Part 14
A che tante facelle? Che fa l'aria infinita, e quel profondo Infinito seren? Che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io chi sono? Così meco ragiono: e della stanza Smisurata e superba, E dell'innumerabile famiglia, Poi di tanto adoprar, di tanti moti D'ogni celeste, ogni terrena cosa, Girando senza posa, Per tornar sempre là donde son mosse; Uso alcuno, alcun frutto Indovinar non so....
Egli non sa null'altro fuorchè il suo dolore. E disperatamente Saffo chiede il perchè del dolore suo proprio:
Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo Il ciel mi fosse e di fortuna il volto? In che peccai bambina, allor che ignara Di misfatti è la vita, onde poi scemo Di giovinezza, e disfiorato, al fuso Dell'indomita Parca si volvesse Il ferrigno mio stame?
Un arcano consiglio muove gli eventi: nessuno risponde all'incauta domanda:
Arcano è tutto, Fuor che il nostro dolor. Negletta prole Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo De' celesti si posa.
Bruto non conosce questa rassegnazione; egli si sdegna e si ribella:
A voi, marmorei numi, (Se numi avete in Flegetonte albergo O su le nubi) a voi ludibrio e scherno È la prole infelice.... Forse i travagli nostri, e forse il cielo I casi acerbi e gl'infelici affetti Giocondo agli ozii suoi spettacol pose?
Ma a nulla vale lo sdegno come a nulla vale la rassegnazione: i destini umani si compiono in mezzo al silenzio delle cose, all'indifferenza della natura: la luna versa immutato il suo raggio sui campi delle battaglie che mutano la faccia delle nazioni,
e non le tinte glebe, Non gli ululati spechi Turbò nostra sciagura, Nè scolorò le stelle umana cura.
“Imaginavi tu forse„, chiede la Natura all'Islandese, “che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me ne avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, e non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.„ E la ragione riconoscerà anche la giustezza di questo argomento; ma ne sarà forse lenito il dolore, o sarà reso più sopportabile? La ragione risponderà: “Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande istanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d'intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi figliuoli e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poichè spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non potevo sconsentirlo nè ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia?....„
Così egli dibatte il formidabile enimma; ma tutte le domande restano senza risposta, tutti i ragionamenti si spuntano contro il ferrato mistero, tutti i gridi del dolore vanamente si perdono. Aspetti la morte: egli vedrà allora la faccia della verità. Ma perchè ciò avvenga, bisogna che, dopo morto, egli pur viva d'un'altra specie di vita! E non vuole. La morte, sì; purchè sia la fine totale, il nulla. L'aspettazione della morte, dice Porfirio, “sarebbe un conforto dolcissimo nella vita nostra, piena di tanti dolori„; ma egli si duole di Platone che ha tolto da questo pensiero ogni dolcezza, anzi lo ha reso il più amaro di tutti, col dubbio terribile che la vita dell'anima continui oltre tomba. Il dubbio di questa vita avvenire turba, non conforta, la vita presente; “e non sì potendo questo dubbio in alcun modo sciorre, nè le menti nostre esserne liberate mai, tu hai recati per sempre i tuoi simili a questa condizione, che essi avranno la morte piena d'affanno e più misera che la vita.„ Dovunque è mistero e terrore. Se le mummie del Ruysch una notte si destano, se riacquistano tanto di vitalità da pensare e parlare, dicono che hanno paura della vita come, vivendo, ne avevano della morte:
Come da morte Vivendo rifuggìa, così rifugge Dalla fiamma vitale Nostra ignuda natura; Lieta no, ma sicura, Però ch'esser beato Nega ai mortali e nega ai morti il fato.
