Part 6
Ed ancor tornerei, Così qual son de' nostri mali esperto, Verso un tal segno a incominciare il corso: Che tra le sabbie e tra il vipereo morso, Giammai finor sì stanco Per lo mortal deserto Non venni a te, che queste nostre pene Vincer non mi paresse un tanto bene.
E amando egli solo, senza sapere ancora qual sorte è serbata all'amor suo, che slancio d'immaginazione, che superbe speranze:
Che mondo mai, che nova Immensità, che paradiso è quello Là dove spesso il tuo stupendo incanto Parmi innalzar! dov'io Sott'altra luce che l'usata errando, Il mio terreno stato E tutto quanto il ver pongo in obblìo!
Egli presente pure che anche questo è un sogno: ma sogno di natura divina; e se un tempo, amando la prima volta, fu stupito vedendo come per amore fosse tutt'in una volta “felice e miserando„, ora, con gli anni, coi disinganni, con le difficoltà di accogliere, dopo questa, nuove lusinghe, sente che il nuovo pensiero, “cagion diletta d'infinito affanno„, non sarà più sostituito.
Manifesterà egli questa volta con parole, proverà questa volta coi fatti la passione sua? Egli sa che dovrebbe fare così; ma tutte le sue disgrazie sono aggravate: moralmente, la fiacchezza della volontà, la timidezza, la paura sono cresciute, sono diventate vera impotenza; fisicamente, dopo quindici anni di malattie, egli è l'ombra di sè stesso. Non sa far altro pertanto che pensare a lei; si studia di veder lei in quelli che le somigliano; per esserle gradito importuna tutti i suoi amici chiedendo loro autografi, giacchè ella ne fa raccolta. Ed ella, accogliendolo benignamente, godendo i vantaggi d'un'amicizia così grande, ride poi insieme con gli amici del “suo gobbetto....„
L'infelice ignora le risa di lei. Seguìto a Roma l'amico Ranieri, si sente come in esilio; scrive alla donna del suo cuore una lettera dove la passione, nonostante la timidità, pure traspare: “Cara Fanny, Non vi ho scritto fin qui per non darvi noia, sapendo quanto siete occupata. Ma infine non vorrei che il silenzio vi paresse dimenticanza, benchè forse sappiate che il dimenticar voi non è facile. Mi pare che mi diceste un giorno, che spesso ai vostri amici migliori non rispondevate, agli altri sì, perchè di quelli eravate sicura che non si offenderebbero, come gli altri, del vostro silenzio. Fatemi tanto onore di trattarmi come uno de' vostri migliori amici, e se siete molto occupata, e se lo scrivere vi affatica, non mi rispondete....„ E lasciatosi andare a parlare della sua misantropia, si pente, s'incolpa: “Ma io ho torto di scrivere queste cose a voi, che siete bella, e privilegiata dalla natura a risplendere nella vita, e trionfare del destino umano. So che anche voi siete inclinata alla malinconia, come sono state sempre e come saranno in eterno, tutte le anime gentili e d'ingegno. Ma con tutta sincerità, e nonostante la mia filosofia vera e disperata, io credo che a voi la malinconia non convenga; cioè che quantunque naturale, non sia del tutto ragionevole. Almeno così vorrei che fosse.... Addio, cara Fanny; salutatemi le bambine. Se vi degnate di comandarmi, sapete che a me, come agli altri che vi conoscono, è una gioia e una gloria il servirvi.„ Tornato a Firenze, divampando la sua passione con nuova forza, egli comincia ad accorgersi che la donna lo tratta con insolita freddezza. Tante volte sì è ribellato: ora no, ora s'umilia; dinanzi a lei prima e sola piega l'altero capo, si mostra timido e tremante; e spia sommessamente ogni sua voglia, ogni parola, ogni atto; impallidisce ai suoi superbi fastidii; brilla in volto a un segno suo cortese; muta forma e colore ad ogni suo sguardo. Questa tenacia della speranza misurerà la forza della seguente disperazione. Già nell'agosto del '32, quando ella va a Livorno per i bagni, rimasto solo a Firenze, senza lei, senza l'amico, tormentato dalla passione impotente, costretto a fuggire la luce per il male degli occhi, le scrive: “Ranieri è sempre a Bologna, sempre occupato in quel suo amore che lo fa per più lati infelice. E pure certamente l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo e le sole solissime degne di essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose che non sono nè belle nè degne dell'uomo....„ I suoi malanni crescono con la brutta stagione: ha il petto rotto dalla tosse, gli occhi quasi spenti: è un moribondo. Ella gli accorda ancora un poco di carità; e il disgraziato se ne contenta; quando il Ranieri, tornato a Firenze, gli rivela, forse per indurlo a lasciare questa città e a venirsene a Napoli con lui, che anche questa donna lo schernisce come tutte le altre....
