Leopardi

Part 2

Chapter 23,741 wordsPublic domain

Immaginate che il cielo a un tratto si oscuri, che il vento, la pioggia, la folgore muovano guerra alla terra ed alle sue creature. La tempesta le rende fredde, tacite, smorte. Torni la quiete, si sgombri il cielo, riapparisca chiaro il fiume giù nella valle: ogni cuore si rallegra, da ogni parte la vita riprende con nuovo ardore il suo corso. Il poeta che si è sentito opprimere come tutti gli altri durante la bufera, dovrebbe come tutti gli altri gustare la letizia del sereno; ma se questo poeta si chiama Giacomo Leopardi, il filosofo che c'è in lui non si abbandona al piacere del momento: come il chimico che saggia e scompone i corpi per conoscerne la natura, così il filosofo saggia e scompone i sentimenti. Egli ragiona così: “Prima che scoppiasse la tempesta il cielo era chiaro, l'aria era quieta, il sole splendeva; ma chi godeva di queste cose? Non solamente pochi ne godevano, ma quasi passavano inosservate dai più. Ora, sì, ne godiamo tutti; perchè? Che cosa è avvenuto? È avvenuto questo: che le perdemmo per un momento. Dallo stato d'indifferenza nel quale eravamo prima, passammo a uno stato di paura e d'angoscia. Il nostro piacere d'ora che cosa è dunque? È una cosa negativa, è la fine del dolore sopravvenuto.„ Ed egli scrive la _Quiete dopo la tempesta_, che è tutt'insieme una poesia squisita ed una pagina di filosofia; ma dove se ne è andata la sua sensazione piacevole? È finita; è stata dispersa dal ragionamento che l'ha trovata tutta relativa e fallace.

L'esempio è significante. Il Leopardi è un poeta sensibilissimo, ma c'è anche in lui un freddo speculatore; e appunto per questa complessità della sua mente egli è molto più infelice che non sarebbe se fosse soltanto poeta troppo vibrante. Naturalmente la capacità di pensare viene dopo quella di sentire. Noi tutti cominciamo a sentire appena dischiusi gli occhi alla luce; l'intelletto lavora più tardi. Il Leopardi vive pertanto, nei primissimi tempi, al modo poetico, sentendo, vibrando, illudendosi; se questa sua capacità non fosse grandissima, il pensiero, la ragione, cominciando ad operare più tardi, forse ne trionferebbe; e se la capacità di pensare non fosse in lui massima, forse trionferebbe il sentimento: il suo strazio per questo è ineffabile: perchè dentro di lui si urtano e lottano due anime diverse di tempra, ma egualmente gagliarde. Uditelo lagnarsi col Giordani dei danni che ha prodotti in lui la ragione: “Vi vedo molto malinconico e potete credere che non so come consolarvi, se non pregandovi a concedere qualche cosa alle illusioni che vengono, sostanzialmente dalla natura benefattrice universale, dove la ragione è la carnefice del genere umano, e una fiaccola che deve illuminare, ma non incendiare, come pur troppo fa....„ Come pur troppo ha fatto in lui e nei suoi pari, sarebbe più giusto dire. Ma il suo spirito non è così fatto da cercare nei casi particolari ciò che è generale, da estendere a tutta la natura umana ciò che è proprio di alcuni uomini?

E tutta la storia della sua vita morale è piena dei dolori prodotti dal dissidio tra il sentimento e lo spirito, tra la fantasia e la ragione.

A noi ti vieta Il vero appena è giunto, O caro immaginar....

Il pensiero lo fa soffrire, la verità nuda gli incute paura, la visione poetica dell'esistenza gli è parsa solo amabile; più tardi “ogni cosa che sa di affettuoso e di eloquente mi annoia, mi sa di scherzo e di fanciullaggine ridicola. Non cerco altro fuorchè il vero, che ho già tanto odiato e detestato.„ E se la verità alla quale egli perviene non gli è grata, tuttavia la soddisfazione di trovarla è dilettosa; ma perchè questo diletto sia possibile bisogna che “l'ultima scintilla„ si spenga nel suo cuore; finchè il cuore ardeva egli non la poteva comprendere; la ragione e la fantasia erano incompatibili. Questa incompatibilità è l'origine delle sue contraddizioni. Giudicato, per la sua natura troppo poeticamente immaginosa, che le illusioni e le speranze sono le cose più amabili, egli asserisce che la fantasia è la sola fonte di felicità in questa vita; ma l'asserzione è dovuta al filosofo, la legge è formulata dal filosofo; e questo filosofo non può assegnare una parte secondaria alla ragione sulla quale è poggiata la sua filosofia; quindi un urto continuo. Ed egli sa qual danno derivi “dal voler troppo far uso della ragione„ — della ragione che gli fa riconoscere “tutta la verità„ intorno ai funesti effetti della fantasia....

