Part 4
Quantunque, per la nativa sua tempra e per effetto dell'educazione, Giacomo Leopardi sia un'anima in pena, mal preparata a trovare e ad apprezzare la felicità, che è il bisogno di ogni uomo; nondimeno, se la fortuna gli sorridesse, se i beni gli si offrissero ed egli non li sapesse apprezzare, non avrebbe ragione di negarli. Ma che cosa gli prepara la vita?
Il primo, il più necessario, il più urgente dei beni è la salute, la pienezza, l'interezza delle facoltà organiche; senza di che nessun altro piacere, nessun'altra gioia è possibile, e lo stesso sentimento dell'essere è leso e menomato. “Il corpo è l'uomo„ fa dire lo stesso Leopardi al suo Tristano: “perchè (lasciando tutto il resto) la magnanimità, il coraggio, le passioni, la potenza di fare, la potenza di godere, tutto ciò che fa nobile e viva la vita dipende dal vigore del corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo, non è uomo, ma bambino; anzi peggio; perchè la sua sorte è di stare a vedere gli altri che vivono, ed esso al più chiacchierare, ma la vita non è per lui.„ Questo vigore corporale, la salute, il sommo bene, a pochi è negato: tanto esso è frequente e necessario, che il primo posto si dà ordinariamente ad altri, perchè “la vita è principalmente dei sani, i quali, come sempre accade, o disprezzano o non credono di poter perdere ciò che posseggono.„ Il Leopardi ne è privo.
Noi lo abbiamo visto scontento perchè, mentre la fantasia vivacissima gli dipinge arcani mondi ed arcana felicità, la ragione lo contrasta; e perchè mentre sente troppo, è poco capace di volere; ma insomma, con tutta la straordinaria sua precocità, egli è ancora un fanciullo, un adolescente, che impiega il suo tempo nello studio, che ha una gran febbre di sapere, che non si stanca di leggere, di annotare, di commentare, di trasportare sulle esili braccia i pesanti volumi dai palchetti della biblioteca alla scrivania. Supponiamo che in gioventù, nella maturità, egli goda d'una buona salute: il mondo, nonostante che egli lo sdegni, tosto o tardi, debolmente o fortemente, pure lo allaccerà. Invece, a diciassette anni, egli esce dagli studii portentosi con la schiena curva, i muscoli emaciati, la vista rovinata: il fanciullo vivace, l'eroe Filzero che le dava a tutti e non ne toccava da nessuno, Giacomo “il prepotente„ è un povero gobbo minacciato di cecità, oggetto di riso e di compassione. Senza dubbio non la sola enormità dello sforzo lo ha così ridotto; egli porta dalla nascita, nelle vene, un principio maligno. Le morti precoci, le malattie nervose e la pazzia sono state frequenti tra i suoi antenati; il sangue della vecchia stirpe si è impoverito e corrotto nei molteplici matrimonii tra consanguinei: troppe volte i Leopardi s'imparentano con gli Antici, ai quali appartiene anche la madre di Giacomo. Ella lo concepisce giovanissima, in tempi di spavento, quando il marito di lei è perseguitato dai Francesi invasori. L'eredità morbosa e il formidabile sforzo mentale spiegano la rovina della sua salute: la rachitide e quella che oggi si chiama neurastenia. Nel primo fiore della gioventù egli si sente morire, crede che non gli restino più di due o tre anni da vivere. Non ne ha ancora venti, e già la sua vita consiste nell'alzarsi tardi, nel mettersi a passeggiare sino all'ora del desinare, nel riprendere poi la passeggiata sino alla sera: non può scrivere un rigo e appena riesce a leggere per un'ora. Così dura sette mesi. Si rimette alla peggio, e allora capisce qual è la sua condanna: “ho potuto accorgermi e persuadermi, non lusingandomi, o caro, nè ingannandomi, che il lusingarmi e l'ingannarmi pur troppo è impossibile, che in me veramente non è cagione necessaria di morir presto, e purchè m'abbia infinita cura, potrò vivere, bensì strascinando la vita coi denti, e servendomi di me stesso appena per la metà di quello che facciano gli altri uomini, e sempre in pericolo che ogni piccolo accidente e ogni minimo sproposito mi pregiudichi, o mi uccida.„
