Leopardi

Part 7

Chapter 73,745 wordsPublic domain

Gli effetti di questa educazione sono molto più gravi che Monaldo non sospetti. L'anima sensitiva che avrebbe bisogno di espandersi, si chiude invece in sè stessa: l'apparente severità del padre e la reale soggezione nella quale è tenuto producono questo effetto: che il giovanetto si sente quasi estraneo nella famiglia, e alteramente ricusa di ricorrere ad essa quando ne ha bisogno. “Io tra il non avere e il domandare scelgo il non avere, eccetto se la necessità de' miei studi o la voglia troppo ardente di leggere qualche libro non mi sforza.... Circa a mio padre, io mi son fatto durissimo al domandare, e non mi ci so risolvere a nessun patto.„ Tanto più egli si afferma in questo proponimento, quanto più vede inutili le sue richieste e le sue preghiere. Il Giordani gli consiglia, per salute, di cavalcare; e questo è uno dei pochissimi esercizii ai quali sarebbe adatto e che egli farebbe volentieri, perchè gli altri, più energici, lo ammazzerebbero; ma non gli è dato. I parenti, ai quali sarebbe spettato di moderare gli enormi suoi studii, non intendono metter opera a correggerne gli effetti funesti. Egli non cessa di lagnarsi con l'amico: “Avrei sommo bisogno di distrazioni, ma non ne ho: oimè! mi ridarebbero la salute e la vita.„ E ancora: “Con quel medesimo studio che m'ha voluto uccidere, con quello tenermi chiuso a solo a solo, vedete come sia prudenza! e lasciarmi alla malinconia, e lasciarmi a me stesso che sono il mio spietatissimo carnefice....„ Egli non ha “un baiocco da spendere„, e il padre non gli concede se non quelle cose che la sua sapienza paterna, e quella della moglie, giudicano convenienti. Compiacendosi del genio del figlio, lo tratta poi da bambino e ride tranquillamente di lui se questo genio, sentendosi a disagio nel paesuccio natale, chiede di andarne via. Non è un capriccio quello che spinge Giacomo fuori di Recanati, ma una precisa necessità. Vedremo più tardi di che disagio morale vi soffrisse; ma alle sue sofferenze fisiche, alle sue malattie nervose la distrazione dei viaggi, la novità dei climi sarebbe il solo rimedio efficace. E la madre, arbitra dell'impiego delle sostanze, non vuol dargli un assegno. Senza dispendio della casa, mettendo in opera le influenze della nobile parentela, il giovanetto erudito sa che potrebbe ottenere uno stato a Roma o altrove: il padre vuol tenerselo accanto. “Il mio sentimento,„ scrive al cognato che intercede per il nipote, “è che egli sia men dotto, _ma sia di suo padre_.„ Sottolinea egli stesso. Egli pretende che Giacomo viva “tranquillo e lieto dove lo ha collocato la Provvidenza.„ La Provvidenza non può sbagliare; egli è infallibile. E il figlio sfoga l'animo suo col Giordani: “Solamente che avesse voluto chi dovrebbe volere, e non volendo dice agli altri ed a se stesso di non potere, è cosa palpabile che da gran tempo avremmo ottenuto il nostro desiderio. Ma non vogliono nè vorranno mai se non quando noi gli sforzeremo; sono contenti di vederci in questo stato; in questo vorrebbero di tutto cuore che morissimo: si pentono di averci lasciato studiare, dicono formalmente in presenza nostra che hanno conosciuto i danni del sapere, al nostro fratello minore danno appostatamente e palesemente educazione e genio e strumenti da falegname, e i nostri desiderii paiono stravaganze, e voglie pazze e intollerabili, a chi? non parlo degli altri che son vissuti e vivono essi come vorrebbero che vivessimo noi, dico a quel nostro zio che di dodici anni andò paggio alla corte di Baviera, tornato di diciotto visse per lo più in Roma finattanto che deputato della provincia a Napoleone e proposto per senatore, fatto cavaliere poi barone poi ciamberlano, andò due volte a Parigi e alla corte, ora ha stabilito il suo domicilio a Roma, trasferitaci tutta la sua famiglia, e persuasi a trasferircisi tutti i suoi fratelli e tutta la famiglia di una sorella assai meno comoda della nostra, ed ha avuto la sfacciataggine di dirmi più volte spontaneamente che sapeva di non potere educar bene i suoi figli se non fuori di qui, e poi scrivermi una lunga lettera per provarmi che io la fo da ignorante e da stolto pensando solamente d'uscire di Recanati.„

