Leopardi

Part 5

Chapter 53,881 wordsPublic domain

Una fanciulla di umile condizione, Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, lo innamora. Che cosa dovrà essere questo sentimento noi possiamo prevedere da quel che egli dice intorno alla seduzione esercitata dalle giovanette, dalle vergini. Se una donna, come era la Cassi, “è più atta a inspirare e maggiormente mantenere una passione,„ egli giudica che una fanciulla dai sedici anni ai diciotto anni “ha nel suo viso, nei suoi moti, nelle sue voci un non so che di divino che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto, allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta, quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume, che si legge sul viso e negli atti, e che voi nel guardarla concepite in lei e per lei, quell'aria d'innocenza e d'ignoranza completa del male, delle sventure, dei patimenti; quel fiore insomma, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel viso; ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l'anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto questo, io ripeto, senza innamorarci, senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto. La stessa divinità che noi vi scorgiamo, ce ne rende in certo modo alieni, ce la fa riguardare come di una sfera divina e superiore alla nostra, a cui non possiamo aspirare....„ La gentile Teresa, se da principio gl'ispira questo senso di umile e trepida ammirazione, presto lo infiamma d'amore prepotente. Quando, di maggio, ella siede intenta alle opere femminili e fa risonare tutt'intorno il suo perpetuo canto; ed egli, lasciate le sue carte, ascolta quei suoni, il volto gli si discolora; e se volge lo sguardo alle vie dorate, agli orti, al mare, al monte, la sua felicità è infinita:

Lingua mortal non dice Quel ch'io sentivo in seno. Che pensieri soavi.

Che speranze, che cori, o Silvia mia! Quale allor ci apparia La vita umana e il fato!

Ma egli non le ha detto una sola parola dell'amor suo; nè sa che cosa veramente ella provi per lui. Non può parlare, non sa risolversi: è timido, indeciso, senza volontà: noi sappiamo che tutta la sua forza vitale è impiegata all'interno, a sentire, a pensare: non glie ne avanza per operare. E mentre la passione lo strugge e la debolezza lo avvilisce, la povera ragazza se ne muore, di tisi, a ventun anno, quando egli ne ha appena venti. Egli vede venire la morte della diletta, e si studia invano di non credere a chi gli dà notizie disperate dell'inferma, e presente lo strazio della dipartita; e, morta, la rivede in sogno:

Morta non mi parea, ma trista, e quale Degl'infelici è la sembianza. Al capo Appressommi la destra, e sospirando, Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna Serbi di noi?

Egli non può credere che sia morta; e quando ne è certo, non sa come ancora sia vivo egli stesso; e all'ombra — solo alla vana ombra — che lo visita nel sogno, osa chiedere:

Or se di pianto il ciglio, ........ e di pallor velato il viso Per la tua dipartita, e se d'angoscia Porto gravido il cor; dimmi: d'amore Favilla alcuna, o di pietà, giammai Verso il misero amante il cor t'assalse Mentre vivesti? Io disperando allora E sperando traea le notti e i giorni; Oggi nel vano dubitar si stanca La mente mia. Che se una volta sola Dolor ti strinse di mia negra vita Non mel celar, ti prego, e mi soccorra La rimembranza or che il futuro è tolto Al nostri giorni....

E quando ella gli dice che sì, allora:

Per le sventure nostre, e per l'amore Che mi strugge, esclamai; per lo diletto Nome di giovinezza e la perduta Speme de' nostri dì, concedi, o cara, Che la tua destra io tocchi.

Torna a scordarsi che è morta nel ricoprirne di baci ardenti la mano; ma il fantasma sparisce:

Allor d'angoscia Gridar volendo, e spasimando, e pregne Di sconsolato pianto le pupille, Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi Pur mi restava, e nell'incerto raggio Del sol vederla io mi credeva ancora.

La dolorosa memoria non lo lascia più.