Allora perisce l'estremo inganno; la speranza e lo stesso desiderio di nuovi amori, dì nuovi inganni, si spegne; nessuna cosa gli pare che valga più i moti del suo cuore. Cotesta donna non ha saputo
Che smisurato amor, che affanni intensi, Che indicibili moti e che deliri Movesti in me; nè verrà tempo alcuno Che tu l'intenda. In simil guisa ignora Esecutor di musici concenti Quel ch'ei con mano e con la voce adopra In chi l'ascolta.
La donna amata è come morta per lui. Quantunque realmente ella viva,
Bella non solo ancor, ma bella tanto, Al parer mio, che tutte l'altre avanzi,
la creatura viva non gli è più nulla; egli sente, ultimo disinganno, ultimo dolore, d'avere amato non la persona reale di lei, ma l'immagine che l'innamorata fantasia glie ne dipinse:
Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque Sua celeste beltà, ch'io, per insino Già dal principio conoscente e chiaro Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi. Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi, Cúpido ti seguii finch'ella visse, Ingannato non già, ma dal piacere Di quella dolce somiglianza un lungo Servaggio ed aspro a tollerar condotto.
Uscendo pertanto dall'ultima passione della sua vita, egli s'accorge che l'amor suo è stato “un lungo vaneggiare„; come quando, fanciullo ancora, pensando che il primo suo vano amore gli aveva fatto giudicar vani gli studii aveva concluso:
Deh quanto in verità vani siam nui!
Ma oramai egli è giunto sulle soglie della morte. E quando muore portando con sè sotterra, dopo aver tanto spasimato, la sua verginità; se pure Marianna Brighenti, che non lo ha allettato, ricusa pudicamente di far vedere ai curiosi la sola lettera d'amore che egli le scrisse; costei, la Targioni, la donna più ardentemente idoleggiata, il cui nome vero vive nella memoria degli uomini per l'amore di lui che l'ha cantata col nome di Aspasia; questa donna che ha avuto pochi scrupoli nella vita, che ha molto e liberamente amato, scrive al Ranieri dopo che il poeta è morto: “Molti ammiratori del povero Leopardi dimoranti in Parma mi hanno più volte chiesto e richiesto chi sia l'Aspasia su cui quell'insigne poeta scrisse canzone. Per carità, ditemelo voi se lo sapete, per togliermi da una filastrocca di lettere inutili e noiose....„
III.
LA FAMIGLIA.
Se in tutto tranne che nell'amore ciascuno basta a sè stesso, l'uomo non è già solo nel mondo, la sua felicità dipende in gran parte da chi gli sta intorno. Tutto il genere umano può essere ed è considerato da alcuni filosofi come un essere vivente del quale ogni individuo è una cellula e i gruppi d'individui sono gli organi. La solidarietà tra gli uomini, tra le cellule umane, è tanto più salda, quanto più essi sono vicini: il gruppo più stretto è la famiglia. Da essa dipende l'educazione del cuore; la condizione dei parenti nel mondo è anche quella del giovane sino al giorno che egli può provvedere a sè stesso. Come è educato Giacomo Leopardi? In che stato sociale si trova?