In tanto contrasto, che cosa accade di un'altra facoltà dell'anima, d'una facoltà necessaria a vivere in mezzo agli uomini: della volontà? Sentire, immaginare, ragionare, sono cose belle e buone; ma bisogna anche volere ed agire. Nelle crisi continue prodotte dall'intimo dissidio dell'imperiosa ragione e della fantasia smodata, Giacomo Leopardi perde la capacità di operare. Per un tempo troppo breve, prima che egli immagini e quando ancora non indaga, è attivo e prepotente: fanciullo, nelle finte battaglie romane, a lui debbono toccare le più belle parti; dietro al suo carro di trionfatore si debbono trascinare i fratellini in atteggiamento di schiavi. La volontà dà ancora prova di tenacia quando egli studia per lunghi anni, eroicamente, da mattina a sera, finchè la lucerna dà gli ultimi guizzi; quando apprende senza maestro il greco e l'ebraico; quando non resta in ozio neppure per aspettare che l'inchiostro della fresca scrittura si asciughi, ed impiega questi minuti a leggere grammatiche spagnuole ed inglesi; ma già la volontà sua non è più quella che rende capaci di agire. Studiare è un altro modo di pensare, è la condizione necessaria per avere di che ragionare: l'energia, la forza di muoversi, di lottare, scema a poco a poco e si disperde. Egli è andato troppo dietro alle finzioni; ha troppo disperso la sua capacità vitale vivendo in un mondo immaginario. Se vuole operare, se vuole esercitare la sua sensibilità avida e ingorda nel mondo reale, la forza stessa dell'attività interiore gli è d'impaccio. Egli non sa come fare, da qual parte cominciare. “Il embrasse tout, il voudrait toujours être rempli; cependant tous les objets lui échappent, précisément parce qu'ils sont plus petits que sa capacité. Il exige même de ses moindres actions, de ses paroles, de ses gestes, de ses mouvements, plus de grâce et de perfection qu'il n'est possible à l'homme d'atteindre. Ainsi, ne pouvant jamais être content de soi-même, ni cesser de s'examiner, et se défiant toujours de ses propres forces, il ne sait pas faire ce que font tous les autres.„ Egli descrive con mano maestra questa impotenza per averla studiata direttamente in sè stesso. Quando si lamenta del pensiero, quando dice che il pensiero lo cruccia e lo martora, che è il suo carnefice e il suo distruttore “per questo solo che m'ha avuto sempre e m'ha interamente in sua balìa„, egli significa l'impotenza dolorosa alla quale è condannato, contro sua voglia, “senza alcun desiderio„, anzi col desiderio opposto, di muoversi, di operare, di vivere attivamente. Questa impotenza gli è tanto propria che più e più volte egli la significa nelle sue composizioni artistiche. Egli loda l'amore perchè, mercè sua,

Sapïente in opre Non in pensiero invan, siccome suole, Divien l'umana prole.

Egli invidia gli uccelli perchè “cangiano luogo ad ogni tratto; passano da paese a paese quanto tu vuoi lontano, e dall'infima alla somma parte dell'aria, in poco spazio di tempo, e con facilità mirabile; veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime; esercitano continuamente il loro corpo; abbondano soprammodo della vita estrinseca.„ E il suo Filippo Ottonieri narra che Socrate “inchinando naturalmente alle azioni molto più che alle speculazioni, non si volgeva al discorrere, se non per le difficoltà che gl'impedivano l'operare.„

Questo impedimento fu il suo; tanto più doloroso quanto che egli ne ebbe nitida coscienza. Di tutti i mali derivanti dalla sua costituzione psichica noi abbiamo visto che egli ebbe coscienza; i quali, riassumendo, furono: l'esagerazione del sentimento poetico, cioè della sensibilità e della fantasia; il contrasto fra questo squisito sentimento poetico con un altissimo spirito filosofico, e per conseguenza la depressione e la dispersione della volontà.

