone che possano compiacere il mio animo; e se qualche volta nel corso della mia vita mi sono incontrata di trovarne qualcuna, caro nepote, ho dovuto porvi un argine, perchè il cuor nostro è troppo debole per potersi contenere, e non rendere veleno quello che sarebbe in sua natura stato un antidoto.„ La nobile e buona creatura ha subito compreso che cuore sia quello di Giacomo, e conoscendo a prova i tormenti che gli si preparano accortamente lo consiglia. Se Giacomo le scrive che è da savio porre un argine alla ragione, “supplizio della nostra vita„, ella lo ammonisce con indulgenza veramente materna: “No, caro Giacomo, io non mi accordo con voi in questo.... A poco a poco ci assuefacciamo a scordarci de' nostri mali col trascurarli, o con il lasciare di coltivarne continuamente l'immagine; è la ragione poi quella che deve a ciò persuaderci, e di essa ci dobbiamo prevalere per felicitarci, non per il contrario. Sono però persuasa che voi medesimo convenite meco non doverci per sistema rendere infelici, ma sopportar con coraggio i mali della vita, sperandone sempre il fine. Il vostro bell'animo vi darà pur troppo dei motivi di dolore, se estenderete la vostra sensibilità senza freno; ma questa, trattenuta nei limiti, vi darà motivo di compiacervene bene spesso. Spero che il Cielo pietoso vorrà addolcire la vostra sorte, e che vi renderà più quieto, cambiando le circostanze, e ponendovi in un sistema meno coartato....„ Ella si fa filosofo e teologo, discute di cose che non sono da lei per alleviare i mali del nipote, al quale dà anche il dolce nome di amico. “Caro amico, credetemi: siamo infelici molte volte perchè non sappiamo risolverci ad abbandonare qualche sentimento, che ci rende infelici....„ Della propria sincerità gli dà assicurazioni vivaci: “Allorchè trattasi di far palese il cuor mio ad un cuor sensibile e ben fatto, e del quale fo assolutamente stima, non duro alcuna fatica, e i miei sentimenti escono dal cuore, vanno alla penna, alla carta, come un vaso d'acqua posto in pendenza verso ciò che contiene entro sè stesso. Voi potrete rilevarlo senza stento, giacchè sembrami possediate lo stesso dono di natura.„ E lo eccita a scuotersi, se non altro per compiacerla; e si duole che egli voglia essere il proprio nemico: “Capisco che non trovate cosa che vi sollevi; ma, caro Giacomo, tante volte questa nostra fantasia ci dipinge delle immagini tanto nere, che poi non lo sono in sostanza; e se volessimo aprire gli occhi, vedremmo che non è effetto della cosa in sè, ma de' nostri sguardi già ottenebrati.„ Come definisce bene il male morale del giovane! Ma ella sa pure che non tutte sono ingigantite dalla mente le sue cagioni di dolore: ella sa che la salute del poveretto è distrutta, che la sua volontà in famiglia è troppo violentata; e tanto riconosce che egli ha ragione di dolersi, che contro il suo sistema “di non impacciarmi mai ne' fatti altrui,„ prega Monaldo di lasciarlo venire a Roma in casa di lei per qualche tempo. Il padre non si oppone apertamente, “anzi mi dice che non si offenderà, se i suoi figli cercheranno qualche loro vantaggio (sebbene esso non ne veda in questo proposito) e nè tampoco se a farlo conseguire impiegheranno gli amici. Poco però si persuade che possiate trovarvi contento fuori di casa, ove non vi manca cosa alcuna; e teme che vi pentirete, se giungete a escire dalla casa paterna....„ Neanche questa volta Monaldo accorda il suo consenso, e poi anche una volta vede con dispiacere che il figlio non gli parli! E Ferdinanda esorta il nipote: “Perchè non procurar da voi medesimo di ottenere questo permesso?... Ottenete di venire in Roma, e spero che non ne resterete malcontento. Infine non potrà dispiacervi di cambiare per qualche tempo il soggiorno di Recanati con quello di Roma....„ parole che dovrebbero sonargli come un'irrisione, se non venissero da questa buona creatura che lo ha trattato come un figlio e che si adopera invano per ottenergli un posto di professore alla Biblioteca vaticana. Nulla egli ottiene per suo mezzo; ella muore lasciandogli un insegnamento che è la conferma d'un'antica persuasione di lui: “perchè troppo sensibili saremo sempre infelici....„ Lo ha pure esortato alla rassegnazione, alla pazienza; ma naturalmente egli crederà più alle parole di approvazione dettate dalla calda simpatia che non ai consigli di prudenza suggeriti dalla fredda ragione; e penserà che egli ed i fratelli non sono soli della loro specie, che a cuori sensitivi come i loro il trattamento del padre è iniquo; e non si piegherà a sopportarlo.