Sua madre fu giudicata — e nessuno ha interposto appello al giudizio — donna di propositi virili più che di tenerezze materne. Un che di virile era nel suo aspetto, come maschile era qualche parte del suo vestito, gli stivali, il berretto. Ella fece pesare la dura sua autorità, prima che sui figli, sul marito. “Si dette il caso,„ narra Paolina Leopardi, “quand'io era piccina piccina, o anche forse quando non ero nemmeno nata, che la gonna di mia madre s'intrecciò fra le gambe di mio padre, non so come. Ebbene, non è stato più possibile ch'egli abbia potuto distrigarsene.„ Entrata in casa Leopardi, ella ne trova il patrimonio quasi sommerso nei debiti; saggiamente, ma anche tirannicamente, impone un'economia severissima. A nessuno consente di disporre di nulla; a nessuno manifesta quei sentimenti di calda e vivace affezione che sono la gioia della casa. Se i suoi bambini si lagnano di qualche dolore, le sole parole di consolazione che sappia dir loro sono queste: “Offritelo a Gesù.„ Quando sono grandi, apre e trattiene le loro lettere. Non una volta li stringe al cuore; “lo sguardo„ scrive Carlo Leopardi, “era la sola sua carezza.„ E Paolina: “Fra gli altri motivi che hanno renduto così trista la mia vita e che hanno disseccato in me le sorgenti dell'allegria e della vivacità.... uno è l'avere in mammà una persona ultrarigorista, un vero eccesso di perfezione cristiana, la quale non potete immaginare quanta dose di severità metta in tutti i dettagli della vita domestica.„
Tale è la madre, la creatura che dovrebbe prima d'ogni altra sorridere al frutto delle proprie viscere, che ne dovrebbe cullare i sogni e lenire i dolori. Giacomo, come è rimasto dinanzi a lei timido e quasi pauroso, così lontano da lei non ardisce scriverle, sicuro di annoiarla; nelle sue rarissime e brevissime letterine, ella non pensa se non a rammentargli di tenere una buona condotta; e una volta lo chiama anche “figlio d'oro„; ma quando? Quando crede che la professione letteraria abbia dischiuso al giovane una miniera d'oro, rendendo inutile l'assegno della famiglia. E lo eccita a continuarle il suo affetto “_sincero_„, sottolineando la parola certo perchè dubita della sincerità dell'amore del figlio e se ne duole; ma di chi è la colpa, se non sua propria? Come vorrebbe che il figlio si lasciasse trasportare dall'amore, se ella stessa non l'ha amato, o l'ha amato a suo modo, moderando, reprimendo i moti del suo cuore materno?
Il padre, Monaldo Leopardi, è uomo d'ingegno fuor del comune e di cuore amorevole; ma, oltrechè non dispone della propria volontà, obbedendo sempre ed in tutto alla moglie, egli intende anche la vita al modo antico: non sa, non vuol sapere, non vuol sentire nulla di quel che accade nel mondo rinnovato. Come Giacomo, egli vede due secoli armati l'uno contro l'altro; ma se soffre di questa lotta, la sua sofferenza non deriva, come quella di Giacomo, dal contrasto delle opposte sollecitazioni: egli non prova altro che ira e sdegno contro tutte le novità. Al figliuolo somiglia per metà: gli ha dato l'amore dell'antico, la severità del pensiero indagatore, la pazienza delle ricerche lunghe e minute, il senso dell'ordine e della disciplina. Il gusto delle contraffazioni di vecchie scritture è comune a Monaldo e a Giacomo. Il padre trasmette non soltanto a lui, ma anche all'altro suo figlio Carlo la sua disposizione al riso: come egli profonde le celie nei suoi scritti, e motteggia nella conversazione di tutti i giorni, e muore scherzando col sacerdote nell'agonia; così Carlo è celebre per le sue arguzie e lascia un libro di epigrammi molto pungenti; così Giacomo, che esce spesso nel discorso e nelle lettere in motti felici, si servirà come più tardi vedremo di questa sua nativa attitudine. Ancora: nel deridere il troppo vantato progresso delle scienze e delle arti padre e figlio si rassomigliano; il giudizio che danno intorno alla Roma dei loro tempi è identico. Con tanti tratti comuni non dovrebbero essi accordarsi?