Se le sue parole sono dure, non è duro il suo cuore. Di che amore ripagherebbe i genitori se questi fossero altri, si può argomentare dalla forza del suo affetto fraterno. L'amore del fratello e della sorella è la sua grande consolazione. Carlo, minore di lui di un solo anno, con lui allevato sin dalle fasce, è “un altro me stesso„, è il suo “confidente universale„, gli è “sinonimo di vita„; insieme fanno “una stessa persona ipostatica.„ Tuttavia non mancano i motivi di discordia, “non per l'inclinazione, amando lui gli stessi studi che io, ma per le opinioni.... Questi è il solo solissimo con cui apro bocca per parlare degli studi; il che spesso si fa, e più spesso si farebbe se si potesse senza dispute, le quali sono fratellevoli ma calde.„ L'origine delle controversie che egli non può numerare “perchè sono infinite„, è ancora nel conflitto generale delle menti. Carlo è romantico senz'altro; dinanzi a lui, udendo le sue esagerazioni, Giacomo si afferma ancora più nel suo sdegno contro i principii moderni dei quali crede di essersi liberato interamente; e si duole che il fratello ami poco gli antichi, e molto gli stranieri e moltissimo i Francesi; egli si accosta pertanto alle opinioni del padre; ma rispettoso del passato dinanzi all'iconoclasta fratello, è nel tempo stesso rivoluzionario dinanzi al padre codino. Questa contraddizione si spiega ancora con l'intimo dissidio che trovammo in lui: egli pensa differentemente dal fratello e dal padre non già perchè rifugge dai loro opposti eccessi ed ama un ragionevole temperamento; ma perchè, simile al fratello nell'ansia giovanile e poetica del nuovo, c'è anche in lui un filosofo, un vecchio, che protesta; e perchè, simile al padre in una certa rigidezza di principii, c'è in lui un giovane ardente che si ribella. L'affetto familiare avrebbe potuto rendere sopportabile e conciliare i suoi contrasti; l'affetto realmente sempre concilia i fratelli e rende esemplare il loro legame. Lontano da Carlo, Giacomo gli scrive: “Nessuna amicizia sarà mai e poi mai eguale alla nostra, ch'è fondata in tante rimembranze, che è antica quanto la nostra nascita.... Tu, l'amor tuo, il pensiero di te, siete come la colonna e l'ancora della mia vita. Ogni parte di questa si riferisce là come a un centro.... Se quella fede teologica, anzi quella coesistenza che noi abbiamo insieme, fosse mai sospesa; io non sarei più quello di adesso; la mia esistenza non avrebbe più il suo fondamento; e tutto il mondo cambierebbe faccia per me in un colpo....„ Che cosa sarebbe occorso perchè questa capacità d'affezione familiare si volgesse anche al padre? Nient'altro che questi avesse trattato il figlio con quella confidenza, con quella cordialità, che pretendeva da lui.

Egli avrebbe potuto giovargli moralmente. L'intima resistenza che Giacomo opponeva alla moda romantica, il suo culto dell'antichità, l'istintivo rispetto delle tradizioni avrebbero potuto essere fortificati per opera di un altro padre; Monaldo, con la sua severità, con le sue continue opposizioni, fa tutto il contrario. Egli non ha riguardo alla situazione morale di nessuno dei figli. Dell'ansia di Carlo, della forza con la quale il contagio romantico gli si è comunicato, già sappiamo qualche cosa. A quindici anni scrive: “Non mi è possibile esprimere il trasporto, l'affetto, l'ammirazione, la compiacenza, l'entusiasmo che io provai nel leggere il _Genio del Cristianesimo_ del signor Chateaubriand. Chi mai, dicevo fra me stesso, è giunto a questa penetrazione sì grande del cuore umano, e del cuore più delicato e sensibile, a questa pittura sì viva e sì naturale dei suoi più piccoli movimenti?... Son rimasto per più giorni in un'estasi di meraviglia e di commozione, d'invidia.... No, non si cancellerà giammai dal mio animo la profonda impressione cagionatami dalla lettura di quest'opera che mi ha fatto passare i più bei momenti della mia vita, e rimaner lungo tempo in una situazione qual mai più ho provata di stupore, di elevazione, di turbamento per me nuovo affatto e sconosciuto, e che sarebbe tuttora egualmente vivo, se il tempo e le distrazioni e gli oggetti e le occupazioni diverse non ne raffreddassero la sensazione, non però mai la memoria, la quale resterà perpetuamente ad eternare le traccie di ammirazione, di rispetto ed anche di utilità e di profitto....„ Egli si crede “soldato agguerrito contro tutte le disgrazie umane„, pensa che la morte del piacere e la nascita della noia, “mostro orribile„, sia dovuta al vivere antinaturale, “senza azione, senza meta, senza educazione fisica, senza sviluppo di azioni gigantesche.„ Paolina è vera sorella di Carlo e di Giacomo: ella non ha riso “_mai_ appunto perchè non mi sono contentata di ridere solamente: io voglio ridere e piangere insieme: amare e disperarmi, ma amare sempre, ed essere amata egualmente, salire al terzo cielo, poi precipitare....„