Noi lo vediamo pertanto esprimere ai suoi corrispondenti le stesse lagnanze e le stesse accuse. Se Monaldo addebita al Giordani la ribellione dei figli, Giacomo sdegnosamente protesta: “L'uomo di cui mio padre si lagna, è tale, che neppure io ardisco nominarlo pel rispetto e l'amore ch'io gli debbo. Ma mio padre se voleva dei figli contenti in questo stato, doveva generarli d'altra natura, ed ora non dovrebbe imputare a persone venerabili e rinomate in tutta l'Italia quello ch'è necessità delle cose evidentissima a tutti, fuorchè a lui solo.„ E se gli propongono una cattedra a Bologna, e lo sollecitano a ottenere l'assenso paterno, egli scrive: “Vi dico che non avete idea di mio padre. Non c'è affare che lo interessi così poco, quanto quelli che mi riguardano. Non vuol mantenermi fuori di qua a sue sole spese; ma non muoverebbe una paglia per procurarmi altrove un mezzo di sussistenza che mi togliesse da questa disperazione....„ Per accettare una dedica dal Brighenti egli dovrebbe sottoporla all'approvazione del padre; e non vuole: “Sapete che mio padre è di principii differentissimi dai miei; e che d'altra parte, s'io non gli domanderei neppure il pan da mangiare, molto meno cose non necessarie.„

Una tregua è il viaggio di Roma. Nell'autunno del '22 i genitori finalmente consentono che egli vada alla capitale in casa dello zio Antici: allora, da lontano, tolte le occasioni di dissapori, l'affetto paterno e filiale si manifesta con espressioni sincere e commoventi: “Bacio la mano alla cara mamma. A lei professerò eternamente la più viva gratitudine e il più caldo e filiale affetto. Mi ami, caro signor padre, ch'io l'amo di tutto cuore, e desidero di servirla e di compiacerla e di ubbidirla in ogni cosa. E per quasi niun altro rispetto mi rallegro di aver sortito un cuore sensibile e pieno d'amore, se non perchè io posso rivolgere la mia sensibilità verso di lei.„ Quando il padre, per il Natale, gli manda con dolci e cordiali espressioni, una strenna di dieci scudi, egli risponde: “Sarebbe quasi inutile ch'io provassi di ringraziarla della liberalità che mi usa e dell'affetto che mi dimostra. Ella sa, carissimo signor padre, quali sono i miei sentimenti ancorchè io non li sappia esprimere. E per tanto mi basterà dirle che la ringrazio con tutto il cuore del dono, e che lo riconosco dall'antico e tenero e forse pur troppo non meritato amore che ella mi porta; il quale amore però, quando anche non meritato, certamente è corrisposto, e corrisposto con tutte le forze possibili dell'animo mio.„ Tuttavia l'esagerazione della vigilanza che il padre vuole esercitare sul figlio anche da lontano, e le sue paure grottesche si rivelano ancora quando gli scrive: “Abbiatevi ogni cura, e non dimenticate di evitare accuratamente il pericolo delle carrozze....„ Egli che non ha voluto forzar la mano alla moglie per provvedere alla sorte del giovane, trova poi di che ridire quando questi pensa a procacciarsi denaro col proprio lavoro, con una traduzione di Platone: “La vostra fatica verrà pagata circa baiocchi 60 al giorno, e voi lavorando un mese ogni dì senza riposo festivo, guadagnerete scudi 18, un poco più di quanto diamo al nostro cuoco e un poco meno di quanto si dà nelle amministrazioni allo scrittore dei soprascritti....„ Così pure, quando Giacomo dà lezioni per vivere, il padre giudica che gli emolumenti mensili siano “alquanto umilianti.„ Questo è il nuovo danno che viene al Leopardi dalla famiglia: non solamente non ne riceve il benefizio degli affetti, non solamente vi trova opposizioni e contrasti, non solamente vi è tenuto in una soggezione penosa; ma essa non gli dà e quasi gl'impedisce di procacciarsi quel denaro che, dopo la salute e l'amore — e anche prima dell'amore a giudizio di molti, — è pur necessario a render gli uomini contenti. Adelaide Leopardi, nel tempo delle peggiori strettezze, non vuole smettere la carrozza: ella trova i quattrini per mantenere questo segno di grandezza, non ne trova per salvare suo figlio. Col titolo di conte questi non ha un soldo da spendere; se fosse nato da un borghesuccio o da un operaio si caverebbe d'impiccio senza difficoltà; la sua condizione sociale fa che non soltanto il padre si dolga di vederlo lavorare per vivere, ma che ne soffra egli stesso.