Leopardi

Part 16

Chapter 163,689 wordsPublic domain

Nondimeno Timandro ha ragione di chiamare maligno il suo interlocutore; e il riso, che doveva essere il conforto di quest'ultimo, non lo salva dalla disperazione. Se egli ride degli uomini, e non li odia, e non si sdegna dei loro vizi e delle loro colpe, ciò accade perchè sente che, posto nelle stesse circostanze dei viziosi e dei colpevoli, sarebbe macchiato o capace degli stessi loro difetti: “Riserbo sempre l'adirarmi a quella volta che io vegga una malvagità che non possa aver luogo nella natura mia: ma fin qui non ne ho potuto vedere....„ E ancora egli non capisce “questo continuo presupporre che si fa scrivendo e parlando, certe qualità umane che ciascuno sa che oramai non si trovano in uomo nato, e certi enti razionali o fantastici, adorati già lungo tempo addietro, ma ora tenuti internamente per nulla e da chi gli nomina, e da chi gli ode nominare. Che si usino maschere e travestimenti per ingannare gli altri, o per non essere conosciuti; non mi pare strano: ma che tutti vadano mascherati con una stessa forma di maschere, e travestiti a uno stesso modo, senza ingannare l'un l'altro, e conoscendosi ottimamente tra loro; mi riesce una fanciullaggine....„ E insomma: “l'ultima conclusione che si ricava dalla filosofia vera e perfetta, si è, che non bisogna filosofare. Dal che s'inferisce che la filosofia, primieramente è inutile, perchè a questo effetto di non filosofare, non fa bisogno esser filosofo; secondariamente è dannosissima,„ perchè insegna “la vanità delle cose.„ Ancora una volta le risa finiscono in lacrime.

Sarà da stupire? Non era anzi meraviglioso che, nella profondità del suo dolore, egli trovasse la possibilità di ridere? Egli stesso se ne è stupito. “Cosa certamente mirabile è questa, che nell'uomo, il quale in fra tutte le creature è la più travagliata e misera, si trovi la facoltà del riso.... Mirabile cosa si è l'uso che noi facciamo di questa facoltà: poichè si veggono molti in qualche fierissimo accidente, altri in grande tristezza d'animo, altri che quasi non serbano alcuno amore alla vita, certissimi della vanità di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia, nondimeno ridere....„ E il riso sarà per lui “specie di pazzia non durabile, o pure di vaneggiamento o delirio„, perchè “gli uomini, non essendo mai soddisfatti nè mai dilettati veramente da cosa alcuna, non possono aver causa di riso che sia ragionevole e giusta.„ È vero che il riso è ignoto, come agli animali, anche ai popoli che sono nello stato primitivo; e che è cresciuto, si può dire, colla civiltà; ma poichè la civiltà è corruzione, se ne dovrà dedurre che il riso oggi “supplisce per qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalla virtù, dalla giustizia, dall'onore e simili....„ Esso sarà pertanto una cosa triste e disperata più che la stessa imprecazione, porterà agli stessi risultati della riflessione dolorosa. Ragionando, il Leopardi estende il suo pessimismo a tutto l'universo creato; la stessa cosa fa ridendo. La Terra si ostina a interrogare la Luna: “Io vorrei sapere se veramente, secondo che scrive l'Ariosto, tutto quello che ciascun uomo va perdendo; come a dire la gioventù, la bellezza, la sanità, le fatiche e spese che si mettono nei buoni studi per essere onorati dagli altri, nell'indirizzare i fanciulli ai buoni costumi, nel fare o promuovere istituzioni utili; tutto sale e si raguna costà: di modo che vi si trovano tutte le cose umane; fuori della pazzia, che non si parte dagli uomini? In caso che questo sia vero, io fo conto che tu debba essere così piena, che non ti avanzi più luogo; specialmente che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose (verbigrazia l'amor patrio, la virtù, la magnanimità, la rettitudine) non già solo in parte, e l'uno o l'altro di loro, come per l'addietro, ma tutti e interamente. E certo che se elle non sono costì, non credo si possano trovare in altro luogo. Però vorrei che noi facessimo una convenzione, per la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano in mano, tutte queste cose; donde io credo che tu medesima abbi caro di essere sgomberata, massime del senno, il quale intendo che occupa costì un grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti gli anni una buona somma di danari.„ Ma la Luna neppure intende di che cosa il pianeta le chiede notizia; e solo quando la Terra le domanda se sono presso di lei in uso i vizii, i misfatti, gl'infortunii, i dolori, la vecchiezza; allora il satellite capisce tutti questi nomi e le cose da essi significate, perchè ne è pieno, perchè i suoi abitatori sono infelicissimi. “E se tu potessi levare tanto alto la voce, che fossi udita da Urano o da Saturno, o da qualche altro pianeta del nostro mondo; e gl'interrogassi se in loro abbia luogo l'infelicità, e se i beni prevagliano o cedano ai mali; ciascuno ti risponderebbe come ho fatto io. Dico questo per aver dimandato delle medesime cose Venere e Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo più vicina di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete che mi sono passate dappresso: e tutti mi hanno risposto come ho detto. E penso che il Sole medesimo, e ciascuna stella risponderebbero altrettanto.„