Ahi Nerina! In cor mi regna L'antico amor. Se a feste anco talvolta, Se a radunanze io movo, in fra me stesso Dico: Nerina, a radunanze, a feste Tu non ti acconci più, tu più non movi. Se torna maggio, e ramoscelli e suoni Van gli amanti recando alle fanciulle, Dico: Nerina mia, per te non torna Primavera giammai, non torna amore. Ogni giorno sereno, ogni fiorita Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento, Dico: Nerina or più non gode; i campi, L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno Sospiro mio: passasti: e fia compagna D'ogni mio vago immaginar, di tutti I miei teneri sensi, i tristi e cari Moti del cor, la rimembranza acerba.

Dubitano che questa Nerina sia la stessa Silvia, la stessa Teresa Fattorini; dicono che possa essere un'altra umile giovanetta, la tessitrice Maria Belardinelli, della quale il poeta si era più tardi invaghito. Sia pure. Ma quest'altro amore è stato forse più fortunato dell'altro? Quest'altro amore somiglia quanto più non sarebbe possibile al primo. Come non ha rivelato l'animo suo alla Fattorini, il Leopardi non l'ha rivelato alla Belardinelli; come la Fattorini è morta giovane, giovane è morta la Belardinelli: la prima a ventun anno, la seconda a ventisette. Entrambe le passioni furono tacite, inappagate, infelici.

E l'esperienza della sua incapacità a farsi amare prostra il giovane, lo attrista, lo riduce a una sconsolata e cupa rassegnazione. Se incontra una bella fanciulla, se ne ode soltanto da lontano qualcuna cantare,

A palpitar si move Questo mio cor di sasso; ahi, ma ritorna Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estraneo Ogni moto soave al petto mio.

Nessuna simpatia dell'infelice è stata corrisposta, nessuna ne ha saputa o potuta esprimere; nessun'altra ne esprimerà, di nessun'altra otterrà il ricambio. Egli stesso ha riconosciuto che così dev'essere, che così è giusto che sia. Egli sa d'avere “l'aspetto miserabile e dispregevolissima tutta quella gran parte dell'uomo, che è la sola a cui guardino i più: e coi più bisogna conversare in questo mondo; e non solamente i più, ma chicchessia è costretto a desiderare che la virtù non sia senza qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto, s'attrista, e per forza di natura, che nessuna sapienza può vincere, quasi non ha coraggio d'amare quel virtuoso in cui niente è bello fuorchè l'anima.„ Così la sua Saffo, dispregiata amante, riconosce che

alle sembianze il Padre Alle amene sembianze eterno regno Diè nelle genti; e per virili imprese, Per dotta lira o canto, Virtù non luce in disadorno ammanto.

Che vale nondimeno questa persuasione filosofica contro le leggi della vita, contro le voci dell'istinto? La ragione ha un bel dimostrargli sino all'evidenza che egli non può essere amato: che importa, se dell'amore ha bisogno? E allora, non che rassegnarsi, egli fa un ragionamento tutto inverso. L'amore degli uomini non si distingue per la parte che vi ha l'anima? I godimenti bassi e volgari valgono forse il piacere “que donne un seul instant de ravissement et d'émotion profonde?„ L'anima sua non è capace di risentire e di procurare altrui queste commozioni ineffabili? Le donne non dicono che è inutile parlare ai loro sensi; che solo il sentimento le infiamma? Non vi sarà una donna che, ansiosa di essere amata con l'anima, da un'anima grande, comprenderà la sua grandezza e compatirà la sua sciagura e gli stenderà la mano? Se egli ancora non l'ha trovata, non può, non deve sperare di trovarla? Nulla vale l'esperienza contraria per uno avvezzo come lui a dar tanto credito alle illusioni. Egli deve necessariamente illudersi che se nessuna donna lo ha ancora compreso, qualcuna lo comprenderà. E il tempo passa, e non una si accorge di lui. Allora egli si rivolta contro tutte: tanto più violentemente, quanto più è persuaso che l'amor suo è senza pari, per quel sentimento orgoglioso del quale altrove notammo l'origine. Allora egli scrive: “L'ambizione, l'interesse, la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco un _animale senza cuore_, sono cose che mi spaventano.... La scelleraggine delle donne mi spaventa, non già per me, ma perchè vedo la miseria del mondo.„ Egli vede che, se uomini e donne sono destinati ad amarsi, sono anche fatti diversamente; e che, naturalmente più fredde, le donne possono speculare sull'ardenza del desiderio che ispirano: quindi la prostituzione. Egli non può accostare le sciagurate che si vendono perchè gli fanno troppo ribrezzo e troppa paura, perchè vuole amare nobilmente, con tutte le più alte potestà dell'esser suo; ma crede che, se altra fosse la sua condizione nel mondo, non sarebbe deriso: “S'io divenissi ricco e potente, ch'è impossibile, perchè ho troppo pochi vizi, le donne senza fallo cercherebbero d'allacciami. Ma in questa mia condizione, disprezzato e schernito da tutti, non ho nessun merito per attirarmi le loro lusinghe.„ E il maggiore, l'unico suo merito, la capacità sentimentale, si perde a poco a poco: egli sente di non poter essere amato anche “perchè ho l'animo così agghiacciato e appassito dalla continua infelicità, ed anche dalla misera cognizione del vero, che prima di avere amato ho perduto la facoltà di amare; e un angelo di bellezza e di grazia non basterebbe ad accendermi.„