Non bisogna dunque destarsi. Il sonno, il sonno profondo, senza sogni, senza coscienza dell'essere, è la sola condizione felice. Quando la Terra e la Luna fanno strepito contendendo, la Terra pietosamente non vuol spaventare i suoi abitatori nè rompere il loro sonno, “che è il maggior bene che abbiano.„ Il sonno continuo di tutte le cose sarebbe preferibile alla vita. “Se il sonno dei mortali fosse perpetuo,„ canta il Gallo silvestre, “ed una cosa medesima colla vita; se sotto l'astro diurno, languendo per la terra in profondissima quiete tutti i viventi, non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati, nè strepito di fiere per le foreste, nè canto di uccelli per l'aria, nè susurro d'api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse in alcuna banda; certo l'universo sarebbe inutile; ma forse che vi si troverebbe o copia minore di felicità, o più di miseria, che oggi non vi si trova?„ E se il sonno è necessario, esso dimostra la malignità della veglia. “Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, ristorarsi con un gusto e quasi con una particella di morte.„
IV.
LA MORTE.
La morte sarà pertanto il rimedio radicale e la conclusione ultima. La felicità pareva lo scopo dell'esistenza; ma non fu raggiunta nè dall'individuo nè dal consorzio umano; non fu raggiunta subito, nè sarà raggiunta in avvenire, col progresso; non fu raggiunta in terra, nè sarà raggiunta in un altro mondo. Perchè dunque le creature aprono gli occhi alla luce? Che cosa è questa vita?
Vecchierel bianco, infermo, Mezzo vestito e scalzo, Con gravissimo fascio in su le spalle, Per montagna e per valle, Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, Al vento, alla tempesta, e quando avvampa L'ora, e quando poi gela, Corre via, corre, anela, Varca torrenti e stagni, Cade, risorge, e più e più s'affretta, Senza posa o ristoro, Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva Colà dove la via E dove il tanto affaticar fu volto: Abisso orrido, immenso, Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Questo è il quadro della vita mortale. Finite le speranze di felicità, spente le illusioni, null'altro resta fuorchè la morte:
Ecco di tante Sperate palme e dilettosi errori, Il Tartaro m'avanza,
canta l'infelice Lesbiana; e Silvia miseramente cade all'apparir del vero. Quando l'uomo è giovane, quando può sperare, la vita è luminosa; ma dopo, tosto che la verità è conosciuta,
Vedova è insino al fine; ed alla notte Che l'altre etadi oscura Segno poser gli Dei la sepoltura.
Ma parlare della morte con questo tono dolente, chiamarla abisso “orrido, immenso„, è ancora in certo modo come lodare la vita. Questa morte non è un vero rimedio, non è una cosa veramente lodevole, se egli la loda ironicamente:
Umana Prole cara agli eterni! assai felice Se respirar ti lice D'alcun dolor; beata Se te d'ogni dolor morte risana.
Per adoperare questo tono, bisogna che l'illusione non sia ancora finita, che una qualche fede sussista. Se morire non è un vero bene, bisogna che il bene consista in qualche altra cosa. Non si trovò in nessun luogo, in nessun tempo, in nessun concetto; ma l'appetito della felicità non è ancora morto; si spera ancora, non si sa come, non si sa in che cosa, irragionevolmente. Perchè la ragione trionfi, bisogna dar torto all'istinto della felicità che si ribella alla morte; e riconoscere che l'istinto è un fenomeno transitorio, e che la morte è il fenomeno permanente, il vero, il solo, l'ultimo fine della vita. Poichè tutti gli altri, tutti insino ad uno, si dimostrarono fallaci, la morte sarà lo scopo reale, l'unica meta, la ragione stessa dell'esistenza. Ed il Leopardi arriva a questa conclusione logica, l'accetta pienamente quando dice che le creature “ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non s'affaticano se non per giungere a questo solo intento della natura„; quando afferma che proprio ed unico obbietto delle cose è il morire: esse anzi sono state create per essere distrutte, perchè la legge della distruzione si potesse mantenere: “non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che sono.„
Come parrà allora stolto e funesto lo studio di prolungare la vita! “Non solo io non mi curo dell'immortalità„, dice il Metafisico al Fisico, “e sono contento di lasciarla ai pesci; ai quali la dona il Leeuwenhoek, purchè non siano mangiati dagli uomini o dalle balene; ma, in cambio di ritardare o interrompere la vegetazione del nostro corpo per allungare la vita come propone il Maupertuis, io vorrei che la potessimo accelerare in modo, che la vita nostra si riducesse alla misura di quella di alcuni insetti, chiamati efimeri, dei quali si dice che i più vecchi non passano l'età di un giorno, e contuttociò muoiono bisavoli e trisavoli„. Per un momento, non solo la vita degli efimeri, ma quella di qualunque animale gli parrà preferibile alla umana; gli animali non raggiungono la felicità, ma passano il tempo meglio di noi, unicamente occupati di ciò che loro occorre:
De' bruti La progenie infinita, a cui pur solo, Nè men vano che a noi, vive nel petto Desìo d'esser beati; a quello intenta Che a lor vita è mestier, di noi men tristo Condur si scopre e men gravoso il tempo Nè la lentezza accagionar dell'ore.