A ventun anno, nella primavera del 1819 comincia a soffrire d'una debolezza dei nervi oculari che gl'impedisce di poter leggere anche una sola riga; trascorre allora i suoi giorni sedendo con le braccia in croce, o passeggiando per le stanze, in modo che gli fa spavento. “Nell'età che le complessioni ordinariamente si rassodano, io vo scemando ogni giorno di vigore, e le facoltà corporali mi abbandonano ad una ad una.„ Ripiglia un po' di forza al rinfrescarsi della stagione, “ma l'imbecillità degli occhi, e però la miseria della mia vita, è sempre la stessa e maggiore.„ Il primo d'ottobre comincia una lettera al Giordani, ma un'oftalmia sopravvenuta alla debolezza non gli consente di finirla se non in sul finire del mese. L'amico lo sollecita a studiare; “gli studi,„ risponde il poveretto, “non so da otto mesi che cosa sieno, trovandomi i nervi degli occhi e della testa indeboliti in maniera, che non posso non solamente leggere nè prestare attenzione a checchessivoglia, ma fissar la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo.„ Egli si duole “di avere un cervello nel cranio„, perchè non può pensare minimi e fugacissimi pensieri “senza contrazione e dolore de' nervi„; il male degli occhi lo riduce “alla natura dei gufi, odiando e fuggendo il giorno.„ Ha una tregua di quasi un anno; ma nell'autunno del '20 “o che la fatica mi ha pregiudicato, se bene è stata moderatissima, o per qualunque altra ragione, sento che la mia povera testa ricade nella debolezza passata.„ Così va avanti, “come Dio vuole: quando peggio, quando meglio, sempre inetto a lunghe applicazioni.... Io studio la notte e il dì fino a tanto che la salute me lo comporta. Quando ella non mi sostiene, io passeggio per la camera qualche mese; e poi torno agli studi, e così vivo.„ In ogni inverno i suoi mali s'incrudiscono, il freddo è per lui “una malattia grave„, un “carnefice e nemico mortale„; nè la primavera gli è del tutto propizia, perchè gli produce ogni anno una penosa “inquietezza di nervi.„ Nel marzo del '25 è ridotto a tale, che non può “fissar la mente in una menoma applicazione, neppure per un istante, senza che lo stomaco vada sossopra immediatamente, come m'accade appunto adesso, per la sola applicazione di scrivere questa lettera.„ A Bologna, poco dopo, si sente un altro, quasi guarito della testa e degli occhi; ma il caldo patito in viaggio gli produce una grave e penosa infiammazione d'intestini che si prolunga sino all'anno seguente; e il primo freddo lo avvilisce, e il rigido inverno lo tormenta in modo straordinario, “perchè la mia ostinata riscaldazione d'intestini e di reni m'impedisce l'uso del fuoco, il camminare e lo stare in letto.„ Soffre pertanto pene indescrivibili, “quanto forse in tutto il rimanente della mia vita insieme.„ Con la primavera si sente tornare in vita “da una vera morte„; ma se appena appena in aprile il tempo si guasta, egli deve ritirarsi dal mondo e chiudersi in casa. Finalmente con l'estate migliora; ma ricade appena fa una gita a Ravenna. Si propone di fuggire da Bologna, tanto lo spaventa l'idea di passarvi un altro inverno; ma prima che ne fugga gli sopravviene un reuma di capo, di gola e di petto con febbre e sordità. Nel cuore dell'inverno del '27 guarisce, a casa sua, dopo quattordici mesi, del male degli intestini; ma ricominciano a patire gli occhi “miserabilmente.