Ma come s'inganna! A ventidue anni può egli esser sicuro di non ricadere nell'eterna illusione? Non confessa che la sua esperienza è tutta immaginaria, che non ha amato realmente, come tutti gli altri uomini i quali manifestano i loro sentimenti e cercano di ottenerne il ricambio; ma soltanto tra sè, tacitamente, nella solitudine? Allora chi lo difenderà contro nuove lusinghe? Bisognerebbe che il suo cuore mutasse di tempra perchè perdesse la capacità d'infiammarsi così. Se l'amor suo è un chiuso fuoco che la sola vista d'una donna accende, nè la mancata corrispondenza, nè l'impossibilità d'esser compreso, nè lo sdegno contro le creature giudicate insensibili gl'impediranno di accendersi ancora.

Noi lo abbiamo udito gridare da Roma al fratello: “Amami, per Dio. Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita....„ Subito dopo soggiunge: “Le donne romane alte e basse fanno propriamente stomaco; gli uomini fanno rabbia e compassione.„ Nella gran città, se “non per modestia, ma per pienissima e abituale indifferenza e noncuranza„, le donne non alzano gli occhi sui giovani molto belli ed eleganti in compagnia dei quali egli gira spesso per le vie; come sarà guardato e notato un povero contraffatto suo pari? Quindi il suo sdegno cresce, lo fa uscire in nuovi insulti: “Trattando, è così difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati, anzi molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e il divertirsi non si sa come....„ Ma quanto gli debba costare questo giudizio, quanto debba cuocergli la rinunzia alle gioie dell'amore nella quale vuol dare a intendere che quasi si compiace, appare da altre sue impressioni. Il povero rachitico intende squisitamente la seduzione delle forme muliebri, dà ragione dell'incanto che esercita lo spettacolo del ballo: “Una donna nè col canto nè con altro qualunque mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo; il quale pare che comunichi alle sue forme un non so che di divino, ed al suo corpo una forza, una facoltà più che umana.„ Se egli ha dichiarato di sprezzare tutto il genere femminino, se annunzia che non tratta a Roma con donne, confessa pure che “senza queste nessuna occupazione o circostanza della nostra vita ha diritto di affezionarci o di compiacerci. Io me n'assicuro per esperienza, e posso giurarti che la conversazione spiritosa o senza spirito mi è venuta in odio mortale. Tutto è secco fuori del nostro cuore; e questo non si esercita mai....„ E quando il fratello Carlo gli annunzia che è innamorato, egli se ne felicita: “Veramente non so qual migliore occupazione si possa trovare al mondo che quella di fare all'amore, sia di primavera o d'autunno; e certo che il parlare a una bella ragazza vale dieci volte più che girare, come io fo, attorno all'Apollo del Belvedere o alla Venere Capitolina.