Leopardi

Part 13

Chapter 133,788 wordsPublic domain

Dunque: i piaceri dei sensi, le gioie dell'amore, i premii della gloria: tutto è vano: “La natura medesima è impostura verso l'uomo, nè gli rende la vita amabile e sopportabile, se non per mezzo principalmente d'immaginazione e d'inganno.„ Non vi sarà nessun conforto? Se ne troverà uno nel sentimento della fratellanza umana? Gl'infelici si consoleranno amandosi e sostenendosi reciprocamente? Il primo sostegno e il primo amore sono nella famiglia; e il Leopardi, non avendoli trovati nella sua, li nega. Egli dimostra che l'educazione “è un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla vecchiezza contro la gioventù. I vecchi vengono a dire ai giovani: fuggite i piaceri propri della vostra età, perchè tutti sono pericolosi e contrari ai buoni costumi, e perchè noi che ne abbiamo presi quanti più abbiamo potuto, e che ancora, se potessimo, ne prenderemmo altrettanti, non ci siamo più atti, a causa degli anni. Non vi curate di vivere oggi; ma siate ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto più sapete, per vivere quando non sarete più a tempo. Saviezza e onestà vogliono che il giovane si astenga quanto è possibile dal far uso della gioventù, eccetto per superare gli altri nelle fatiche. Della vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi, che indirizzeremo il tutto all'utile vostro. Tutto il contrario di queste cose ha fatto ognuno di noi alla vostra età, e ritornerebbe a fare se ringiovanisse: ma voi guardate alle nostre parole, e non ai nostri fatti passati, nè alle nostre intenzioni. Così facendo, credete a noi conoscenti ed esperti delle cose umane, che voi sarete felici. Io non so che cosa sia inganno e fraude se non è il promettere felicità agli inesperti sotto tali condizioni.... Mai padre nè madre, non che altro istitutore, non sentì rimordere la coscienza di dare ai figliuoli un'educazione che muove da un principio così maligno.„ L'impedimento dei genitori alla libertà dei figli è tale, che la maggior parte degli uomini veramente grandi debbono la loro grandezza all'aver perduto il padre in tenera età: “La potestà paterna appresso tutte le nazioni che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù de' figliuoli; che per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile; e che, comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai costumi pubblici, o dalle qualità particolari delle persone, un effetto dannosissimo non manca mai di produrre: e questo è un sentimento che l'uomo, finchè ha il padre vivo, porta perpetuamente nell'animo; confermatogli dall'opinione che visibilmente ed inevitabilmente ha di lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di dependenza, e di non essere libero signore di sè medesimo, anzi di non essere, per dir così, una persona intera, ma una parte e un membro solamente, e di appartenere il suo nome ad altrui più che a sè. Il qual sentimento, più profondo in coloro che sarebbero più atti alle cose, perchè avendo lo spirito più svegliato, sono più capaci di sentire, e più oculati ad accorgersi della verità della propria condizione, è quasi impossibile che vada insieme, non dirò col fare, ma col disegnare checchessia di grande. E passata in tal modo la gioventù, l'uomo che in età di quaranta o di cinquant'anni sente per la prima volta di essere nella potestà propria, è soverchio il dire che non prova stimolo, e che, se ne provasse, non avrebbe più impeto nè forze nè tempo sufficienti ad azioni grandi. Così anche in questa parte si verifica che nessun bene si può avere al mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa misura: poichè l'utilità inestimabile del trovarsi innanzi nella giovinezza una guida esperta ed amorosa, quale non può essere alcuno così come il proprio padre, è compensata da una sorte di nullità e della giovinezza e generalmente della vita.„

Ma, dall'altra parte, i figli non danno minor causa di dolore ai genitori. “Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e soprattutto dei parenti, se pensassero, quello che è verissimo, che i loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica, diligenza e spesa si ponga in educarli, coll'uso poi del mondo, quasi indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi.„

Mancato il conforto nella famiglia, resterebbe ancora quello della solidarietà fra tutti gli uomini. “_Gl'individui sono spariti dinanzi alle masse_„, dicono intorno al Leopardi i pensatori, volendo significare con queste parole che, se pure ciascun uomo ha molti e troppi motivi di dolore, il pensiero del bene comune, della felicità generale, deve consolarlo. Ed egli, dimostrato che tutto è illusione, riconosce che “si cette illusion était commune, si tous les hommes croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissans, bienfaisans, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot, si tout le monde était sensible.... n'en serait-on pas plus heureux? Chaque individu ne trouverait-il pas mille ressources dans la société? Celle-ci ne devrait-elle s'appliquer à realiser les illusions autant qu'il lui serait possible, puisque le bonheur de l'homme ne peut consister dans ce qui est réel?„ Ma egli nega anche questo compenso. Nessuno ha compreso lui, o troppo pochi; quasi dovunque egli ha trovato ostilità o indifferenza. A che gli è valsa la grandezza della mente e la bontà dell'animo?... Con Bruto pertanto egli chiamerà stolta la virtù e lancerà al cielo il grido della giustizia offesa:

Dunque degli empi Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta Per l'aere il nembo, e quando Il tuon rapido spingi, Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?