„ Tornato a Bologna, gli danno un fastidio sempre più grave; a Firenze la flussione e l'enfiagione delle palpebre peggiorano: non può vedere la città, non può sostenere la luce. Guarita la flussione, gli resta la consueta debolezza dei nervi ottici e della testa, complicata dal male dei denti; e quantunque l'inverno lo atterrisca, è ridotto a sperare che sopravvenga tosto, perchè il freddo, pregiudicandolo in tutto il resto, gli giova per gli occhi. Intanto non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare„; ricomincia a starsene giorni interi seduto, con le braccia in croce, in un ozio “più tristo assai della morte. Certo è che un morto passa la sua giornata meglio di me.„ L'8 di settembre scrive: “La mia debolezza degli occhi è la più grave ed ostinata che io abbia sofferto da otto anni in qua. Sto bene, eccetto incomodi leggieri di flussioni e di stomaco.„ Vedete: è ridotto a tale che, con la vista rovinata, con altri incomodi di flussioni e di stomaco, pure dice che sta bene! Spera la guarigione “provvisoria e non radicale„ della vista con l'inverno, ma il primo freddo lo disturba; poi, se migliorano gli occhi e i denti, torna a soffrire con lo stomaco, “perchè, per paura di farmi male, non mangiavo più quasi nulla.„
Lo hanno accusato di vagabondaggio, mentre il disgraziato è costretto a mutar di luogo per tentar di alleviare le sue pene. Va a Pisa nell'autunno del '27, e lì si sente assai meglio, quantunque gli occhi non guariscano interamente; e se il freddo gli fa bene, egli trema dalla mattina alla sera non potendo far uso del fuoco: “l'uso del camminetto mi è impossibile assolutamente e totalmente; giacchè anche lo scaldino, il quale adopero con moderazione infinita, m'incomoda assaissimo.„ Il 31 di gennaio così descrive il suo stato: “Questi miei nervi non mi lasciano più speranza; nè il mangiar poco, nè il mangiar molto, nè il vino, nè l'acqua, nè il passeggiare le mezze giornate, nè lo star sempre in riposo, insomma nessuna dieta e nessun metodo mi giova. Non posso fissar la mente in un pensiero serio per un solo minuto, senza sentirmi muovere una convulsione interna, e senza che lo stomaco mi si turbi, la bocca mi divenga amara e cose simili.„ La sua vita “è noia e pena: pochissimo posso studiare.... La mia salute è tale da farmi impossibile ogni godimento: ogni menomo piacere mi ammazzerebbe„; e l'infelice trova un'espressione terribilmente efficace per dipingere la sua miseria: “Se non voglio morire, bisogna ch'io non viva....„ Dovendo tornare a Firenze viaggia di notte: nondimeno sta male più giorni con gl'intestini e si persuade che non è più fatto per muoversi. “_Tutti_ i miei organi, dicono i medici, son sani: ma _nessuno_ può essere adoperato senza gran pena, a causa di un'estrema, inaudita _sensibilità_ che da tre anni ostinatissimamente cresce _ogni_ giorno: quasi ogni azione e quasi ogni sensazione mi dà dolore.„ Per stare tollerabilmente, deve aversi una gran cura, evitare di riscaldarsi e vivere senza far nulla.
Con la nuova stagione ricominciano i mali di ventre: non può mangiare, si riduce talvolta a patire la fame perchè lo stomaco non tollera cibo senza dolori, “i quali sono tanto più gravi, quanto è maggiore la quantità del cibo, benchè questa non sia mai superiore, anzi appena uguale, al bisogno.„ Si rimette, ma gli ritorna la flussione degli occhi, ed è ancora costretto a tralasciare le occupazioni della mente. “La mia salute è passabile,„ scrive il 18 settembre del '28 al padre, “eccetto la solita estrema sensibilità ed irritabilità d'ogni sorta, la quale non posso vincere con l'esercizio (benchè questo per il momento mi sia sempre giovevolissimo), e m'obbliga ad avermi una cura eccessiva, minuta e penosa.