Si può dire anche meglio: il riso del Leopardi è più disperato della sua stessa disperazione. Egli ha detto che solo la morte esiste; ma credere alla morte, al nulla, è ancora avere una specie di fede. L'orrore sembra massimo; eppure ce n'è uno ancora più grande. Quando gli amanti non amano più, odiano; ma l'odio è ancora una forma dell'amore. Tanto desiderio della morte cela ancora l'amarezza dei disinganni, misura ancora la forza delle speranze, sia pure perdute. Il vero segno che l'amore è finito non è odiare l'oggetto un tempo caro o l'amarne un altro: è l'indifferenza. A questa indifferenza per la morte e per la vita Giacomo Leopardi arriverà con l'ironia. Il suo Plotino, esauriti tutti gli argomenti per dissuadere Porfirio dall'uccidersi, ricorre a quest'ultimo come al più persuasivo: viva egli — per far piacere all'amico! “E la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l'uomo, in quanto a sè, non dovrebbe esser molto sollecito di ritenerla nè di lasciarla. Perciò, senza voler ponderare la cosa troppo curiosamente; per ogni lieve causa che se gli offerisca di appigliarsi piuttosto a quella prima parte che a questa, non dovrìa ricusare di farlo. E pregatone da un amico, perchè non avrebbe a compiacergliene?... „

EPILOGO

Noi sappiamo chi fu Giacomo Leopardi grazie all'analisi particolareggiata di tutte le sue circostanze intrinseche ed estrinseche, ed alla sintesi del suo pensiero; tra le prime e il secondo abbiamo trovato un nesso intimo, un rigoroso rapporto. Pure questo nesso, questo rapporto è negato, non solo da altri, da molti biografi e critici, ma anche, e prima e più vivacemente di tutti, dallo stesso Leopardi. “Ce n'a été que par l'effet de la lâcheté des hommes, qui ont besoin d'être persuadés du mérite de l'existence, que l'on a voulu considérer mes opinions philosophiques comme le résultat de mes souffrances particulières, et que l'on s'obstine à attribuer à mes circonstances matérielles ce qu'on ne doit qu'à mon entendement. Avant de mourir, je vais protester contre cette invention de la faiblesse et de la vulgarité et prier mes lecteurs de s'attacher à détruire mes observations plutôt que d'accuser mes maladies.„ Senza violenza, ma con ironia, quando lo Stella gli riferì il giudizio d'un lettore, secondo il quale le sue teorie non erano “_fondate a ragione ma a qualche osservazione parziale_,„ egli rispose al suo editore: “Desidero che sia vero.„ Ed anche Tristano, all'amico che giudica il suo libro sulla vita malinconico, sconsolato e disperato perchè egli, l'autore, è infelice, risponde che tutto si sarebbe aspettato “fuorchè sentirmi volgere in dubbio le osservazioni ch'io faceva in quel proposito, parendomi che la coscienza d'ogni lettore dovesse rendere prontissima testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa dell'utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità, anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni, sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d'infermità, o d'altra miseria mia particolare, da prima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi....„

Prima di esaminare il valore delle sue proteste, notiamo che egli non le ripete sempre con tanta violenza ed ironia; che anzi più volte fa molte concessioni ai suoi contraddittori. Questo medesimo Tristano che si è sdegnato ed ha riso, e che propone anche, al colmo del sarcasmo, di bruciare il proprio libro “come un libro di sogni poetici, d'invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un'espressione dell'infelicità dell'autore„; confessa poi, sul serio e non più da burla, la propria infelicità: “perchè in confidenza, mio caro amico, io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma io, quanto a me, con licenza vostra e del secolo, sono infelicissimo; e tutti i giornali de' due mondi non mi persuaderanno il contrario.„ Ed Eleandro: “Io giudico, quanto a me, di essere infelice; e in questo so che non m'inganno. Se gli altri non sono, me ne congratulo con tutta l'anima. Io sono anche sicuro di non liberarmi dall'infelicità prima che io muoia. Se gli altri hanno diversa speranza di sè, me ne rallegro similmente.„ Con eguale sentimento, aggiuntovi il terrore del mistero, il Pastore asiatico canta:

Questo io conosco e sento, Che degli eterni giri, Che dell'esser mio frale, Qualche bene o contento Avrà fors'altri; a me la vita è male.