„ Se, dunque, poco tempo dopo, di ritorno a Recanati, egli scrive al Melchiorri che è “ben sicuro di morire e di soffrire per tutt'altro che per una donna„, noi non lo potremo credere. Rallegratosi col fratello per la sua nuova fiamma, otto mesi dopo egli ammonisce il cugino: “Io sono troppo persuaso, non dico della vostra filosofia, perchè la filosofia in questi casi non serve, ma della vostra accortezza e cognizione del mondo, per credervi capace d'innamorarvi in modo che la passione vi possa inquietare. Caro Peppino, non siamo più a quei tempi. Nella primissima gioventù, questo ci può accadere; ma dopo fatta esperienza delle cose, è impossibile, o è troppo fuor di ragione. Un tempo addietro io era capacissimo di una passione furiosa: ne ho provate anch'io e per confessarvi la mia sciocchezza, vi dico che sono stato più volte vicinissimo ad ammazzarmi per ismania d'amore, ancorchè in verità non avessi altra cagione di disperarmi, che la mia immaginazione. Ma dopo l'esperienza, sono ben sicuro di morire e di soffrire per tutt'altro che per una donna. Farei torto al vostro buon giudizio se vi ricordassi che le donne non vagliono la pena di amarle e di patire per loro. Non posso credere che mi rispondiate che la vostra è diversa dall'altre. Questa è la risposta di tutti gl'innamorati, e non sarebbe degna di voi. Voi ed io dobbiamo tenere per assioma matematico che non v'è nè vi può esser donna degna di essere amata da vero.„ La contraddizione è tutta apparente: se egli parla ora da credente ora da scettico, ciò avviene perchè, con un bisogno prepotente d'amore, si sente condannato a non ottenerne mai. Non lo amano, ed egli accusa tutto il sesso muliebre; ma se è ingiusto con le donne, è anche ingiusto con sè stesso, dichiarandosi impotente ad amare quando invece è condannato a struggersi invano. “Sono molto contento,„ riscrive all'amico, “di vedervi questa volta un poco più quieto sopra la vostra passione. Di questa io non sarei capace, perchè il cuore, di cui voi mi parlate, è andato a spasso dopo tante esperienze d'uomini e di donne: ma non biasimo però chi è capace ancora di provarla e di amare da vero, anzi lo invidio e lo felicito, perchè l'amore, quantunque sia una pura illusione, ed abbia molti dolori, ha però un maggior numero di piaceri; e se fa molti danni, questi servono per pagare moltissimi diletti che ci procura. Sotto questo aspetto io approvo l'amore se bene non lo provo; ma quando poi esso ci dovesse fare infelici, non concederò mai che la ragione in un par vostro, e in qualunque uomo, sia filosofo, sia mondano, non debba potere, se non altro, indebolirlo.... A' tempi nostri, in questi costumi, con questo carattere di donne, coi disinganni che ci hanno procurati tante cognizioni d'ogni genere intorno al cuore umano, non è possibile che un uomo di senno sia per lungo tempo la vittima di una passione ispirata da oggetti pieni di vanità e d'ogni sorta di tristizie.„

Ma tanto egli arde, tale è la sua sete d'amore, che non trovando una donna di carne e d'ossa alla quale poter degnamente consacrare il suo culto, se ne foggia una con la fantasia.

Viva mirarti omai Nulla speme m'avanza.... .... Già sul novello Aprir di mia giornata incerta e bruna, Te viatrice in questo arido suolo Io mi pensai. Ma non è cosa in terra Che ti somigli; e s'anco pari alcuna Ti fosse al volto, agli atti, alla favella, Saria, così conforme, assai men bella.