Anche il Pastore canterà:
O greggia mia che posi, oh te beata, Che la miseria tua, credo, non sai! Quanta invidia ti porto! Non sol perchè d'affanno Quasi libera vai; Ch'ogni stento, ogni danno, Ogni estremo timor subito scordi; Ma più perchè giammai tedio non provi. Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe, Tu se' queta e contenta; E gran parte dell'anno Senza noia consumi in quello stato.... Quel che tu goda o quanto, Non so già dir; ma fortunata sei.
Tosto però egli s'accorge che questa sua opinione può dipendere da un inganno:
O forse erra dal vero Mirando all'altrui sorte il mio pensiero; Forse in qual forma, in quale Stato che sia, dentro covile o cuna, È funesto a chi nasce il dì natale.
Certo dell'inganno, il Leopardi ritorna alla verità disperata:
Non altro in somma Fuorchè infelice, in qualsivoglia tempo, E non pur ne' civili ordini e modi, Ma della vita in tutte l'altre parti, Per essenza insanabile, e per legge Universal che terra e cielo abbraccia, Ogni nato sarà.
Se il vivere è funesto a tutti, il non vivere sarà preferibile:
Mai non veder la luce Era, credo, il miglior....
Quindi la morte non sarà temuta, ma preferita e lodata come il “maggior bene dell'uomo„; e desiderata e cercata:
In cielo, In terra amico agli infelici alcuno E rifugio non resta altro che il ferro;
e se altri, sdegnando gli anni suoi vuoti e odiando la luce, non si uccide,
al duro morso Della brama insanabile che invano Felicità richiede, esso da tutti Lati cercando, mille inefficaci Medicine procaccia, onde quell'una Cui natura apprestò, mal si compensa.
Ma Saffo si dà la morte:
Morremo. Il velo indegno a terra sparto, Rifuggirà l'ignudo animo a Dite, E il crudo fallo emenderà del cieco Dispensator de' casi.
Come ella morendo corregge il male del quale fu vittima, così Bruto uccidendosi sfida l'iniqua potenza che lo ha sopraffatto. Egli invidia gli animali non solo perchè arrivano alla morte senza prevederla, cioè senza nè temerla nè desiderarla, ma anche perchè, volendo uccidersi, nessuno lo vieterebbe loro:
A voi, fra quante Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte, Figli di Prometeo, la vita increbbe; A voi le morte ripe, Se il fato ignavo pende, Soli, miseri, a voi Giove contende.
E come anche Porfirio invidia gli animali perchè, morendo, non hanno paura o speranza di un'altra vita, così Bruto vorrà morire interamente, senza tema di punizioni, senza speranza di gloria postuma, di felicità oltre umana:
Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi Regi, o la terra indegna, E non la notte moribondo appello; Non te dell'atra morte ultimo raggio Conscia futura età.... .... A me d'intorno Le penne il bruno augello avido roti; Prema la fera, e il nembo Tratti l'ignota spoglia; E l'aura il nome e la memoria accoglia.