L'EDUCAZIONE

CLASSICISMO E ROMANTICISMO.

Un terreno arido s'irriga, un albero che pende si raddrizza: l'arte corregge la natura. Quali mezzi furono posti in opera per modificare la pericolosa disposizione di Giacomo Leopardi? Parleremo a suo luogo dell'azione della famiglia: questo è il momento di narrare la sua educazione intellettuale.

Con tanta smania d'azione, con tanta e tanto precoce capacità di vivere, il giovanetto recanatese passa i migliori anni dell'adolescenza sui libri. “Io sono andato un pezzo in traccia della erudizione più pellegrina e recondita, e dai 13 anni ai 17 ho dato dentro a questo studio profondamente, tanto che ho scritto da sei a sette tomi non piccoli sopra cose erudite (la qual fatica appunto è quella che mi ha rovinato).„ Non soltanto la salute del corpo è rovinata; ma quella dello spirito è peggiorata. Il lavoro della mente diviene, a scapito dell'attività dei muscoli, il suo bisogno, il suo amore. Infermo, egli lavora ancora sei ore il giorno; e dice d'essersi così moderato “assaissimo.„ E oltre che l'eccesso, il genere stesso del suo lavoro mentale gli è pernicioso. Lo studio d'una disciplina esatta, di una scienza sperimentale, sviluppando il senso dell'osservazione reale, fomentando la nativa facoltà del raziocinio, avrebbe, se non soffocato, moderato almeno la fantasia; e se non aiutato, almeno non repressa la capacità d'azione. Egli studia invece quella filologia, quelle “spente lingue dei prischi eroi„ che lo segregano dal mondo moderno, che lo fanno vivere nel passato, che popolano il suo cervello di figure antiche e favolose. La sua fantasia è capace di dar corpo alle ombre, il suo sentimento s'infiamma per esse. Quando egli legge un classico, la sua mente “tumulta e si confonde„; quando legge Virgilio “m'innamoro „, confessa, “di lui.„ Abbiamo visto che rifà i canti ed eccita dentro di sè i sentimenti di Simonide, dei fedeli al nume del mare; reciprocamente: attribuisce i sentimenti suoi proprii a Saffo, a Bruto minore. Leggete le sue lettere: egli non parla d'altro che di scrittori greci e latini: di Omero, di Virgilio, di Callimaco, di Orazio: chiede notizie ai suoi corrispondenti di Giulio Africano, ne dà intorno a Dionigi e all'Eusebio del Mai; quando il dotto abate ritrova i libri di Cicerone della Repubblica si commuove sino a scrivere una canzone. E traduce la _Batracomiomachia_, due volte; la _Titanomachia_, gl'_Idillii_ di Mosco, un canto dell'_Odissea_, un altro dell'_Eneide_; e ragiona delle Arpie, e compone tutto un libro sugli errori popolari degli antichi. Non si contenta di studiare e tradurre: se pensa di scrivere un romanzo storico, intende che debba essere “sul gusto della _Ciropedia_.„ Un simile proposito dimostra sino a che segno egli è lontano dal suo tempo. Quando egli porge l'orecchio alle voci che vengono di fuori, ode gli echi d'una lotta vivace: classici e romantici si accapigliano. Naturalmente egli è coi classici; lo farebbe ridere chi pensasse di ascriverlo all'altro partito. E nondimeno s'inganna.