È possibile che questa coscienza della propria sciagura non determini la sua filosofia disperata? Uno dei caratteri salienti ne è, come vedemmo, la misantropia; e di questa, biasimandola in Eleandro, Timandro assegna la causa: “Voi parlate„, gli dice, “al vostro solito malignamente, e in modo che date ad intendere di essere per l'ordinario molto male accolto e trattato dagli altri: perchè questa il più delle volte è la causa del mal animo e del disprezzo che certi fanno professione di avere alla propria specie.„ Si confrontino queste parole con quelle che il Leopardi disse in prima persona:

aspro a forza Tra lo stuol de' malevoli divengo,

e con queste altre:

E sprezzator degli uomini divengo Per la greggia ch'ho intorno:

si vedrà che il suo disprezzo dei proprii simili dipende dal disprezzo che egli stesso ha patito da essi. Tanto egli è persuaso di questa verità, che le dà forza di sentenza: “Chi comunica poco cogli uomini, rade volte è misantropo. Veri misantropi non si trovano nella solitudine, ma nel mondo: perchè l'uso pratico della vita, e non già la filosofia, è quello che fa odiare gli uomini.„

È sempre difficile, e qualche volta anche risibile, il tentar di immaginare che cosa sarebbe stato un uomo se diverse in tutto o in parte fossero state le sue circostanze. Chi può dire che cosa avrebbe scritto Dante se non fosse stato bandito, o che cosa avrebbe fatto Napoleone se fosse nato un secolo prima? Una logica inesorabile governa tutte le opere umane; se noi possiamo credere di disporre liberamente della nostra vita e del nostro pensiero avvenire, non possiamo negarne, anzi continuamente ne discopriamo la rigorosa determinazione nel passato. Pertanto è impossibile giudicare quel che sarebbe avvenuto di Giacomo Leopardi in circostanze diverse dalle sue; ma questo rigore di determinazione egli stesso dimostra, anche senza volerlo. Non c'è uno solo dei suoi giudizii che non sia suggerito da un'impressione ricevuta; i fatti esercitano una continua influenza sul suo pensiero. A Bologna gli uomini gli parvero “vespe senza pungolo.„ Perchè? Perchè vi fu bene accolto. Milano fu detta da lui “insociale„ perchè non fu contento dell'accoglienza che vi trovò. A Napoli, sul principio, sentendosi soddisfatto, lodò l'indole “amabile e benevola„ degli abitanti; poi, trovatosi male, capovolse il suo giudizio. Egli espressamente confessa quanto gli riuscisse funesto l'essersi visto disprezzato e fuggito a Recanati: “cosa che per altro ha pregiudicato per sempre al mio carattere.„ Confessa ancora che tra le cause della sua malinconia a Roma, gran parte ha la sua “particolare costituzione morale e fisica.„ Se, anche restando a Recanati, le malattie gli danno tregua, queste tregue suscitano “qualche speranza di potermi rifare mutando vita.„ Se appena egli potesse occuparsi a suo agio negli studii, la sua disperazione sarebbe mitigata: “Dici troppo bene ch'io forse non m'accorgerei, certamente non sentirei tutta la nullità umana se potessi ancora trattenermi negli studi.„ Basta talvolta la primavera a consolarlo: “Io sento riaprirsi l'animo al ritorno della primavera, chè certo due mesi addietro ero stupido, insensato in modo, ch'io mi faceva maraviglia a me stesso, e disperava di provar più consolazione in questo mondo....„ Egli definisce anche meglio il mutamento che le mutate sue condizioni producono in lui quando si duole col Giordani perchè questi è caduto nella stessa malattia d'animo che ha afflitto lui: “dalla quale non ch'io sia veramente risorto, ma tuttavia conosco e sento che si può risorgere. E le cagioni erano quelle stesse che producono in te il medesimo effetto: debolezza somma di tutto il corpo e segnatamente de' nervi, e totale uniformità, disoccupazione e solitudine forzata, e nullità di tutta la vita. Le quali cagioni operavano ch'io non credessi ma sentissi la vanità e noia delle cose, e disperassi affatto del mondo e di me stesso. Ma se bene anche oggi io mi sento il cuore come uno stecco o uno spino, contuttociò sono migliorato in questo ch'io giudico risolutamente di poter guarire, e che il mio travaglio deriva più dal sentimento dell'infelicità mia particolare, che dalla certezza dell'infelicità universale e necessaria.„ Basta che la sua salute risenta un poco di giovamento dal clima di Pisa, che egli non tremi più dal freddo, che possa passeggiare lungo l'Arno, che mangi con appetito, che abiti una camera a ponente, sopra un grande orto, tra buona gente; che la vita gli costi quanto la sua misera borsa gli consente di spendere, perchè tosto egli si senta rivivere, e torni a far versi, e canti il suo _Risorgimento_:

Credei ch'al tutto fossero In me, sul fior degli anni, Mancati i dolci affanni Della mia prima età: I dolci affanni, i teneri Moti del cor profondo, Qualunque cosa al mondo Grato il sentir ci fa.

Quante querele e lacrime Sparsi nel novo stato, Quando al mio cor gelato Prima il dolor mancò! Mancâr gli usati palpiti, L'amor mi venne meno, E irrigidito il seno Di sospirar cessò!

Piansi spogliata, esanime Fatta per me la vita; La terra inaridita, Chiusa in eterno gel; Deserto il dì; la tacita Notte più sola e bruna; Spenta per me la luna, Spente le stelle in ciel. . . . . . . . . . .

Tale era il suo stato: egli non aveva forza di lamentarsi, non chiedeva conforto, era immerso come in un letargo dal quale nulla riusciva a destarlo; desiderava la morte, ma gli mancava anche la forza di esprimere a sè stesso questo desiderio. A un tratto non si riconosce più:

Chi dalla grave, immemore, Quiete or mi ridesta? Che virtù nova è questa, Questa che sento in me? Moti soavi, immagini, Palpiti, error beato, Per sempre a voi negato Questo mio cor non è?

Siete pur voi quell'unica Luce de' giorni miei? Gli affetti ch'io perdei Nella novella età? Se al ciel, s'ai verdi margini, Ovunque il guardo mira, Tutto un dolor mi spira, Tutto un piacer mi dà.

Meco ritorna a vivere La piaggia, il bosco, il monte; Parla al mio core il fonte, Meco favella il mar. Chi mi ridona il piangere Dopo cotanto obblio? E come al guardo mio Cangiato il mondo appar?

Se ciò non è opera della speranza, se egli ancora si duole perchè non vedrà mai più il viso della speranza; se il suo risorgimento non è totale; se egli continua a credere che la natura sia sorda, che non sia sollecita del bene ma soltanto dell'essere, e non si curi d'altro che di serbare gli uomini al dolore; se non ha fede negli uomini nè nell'amore, bisogna accusarne la gravezza dei suoi mali, il lungo abito del dolore. Venti anni di pene fisiche e morali, di aspettazioni vane, di disinganni continui non si possono scordare perchè il nuovo clima è più dolce, perchè la nuova città è più ospitale: il parziale beneficio determina nel suo pensiero una parziale conversione: ma questo esatto proporzionarsi dell'effetto alla causa dimostra appunto come tutta la sua vita morale sia rigorosamente governata dalla sua vita reale.

Il sollievo di Pisa è dipeso dalla migliorata salute; un altro egli ne prova quando il De Sinner gli promette di pubblicare in Germania i suoi scritti filologici. Disperato della gloria, basta che egli creda di poterne gustare i vantaggi perchè tosto ritorni da morte a vita: “Quel forestiero che ha veduto l'Eusebio, è un filologo tedesco al quale.... ho fatto consegna formale di tutti i miei mss. filologici, appunti, note, ecc. cominciando dal _Porphyrius_. Egli, se piacerà a Dio, li redigerà e completerà e li farà pubblicare in Germania, e me ne promette danari e gran nome. Non potete credere quanto mi abbia consolato quest'avvenimento, che per più giorni mi ha richiamato alle idee della mia prima gioventù, e che, piacendo a Dio, darà vita ed utilità a lavori immensi, ch'io già da molti anni considerava come perduti affatto, per l'impossibilità di perfezionare tali lavori in Italia, pel dispregio in cui sono tali studi tra noi e peggio pel mio stato fisico.„ Quindi la sua misantropia si tempera; egli quasi la critica: “Nessuno è sì compiutamente disingannato del mondo, nè lo conosce sì addentro, nè tanto l'ha in ira, che guardato a un tratto da esso con benignità, non se gli senta in parte riconciliato.„ Ancora meglio: “Io conobbi già un bambino il quale ogni volta che dalla madre era contrariato in qualche cosa, diceva: _ah, ho inteso, ho inteso: la mamma è cattiva_. Non con altra logica discorre intorno ai prossimi la maggior parte degli uomini, benchè non esprima il suo discorso con altrettanta semplicità.„

Pertanto, dopo averlo negato, egli stesso riconosce esplicitamente il rapporto tra le sue circostanze e le sue idee. Porfirio, discutendo con Plotino intorno alla vanità universale della quale è troppo persuaso, osserva: “E qui primieramente non mi potrai dire che questa mia proposizione non sia ragionevole: se bene io consentirò facilmente che ella in buona parte provenga da qualche mal essere corporale.„ Se queste parole non si riferiscono, come pare evidente, allo stesso Leopardi, noi troviamo che egli confessa a chiare note come la sua filosofia dipenda dalla sua esperienza. Alla sorella infatti scrive: “Direte che io vi sono sempre intorno colla filosofia; ma mi concederete che questa non mi è stata insegnata nè dai libri, ne dagli studi, nè da nessun'altra cosa, se non dall'esperienza: ed io vi esorto a questa filosofia, perchè credo che vi abbiate i miei stessi diritti e la mia stessa disposizione.„ Queste parole sono del 1823: diremo che da giovane egli concedesse quel rapporto da causa ad effetto tra le sue disgrazie e il suo pessimismo che più tardi doveva con tanto sdegno negare? La sua lettera sdegnosa al De Sinner è del '32: leggete che cosa scriveva al Bunsen nel '35, tre anni dopo, e due soli prima di morire: “Voi avete ragione che nelle mie prose la malinconia è forse eccessiva e forse anche qualche volta fa velo al giudizio. Datene la colpa parte al mio carattere, e parte all'età in cui furono scritte....„ Egli quasi vorrebbe correggerle! Il rapporto tra il pensiero e la vita è ancora nitidamente affermato più sotto: “La propria mia esperienza m'insegna che il progresso dell'età, fra i tanti cangiamenti che fa nell'uomo, altera ancora notabilmente il suo sistema di filosofia.„ Che cosa vuol dir questo, se non che la filosofia non è un prodotto puro della ragione astratta, ma il risultato necessario della pratica delle cose? Egli osserva pure come sia erroneo l'attribuire a cause esteriori e reali ciò che dipende soltanto dall'intima nostra natura; i vecchi, per esempio, “riuscendo il freddo all'età loro assai più molesto che in gioventù, credono avvenuto alle cose il cangiamento che provano nello stato proprio, ed immaginano che il calore che va scemando in loro, scemi nell'aria o nella terra.„ Altrettanto non accade in lui, quando, per tutte le sue sciagure, afferma l'infelicità necessaria e universale?

Tuttavia, se per tante prove e per sua stessa confessione la dipendenza delle fasi del suo pensiero dai casi della sua vita è innegabile, che cosa faremo delle proteste che egli pure fieramente lanciò? Perchè protestò talvolta? Perchè non riconobbe sempre che tale egli fu quale doveva essere? Perchè negò l'efficacia dell'esperienza e riconobbe soltanto quella della ragione? Il perchè non è difficile da trovare. Ammettendo senz'altro che dall'esperienza, dalle circostanze esteriori ed intime tra le quali la sua vita si svolse nascesse la sua filosofia, che valore avrebbe essa avuto? Si sarebbe ridotta a un giudizio particolare, a un'opinione personale, a un'impressione fortuita: nessuno le avrebbe dato credito. Se egli voleva — e per la legge dell'amor proprio doveva volere — che fosse appresa come una cosa seria, come un'espressione della verità, doveva necessariamente negarne le cause reali ed affermarne soltanto l'origine razionale. Anche concedendo, come fece a proposito di Bruto, che la disperazione può dipendere dalle calamità, egli doveva presumere che l'ispirazione della calamità “ha forza di rivelare all'animo nostro quasi un'altra terra, e persuaderlo vivamente di cose tali, che bisogna poi lungo tempo a fare che la ragione le trovi da sè medesima„; e che l'effetto della calamità “si rassomiglia al furore dei poeti lirici, che d'un'occhiata scuoprono tanto paese quanto non ne sanno scoprire i filosofi nel tratto di molti secoli.„ E poi: non è una cosa sciagurata che il pensiero umano, che questo nostro giudizio del quale siamo tanto superbi, pel quale ci siamo collocati sul vertice della vita, sia così rigorosamente determinato da cause sulle quali nulla possiamo, sia quasi come un frutto a formare il quale hanno contribuito la specie della pianta, la natura del terreno e l'ordine delle meteore? Non è doloroso, non è male che la nostra mente non possa operare libera e sola, che il nostro giudizio non sia indipendente e sovrano? Il Leopardi intende questa necessità, e se talvolta la nega, la negazione non è altro che una forma di ribellione.