L'influenza di ogni uomo sopra il proprio simile si può esercitare in due modi: o per conformità, quando noi siamo persuasi ad imitare gli esempii che ci sono proposti; o per opposizione, quando siamo spinti a fare il contrario. Nell'adolescenza, nel tempo che Giacomo s'immerge negli studii filologici, severissimamente, da vecchio, egli si uniforma agli esempii paterni; perchè questo accordo durasse che cosa sarebbe necessario? Che il padre, secondasse a sua volta il figlio nel sentimento poetico della vita nel generoso ardor giovanile, che comprendesse le sue inquietudini, che lenisse la sua malinconia. Lo ha procreato a ventidue anni; non potrebbe esserne il fratello maggiore, non dovrebbe esserne l'amico? Ciò gli è impossibile. Se gli somiglia tanto da una parte, non gli somiglia niente dall'altra. La sua sensibilità morale è molto più ottusa, la sua fantasia è molto più sterile; la musica non gli dice nulla; i sentimenti nuovi, indeterminati, dei quali soffre e gode la nuova generazione, gli sono sconosciuti: alle idee nuove è inaccessibile. Non solo cattolico, ma suddito fedele del Papa, il cui governo chiama “dolcissimo„, è un vero “guelfo del diciannovesimo secolo.„ Va con la spada al fianco, come i cavalieri antichi. “Il prestigio della novità non mi ha sedotto, le lusinghe della rivoluzione mi hanno lasciato inconcusso, non ho sieduto nel concistoro degli empii, e non ho alzato la voce dalla cattedra della pestilenza.„ Tanto ogni novità lo sdegna, tanto è fedele alle opinioni dei tempi passati, che nega il sistema copernicano: se Galileo ha riso di Ticone, egli si augura che venga qualcuno il quale rida di Galileo e restituisca alla terra “l'antico onore„ considerandola ancora come centro dell'universo, “liberandola dal fastidio di tanti moti.„ Udite le sue argomentazioni: “Imperciocchè, alle fine dei conti il Galilei non ha potuto viaggiare in persona nei tropici e nell'equatore, ma ha dovuto contentarsi di considerare le cose da lontano alquanti milioni di miglia; e quel sistema secondo il quale per dividere i giorni e le notti vogliamo che la terra si rivolti ogni 24 ore intorno al suo asse come l'arrosto intorno allo spiedo, per compiere il corso dell'anno le facciamo fare un giro immenso in 365 giorni all'incirca e per accomodare le stagioni la costringiamo a starsene sempre giocando all'altalena, con alzare e abbassare i suoi poli.... questo sistema non toglie il desiderio di rinvenire una teoria meno lambiccata.„
Con queste disposizioni della mente, egli non è capace d'indulgenza, di sopportazione: confessa ingenuamente che le sue buone qualità “sono bilanciate da un orgoglio smisurato che le troppe lodi datemi nell'adolescenza avevano fomentato e che mi rendeva ambizioso di superare tutti in tutto.„ Riconosce che “l'abitudine di sovrastare m'è sempre rimasta e mi adatto malissimo, anzi non mi adatto in modo veruno alle seconde parti. Voglio piegarmi, voglio esser docile, rimettermi e tacere; ma in sostanza tutto quello che mi ha avvicinato ha fatto a modo mio, e quello che non si è fatto a modo mio mi è sembrato mal fatto.„ Che cosa può egli dunque intendere delle ansie, dei desiderii, dei bisogni del figlio? Può il figlio, ardente, vivace, inquieto, adattarsi sempre alla freddezza, alla calma, alla rigidità del padre? Se tanta parte dello spirito del padre è nel figlio; se questi per le facoltà più serie della mente, per la profondità della cultura classica, per la capacità di disciplina, può essere sollecitato a seguire gli esempii del padre; la cieca intransigenza di Monaldo non deve poi ottenere l'effetto contrario, di spingerlo per la via opposta? Tra queste due anime la lotta non deve fatalmente impegnarsi?
La lotta si accese, e fu grave e scandalosa; e se molti diedero tutta la colpa al padre, non pochi anche oggi vedono nella ribellione di Giacomo il sintomo dell'ingratitudine, dell'aridità del suo cuore. Prima di esaminare i rapporti del padre e del figlio, notiamo come uno scandalo simile a quello avvenuto in casa Leopardi non fosse senza esempio, a quel tempo. Se, quantunque rassomigliandosi e amandosi sommamente, un germe di discordia ha potuto sempre insinuarsi tra i genitori ed i figli, perchè altri sono i sentimenti e le opinioni dei giovani, altri quelli dei vecchi; questo contrasto è più sensibile al principio dell'êra contemporanea. Quando tutti i poteri e tutti i principii cominciano ad essere oggetto di esame, anche la potestà paterna è posta in forse; come i popoli si ribellano ai re, così i figli si ribellano ai padri. “I consigli della vecchiezza„ scrive Vauvenargues, “rischiarano senza riscaldare, come il sole d'inverno„; immagine che Stendhal doveva far sua: quello Stendhal che, odiando il padre ed essendone odiato, doveva anche scrivere per proprio conto: “I genitori e i maestri sono i nostri primi nemici quando entriamo nel mondo.„ E il più mite Vauvenargues così precisa il proprio pensiero: “I giovani soffrono non tanto dei proprii errori quanto della prudenza dei vecchi.... L'ordinario pretesto di coloro che fanno l'infelicità degli altri è che vogliono il loro bene....„ Beniamino Constant, educato da un padre che reprime i moti del cuore per mostrarsi severo, fugge dalla casa paterna; il suo _Adolfo_ attribuisce la propria malinconia all'educazione ricevuta dal padre, uomo generoso ma rigido, presso al quale egli non prova altro che soggezione. Senancour scappa in Isvizzera per sottrarsi allo stato ecclesiastico al quale è destinato dalla famiglia; Lamartine evade dalla casa di educazione, dove è sul punto di uccidersi.