Classicismo e romanticismo non sono soltanto due scuole letterarie, ma due stati della coscienza e quasi due diverse qualità di anime. L'indole di chi ha seguito le tradizioni è calma ed equilibrata, o capace di frenarsi e di obbedire a certi consigli di moderazione e di prudenza, a certi precetti di ordine e di misura. Nature ribelli hanno sempre tentato di esprimersi liberamente; ma tanto forte è stata l'efficacia dell'insegnamento, che o si sono ultimamente piegate, oppure il loro esempio è rimasto senza imitatori. Altrettanto è avvenuto in politica: i tentativi di affermare i diritti dell'individuo contro le potestà consecrate dalle leggi secolari sono rimasti lungamente sterili. E la rivoluzione politica coincide con la rivoluzione letteraria. L'autorità dei maestri vien meno per quella stessa causa che distrugge ogni altra autorità nel consorzio sociale: la filosofia del secolo XVIII, tutto esaminando e tutto ponendo in forse, prepara una nuova era nel mondo; il primo romantico è il primo rivoluzionario: Gian Giacomo Rousseau. Ma le origini del romanticismo sono ancora più remote. La signora de Staël ha ragione di dire che la divisione della letteratura in classica e romantica si riferisce alle due grandi età del mondo: a quella che precedette e a quella che seguì lo stabilimento del cristianesimo. L'anima pagana, idealizzando la natura, aveva estrinsecato un certo tipo di perfezione e se n'era appagata; ma lo spirito umano, irrequieto indagatore, non poteva trovar sempre nella natura un pascolo adeguato; doveva anzi presto o tardi riconoscere che il mondo della coscienza è senza fine più vasto e ricco che non il mondo delle cose. Questo scontento della realtà, quest'ansia di novità, questa specie di ripiegamento dell'anima in sè stessa, furono in grandissima parte opera della predicazione cristiana. Se l'ideale classico, cioè pagano, continuò ad essere onorato lungo tempo dopo che la dottrina di Cristo mutò la faccia del mondo, ciò dipese in gran parte dalla prevalenza della razza latina, nella quale il paganesimo, come serenità di sentimento, come ludicità di visione, era quasi connaturato. Quel che c'è di triste e di dolente nella fede cristiana era quasi inaccessibile a una gente vissuta sotto cieli chiari, in riva ai mari tranquilli, sopra terre feconde quasi sempre sorrise dal sole. Inconsapevolmente essa professava il nuovo culto con le forme antiche; i vecchi riti e i vecchi miti sopravvivevano: un giorno, quando la rinnovazione dell'ideale pareva compita, il paganesimo rifiorì e il classicismo trionfò con la Rinascenza. Ma la nuova fede, intanto, penetrava più a dentro fra la gente del Nord. Gli uomini vissuti sotto cieli foschi, sulle rive di mari lividi, su terre ingrate, erano meglio preparati al nuovo verbo che insegna a disamare la terra, che dice la vita terrena un doloroso viaggio. Questi uomini non potevano vivere all'aperto, dissipando la loro attività in giuochi e feste; il raccoglimento dell'anima, l'esame della coscienza riusciva loro più facile; alla mortificazione della carne erano meglio preparati. Quando essi videro che cosa i Latini avevano fatto del cristianesimo, protestarono e fecero valere la loro protesta. Lungo tempo ignorati o mal noti, questi Nordici cominciarono a prender parte alla storia del mondo, produssero ingegni che ne espressero gl'ideali: a poco a poco il loro genio esercitò come un fascino sui Latini, disposti dalla stanchezza ad apprezzare la novità. Se pertanto la filosofia del secolo decimottavo, con i suoi dubbii e con le sue negazioni, fa impeto contro la scuola classica, l'invasione delle letterature nordiche accresce la vigoria dell'assalto. E la rivoluzione francese scuote la società dalle fondamenta, e Napoleone sconvolge il mondo: il sangue scorre a fiumi, dalle ghigliottine, sui campi di battaglia; gli Stati si trasformano, i confini si slargano, gli eserciti corrono dall'uno all'altro capo dell'Europa, i popoli si avvicinano: nuove visioni di cose tragiche o insolite passano dinanzi agli occhi della nuova progenie: i consigli di chi vorrebbe tornare alla compostezza, alla semplicità, alla serenità del passato non sono più uditi; ma gli ansiosi che hanno iniziato il mutamento non vi trovano la quiete, sibbene un'ansia nuova, più acuta. In questo tempo nasce Giacomo Leopardi.