Chiamiamoli infermi, e folli se pur si vuole: non per questo sarà meno necessario trattare questi straordinarii fanciulli con illuminata tenerezza, con gelosa bontà, con indulgente premura. Ma la madre, quella che più di ogni altro sarebbe in grado di consolarli, non sa dire una buona parola; e il padre, quantunque tanto migliore di lei, pure li disconosce e li sottomette. Sarà da stupire se essi esprimeranno il loro scontento con parole roventi? Carlo dirà di sè stesso che non è niente, non ha niente, non fa niente e non ama niente. “Pensando a' miei casi, io rido di quel riso che usava Democrito, e che è il solo pianto che gli uomini del mio temperamento possono accordare a sè stessi. Costoro non sarebbero ora lontani dall'ammogliarmi....„ _Costoro_ sono i genitori; egli significa in modo anche più duro lo scontento suo e dei suoi fratelli quando esclama: “Siamo veri animali domestici, mantenuti a tanto per giorno; e perchè ci nutrite?...„ Non meno triste e sdegnata è Paolina: nel '23, a ventitrè anni, dice di non avere altro desiderio se non quello di non arrivare alla fine dell'anno, “ed è questo desiderio concepito con il più intimo sentimento del cuore, e voi lo crederete bene conoscendo me e quelli che mi governano. Dei quali io sono così annoiata, e di questo modo di vita, che non ne posso più; ed il peggio è il non avere alcuna speranza, neppur lontana, di miglioramento; no, non vedere per fine a questo stato altro che la morte, e venga anzi prestissimo, che sempre sarà troppo tarda ai miei voti; e se mi assicurassero di morire domani forse dalla consolazione non ci arriverei.„ L'anno passa, ne passano molti altri, e la sua condizione peggiora. Nel '31 scrive che “non se ne può più affatto affatto. Io vorrei che tu potessi stare un giorno solo in casa mia, per prendere un'idea del come si possa vivere senza vita, senza anima, senza corpo. Io conto di essere morta da lungo tempo; quando perdei ogni speranza, dopo aver sperato tanto tempo inutilmente, allora morii — ora mi pare di esser divenuta cadavere, e che mi rimanga solo l'anima, anch'essa mezzo morta poichè priva di sensazioni di qualunque sorta.„

Tale è la condizione dei figli. Nulla modifica la volontà e l'animo dei loro genitori. Giacomo, il più travagliato di tutti, vede che nè l'eloquenza “di Pericle, di Demostene, di Cicerone, di qualunque massimo oratore, nè della stessa Persuasione„ rimuoverebbe il padre dall'ostinato proposito di non dargli “un mezzo baiocco„ fuori di casa. Se egli vuole uscire da Recanati, deve mendicare.... a meno che non aspetti la morte del padre. L'empio pensiero lo spaventa: allora egli delibera di fuggire. La sua volontà infiacchita e repressa per cause intrinseche ed estrinseche dà un ultimo lampo. Egli matura il piano della fuga: scrive al conte Broglio d'Ajano perchè gli mandi un passaporto per Milano; comunica la sua risoluzione al fratello per lettera, senza chiedergli consiglio, “perchè il consiglio giova all'uomo irresoluto, ma al risoluto non può altro che nuocere: ed io sapeva che tu avresti disapprovata la mia risoluzione. Sono stanco della prudenza, che non ci poteva condurre se non a perdere la nostra gioventù, ch'è un bene che più non si riacquista.... Se m'ami, ti devi rallegrare: e quando io non guadagnassi altro che d'esser pienamente infelice, sarei soddisfatto, perchè sai che la mediocrità non è per noi.... Addio. Abbraccia questo sventurato. Non dubitare, non sarai tu così. Oh quanto meriti più di me! Che sono io? Un uomo proprio da nulla. Lo vedo e lo sento vivissimamente, e questo pure m'ha determinato a far quello che son per fare, affine di fuggire la considerazione di me stesso, che mi fa nausea. Finattantochè mi sono stimato, sono stato più cauto; ora che mi disprezzo, non trovo altro conforto che di gittarmi alla ventura, e cercar pericoli, come cosa di niun valore. Consegna l'inclusa a mio padre. Domanda perdono a lui, domanda perdono a mia madre in mio nome. Fallo di cuore, che te ne prego, e così fo io collo spirito. Era meglio (umanamente parlando) per loro e per me, ch'io non fossi nato, o fossi morto assai prima d'ora. Così ha voluto la nostra disgrazia....„ Al padre comincia col dire: “Sebbene dopo aver saputo quello ch'io avrò fatto, questo foglio le possa parere indegno d'esser letto, a ogni modo spero nella sua benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di un figlio che l'ha sempre amato e l'ama, e si duole infinitamente di doverle dispiacere....