„ Per comporre una letterina entra “in convulsione e in una specie di febbre.„ In autunno: “i dolori e le difficoltà smaniose del digerire mi travagliano molto.„ Di ritorno a Recanati, non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare, nè digerire il mio pranzo, che è pur piccino.„ Nell'estate del '29 “lo sfiancamento e la _risoluzione_ dei nervi„ va sempre crescendo. In luglio scrive alla Maestri: “Non solo non posso far nulla, digerir nulla, ma non ho più requie nè giorno nè notte.„ E in agosto allo Stella: “La mia salute è in misero stato e la mia vita è un purgatorio.„ E in settembre al Bunsen: “Non solo i miei occhi, ma tutto il mio fisico sono in istato peggiore che non fossero mai. Non posso nè scrivere, nè leggere, nè dettare, nè pensare. Questa lettera finchè non l'avrò terminata sarà la mia sola occupazione, e con tutto ciò non potrò finirla se non fra tre o quattro giorni.„ A Firenze, nel '30, ha sputi sanguigni ad ogni più piccolo raffreddore, e passa mesi interi in letto; torna anche a smaniare per lo stomaco: “Se non vedrete mie lettere,„ scrive alla sorella, “non vi meravigliate mai: assolutamente non posso, non posso scrivere.„ Ogni riga gli costa “sudor di sangue.„ È ridotto “un tronco che sente e pena.„
E la crudele vicenda ricomincia col nuovo anno: in primavera si sente rinascere, “ma nè occhi nè testa non hanno ricuperato un solo menomissimo atomo delle loro facoltà, perdute certamente per sempre.„ S'illude ancora, crede d'esser guarito nell'autunno; ma già lo turba il solo pensiero dell'inverno, che dovrà passare in casa, “secondo il mio antico e poco ameno costume.„ A Roma, dove va col Ranieri, è inchiodato a letto dal mal di petto, che continua sino alla primavera del '32, con miglioramenti e ricadute successive. Nell'estate, a Firenze, il caldo gli fa soffrire “molta debolezza e malessere, poichè tutta la mia salute e il mio vigore dipende dalla moderazione della temperatura, la quale mancando, sto sempre male.„ E nell'autunno torna ad allettarsi per un altro reuma di petto: il terzo in dieci mesi. Arriva in fin di vita, si ristabilisce a primavera; ma gli occhi sono nuovamente, più seriamente minacciati dall'erpete, e quasi perduti. Nell'estate ritornano a riammalarsi: uno è semichiuso.
Tale è la sua rovina, che, deliberato di tentare il clima di Napoli, non può dare direttamente notizia al padre della partenza; si deve servire della mano altrui, “perchè quelle poche ore della mattina, nelle quali con grandissimo stento potrei pure scrivere qualche riga, le passo necessariamente a medicarmi gli occhi.„ E a Napoli la via della croce ricomincia ancora una volta: dapprima gli occhi sembrano guariti, poi egli deve tornare alla cura del sublimato corrosivo; quando l'erpete migliora, resta ancora il male interno, insanabile. Nell'autunno del '35 paga il suo tributo alla stagione con una costipazione accompagnata da copiose emorragie del naso. Le condizioni generali si sollevano, nell'inverno dal '35 al '36 può tornare un poco a pensare, a leggere, a scrivere; passa oltre un anno mediocremente: ma è l'ultimo guizzo della lampada vicina ad estinguersi. Già le gambe cominciano a gonfiarsi, già il respiro diventa affannoso. Il primo freddo del '36 lo fa spasimare più che quello sofferto a Bologna dieci anni prima, e sul principio del dicembre il ginocchio e la gamba diritta gli si gonfiano e diventano d'un colore spaventevole. Si porta questo male sino alla metà di febbraio, quand'ecco un nuovo attacco di petto. L'occhio diritto è minacciato da amaurosi; gli sopravviene un attacco d'asma per il quale non può nè camminare, nè giacere, nè dormire. Il 14 di giugno, a trentanove anni, muore improvvisamente, durante il desinare.
Tale fu la vita dell'infelice: mai forse tanta grandezza d'ingegno fu pagata con tanta miseria del corpo. Negli altri, nelle creature sensitive del suo tempo, i dolori si alternano con i piaceri, alle contrazioni incresciose seguono pure i fremiti di godimento; il suo supplizio è per questo inaudito: che non solo egli soffre fino allo spasimo, ma _non può godere_. Gli occhi che dovrebbero aprirsi agli spettacoli della natura, della bellezza, sono costretti a fuggire la luce; il sangue che dovrebbe scorrergli impetuoso nelle vene ed avvivargli le membra ed imporporargli le guance, gli spunta sulle pallide labbra: le ossa gli si rammolliscono, le carni gli si avvizziscono: la tisi, l'idropisia, la cardiopatia se lo contendono. E questi mali non gl'impediscono soltanto di soddisfare il naturale appetito del piacere, di cercare le grate impressioni; ma anche di appagare l'altro suo bisogno: il bisogno di studiare, di meditare, di comunicare con i grandi spiriti dei poeti e dei filosofi, di raccogliersi in sè stesso, di scrivere il suo pensiero, e anche di pensare soltanto. Qualcuno gli consiglia di disprezzare i piccoli incomodi; ma potrà mai essere piccolo incomodo per lui l'impossibilità di studiare? Egli non può lasciare gli studi, e questi non hanno fatto e non fanno altro che male, e male grave, alla sua salute. “Ma come passar la vita senza di loro?„ Vivere senza pensare non gli è possibile; ed egli non può pensare, ma deve vivere; allora si duole che, dovendo pur essere al mondo, non sia “pianta o sasso o qualunque altra cosa non ha compagna dell'esistenza il pensiero.„
Così, mentre egli è per la sua costituzione morale poco capace di volontà, la sua costituzione fisica gli vieta quasi ogni azione diretta a contentare le prepotenti sue facoltà naturali. La sensibilità, che naturalmente cerca le impressioni grate, deve fuggirle e non ne prova alcuna; la stessa riflessione, la stessa meditazione, che sul principio lo ha consolato sino ad un certo segno dei mancati piaceri, è anch'essa continuamente impedita.
II.
L'AMORE.
Quando la salute, prima condizione della felicità, è assicurata, gli uomini considerano come massimo pregio della vita l'amore. Tanto valore è attribuito a questa passione per la difficoltà del suo appagamento. Ciascuna creatura bastando a sè stessa quando vuol soddisfare qualunque suo bisogno, ha bisogno d'un'altra creatura simile e diversa ad un tempo per soddisfare l'istinto della riproduzione. Questa dipendenza, la necessità dell'accordo, non riguardano soltanto l'amore come fatto organico, ma anche e più l'amore come sentimento. I due appetiti del maschio e della femmina, se bene non si destano a un punto e con forza e caratteri eguali, quasi sempre finalmente coincidono; molto più difficile è che le aspirazioni, i sentimenti e le idee d'un uomo e d'una donna concordino. La difficoltà dell'accordo, dal quale dipende l'appagamento del bisogno, si rivela e si misura nella scelta sessuale. Non ad un qualunque individuo dell'altro sesso ciascun individuo chiede l'amore, ma determinatamente ad un tale: se ogni donna può essere amata da ogni uomo, e reciprocamente, ciascuno di noi, uomo o donna, crede che il proprio piacere dipenda da alcune creature singolarissime. E la nostra scelta è naturalmente determinata dalle qualità esteriori e visibili delle creature da amare: noi scegliamo quelle che ci sembrano più belle e, per ciò stesso, migliori. Giacomo Leopardi, sensibile e immaginoso come lo conosciamo, capace d'apprezzare come abbiamo visto la bellezza muliebre, crederà, sulla fede di questa bellezza, a una maggiore, a un'infinita bellezza intima; l'amor suo sarà un fuoco divoratore. Infermo e deforme, egli non sarà riamato da nessuna donna. Mai i poeti dell'amore immaginarono situazione più sciagurata: un cuor nobile e uno spirito altissimo in un corpo egro e contraffatto. Se l'esperienza sentimentale è tanto spesso triste per quegli uomini grandi la cui grandezza non potè essere misurata dalle donne, ma che pure, poco o molto, bene o male, furono riamati; che cosa dovette essere per un uomo come il Leopardi a cui nessuna donna mai rispose, di cui più d'una donna rise?
Il primo amore lo infiamma a diciotto anni: egli s'invaghisce della cugina Geltrude Cassi venuta per qualche giorno a Recanati e scesa in casa di lui. Che struggimento sia questa passione egli stesso ha descritto:
Tornami a mente il dì che la battaglia D'amor sentii la prima volta, e dissi: Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia! . . . . . . . . . . . . . . .
Ahi come mal mi governasti, amore! Perchè seco dovea sì dolce affetto Recar tanto desìo, tanto dolore?
E non sereno, e non intero e schietto, Anzi pien di travaglio e di lamento Al cor mi discendea tanto diletto?
Dimmi, tenero core, or che spavento, Che angoscia era la tua fra quel pensiero Presso al qual t'era noia ogni contento?
Delizia somma ed unica, la passione è anche spasimo ineffabile: questo contrasto noto ad ognuno si acuisce soprammodo in una natura sensibile come quella del Leopardi. Il suo cuore “inquieto e felice e miserando„, gli affatica il fianco dal tanto forte palpitare, e il sonno gli vien meno come per febbre; ma intanto la dolce immagine sorge viva in mezzo alle tenebre:
Oh come soavissimi diffusi Moti per l'ossa mi serpeano! Oh come Mille nell'alma instabili, confusi Pensieri si volgean!
Ma di questa donna che suscita in lui tanto desiderio egli può appena ammirare le sembianze e udire la voce: e già ella parte, e invano
Io qui vagando al limitare intorno Invan la pioggia invoco e la tempesta Acciò che la ritenga al mio soggiorno.
Pure il vento muggia nella foresta E muggìa tra le nubi il tuono errante Pria che l'aurora in ciel fosse ridesta.
O care nubi, o cielo, o terra, o piante; Parte la donna mia: pietà, se trova Pietà nel mondo un infelice amante.
O turbine, or ti sveglia, or fate prova Di sommergermi, o nembi, insino a tanto Che il sole ad altre terre il dì rinnova.
S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto Posan l'erbe e le frondi, e m'abbarbaglia Le luci il crudo sol pregne di pianto....
E se egli, al buio, protendendo l'orecchio avido per cogliere l'ultima voce di lei che parte, ne ode in cambio un'altra, una voce plebea, pure un gelo lo prende e il cuore gli si rompe nel petto. E quando ella se ne va, e s'ode il romorio dei cavalli e delle ruote:
Orbo rimasi allor, mi rannicchiai Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi, Strinsi il cor con la mano e sospirai.
Poscia traendo i tremuli ginocchi Stupidamente per la muta stanza, Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?
Amarissima allor la ricordanza Locommisi nel petto, e mi serrava Ad ogni voce il cor, a ogni speranza.
E lunga doglia il sen mi ricercava, Com'è quando a distesa Olimpo piove Malinconicamente e i campi lava.
Non è esagerazione poetica, retorica. Già non sarebbe da dubitarne perchè lo scrittore, — e particolarmente uno scrittore come lui — risente, componendo, le sue impressioni passate; e se trova immagini gagliarde per dipingere lo stato dell'anima sua, vuol dire che gagliardamente ha sentito o è capace di sentire; ma noi abbiamo altre testimonianze le quali dicono molto più che non dica egli stesso. La notte della partenza della Cassi, riferisce la contessa Teresa Leopardi, fu una notte “spaventevole. Egli era in preda a un delirio che lo faceva gridare e ruggire.„ Il fratello Carlo dovette vegliarlo. Calmatosi, egli non scrisse soltanto questi versi, compose anche una _Storia_ del suo amore, in prosa; un giorno ne lesse alcuni frammenti al fratello: “gli si spezzava il cuore nel leggerli, e a Carlo mancava il coraggio d'insistere, e lo pregava che cessasse d'intrattenersi su quelle strazianti memorie.„
Quest'analisi intima accresce naturalmente la forza delle impressioni che già si sono scritte profondamente nelle sensibilissime fibre. Null'altro compiacimento egli trova fuorchè in questa indagine:
Solo il mio cor piaceami, e col mio core In un perenne ragionar sepolto, Alla guardia seder del mio dolore.
Perchè, non solamente nulla ottenne egli da quella donna, ma nulla le chiese, nulla le disse; e quantunque assicuri che
Vive quel foco ancor, vive l'affetto, Spira nel pensier mio la bella imago Da cui, se non celeste, altro diletto Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago;
pure, col tempo, la memoria della sua passione a poco a poco, naturalmente, si disperde. Un'altra tosto ne nasce.