Egli può ben credersi classico, può bene appartarsi dal mondo moderno, può bene suscitare dentro di sè l'antico: non potrà far mai che questo antico torni realmente, non può distruggere in sè o d'intorno a sè gli effetti dei secolari o dei nuovi rivolgimenti. Chi più vuol essere classico, chi è animato da un più vivo sdegno contro i moderni, partecipa nondimeno a questa modernità e, senza volerlo, lo dimostra. Il Leopardi confessa apertamente d'essere stato durante un certo tempo con i moderni. Questo tempo è lo stesso durante il quale egli è ancora vivace, capace di muoversi, di operare. “Io da principio aveva il capo pieno delle massime moderne, disprezzava, anzi calpestava lo studio della lingua nostra; tutti i miei scrittacci originali erano traduzioni dal francese.„ Rammentiamoci di Chateaubriand il quale disse di sè: “J'étais Anglais, de manières, de goût et jusqu'à un certain point de pensées.„ Come il Francese cerca il nuovo in Inghilterra, così l'Italiano lo cerca in Francia: l'indirizzo è diverso, ma identica è la spinta interiore per la quale le cose note e vicine sono sdegnate, e ricercate le insolite e nuove. Così mentre in Germania le menti si nutriscono di Young e di Ossian, e Schiller e Goethe si appassionano per Shakespeare; in Francia la signora de Staël introduce il romanticismo tedesco; e Alfredo de Musset a diciassette anni preferisce non esser nulla se non potrà essere Schiller o Shakespeare, e Chateaubriand legge _Werther_ prima di scrivere _Renato_ — Ugo Foscolo lo ha letto in Italia prima di scrivere _Jacopo Ortis_ — e Sainte-Beuve parla con tenerezza di Klopstock, e Carlo Nodier trae l'ispirazione da “cette merveilleuse Allemagne, la dernière patrie des poésies et des croyances de l'Occident.„ L'ardente e immaginoso fanciullo recanatese cerca anch'egli ed ama gli stranieri; e tale è la foga che egli mette in questa come in ogni altra sua passione, che arriva a disprezzare Omero, Dante, tutti i classici; ma il giovanetto riflessivo tosto comprende che la disciplina della vecchia scuola è la più adatta a formare lo spirito, che questi classici, seguendo i principii ora disprezzati hanno espresso cose d'una imperitura bellezza. Allora egli si converte, s'immerge “sino alla gola„ nei “suoi„ classici; gli scrittori che cercano ispirazioni oltre l'Alpi eccitano il suo sdegno; lo _Spettatore italiano_, foglio romantico, gli pare “un mucchio di letame„; la _Biblioteca italiana_, giornale dei classici, ha le sue preferenze. Allora egli è considerato come uno dei campioni del classicismo; Pietro Giordani lo stima classico non soltanto di studii, ma anche di animo: “Più volte m'è venuto in mente che se ci fosse ancora lecito di ripetere i sogni platonici.... io vorrei dire ch'egli fosse una di quelle anime preparate da natura per incarnarsi in Grecia sotto i tempi di Pericle e di Anassagora; e da non so qual errore tardata sino a questi miseri giorni ultimi d'Italia; per mezzo i quali, parlando con voce italiana pensieri greci, come straniera passò.„ Ma il Giordani s'inganna anch'egli; l'anima che pareva greca era nondimeno del suo tempo; per quanto grande fosse la seduzione del mondo antico, il suo proprio mondo dal quale voleva fuggire la tratteneva con mille sottilissimi fili ed esercitava un'influenza costante su lei.

Consideriamo ad uno ad uno i caratteri del romanticismo come metodo letterario e come stato psicologico: vedremo quanti se ne trovano nel Leopardi. Letterariamente, i romantici insorgono contro l'imitazione. Per lungo tempo i grandi antichi sono stati considerati insuperabili; studio e dovere degli scrittori è stato quello imitarli. E il Leopardi, con tutta la sua infatuazione per gli antichi, quantunque anch'egli li abbia non poco imitati, pure critica il Monti perchè questo poeta “va con una ributtante freddezza ed aridità in traccia di luoghi di classici greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti classici, per esprimerli elegantemente; lasciando con ciò freddissimo l'uditore„; e giudica che la coltura classica, così adoperata “più quasi nuoce di quello che giovi.„