„ In quest'attitudine umile persevera finchè ricorda la prudenza, l'astinenza da ogni piacere giovanile, l'ubbidienza e la sommessione ai genitori che egli ha sempre usate, e il giudizio che del suo ingegno hanno portato uomini stimabili e famosi. Ma a poco a poco la coscienza di sè, lo sdegno per non essere stato compreso si esprimono vivacemente. “Ella non ignora che quanti hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente con le sue massime, hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche cosa non affatto ordinaria, se si fossero dati quei mezzi che nella presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati indispensabili per far riuscire un giovane che desse anche mediocri speranze di sè.... Certamente non l'è ignoto che non solo in qualunque città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi giovane di 17 anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo in quel modo che più gli conviene: e taccio poi della libertà ch'essi _tutti_ hanno in quell'età, nella mia condizione, libertà di cui non era appena un terzo quella che mi s'accordava a 21 anno.... Contuttochè si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto più che un barlume, ella tuttavia mi giudicò indegno che un padre dovesse far sacrifizi per me, nè le parve che il bene della mia vita presente e futura valesse qualche alterazione al suo piano di famiglia.„ E a poco a poco il suo sdegno prorompe con espressioni tanto più forti, quanto più misurate: “Io vedeva i miei parenti scherzare cogl'impieghi che ottenevano dal Sovrano, e sperando che avrebbero potuto impegnarsi con affetto anche per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse qualche mezzo di vivere in maniera adattata alle mie circostanze, senza che per ciò fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle risa, ed ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue cure si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente di questo suo figlio. Io sapeva bene i progetti ch'ella formava su di noi, e come per assicurare la felicità di una cosa ch'io non conosco, ma sento chiamare casa e famiglia, ella esigeva da noi due il sacrifizio, non di roba nè di cure, ma delle nostre inclinazioni, della nostra gioventù, e di tutta la nostra vita. Il quale essendo io certo ch'ella nè da Carlo nè da me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava nessuna considerazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli per mia norma in verun modo. Ella conosceva ancora la miserabilissima vita ch'io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo genere che mi procurava la mia strana immaginazione, e non poteva ignorare quello ch'era più ch'evidente, cioè che a questo, ed alla mia salute che ne soffriva visibilmente, e ne sofferse sino da quando mi si formò questa misera complessione, non v'era assolutamente altro rimedio che distrazioni potenti, e tutto quello che in Recanati non si poteva mai ritrovare.... Non tardai molto ad avvedermi che qualunque possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo proposito, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta da una costantissima dissimulazione e apparenza di cedere, era tale da non lasciar la minima ombra di speranza. Tutto questo, e le riflessioni fatte sulla natura degli uomini mi persuasero, ch'io benchè sprovveduto di tutto, non dovea confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi della mia sorte.... Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e soffrire piuttosto che annoiarmi; tanto più che la noia, madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del corpo. I padri sogliono giudicare i loro figli più favorevolmente degli altri, ma ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente di ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche.... Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta ch'io le domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa medesima e con quello ch'io porto meco. Se la mia salute fosse stata meno incerta avrei voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa che toccare una spilla del suo. Ma essendo così debole come io sono, e non potendo sperar più nulla da lei, per l'espressione ch'ella si è lasciato a bella posta più volte uscire disinvoltamente di bocca in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non espormi alla certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno, di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa è la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando di far dispiacere a lei, di cui conosco la somma bontà di cuore, e le premure datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione.„ Sul punto di chiudere, egli è più giusto, riconosce il malinteso morale, la vera causa della discordia: “La sola differenza di principii, che non era in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente condurmi o a morir qui di disperazione, o a questo passo ch'io fo, è stata cagione della mia disavventura.... Mio caro signor padre, se mi permette di chiamarla con questo nome, io m'inginocchio per pregarla di perdonare a questo infelice per natura e per circostanze. Vorrei che la mia infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene, e così spero che sarà d'ora innanzi.„ Ma tanto poco questo figlio si è sentito partecipe della sostanza del padre, che ancora, nel punto del commiato, lo punge l'idea del debito che contrarrà portando via un poco di denaro: “Se la fortuna mi farà mai padrone di nulla, il mio primo pensiero sarà di rendere quello di cui ora la necessità mi costringe a servirmi.„ Poi non resta luogo se non al dolore e all'umiltà: “L'ultimo favore ch'io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di questo figlio che l'ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come odiosa, nè la maledica; e se la sorte non ha voluto ch'ella si possa lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si nega neanche ai malfattori.„

Il tentativo della fuga fallisce, perchè Monaldo, avutane indirettamente notizia, si fa mandare il passaporto e dice al figlio che è libero di prenderselo e andarsene; ma gli stessi amici, gli stessi estranei che si sono trovati mescolati in questa avventura, hanno parole di biasimo per il modo col quale Giacomo è stato trattato. “Sono ben contento,„ scrive il marchese Solari a Monaldo, “che il tutto sia finito, e senza l'intesa della contessa, che se ne sarebbe rammaricata al sommo grado, e che d'altronde, mi sia permesso il dirlo con franchezza, per la sua eccessiva severità potrebbe aver dato luogo a risoluzioni così sconsigliate.„ Ma Giacomo non è “nè pentito nè cangiato.„ Egli desiste per il momento dal suo proposito, “non forzato nè persuaso, ma commosso e ingannato. Persuaso non poteva essere, come nè anche persuadere, perchè le nostre massime sono opposte, e perciò fuggo ogni discorso su questa materia.... Se mi opporranno la forza, io vincerò, perchè chi è risoluto di ritrovare o la morte o una vita migliore, ha la vittoria nelle sue mani. Le mie risoluzioni non sono passeggere come quelle degli altri, e come mio padre stimo che si persuada, per dormire i suoi sonni in pace, come suol dire.... Mio padre crede ch'io da giovinastro inesperto non conosca gli uomini. Vorrei non conoscerli, così scellerati come sono. Ma forse sono più avanti ch'egli non s'immagina. Non creda d'ingannarmi, che la sua dissimulazione è profonda ed eterna; sappia però ch'io non mi fido di lui, più di quello ch'egli si fidi di me.... Crede mio padre che con un carattere ardente, con un cuore estremamente sensibile come il mio, non mi sia mai accaduto di provare quei desiderii e quegli affetti che provano e seguono tutti i giovani della terra? crede che non mi sia accaduto molto più spesso e più violentemente degli altri? crede che non fossero capaci di spingermi alle più formidabili risoluzioni? crede che s'io ho menato fin qui quella vita che non si ricercherebbe da un cappuccino di 70 anni in tutto il rigore della espressione (e me ne appello a tutta Recanati che se ne maraviglia, e allo stesso mio padre), ciò sia provenuto dalla freddezza della mia natura?... Io so di certo ch'egli ha protestato che noi non usciremo di qui finch'egli viva. Ora io che voglio ch'ei viva, e voglio vivere anch'io, e questo da giovane, e non da vecchio quando sarò inutile a tutti e a me stesso, mi getterò disperatamente nelle mani della fortuna.... Io sono stato sempre spasimato della virtù: quello ch'io voleva eseguire non era un delitto: ma io son capace anche della colpa. Si vergognino ch'io possa dire che la virtù m'è stata sempre inutile. Il calore e la forza dei miei sentimenti si poteano dirigere a bene, ma se vorranno rivolgergli a male, l'otterranno....„ Minaccie che nella convulsione dell'impotenza il dolore gli strappa dalle labbra: non solamente ciò non potrà accadere, ma egli si prepara a sopportare un nuovo colpo.