Pères, de vos enfants ne forcez point les voeux: Le ciel vous les donna, mais pour les rendre heureux,
aveva ammonito il dolente Chénier, invano. Molti filosofi hanno affermato che l'unico sentimento naturale, fondato sopra un istinto prepotente, è l'amor proprio; e che tutti gli altri, anche quelli che sembrano più disinteressati, sono forme più o meno larvate di egoismo; questa sentenza è confermata più spesso che non dovrebbe nel caso dell'amor paterno. Dai figli che debbono loro la vita, che sono come una viva parte della loro persona, e che perciò essi amano sopra ogni altra cosa al mondo, i genitori pretendono un affetto cieco che rinunzii ad ogni volontà e ad ogni velleità e incondizionatamente si sottoponga. Di questa qualità fu l'amor paterno di Monaldo, con l'aggravante della resistenza da lui opposta alle innovazioni. Il fondamento dei vincoli sociali che egli vede minacciato è la famiglia; nella famiglia, nella potestà paterna, è l'origine di tutte quelle altre potestà contro le quali egli vede far impeto: quindi, se anche per indole non fosse portato a comandare, terrebbe sempre alta la sua autorità per convinzione. Il suo concetto dell'autorità paterna è quello biblico: _Filii tibi sunt; erudi illos, et curva illos a pueritia illorum._ Egli esegue letteralmente il precetto: stabilito di avviar Giacomo per la carriera ecclesiastica, a dodici anni gli fa dare il primo degli ordini minori. _Ne des illi potestatem in iuventute, et ne despicias cogitatus illius:_ mai, “_letteralmente mai_„, egli lo lascia solo. Amandolo teneramente, teme che le vivaci manifestazioni dell'amor suo scemino il suo prestigio di padre; quindi le contiene e le reprime. Quando è riuscito troppo bene in quest'opera, anch'egli si duole, come la moglie, anzi con più cordiale sincerità, di ciò che ne è l'effetto naturalissimo; perchè vorrebbe, ma non può essere trattato con piena confidenza da Giacomo. “Mi pare che le lettere mie siano di molestia a voi, e che voi diate ad esse un riscontro stirato stirato come i versi latini dei ragazzi; quasi che il vostro cuore trovasse un qualche inciampo per accostarsi al mio, il quale vorrebbe esser veduto da voi una volta sola e per un solo lampo, e questo gli basterebbe.„ E al padre amante il figlio devoto tosto risponde: “Le dico e le protesto con tutta la possibile verità, innanzi a Dio, che io l'amo teneramente quanto è o fu mai possibile a figlio alcuno di amare suo padre; che io conosco chiarissimamente l'amore che ella mi porta, e che a' suoi benefizi e alla sua tenerezza io sento una gratitudine tanto intima e viva quanto può mai essere gratitudine umana.... Se poi ella desidera qualche volta in me più di confidenza e più dimostrazioni d'intimità verso lei, la mancanza di queste cose non procede da altro che dall'abitudine contratta sino dall'infanzia, abitudine imperiosa e invincibile perchè troppo antica e cominciata troppo per tempo.„ È triste, dolorosa e quasi tragica per queste due anime l'impossibilità di confondersi nell'impeto dell'affetto che pure entrambe le spinge. Ma non ha il padre volontariamente contenuto l'affetto suo? Come si può dolere se ha impedite le ingenue manifestazioni di quello del figlio? Egli vuole che il figlio lo tratti con intimità quando gli dà del _voi_, quando lo ha educato a dargli del _lei_; quando per rispetto ai principii, alla tradizione, non gli ha dato mai nessun esempio di confidente abbandono!