Un altro punto intorno al quale romantici e classici battagliano è questo: l'arte deve figurare il brutto? o attenersi soltanto al bello? I classici sono per questo secondo partito, escludendo il primo rigorosamente; gli altri invece vogliono che il campo dell'arte si slarghi, che comprenda tutta quanta la natura. E intorno a questo argomento il Leopardi discorda dal Giordani. “Ella ricorda in generale ai giovani pittori che senza stringente necessità della storia (e anche allora con buon giudizio e garbo) non si dee mai figurare il brutto. Poichè, soggiugne, l'ufficio delle belle arti è di moltiplicare e perpetuare le immagini di quelle cose o di quelle azioni cui la natura o gli uomini producono più vaghi e desiderabili: e quale consiglio o qual diletto crescere il numero o la durata delle cose moleste di che già troppo abbonda la terra?„ Rispettosamente egli espone al maestro il suo concetto tutto diverso. “A me parrebbe che l'ufficio delle belle arti sia d'imitare il bello nel verisimile„. È vero che si appoggia all'autorità dei classici, di Omero, di Virgilio, di Dante, dei tragici; ma non è detto che i classici sieno tali in tutto e che i precetti dei romantici siano senza esempio di sorta. Nuova è la forza con la quale essi li affermano; e il Leopardi non si contenta dell'esempio, ricorre alla dimostrazione: “Certamente le arti hanno da dilettare, ma chi può negare che il piangere, il palpitare, l'inorridire alla lettura di un poeta non sia dilettoso? Perchè il diletto nasce appunto dalla maraviglia di veder così bene imitata la natura, che ci paia vivo e presente quello che è o nulla, o morto, o lontano. Ond'è che il bello, il quale veduto nella natura, vale a dire nella realtà, non ci diletta più che tanto, veduto in poesia o in pittura, vale a dire in immagine, ci reca piacere infinito. E così il brutto imitato dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di dilettare. Se un uomo è di deformità incredibile, ritrar questa non sarebbe sano consiglio, benchè vera, perchè le arti debbono persuadere e far credere che il finto sia reale, e l'incredibile non si può far credere. Ma se la deformità è nel verisimile, a me pare che il vederla ritratta al naturale debba dilettare non poco....„ Non si sente già venire Vittor Hugo il quale estenderà quest'idea e le darà forza di domma, protestando contro i pedanti che vogliono escludere il difforme, il brutto e il grottesco dalla riproduzione artistica, ed affermando superbamente: “Tout ce qui est dans la nature est dans l'art„?

Ancora: l'antica mitologia, della quale i poeti hanno fatto un secolare abuso, fuor della quale non si è trovata bellezza artistica, è sdegnata e derisa dai novatori: la fede cristiana torna invece ad essere onorata, le credenze religiose si ridestano e si affermano: l'arte narra i _Martiri_, celebra il _Genio del Cristianesimo_. Con tutto il suo paganesimo letterario, il Leopardi è pure nato nella fede di Cristo, ne sente pure la rinnovata seduzione; egli pensa pertanto di comporre ed abbozza gl'_Inni Cristiani_. I romantici non cantano solamente Dio, ma anche il diavolo; perchè essi credono che l'arte non debba escludere nulla, neppure l'orrido; e che dai contrasti nascono effetti nuovi, più potenti: essi dicono: “Nous vous donnerons de l'incroyable, de l'affreux, du terrible, de l'extravagant, et s'il le faut, le diable lui-même remplacera votre vieux Apollon....„ E il Leopardi abbozza anche un'invocazione ad Arimane, al genio del male.

I classici si rivoltano contro questa novità, vorrebbero attenersi esclusivamente alle letterature antiche, e bandire i moderni, gli stranieri, i nordici, dai quali vengono i maggiori ardimenti. Pietro Giordani divulga il consiglio che dà agli scrittori nostri la signora de Staël: “Dovrebbero, a mio avviso, gl'Italiani, tradurre diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche, onde mostrare qualche novità a' loro cittadini, i quali per lo più stanno contenti all'antica mitologia; nè pensano che quelle favole sono da un pezzo anticate; anzi il resto d'Europa le ha già abbandonate e dimenticate.„ Ma il Piacentino, che pare abbia fatto sue queste parole, traducendole, si schiera tosto dall'altra parte; e come il Monti si lagna che