Leopardi

Part 15

Chapter 153,734 wordsPublic domain

Vapori, larve, fantasmi, illusioni, nomi: nient'altro sono le cose alle quali gli uomini credono, per le quali combattono. I beni non si trovano, sono soltanto nell'immaginazione che se li dipinge, che li aspetta nel futuro e non ricorda di averli trovati mai nel passato. Di questo inganno riderà il Passeggiere col venditore di Almanacchi, il quale, promettendo che l'anno nuovo sarà felicissimo, non sa dire a quale vorrebbe che somigliasse dei venti passati da che vende lunarii. “Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?„ — “No in verità, illustrissimo.„ — “E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?„ — “Cotesto si sa.„ — “Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?„ — “Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.„ — “Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta nè più nè meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?„ — “Cotesto non vorrei.„ — “Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, quella del principe, o di chi altro?...„

Udite come ride della gloria, che fu uno dei maggiori suoi struggimenti: “L'anno ottocento trentatremila dugento settantacinque del regno di Giove, il collegio delle Muse diede fuora in istampa, e fece appiccare nei luoghi pubblici della città e dei borghi d'Ipernéfelo, diverse cedole, nelle quali invitava tutti gli Dei maggiori e minori, e gli altri abitatori della detta città, che recentemente o in antico avessero fatto qualche lodevole invenzione, a proporla, o effettualmente o in figura o per iscritto, ad alcuni giudici deputati da esso collegio. E scusandosi che per la sua nota povertà non si poteva dimostrare così liberale come avrebbe voluto, prometteva in premio a quello il cui ritrovamento fosse giudicato più bello o più fruttuoso, una corona di lauro, con privilegio di poterla portare in capo il dì e la notte, privatamente e pubblicamente, in città e fuori; e poter essere dipinto, scolpito, inciso, gittato, figurato in qualunque modo e materia, col segno di quella corona dintorno al capo....„ Presentate le invenzioni ai giudici, tre sono i premiati: Bacco per l'invenzione del vino, Minerva per quella dell'olio e Vulcano per aver trovato una “pentola di rame, detta economica, che serve a cuocere che che sia con piccolo fuoco e speditamente....„ Dovendosi pertanto dividere in tre parti la corona, resta a ciascuno soltanto un ramoscello di lauro; ma tutti e tre rifiutano sì la parte che il tutto: Vulcano perchè, dovendo stare sempre al fuoco, non vuol mettersi quell'ingombro pericoloso sulla fronte; Minerva perchè le basta l'elmo; Bacco perchè non vuol mutare la sua mitra e la sua corona di pampini per quella di lauro: “l'avrebbe accettata volentieri se gli fosse stato lecito di metterla per insegna fuori della sua taverna; ma le Muse non consentirono di dargliela per questo effetto: di modo che ella si rimase nel loro comune erario....„

Ride della gloria che l'esperienza gli ha dimostrato essere una parola, non una cosa; riderà, se non della patria, dei compatriotti che non hanno saputo restaurare la fortuna d'Italia. I _Paralipomeni della Batracomiomachia_ sono tutta una satira dei moti del Trentuno, delle azioni e dei costumi di quel tempo. Le rane rappresentano i preti, i topi gl'Italiani che bandiscono la guerra ai granchi, ai Tedeschi, e poi scappano appena se li trovano a fronte:

Guerra tonar per tutte le concioni Udito avreste tutti gli oratori, Leonidi, Temistocli e Cimoni, Muzi Scevola, Fabi dittatori, Deci, Aristidi, Codri e Scipioni, E somiglianti eroi de' lor maggiori Iterar ne' consigli e tutto il giorno Per le bocche del volgo andare attorno.

Guerra sonar canzoni e canzoncine Che il popolo a cantar prendea diletto; Guerra ripeter tutte le officine, Ciascuna al modo suo col proprio effetto. Lampeggiavan per tutte le fucine, Lancioni, armi del corpo, armi del petto, E sonore minacce in tutti i canti S'udiano, e d'amor patrio ardori e vanti.

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Eran le due falangi a fronte a fronte Già dispiegate ed a pugnar vicine, Quando da tutto il pian, da tutto il monte Dièrsi a fuggir le genti soricine. Come non so, ma nè ruscel nè fonte, Balza nè selva al corso lor diè fine. Fuggirian credo ancor, se i fuggitivi Tanto tempo il fuggir serbasse vivi.