Egli dimentica che, essendo tanto poco amabile, non dovrebbe essere tanto esigente; la sua immaginazione è così fervida che vince la coscienza della sua miseria fisica: infermo, contraffatto, sogna una perfezione fuori dell'umano: egli è ancora quel romantico che, innamorato di una donna viva, la evita per contemplarla idealmente, temendo che la realtà ne distrugga l'incanto. Ma romanticismo, idealismo, delirii della fantasia: tutto cede all'istinto vitale. L'amore è un bisogno; egli deve amare, ed ama: e l'amor suo non è ricambiato; non dalla Basvecchi, non dalla Brighenti, non dalla Malvezzi. Udite che cosa desta costei in questo dispregiatore di tutto il genere femminile: “Sono entrato con una donna (Fiorentina di nascita) maritata in una delle principali famiglie di qui, in una relazione, che forma ora gran parte della mia vita. Non è giovane, ma è di una grazia e di uno spirito che (credilo a me, che finora l'avevo creduto impossibile) supplisce alla gioventù e crea un'illusione maravigliosa. Nei primi giorni che la conobbi, vissi in una specie di delirio e di febbre. Non abbiamo mai parlato di amore se non per ischerzo, ma viviamo insieme in un'amicizia tenera e sensibile, con un interesse scambievole, e un abbandono, che è come un amore senza inquietudine. Ha per me una stima altissima: se le leggo qualche mia cosa, spesso piange di cuore senz'affettazione; le lodi degli altri non hanno per me nessuna sostanza: le sue mi si convertono tutte in sangue, e mi restano nell'anima. Ama e intende molto le lettere e la filosofia; non ci manca mai materia di discorso, e quasi ogni sera io sono con lei dall'avemaria alla mezzanotte passata, e mi pare un momento. Ci confidiamo tutti i nostri secreti, ci riprendiamo, ci avvisiamo dei nostri difetti. In somma questa conoscenza forma e formerà un'epoca ben marcata della mia vita, perchè mi ha disingannato del disinganno, mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io credeva impossibili, e che io sono ancor capace d'illusioni stabili, malgrado la cognizione e l'assuefazione contraria così radicata, ed ha risuscitato il mio cuore dopo un sonno anzi una morte completa.„ Teresa Carniani Malvezzi non è giovanetta, ignara della vita e dell'arte; è donna fatta, scrittrice, poetessa: dovrebbe sapere chi è l'uomo da cui è amata; se non gradisce l'amor suo perchè non glie lo fa intendere subito? Prima lo alletta; poi un bel giorno gli dichiara che le sue visite la seccano. “L'ultima volta che ebbi il piacere di vedervi,„ egli le scrive, “voi mi diceste così chiaramente che la mia conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo a nessun pretesto per ardire di continuarvi la frequenza delle mie visite. Non crediate ch'io mi chiami offeso; se volessi dolermi di qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti, e le vostre parole, benchè chiare abbastanza, non fossero anche più chiare ed aperte....„ Questo egli chiede almeno: che non lo lusinghino, che gli dicano tosto di non volere, di non potere mai rispondere all'amor suo. E neppur questo può ottenere, mai.

Nella stessa Bologna dove ha conosciuto la Malvezzi, nello stesso anno, incontra eguale fortuna con la Padovani, cantante giovane, bella e graziosa. Egli non va più da lei quando s'accorge che l'amor suo è sdegnato, e resiste alle dimostrazioni d'interesse con le quali quest'altra mal consigliata tenta di riparare alle repulse; poichè gli amici di lui temono che non sia guarito del tutto, egli dimostra — o tenta dimostrare — che non hanno ragione: “Non so perchè vogliate dubitare della mia costanza in tenermi lontano da quella donna. Quasi mi vergogno a dirti che essa, vedendo che io non andavo più da lei, mandò a domandarmi delle mie nuove, ed io non ci andai; che dopo alcuni giorni mandò ad invitarmi a pranzo, ed io non ci andai; che sono partito per Firenze senza vederla; che non l'ho mai veduta dopo la tua partenza da Bologna. Dico che mi vergogno a raccontarti questo, perchè par ch'io ti voglia provare una cosa di cui mi fai torto a dubitare. Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di quella strega sono tanto grandi, che ci vuol molta forza a resistere....„

Egli trova questa forza; e glie ne va data tanto maggior lode, quanto più degne di biasimo sono coteste allettatrici, che vorrebbero tenerselo accosto non solo senza accordargli nulla, ma ridendo anche di lui.