Costoro furono disgraziati: a Bruto non valse la virtù, a Saffo non valse l'amore. Noi vediamo pertanto che, dandosi la morte, si dolgono, accusano, non sono sereni. La Lesbiana si lagna che di tante sperate palme e dilettosi errori le avanzi solo la morte; Bruto chiama “misero„ il desìo di morire; e “atra„ la morte. Il Leopardi che ha giudicato essere la morte non una cosa vana come tutte le altre, ma la sola realtà, dovrà dire serenamente che il partito di procurarsela è il migliore, il più ragionevole, il più conforme a natura, ancora quando la vita non è stata sciagurata. Udite infatti Porfirio, deliberato di uccidersi, affermare che questa sua deliberazione “non procede da alcuna sciagura che mi sia intervenuta, ovvero che io aspetti che mi sopraggiunga„, ma dal “vedere, gustare, toccare la vanità di ogni cosa.„ Nè la morte è legge delle sole creature, ma di tutta quanta la creazione. Morrà la terra, morranno i soli. Altri ne nasceranno, è vero; la ragione dimostra che l'esistenza, non essendo mai cominciata, non avrà mai fine; ma l'anima offesa si compiace di antivedere la fine del Tutto: “Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno nè fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale, innanzi di essere dichiarato nè inteso, si dileguerà e perderassi.„
L'IRONIA.
Resterà egli sempre in questo atteggiamento? Non potrà far altro che querelarsi e disperare? Impotente a mutare il ferreo ordine delle cose che lo soverchiano, si dorrà continuamente perchè altri rida del suo dolore? Non potrà ridere egli stesso degli altri, degli uomini e delle donne, del mondo e della natura?
Già del fato mortale a me bastante E conforto e vendetta è che sull'erba Qui neghittoso immobile giacendo, Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido.
Questo sorriso gli strappa l'ultimo disinganno, l'ultimo dolore patito per causa d'una donna; ma già da molto tempo egli ha fatto suo pro della naturale disposizione all'ironia. A ventidue anni, per consolarsi dell'indegnità della fortuna, “quasi per vendicarmi del mondo e quasi anche della virtù„, imagina le prime satire. Al dolente Giordani scrive: “Non potresti di Eraclito convertirti in Democrito? La qual cosa va pure accadendo a me, che la stimava impossibilissima. Vero è che la disperazione si finge sorridente. Ma il riso intorno agli uomini ed alle mie stesse miserie, al quale io mi vengo accostumando, quantunque non derivi dalla speranza, non viene però dal dolore, ma piuttosto dalla noncuranza, ch'è l'ultimo rifugio degl'infelici soggiogati dalla necessità. Vo' lentamente leggendo, studiando e scrivacchiando. Tutto il resto del tempo lo spendo in pensare e ridere meco stesso....„ Nonostante i dileggi della gente, si avvezza a ridere, “e ci riesco.„ Il suo riso è amaro, sdegnoso, è spesso una sghignazzata violenta: “Amami, caro Brighenti; e ridiamo insieme alle spalle di questi.... che possiedono l'orbe terraqueo. Il mondo è fatto al rovescio, come quei dannati di Dante che avevano il.... dinanzi e il petto di dietro, e le lagrime strisciavano giù per lo fesso. E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo....„ Questo concetto dell'opportunità del riso si ribadisce in lui; è espresso altre volte più pacatamente. “L'indifferenza e l'allegria sono le uniche passioni proprie, non solamente dei savi, ma di tutti quelli che hanno pratica delle cose umane, e talento per profittare dell'esperienza.„ Meglio: “Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire.„ E ancora: Eleandro riconosce che se sì dolesse piangendo, darebbe noia agli altri ed a sè stesso, senza alcun frutto: “Ridendo dei nostri mali trovo qualche conforto; e procuro di recarne altrui nello stesso modo. Se questo non mi vien fatto, tengo pure per fermo che il ridere dei nostri mali sia l'unico profitto che se ne possa cavare, e l'unico rimedio che vi si trovi. Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che io non compatisca all'infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo assai più degno dell'uomo e di una disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni, che il mettermene a sospirare, lacrimare e stridere insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto.„
E Giacomo Leopardi si vendica infatti col riso di tutte quelle cose delle quali si è doluto o ha dimostrato la fallacia. Come dell'ultima donna amata, così pure ride di tutte le altre e di se stesso che le aveva deificate. “Coteste dee sono così benigne, che quando alcuno vi si accosta, in un tratto ripiegano la loro divinità, si spiccano i raggi d'attorno e se li pongono in tasca, per non abbagliare il mortale che si fa innanzi.„ E se la colpa non è loro, ma dell'immaginazione che va cercando una perfezione fuor dell'umano, egli riderà di questa aspettativa, facendo decretare un premio dall'Accademia dei Sillografi. Tutti non si lodano “_del fortunato secolo in cui siamo_„ per i progressi della scienza, per gli adattamenti dei ritrovati scientifici alla vita pratica? Questa età non si può chiamare l'età delle macchine, “non solo perchè gli uomini di oggidì procedono e vivono forse più meccanicamente di tutti i passati, ma eziandio per rispetto al grandissimo numero delle macchine inventate di fresco ed accomodate o che si vanno tutto giorno trovando ed accomodando a tanti e così vari esercizi, che oramai non gli uomini ma le macchine, si può dire, trattano le cose umane e fanno le opere della vita„? Allora l'Accademia dei Sillografi bandisce un concorso per una macchina “disposta a fare gli uffici di una donna conforme a quella immaginata, parte dal conte Baldassare Castiglione, il quale descrive il suo concetto nel libro del _Cortegiano_, parte da altri, i quali ne ragionarono in vari scritti che si troveranno senza fatica, e si avranno a consultare e seguire, come eziandio quello del Conte. Nè ancora l'invenzione di questa macchina dovrà parere impossibile agli uomini dei nostri tempi, quando pensino che Pigmalione in tempi antichissimi ed alieni dalle scienze, si potè fabbricare la sposa colle proprie mani, la quale si tiene che fosse la miglior donna che sia stata insino al presente. Assegnasi all'autore di questa macchina una medaglia d'oro in peso di cinquecento zecchini, in sulla quale sarà figurata da una parte l'araba fenice del Metastasio posata sopra una pianta di specie europea, dall'altra sarà scritto il nome del premiato col titolo: INVENTORE DELLE DONNE FEDELI E DELLA FELICITà CONIUGALE.„
Più acuto, più stridente è il suo riso contro gli uomini. Il regno delle macchine dev'essere salutato con gioia perchè ci affida che col tempo si troveranno congegni da servire non alle sole cose materiali, ma anche alle spirituali; “onde nella guisa che per virtù di esse macchine siamo già liberi e sicuri dalle offese dei fulmini e delle grandini, e da molti simili mali e spaventi, così di mano in mano si abbiano a ritrovare, per modo di esempio (e facciasi grazia alla novità dei nomi) qualche parainvidia, qualche paracalunnie o paraperfidia o parafrodi, qualche filo di salute o altro ingegno che ci scampi dall'egoismo, dal predominio della mediocrità, dalla prospera fortuna degl'insensati, de' ribaldi e de' vili, dall'universale noncuranza e dalla miseria dei saggi, de' costumati e de' magnanimi....„ E l'Accademia, con la donna perfetta, mette a concorso una macchina che rappresenti un amico, “il quale non biasimi e non motteggi l'amico assente; non lasci di sostenerlo quando l'oda riprendere o porre in giuoco; non anteponga la fama di acuto e di mordace, e l'ottenere il riso degli uomini, al debito dell'amicizia; non divulghi, o per altro effetto o per aver materia da favellare o da ostentarsi, il segreto commessogli; non si prevalga della familiarità e della confidenza dell'amico a soppiantarlo e soprammontarlo più facilmente; non porti invidia ai vantaggi di quello; abbia cura del suo bene e di ovviare o riparare a' suoi danni, e sia pronto alle sue domande e a' suoi bisogni, altrimenti che in parole....„ PRIMO VERIFICATORE DELLE FAVOLE ANTICHE sarà il motto inciso sopra una faccia della medaglia da conferirsi in premio; e le immagini di Pilade e Oreste saranno ritratte nell'altra. Un simbolo dell'età dell'oro e le parole dell'egloga virgiliana: QUO FERREA PRIMUM DESINET AC TOTO SURGET GENS AUREA MUNDO saranno stampati nella medaglia offerta a chi inventerà “un uomo artificiale a vapore, atto e ordinato a fare opere virtuose e magnanime. L'Accademia reputa che i vapori, poichè altro mezzo non pare che vi si trovi, debbano essere di profitto a infervorare un semovente e indirizzarlo agli esercizi della virtù e della gloria....„