Fuggiro al par del vento, al par del lampo....

E quando poi sono al sicuro, i millantatori recitano la commedia della Carboneria:

Allor nacque fra' topi una follia Degna di riso più che di pietade, Una setta che andava e che venìa Congiurando a grand'agio per le strade, Ragionando con forza e leggiadria D'amor patrio, d'onor, di libertade, Fermo ciascun, se si venisse all'atto, Di fuggir come dianzi avevan fatto....

Il pelame del muso e le basette Nutrian folte e prolisse oltre misura, Sperando, perchè il pelo ardir promette, D'avere, almeno ai topi, a far paura. Pensosi in su i caffè con le gazzette Fra man, parlando della lor congiura, Mostraronsi ogni giorno, e poi le sere Cantando arie sospette ivano a schiere....

Ma che è la miseria degl'Italiani paragonata alla miseria di tutto il mondo? Ecco Ercole presentarsi da parte di Giove al padre Atlante, ed offrirgli di sollevarlo per qualche ora dal peso della terra che il vecchio regge sulle spalle: “Ma il mondo è fatto così leggiero,„ gli risponde Atlante, “che questo mantello che porto per custodirmi dalla neve, mi pesa di più; e se non fosse che la volontà di Giove mi sforza di stare qui fermo, e tenere questa pallottola sulla schiena, io me la porrei sotto l'ascella o in tasca, o me l'attaccherei ciondolone a un pelo della barba, e me n'andrei per le mie faccende.„ Ed Ercole, provato a tenerla un poco in mano, sente che Atlante ha detto il vero, e s'accorge d'un'altra novità: che il mondo è muto, non batte più di “un oriuolo che abbia rotta la molla„; per destarlo, vorrebbe fargli toccare una buona picchiata di clava; ma ha paura di farne una cialda o di romperlo come un uovo. “E anche non mi assicuro che gli uomini che al tempo mio combattevano a corpo a corpo coi leoni e adesso colle pulci, non tramortiscano dalla percossa tutti in un tratto.„ Allora i due numi si mettono a giocare alla palla con la terra; ma essa piglia vento, perchè è leggera: “Cotesta è sua pecca vecchia, di andare a caccia del vento....„ Anche il Folletto e lo Gnomo vedono un giorno che gli uomini sono tutti morti e che, nondimeno, il mondo, creato secondo quei petulanti per loro uso e consumo soltanto, dura ancora. “E non volevano intendere che egli è fatto e mantenuto per li folletti„, esclama il Folletto; e lo Gnomo: “Eh, buffoncello, va' via. Chi non sa che il mondo è fatto per gli gnomi?„ — “Per gli gnomi, che stanno sempre sotterra? Oh questa è la più bella che si possa udire! Che fanno agli gnomi il sole, la luna, l'aria, il mare, le campagne?„ — “Che fanno ai folletti le cave d'oro e d'argento, e tutto il corpo della terra fuor che la prima pelle?...„ Ma la ridicola contesa finisce, perchè i due presuntuosi interlocutori si accordano nel beffarsi dell'arroganza degli uomini. Non dicevano costoro che la roba degli gnomi, sepolta sotto terra, apparteneva al genere umano? “Che meraviglia? Quando non solamente si persuadevano che le cose del mondo non avessero altro ufficio che di stare al servizio loro, ma facevano conto che tutte insieme, allato al genere umano, fossero una bagattella. E però le loro proprie vicende le chiamavano rivoluzioni del mondo, e le storie delle loro genti, storie del mondo.... — Le zanzare e le pulci erano anch'esse fatte per benefizio degli uomini? — Sì, per esercitarli nella pazienza!„ Anche i porci, “secondo Crisippo, erano pezzi di carni apparecchiati dalla natura a posta per le cucine e le dispense degli uomini, e, acciocchè non imputridissero, condite colle anime invece di sale....„ E il più bello è che di tanti generi d'animali o di piante cotesti uomini non avevano notizia, pure credendo che tutto fosse al mondo per loro! “Parimente di tratto in tratto, per via de' loro cannocchiali, si avvedevano di qualche stella o pianeta, che insino allora, per migliaia e migliaia d'anni, non avevano mai saputo che fosse al mondo; e subito la scrivevano tra le loro masserizie, perchè s'immaginavano che le stelle e i pianeti fossero, come dire, moccoli da lanterna piantati lassù nell'alto a uso di far lume alle signorie loro, che la notte avevano gran faccende. — Sicchè in tempo di state, quando vedevano cadere di quelle fiammoline che certe notti vengono giù per l'aria, avranno detto che qualche spirito andava smoccolando le stelle per servizio degli uomini....„

Questo argomento di risa è inesauribile. La Terra, ragionando con la Luna, le chiede se è abitata da uomini, se i suoi abitanti l'hanno conquistata “per ambizione, per cupidigia dell'altrui, colle arti politiche, colle armi„; tutte parole delle quali la Luna sconosce il senso. “Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco più liberamente che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca, come io sono. Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente da per tutto....„ E dove lasciamo l'imbarazzo del povero Copernico, quando il Sole, stanco, secondo il sistema tolemaico, “del continuo andare attorno per far lume a quattro animaluzzi che vivono in un pugno di fango„, delibera di non muoversi più e ordina all'astronomo di far muovere invece, per amore o per forza, la Terra, che fino a quel giorno ha creduto di sedere come in trono, mentre ognuno degli uomini suoi abitatori, “se ben fosse un vestito di cenci e che non avesse un cantuccio di pan duro da rodere, si è tenuto per certo di essere uno imperatore; non mica di Costantinopoli o di Germania, ovvero della metà della Terra, come erano gli imperatori romani; ma un imperatore dell'universo; un imperatore del sole, dei pianeti, di tutte le stelle visibili e non visibili; e causa finale delle stelle, dei pianeti, di vostra signoria illustrissima, e di tutte le cose.„ Fare che la Terra lasci il suo posto al centro dell'universo, “ch'ella corra, ch'ella si rotoli, ch'ella si affanni di continuo, che eseguisca quel tanto, nè più ne meno, che si è fatto di qui addietro dagli altri globi; in fine, ch'ella divenga del numero dei pianeti; questo porterà seco che sua maestà terrestre, e le loro maestà umane, dovranno sgomberare il trono, e lasciar l'impero; restandosene però tuttavia co' loro cenci, e colle loro miserie, che non sono poche....„ Il malcapitato astronomo si dispone tuttavia a tentare l'impresa, ma trova ancora una certa difficoltà e la sottopone al Sole: “Che io non vorrei, per questo fatto, essere abbruciato vivo, a uso della fenice: perchè, accadendo questo, io sono sicuro di non avere a risuscitare dalle mie ceneri come fa quell'uccello, e di non vedere mai più, da quell'ora innanzi, la faccia della signoria vostra.„ E il Sole lo rassicura che non patirà nulla, sebbene “forse, dopo te, ad alcuni i quali approveranno quello che tu avrai fatto, potrà essere che tocchi qualche scottatura, o altra cosa simile....„

E gli uomini, questi medesimi uomini che hanno torturato chi ha loro insegnato le verità, credono alla propria eccellenza! L'umorista trarrà ancora da questa superba pretesa le sue risa più sonore. Prometeo è malcontento della sentenza del collegio delle Muse: il vino, l'olio e le pentole sono stati preferiti all'invenzione sua: il genere umano, il modello di terra col quale egli formò i primi uomini. E quando Momo dubita che l'uomo sia la miglior opera, la più perfetta creatura del mondo, l'inventore scommette di scendere con lui nelle cinque parti del globo per farlo ricredere. Calati in America, si trovano fra i Cannibali, dove un selvaggio mangia arrostito il corpo del proprio figliuolo; calati in Asia, trovano che una vedova è arsa viva, come vuole la legge, insieme col morto marito. Prometeo non si dà per vinto, considerando che tutti costoro sono barbari, e aspetta di visitare l'Europa civile; ma il suo compagno già gli fa osservare che se gli uomini fossero un genere perfetto, non avrebbero bisogno d'incivilirsi, non dovrebbero essere distinti in barbari e civili; e che la parte incivilita è troppo piccola, paragonatamente a tutta l'altra; e che questa famosa civiltà di Parigi e di Filadelfia non è ancora compiuta; e che, per arrivare a un grado incompiuto di civiltà, gli uomini hanno dovuto penare per un tempo lunghissimo; e che le loro invenzioni più singolari e proficue hanno avuto origine dal semplice caso; e che la civiltà, una volta ottenuta, non è stabile, ma può cadere e disperdersi, come tante volte è successo, secondo insegnano le storie. Per tutte queste ragioni, la sentenza di Prometeo non sarà da modificare dicendo che il genere umano è sommo, sì, ma nell'imperfezione anzichè nella perfezione?.... Prometeo non risponde, e cala con il compagno a Londra; dove vedono una gran folla attorno a una casa: un uomo si è ucciso, ed ha ucciso con sè i figliuoli, non già per esser povero, o disperato, o infelice; ma per tedio della vita, lasciando raccomandato a un amico il suo cane.... “Momo stava per congratularsi con Prometeo sopra i buoni effetti della civiltà, e sopra la contentezza che appariva ne risultasse alla nostra vita, e voleva anche rammemorargli che nessun altro animale fuori dell'uomo, si uccide volontariamente esso medesimo, nè spegne per disperazione della vita i figliuoli: ma Prometeo lo prevenne, e senza curarsi di vedere le due parti del mondo che rimanevano, gli pagò la scommessa.„

Così, quantunque il Leopardi abbia voluto assicurare che il suo riso sia noncurante, esso viene dal dolore ed è pieno di dolore. L'ironia si alterna col pessimismo; certe volte, come nella _Palinodia_, si confonde con esso. Se per la sua sfiducia nella vita e nell'umanità vede che ridono di lui, ridendo egli confessa al Capponi d'avere errato e assicura di essersi ricreduto:

Aureo secolo omai volgono, o Gino, I fusi delle Parche. Ogni giornale, Gener vario di lingue e di colonne, Da tutti i lidi lo promette al mondo Concordemente. Universale amore, Ferrate vie, molteplici commerci, Vapor, tipi e _cholèra_ i più divisi Popoli e climi stringeranno insieme: Nè meraviglia fia se pino o quercia Suderà latte e mèle, o s'anco al suono D'un _walser_ danzerà. Tanto la possa Infin qui de' lambicchi e delle storte E le macchine al cielo emulatrici Crebbero, e tanto cresceranno al tempo Che seguirà; poichè di meglio in meglio Senza fin vola e volerà mai sempre Di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.

Perciò gli uomini non mangeranno più ghiande — se la fame non li costringerà; il danaro sarà disprezzato — ma saranno tenute da conto le cambiali. E la guerra non cesserà, e il vero merito sarà sfortunato, e la frode regnerà sempre, e della forza si farà sempre abuso. Ma se queste “lievi reliquie„ del passato resteranno in mezzo all'età dell'oro,

nelle cose Più gravi, intera, e non veduta innanzi, Fia la mortal felicità. Più molli Di giorno in giorno diverran le vesti di lana o di seta. I rozzi panni Lasciando a prova agricoltori e fabbri, Chiuderanno in coton la scabra pelle, E di castoro copriran le schiene. Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri Certamente a veder, tappeti e coltri, Seggiole, canapè, sgabelli e mense. Letti ed ogni altro arnese, adorneranno Di lor menstrua beltà gli appartamenti; E nove forme di paiuoli, e nove Pentole ammirerà l'arsa cucina.

Egli continua così a deridere, fingendo d'ammirarlo, il progresso umano; quando a un tratto depone l'ironia e torna alla sfiducia, alla persuasione del dolore:

Quale un fanciullo, con assidua cura, Di fogliolini e di fuscelli, in forma O di tempio o di torre o di palazzo, Un edifizio innalza; e come prima, Fornito il mira, ad atterrarlo è volto, Perchè gli stessi a lui fuscelli e fogli Per novo lavorìo son di mestieri; Così natura ogni opra sua, quantunque D'alto artificio a contemplar, non prima Vede perfetta, ch'a disfarla imprende, Le parti sciolte dispensando altrove.