E voi, pupille tremule, Voi raggio sovrumano, So che splendete invano, Che in voi non brilla amor.

Nessun ignoto ed intimo Affetto in voi non brilla: Non chiude una favilla Quel bianco petto in sè.

Anzi d'altrui le tenere Cure suol porre in giuoco, E d'un celeste foco Disprezzo è la mercè.

Allora egli si rivolge al passato, rievoca la figura della povera fanciulla morta sul fiore degli anni, della gentile che, se non l'amò, almeno non rise di lui: e questo è tutto il suo conforto: un mortuario ricordo:

Rimembri ancora Quel tempo della tua vita mortale, Quando beltà splendea Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, E tu, lieta e pensosa, il limitare Di gioventù salivi?

Ella è morta; egli è inaridito, non aspetta se non la morte:

Tu, misera, cadesti: e con la mano La fredda morte ed una tomba ignuda Mostravi di lontano....

E s'inganna ancora! Egli non è giunto al termine delle sue prove. Se l'immaginazione lo ha troppo illuso, se l'esperienza lo ha troppo deluso, la triste vicenda non è ancora finita. Egli ha trent'anni. Quantunque la sua salute sia rovinata per sempre, pure la fiamma vitale non è ancora spenta. Ed è nato ad amare, come il suo Eleandro: “Sono nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai capire in anima umana.„ Eleandro, come lui, ha un bel dire: “Oggi, benchè non ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, nè forse anco tepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorchè me stesso, per necessità di natura, e il meno possibile.„ Giacomo Leopardi, per suo proprio conto, in prima persona, griderà ancora: “Io non ho bisogno nè di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili; ma ho bisogno d'amore....„ La sua speranza che una donna finalmente lo intenda non può morire. Se non è mai stato amato, se non ha saputo, se non ha potuto esprimere i proprii sentimenti, gli basta, come a Consalvo, un lieto sguardo, una buona parola, perchè, ripetendoli mille e mille volte nel costante pensiero, egli viva e speri.

Ed ecco la nuova allettatrice: Fanny Targioni-Tozzetti, che egli incontra a Firenze, nel 1830. In un salotto elegante tutto odoroso dei nuovi fiori primaverili, vestita del colore della bruna viola, ella lo accoglie amabilmente, e quasi ad eccitare i suoi desiderii scocca baci sulle labbra delle figliuoline stringendole al seno.

Apparve Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio Divino al pensier mio.

La fiamma che repentinamente lo investe è alta e gagliarda. Dal momento che l'ha veduta il pensiero di lei governa il suo cuore:

Dolcissimo, possente, Dominator di mia profonda mente: Terribile, ma caro Dono del ciel; consorte Ai lugubri miei giorni, Pensier che innanzi a me sì spesso torni....

Da questo momento, come per virtù d'incantesimo, tutte le altre sue cure, i tanti dolori, i ricordi, le aspettazioni, tutto svanisce:

Ratti d'intorno intorno al par del lampo Gli altri pensieri miei Tutti si dileguâr. Siccome torre In solitario campo Tu stai solo, gigante....

Che divenute son, fuor di te solo, Tutte l'opre terrene, Tutta intera la vita al guardo mio! Che intollerabil noia Gli ozi, i commerci usati, E di vano piacer la vana spene, Allato a quella gioia, Gioia celeste che da te mi viene!

E se prima egli non temeva la morte, ora quasi la sfida e ne ride; e se il volgo gli parve spregevole, ora ogni atto indegno lo ferisce; e se la sua vita è stata un lungo martirio, è lieto d'averlo sopportato, ora che ottiene tal premio: