Part 3
Audace scuola boreal, dannando Tutti a morte gli dèi che di leggiadre Fantasie già fiorîr le carte argive E le latine, di spaventi ha pieno Delle Muse il bel regno;
così egli si duole che le nostre assonnate immaginazioni domandino, per risvegliarsi, “il fracasso, e quanto hanno di più frenetico e tempestoso le fantasie settentrionali„, e si ferma a dimostrare come siano diversi e discordi i genii delle due contrade. E il Leopardi si è doluto, come abbiamo visto, d'aver disprezzato Omero, Dante e tutti i classici e d'aver ammirato gli stranieri; nondimeno, se egli passa dal disprezzo all'ammirazione per i primi, e viceversa, non è già che segua da ultimo rigorosamente il nuovo indirizzo. Mentre il Giordani lo giudica classico d'animo e di letture, il Belloni, romantico, può dargli lode e cantare di lui, tanto moderato è l'uso che egli fa della mitologia. E, quanto agli stranieri, per comporre un trattato sulla _Condizione presente delle lettere italiane_, egli sente il bisogno di “infinite letture anche di libri stranieri.„ Egli legge, studia e cita l'iniziatore del romanticismo: il Rousseau, e si rallegra caldamente col Brighenti “della conoscenza ch'ella avrà fatta con Lord Byron, uomo certamente segnalato„; e giudica questo romantico, questo settentrionale, questo gran ribelle nell'arte e nella vita “uno dei pochi poeti degni del secolo, e delle anime sensitive e calde.„ E dà lode al Goethe perchè ha preso dalla realtà i casi di _Werther_; e se più circospetto è il suo giudizio sulle Memorie del grande poeta tedesco, noi vedremo che lo modifica. Queste Memorie, dice “hanno molte cose nuove e proprie, come tutte le cose di quell'autore, e gran parte delle scritture tedesche; ma sono scritte con una così salvatica oscurità e confusione, e mostrano certi sentimenti e certi principii così bizzarri, mistici e da visionario, che, se ho da dirne il mio parere, non mi piacciono molto.„ Ma più tardi al fratello Carlo, romantico deciso, più di lui ammiratore degli stranieri, scrive: “È vero che le tue lettere sono triste, ma son care e belle, ed io amo meglio di sentirti lamentare, che di lasciarti tacere. Il tuo stile si rassomiglia a quello del Goethe nelle Memorie della sua vita che ha pubblicato ultimamente. Io comprendo benissimo tutta la pena del tuo stato....„ Egli comprende anche lo stile del poeta di _Faust_ dopo aver compreso lo stato d'animo che lo ha dettato.
Perchè, infatti, lo stile dei romantici e dei classici non è diverso per la diversità dei precetti retorici delle due scuole; ma perchè diversa è la condizione e l'indole dell'animo loro. Lo stesso Goethe spiega bene che i moderni non sono romantici perchè moderni, ma perchè deboli, malaticci, infermi; l'antico non è classico perchè antico, ma perchè vigoroso, forte, sereno. E se Giacomo Leopardi propende, quasi contro sua voglia, verso i romantici, ciò avviene perchè la sensibilità estrema e l'immaginazione esorbitante che abbiamo trovato in lui, sono i segni particolari di tutta la nuova fazione. “Noi Leopardi siam pieni di fuoco„, diceva Paolina, la sorella del poeta; due anni prima che Giacomo nascesse, l'autore delle _Lettres Westphaliennes_ scriveva: “Toutes les imaginations sont en feu.... Jamais cette affection de l'âme qu'on nomme sensibilité ne fut exaltée autant que dans nôtre siècle; jamais le sentiment ne fut aussi analysé, aussi délicat, cela peut se remarquer même dans ses influences physiques, dans la prodigieuse quantité de maladies nerveuses qui se voit tous les jours. Les gens qui sont organisées d'une manière si irritable ont les passions plus vives.... On pourrait les nommer la secte des sentimentaux....„ E per il Recanatese il cuore è tutto, la sensibilità è tutto; egli si duole che tutti non sieno sensibili, “car je ne fais aucune différence de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu.„
L'artista romantico, sdegnando l'imitazione dei vecchi scrittori, lasciando da parte le favole antiche, cupido di esprimere cose viste e sentite, capace di sentimenti che stima nuovi, squisiti, straordinarii, studia direttamente le sue passioni e la natura. Il Leopardi, discutendo col Giordani intorno alla prosa ed alla poesia afferma: “Da che ho cominciato a conoscere un poco il bello, a me quel calore e quel desiderio ardentissimo di tradurre e di far mio quello che leggo, non hanno dato altri che i poeti, e quella smania violentissima di comporre altri che la natura e le passioni; ma in modo forte ed elevato, facendomi quasi ingigantire l'anima in tutte le sue parti, e dire fra me: questa è poesia; e per esprimere quello che io sento ci voglion versi e non prosa, e darmi a far versi.„ Se quindi legge assiduamente i suoi classici latini e greci, e quanto più li legge tanto più gli s'impiccoliscono i nostri anche degli ottimi secoli, egli preferisce tuttavia i poeti ai prosatori; Cicerone, “una volta che la mia mente si trovava, come accade, in certa disposizione da bramare impressioni vive e gagliarde, mi parve (e fu in un trattato filosofico) più lento e grave che non si conveniva al mio desiderio di quel momento....„ Prosa e poesia non sono soltanto modi diversi d'espressione, ma anche diversi atteggiamenti dell'animo: la poesia è più sentimento, la prosa è più riflessione. Tra i più classici scrittori, in tempi che del romanticismo non esiste neppure il nome, i poeti sono naturalmente sensibili e immaginosi, hanno parte di quelle qualità che saranno proprie dei romantici e li distingueranno. Del pari i romantici sono naturalmente poeti per il calore degli affetti, per la vivacità dei fantasmi, anche quando non compongono versi. E la loro prosa è poetica, e il Leopardi che giudica il suo secolo poco o niente poetico e alle volte consiglia di porre da parte i versi e loda la prosa, linguaggio della riflessione e della filosofia; stima pure altra volta, perchè così vuole la duplicità dell'animo suo, che la prosa, per essere veramente bella, debba avere “sempre qualche cosa del poetico, non già qualche cosa particolare, ma una mezza tinta generale.„ C'è in lui un filosofo che si compiace nella lettura della classica prosa ciceroniana; ma c'è anche un poeta che, quando vede la natura dei luoghi ameni, nella bella stagione, si sente così trasportare fuori di sè stesso, “che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, e a lasciar passare questo ardore di gioventù e a voler divenire buon prosatore, e aspettare una ventina d'anni per darmi alla poesia.„ Non solamente egli preferisce la poesia, ma adora la musica: come tutte le anime sensibili del suo tempo, è deliziato da quest'arte che più e meglio della poesia parla al sentimento e all'immaginazione. Se la poesia è più romantica della prosa, la musica è l'arte romantica per eccellenza, l'arte nuova, l'ambiguo linguaggio delle nuove passioni perplesse, indefinite, inappagabili.
Desiderii infiniti E visïoni altere Crea nel vago pensiere, Per natural virtù, dotto concento; Onde per mar delizïoso, arcano Erra lo spirto umano, Quasi come a diporto Ardito notator per l'Oceàno....
Mentre il poeta romantico attribuisce tanta potenza alla melodia, mentre chiama “mirabili„ le commozioni suscitate dalla musica, il filologo classico torna agli studii pazienti, all'esame dei testi antichi. L'uomo che risente alla lettura della _Storia Romana_ del Niebuhr un piacere indicibile e che annovera fra le pochissime felicità della sua vita l'averne conosciuto l'autore, è lo stesso che sente le lacrime salirgli agli occhi udendo all'Argentina _la Donna del lago_.
Così l'intimo contrasto che abbiamo trovato fra le due potenti facoltà del suo spirito è accresciuto dall'educazione, dal dissidio delle influenze che ora lo spingono in un senso ora nell'altro. Ma, in verità, il contagio romantico gli si apprende ogni giorno più gravemente. Noi abbiamo considerato alcuni dei caratteri letterarii, rettorici, formali, del romanticismo; e abbiamo visto che, nonostante la sua fedeltà ai grandi antichi, il Leopardi pur s'accosta per questo rispetto ai moderni; ma se consideriamo il romanticismo non come forma ma come contenuto, non come metodo di scrivere ma come modo di sentire, troviamo nel Recanatese tutti i caratteri dei romantici veri.
L'immaginazione eccedente e la smodata sensibilità anticipano, tra costoro, la vita; prima e più che alle cose vere essi si affezionano alle figurazioni della loro fantasia. L'_Harold_ di quel Byron che Giacomo amava tanto già prova il disgusto della sazietà quando ancora il primo tempo della sua vita non è trascorso. E la malinconia di Chateaubriand nasce quando “nos facultés jeunes et actives, mais renfermées, ne se sont exercées que sur elles-mêmes sans but et sans objet.„ E la fantasia dipinge ad _Ortis_ “così realmente la felicità ch'io desidero, e me la pone davanti agli occhi, e sto lì lì per toccarla con mano, e mi mancano ancora pochi passi — e poi? il tristo mio cuore se la vede svanire e piange quasi perdesse un bene posseduto da lungo tempo.„ E il Lamartine, nel giorno che compie vent'anni è stanco come se ne avesse vissuti cento. Il Leopardi dice che in lui “l'attività interna si è consumata assai presto da sè medesima per il suo proprio eccesso.„
Le anime avvezze a spaziare nel mondo dei sogni, che non ha confini nè obbligazioni, potranno mai essere appagate dalla realtà precisamente circoscritta e severamente governata? “Quand tous mes rêves se seraient tournés en réalité,„ dice il Rousseau, “ils ne m'auraient pas suffi; j'aurais imaginé, rêvé, désiré encore. Je trouvais en moi un vide inexplicable que rien n'aurait pu remplir, un certain élancement du coeur vers une autre sorte de jouissance dont je n'avais pas l'idée et dont pourtant j'avais le besoin.„ E Chateaubriand: “On m'accuse de passer toujours le but que je puis atteindre; hélas! je cherche seulement un bien inconnu dont l'instinct me poursuit. Est-ce ma faute si je trouve partout des bornes, si ce qui est fini n'a pour moi aucune valeur?„ E il Leopardi vorrebbe “toujours sentir, toujours aimer, toujours espérer„ ma “le bonheur de l'homme ne peut consister dans ce qui est réel. Il n'appartient qu'à l'imagination de procurer à l'homme la seule espèce de bonheur positif dont il soit capable. C'est la véritable sagesse que de chercher le bonheur dans l'ideal....„ L'identità di queste disposizioni intime è manifesta. Ancora: Gian Giacomo preferisce le immagini agli oggetti che le hanno suscitate e, alle Charmettes, ama meglio la signora de Warens quando le è lontano che non quando le sta da presso. “Plusieurs fois j'ai évité pendant quelques jours l'objet qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je savais que ce charme aurait été détruit en s'approchant de la réalité. Cependant je pensais toujours à cet objet, mais je ne le considérais pas d'après ce qu'il était: je le contemplais dans mon imagination, tel qu'il m'avait paru dans mon songe.„ Sono parole del Ginevrino? E il Recanatese quello che le scrive. Egli chiede: “Suis-je romanesque?„ Sì, o, per meglio dire, egli è romantico. Romanzeschi chiama ancora, invece che romantici, i sentimenti idilliaci dell'amico Brighenti; ma poi, come la parola _romantico_ è stata la prima volta adoperata per qualificare un paesaggio, così anch'egli l'adopera per qualificare un paese: a Pisa trova “un certo misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto veramente romantico.„
Nel sentire diversamente e maggiormente che gli altri, nel fuggire il mondo reale, nel concepirne uno idealmente migliore, i romantici si credono singolari, ottimi, unici. Il Rousseau scrive: “J'étais fait pour être le meilleur ami qui fut jamais; mais celui qui devait me répondre est encore à venir.„ Il Lamartine loda “ces âmes concentrées, quoique errantes, qui désespèrent de trouver dans les autres âmes ce qu'elles rêvent de perfection en elles-mêmes.„ E il Leopardi loda “quei pochissimi che sortirono le facoltà del cuore, i quali possono avere dalla loro parte alcuni di questo numero„, e crede che nell'amore nessuno lo eguagli: “non nasce un altrettale amor„ dice di sè stesso il suo Consalvo. Egli crede ancora che nell'amicizia nessuno senta come lui: “Chiamo voi medesimo in testimonio che un'altra persona che vi amasse ardentemente e immutabilmente come fo io, non l'avete ancora trovata nè sperate di trovarla: ed io come bramerei che ci fosse, non altrimenti, considerando me stesso, mi persuado affatto che non si trova.„ E il suo dolore e quello del fratello Carlo, che è un altro sè stesso, per la morte del fratello Luigi, non ha il simile: “Scrivimi come vuoi; scrivimi due sole parole come fo anch'io, perchè le cose che noi sentiamo non si possono esprimere, ed è ben naturale che le nostre lettere sieno come le grandi passioni, cioè mute.„
Per questo sentimento orgoglioso combinato con lo sdegno della realtà nascono nei romantici la misantropia e l'amore della solitudine. L'anima è sola, il mondo è un deserto, la civiltà un tradimento fatto alla natura; il ritorno allo stato patriarcale il solo saggio partito. Il Leopardi scioglie un inno ai Patriarchi; detesta i raffinamenti, i pervertimenti della società; ama di caldo amore la semplice natura. “Senza fallo„ scrive al Giordani, “io spero che vi sentiate meglio anche voi, contemplando questa natura innocente, fra la malvagità degli uomini.„ Il _Renato_ dello Chateaubriand ha chiamato la folla “vasto deserto di uomini„; il Leopardi dice: “veramente per me non c'è maggior solitudine della gran compagnia.„ Il suo carattere “è di chiudere nel profondo di me stesso tutti gli affanni e le affezioni vere„; naturalmente è inclinato alla vita solitaria, e la canta, e canta il passero solitario, il costume del quale tanto somiglia al suo. Questo raccoglimento dà luogo più tardi a una smania, a un bisogno di dissipazione; allora egli dice che non è “nato alla pazienza„, che la solitudine “non è fatta per quelli che si bruciano e si consumano da loro stessi„; e insomma, come tutti i romantici, egli è inquieto, incontentabile, non sa quel che vuole: “A me piace moltissimo la compagnia quando son solo, e la solitudine quando sono in compagnia....„ Dopo aver educato sentimenti idilliaci, si compiace, come i suoi maestri, degli spettacoli tragici, delle convulsioni della natura: la sua Saffo classicamente esprime un pensiero romantico:
Noi l'insueto allor gaudio ravviva Quando per l'etra liquido si volve E per li campi trepidanti il flutto Polveroso de' Noti, e quando il carro, Grave carro di Giove a noi sul capo Tonando, il tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli Natar giova tra' nembi, e noi la vasta Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto Fiume alla dubbia sponda Il suono e la vittrice ira dell'onda.
Ma il suo stato abituale è il tedio, il fastidio, la noia; come quello dei romantici che, non contenti di annoiarsi all'italiana, alla francese o alla tedesca, hanno preso ad imprestito lo _spleen_ inglese. Il tedio lo affoga, la noia non solamente lo “opprime e stanca„ ma lo “affanna e lacera„; e tanto gli è abituale, tanto è connaturata in lui, che gli pare naturale, lodevole e grata: “la noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa.„
Noi dovremo tornare più tardi su questi punti: notiamo per ora come altri sintomi del male romantico si riscontrino nel Leopardi. Sdegnando il mondo e i loro simili, che faranno gli annoiati? Niente nella vita gli attira; essi soli sono perfetti: passeranno pertanto il loro tempo osservando sè stessi; l'analisi psicologica viene in grande onore. L'abito filosofico di studiare nella propria la natura di tutti gli uomini è afforzato nel Recanatese da questa mania del suo tempo; egli pensa che nessuno scritto è più eloquente di quello dove altri parla di sè stesso. E mentre una forma d'arte, il romanzo, già cronaca degli avvenimenti, diventa ora lo specchio dell'anima; mentre Stendhal compone i suoi primi romanzi psicologici; Giacomo Leopardi, quello stesso classico Leopardi il quale voleva scrivere un romanzo storico “sul gusto della _Ciropedia_„, pensa di comporre la _Storia d'un'anima_: “romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche, ma racconterebbe le vicende interne di un'anima nata nobile e tenera, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte„; pensa anche di comporre i _Colloquii_ “dell'io antico e dell'io nuovo, cioè di quello che io fui, con quello ch'io sono; dell'uomo anteriore all'esperienza della vita e dell'uomo esperimentato.„
Se pure i romantici non fossero sdegnosi della realtà, se pure stimassero i loro simili e volessero frequentarli ed imitarli, vivendo come essi, ne sarebbero capaci? Le assidue analisi intime, l'intensità del pensiero, prima che nel Leopardi, in tutti gli altri romantici e nell'iniziatore della scuola attenuano l'energia volitiva e rendono incapaci di vivere: lo stesso Leopardi nota questa sua parentela col Ginevrino quando, enumerato nel _Filippo Ottonieri_ i diversi generi di uomini, ragiona di quelli nella cui natura “è congiunta e mista alla forza una sorta di debolezza e di timidità: in modo che essa natura combatte seco medesima. Perocchè gli uomini di questa seconda specie.... non vengono a capo, nonostante qualunque cura e diligenza vi pongano, di addentrarsi all'uso pratico della vita, nè di rendersi nella conversazione tollerabili a sè non che altrui. Tali essere stati negli ultimi tempi, ed essere nell'età nostra, se bene l'uno più, l'altro meno, non pochi degl'ingegni maggiori e più delicati. E per un esempio insigne, recava Gian Giacomo Rousseau.„
L'incapacità di vivere come gli altri, l'assiduità delle meditazioni, la noia, l'inquietudine, la solitudine, producono la malattia del secolo: la malinconia, la disperazione, l'amor della morte. Se l'anima immaginosa e sensibile ha esaurito prima di vivere la sua forza vitale, se l'esperienza la scontenta, se il mondo la disgusta, se la solitudine la snerva, se gli altri la offendono, se la propria compagnia la stanca, dove resterà un rifugio? Nella morte, unicamente. A questa conclusione arrivano tutti i romantici. Werther si uccide, Ortis si uccide; i loro imitatori non sono soltanto legione nell'arte, ma anche nella vita. Una donna, la Staël, fa l'elogio del suicidio; un'altra donna, Elisa Mercoeur, tenta di asfissiarsi col profumo dei fiori. Vittorio Escousse a 19 anni e Augusto Lebras a 16, si asfissiano insieme perchè non si sentono al loro posto quaggiù, perchè manca loro la forza a ogni passo fatto avanti o indietro. Alfredo de Vigny riconosce che il suicidio è un delitto per la religione e per la morale, ma la disperazione può più che la ragione; e, se la vince, sarà da chiamar colpevole il suicida, il poeta, o non piuttosto il mondo?... Non occorre citare altri esempi. Miglior partito sarà dimostrare la forza di questo contagio. Giacomo Leopardi forse anche senza l'epidemia romantica avrebbe disperato; ma, senza le cause della sua disperazione che indagheremo fra poco ad una ad una, i germi del male diffusi nell'aria del suo tempo avrebbero attecchito e prodotto una grande rovina dentro di lui. Questi germi erano così virulenti che attaccarono e minacciarono per un momento la salute morale d'un uomo d'azione, dell'uomo destinato ad operare cose grandissime, dell'uomo che ebbe la massima energia e il massimo impero sopra sè stesso, sopra i suoi simili e sul mondo: Napoleone Bonaparte. “Je suis ennuyé de la nature humaine,„ scrive egli un giorno al fratello Giuseppe: “Les grandeurs m'ennuyent, le sentiment est desséché, la gloire est fade.„ Ed anch'egli si duole: “Un jour, au milieu des hommes, je rentre pour rêver en moi-même, et me livrer à toute la vivacité de ma mélancolie. De quel côté est elle tournée aujourd'hui?„ Ed anch'egli pensa alla morte: “Du côté de la mort. Dans l'aurore de mes jours, je puis encore espérer de vivre longtemps, et quelle fureur me porte à vouloir ma destruction?... Que faire dans ce monde?... Puisque je dois mourir, ne vaut-il pas autant se tuer? Si j'avais passé soixante ans, je respecterais les préjugés de mes contemporains et j'attendrais patiemment que la nature eût achevé son cours; mais puisque je commence à éprouver des malheurs, que rien n'est plaisir pour moi, pourquoi supporterais-je des jours on rien ne me prospère?...„
Se Bonaparte non sfuggì al contagio nei primi tempi dell'epidemia, con quanta violenza non deve essa comunicarsi più tardi, nell'infuriare del romanticismo, ad un'anima sensitiva e fantasiosa come quella del Recanatese?... Abbiamo visto che la potenza del sentimento poetico e dello spirito filosofico è in lui causa di un intimo disagio; questo disagio potrebbe essere, ma non è curato dall'educazione; tutt'altro. Una disciplina uniforme avrebbe potuto essergli salutare; ma egli nasce in un tempo travagliato, in mezzo a un campo di battaglia. Senza l'avvelenamento romantico, non è da credere che le sue facoltà poetiche, l'immaginazione e la sensibilità, sarebbero state represse a vantaggio delle altre; ma non sarebbero state esasperate come furono. E se pure il poeta avesse potuto sentire come i romantici, senz'altro, certo non sarebbe stato contento, come non furono contenti i suoi predecessori e compagni e seguaci; ma non avrebbe sofferto, come soffrì, per avere nello stesso tempo tanto assiduamente ripensato il pensiero antico. Mentre intorno a lui ciascuno scrittore lotta contro un altro, egli lotta con sè stesso: è classico e romantico a un tempo, è attratto dall'una all'opposta parte. Fra le due retoriche cerca un accomodamento: la letteratura s'indirizzi “verso il classico e l'antico„ col soccorso della filosofia, trattando soggetti “del tempo„, riconoscendo “la necessità di adattarsi al gusto corrente„; ma i sentimenti, gli atteggiamenti morali, grazie ai quali ogni altro scrittore si mette piuttosto con l'una che con l'altra fazione, non si conciliano dentro di lui o si conciliano per farlo soffrire; perchè, mentre il romanticismo lo disgusta del reale, il classicismo lo rende incapace di adattarsi al mondo moderno. Leggete il suo canto _Alla primavera_, che porta anche un secondo titolo: _Delle favole antiche_: vedrete che egli loda i tempi quando tutta la natura era animata, quando le candide ninfe e gli agresti Pani popolavano i fonti ed i campi, quando i fiori e l'erbe ed i boschi vivevano, quando Eco non era un “vano error di venti„ ma il dolente spirito di una ninfa infelice. Il sentimento che glie lo detta non potrebbe essere più classico; consideratelo più attentamente: troverete che non è tanto classico quanto pare; c'è dentro quella stessa scontentezza del presente e del vicino che spinge i romantici verso il passato e l'esotico. I romantici puri si rifugiano col pensiero nel medio-evo cavalleresco e cristiano; il Leopardi lo evoca una volta:
O torri, o celle, O donne, o cavalieri, O giardini, o palagi!...
ma gl'immensi studii fatti intorno all'antichità lo rivolgono di preferenza a quel mondo pagano dal quale dovrebbe rifuggire interamente per essere romantico del tutto; nel quale dovrebbe serenamente rifugiarsi per essere del tutto classico. Nato più presto o più tardi, il suo spirito avrebbe forse seguito una sola corrente e nella nettezza delle visioni e nella saldezza dei convincimenti avrebbe trovato forza e sostegno: l'età perplessa nel quale vive accresce il suo disagio. Se egli possedesse una nativa capacità d'equilibrio, a lui si potrebbe riferire ciò che il Giordani dice del Canova, e “pietosa„ sarebbe stata la provvidenza ponendolo “sul doppio confine della memoria e dell'immaginazione umana a congiungere due spazii infiniti, richiamando a noi i passati secoli, e de' nostri tempi facendo ritratto agli avvenire„; ma questa congiunzione, alla quale il Leopardi artista deve la sua grandezza, è anche un'altra causa del dolore dell'uomo.
L'ESPERIENZA
I.
LA SALUTE.