E poichè le cose umane sono distrutte da questa natura crudele,

varia, infinita una famiglia Di mali immedicabili e di pene Preme il fragil mortale, a perir fatto Irreparabilmente: indi una forza Ostil, distruggitrice, e dentro il fere E di fuor da ogni lato, assidua, intenta, Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca, Essa indefatigata; insin ch'ei giace Alfin dall'empia madre oppresso e spento....

L'ironia e il pessimismo tornano ancora a darsi la mano. La Morte, nel concetto disperato del Leopardi, fu sorella dell'Amore; quando egli vuol riderne, ma d'un funebre riso, la considera come sorella della Moda: entrambe non sono figlie della Caducità? “Nemica capitale della memoria„, la Morte non se ne vuole rammentare; ma la Moda se ne ricorda bene: “So che l'una e l'altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benchè tu vada a questo effetto per una strada e io per un'altra.... Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo; ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli con bazzecole che io v'appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v'improntino per bellezza; formare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo d'una figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare genti con le calzature snelle, chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi, generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente per l'amore che mi portano. Io non vo' dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani, e il petto con quei di tela, e fare d'ogni cosa a mio modo ancorchè sia con loro danno.„ E la Morte comincia a persuadersi della parentela; e mentre la trista sorella le galoppa al fianco, ella le chiede, come massima prova del legame che le stringe, di aiutarla a compiere l'opera propria. Ma la Moda non l'ha già aiutata? Costei che annulla e stravolge continuamente tutti gli usi, ha mai lasciato smettere in nessun luogo la pratica del morire?... Se questo non bastasse, non ha ella mandato in disuso l'antico genere di vita che giovava alla prosperità dei corpi, e introdottone altri perniciosissimi alla salute? Non ha ella messo nel mondo moderno tali ordini e costumi “che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell'animo, è più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della morte? E quando che anticamente tu non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co' loro piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorchè tu non le abbia mietute, anzi subito che elle nascono.„ Ma l'opera della Moda più proficua alla Morte è questa: che mentre per l'addietro costei era odiata, “oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore speranza.„ E mentre prima gli uomini credevano di poter essere immortali, cioè di non morire interamente, la Moda, quantunque sapesse “che queste erano ciance, e che quando costoro vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro fama più che si patissero dell'umidità della sepoltura„, pure, dice alla Morte, “intendendo che questo negozio degl'immortali ti scottava, perchè pareva che ti scemasse l'onore e la riputazione, ho levata via quest'usanza di cercare l'immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si muoia, sta' sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto, e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le lische....„

Così egli torna a ridere di quella gloria della quale altrove ha dimostrata la fallacia. Ma quando vede la vanagloria degli uomini, quantunque dica di non sapere “se il riso o la pietà prevale„, il riso prevale effettivamente. Se egli sorride dell'amore, della fama, della patria, il suo sorriso è o più amaro o più contenuto; nel considerare la superbia del secolo, la boria degli uomini, e nel paragonarle alla loro reale impotenza, alla miseria dei loro risultati, l'umorismo scaturisce naturalmente, più schietto, più efficace. Momo ha fatto un lungo ragionamento per disingannare Prometeo e dimostrargli che il genere umano è sommo nell'imperfezione; Eleandro risponde più brevemente a Timandro quando questi sostiene che l'uomo non è ancora perfetto, ma certo sarà tale col tempo: “Nè io ne dubito. Questi pochi anni che sono corsi dal principio del mondo al presente, non potevano bastare; e non se ne dee far giudizio dell'indole, del destino e delle facoltà dell'uomo: oltre che si sono avute altre faccende per le mani. Ma ora non si attende ad altro che a perfezionare la nostra specie....„ La risata è più sincera, più fresca. Udite la conclusione: “Circa la perfezione dell'uomo, io vi giuro, che se fosse conseguita, avrei scritto almeno un tomo in lode del genere umano. Ma poichè non è toccato a me di vederla, e non aspetto che mi tocchi in vita, sono disposto di assegnare per testamento una buona parte della mia roba ad uso che quando il genere umano sarà perfetto, se gli faccia e pronuncisi pubblicamente un panegirico tutti gli anni; e anche gli sia rizzato un tempietto all'antica, una statua, o quello che sarà creduto a proposito....„