Gli uomini, come tutti i viventi, non si sostengono, si combattono: “Naturalmente l'animale odia il suo simile, e qualora ciò è richiesto dall'interesse proprio, l'offende.„ Nè altro scopo hanno le lotte umane se non “l'acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano.„ Poichè la felicità che essi agognano e che tentano di raggiungere in mille modi sfugge continuamente, che nome meriterà il loro vano affaccendarsi? Che cosa distinguerà i grandi lavori dagli inutili trastulli? Filippo Ottonieri non ammette nessuna differenza tra gli uni e gli altri, “e sempre che era stato occupato in qualunque cosa, per grave che ella fosse, diceva d'essersi trastullato.„ Meglio ancora:

È tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell'oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all'intento Giugner mai non potria, ben si conviene Ozïoso nomar. La schiera industre Cui franger glebe o curar piante e greggi Vede l'alba tranquilla e vede il vespro, Se oziosa dirai, da che sua vita È per campar la vita, e per sè sola La vita all'uom non ha pregio nessuno, Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni Tragge in ozio il nocchiero; ozio le vegghie Son de' guerrieri e il perigliar nell'armi; E il mercatante avaro in ozio vive: Che non a sè, non ad altrui, la bella Felicità, cui solo agogna e cerca La natura mortal, veruno acquista Per cura o per sudor, vegghia o periglio.

Quanto strana non è dunque la pretesa dì coloro

che, non potendo Felice in terra far persona alcuna, L'uomo obbliando, a ricercar si diero Una comun felicitade; e quella Trovata agevolmente, essi di molti, Tristi e miseri tutti, un popol fanno Lieto e felice....

“Lasci fare alle masse„, soggiunge Tristano; “le quali che cosa sieno per fare senza individui, essendo composte d'individui, desidero e spero che me lo spieghino gl'intendenti d'individui e di masse, che oggi illuminano il mondo....„ No, la concordia non regna tra gli uomini; non se ne trovano due che si comprendano; anzi “l'odio verso i propri simili è maggiore verso i più simili.„ Invece che cercarli, converrà piuttosto, per consolarsi, fuggirli e rifugiarsi in seno alla natura.

Ma anche la natura ferisce continuamente, in mille modi, i viventi. Da lei vengono tutti gl'innumerevoli dolori fisici. L'Islandese esce dall'isola sua nativa “per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire.„ Cerca; ma non trova. “Io sono stato arso dal caldo dei tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall'incostanza dell'aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove.„ E gli uomini, come già lodano il loro stato, così credono che la natura non abbia altra mira che di procacciare il loro bene; quando invece

un'onda Di mar commosso, un fiato D'aura maligna, un sotterraneo crollo

distrugge interi popoli in modo che a gran pena ne resta la memoria. Vengano sul Vesuvio i presuntuosi, dinanzi alle secolari rovine delle città sepolte dalla cenere, distrutte dai tremuoti, coperte dalla lava: vedranno che

Non ha natura al seme Dell'uom più stima o cura Ch'alla formica: e se più rara in quello Che nell'altra è la strage, Non avvien ciò d'altronde Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.

Infine, se per tante cagioni la condizione umana è tanto sciagurata, sia che gli uomini si considerino ad uno ad uno, sia che si consideri il loro consorzio, non sarà possibile sperare che essa migliori col tempo? Questa speranza di progresso sorride a molti; per il misantropo è vana ancor essa; anzi dà luogo alla certezza che il passato era preferibile al presente e che col tempo il mondo peggiora. Una volta gli uomini lo vedevano popolato di creature leggiadre e divine:

Già di candide ninfe i rivi albergo Placido albergo e specchio Furo i liquidi fonti.... Vissero i fiori e l'erbe, Vissero i boschi un dì.

I dolorosi eredi dovranno oggi lodare i Patriarchi,

molto all'eterno Degli astri agitator più cari, e molto Di noi men lacrimabili nell'alma Luce prodotti;

dovranno invidiare i tempi del primo padre, quando la pace regnava sulla terra:

Oh fortunata, Di colpe ignara e di lugubri eventi, Erma terrena sede!

Perchè dallo scempio fraterno ebbe origine questa tanto vantata civiltà:

Trepido, errante il fratricida, e l'ombre Solitarie fuggendo e la secreta Nelle profonde selve ira de' venti, Primo i civili tetti, albergo e regno Alle macere cure, innalza; e primo Il disperato pentimento i ciechi Mortali egro, anelante, aduna e stringe Ne' consorti ricetti: onde negata L'improba mano al curvo aratro, e vili Fur gli agresti sudori; ozio le soglie Scellerato occupò; ne' corpi inerti Domo il vigor natìo, languide, ignave Giacquer le menti; e servitù le imbelli Umane vite, ultimo danno, accolse.

Un tempo, sì, la terra fu dilettosa e cara; perchè

di suo fato ignara E degli affanni suoi, vota d'affanno Visse l'umana stirpe; alle secrete Leggi del cielo e di natura indutto Valse l'ameno error, le fraudi, il molle Pristino velo; e di sperar contenta Nostra placida nave in porto ascese.

Ma la civiltà non è progresso per il genere umano come l'esperienza non è felicità per il giovane: l'età prima dell'uomo e del mondo è la migliore. Anche oggi una vita simile a quella delle antiche età si vive dai popoli che noi chiamiamo barbari; tra le vergini selve

Nasce beata prole, a cui non sugge Pallida cura il petto, a cui le membra Fera tabe non doma.

E gli uomini che si stimano progrediti vanno a turbare ed opprimere quei soli felici!

Oh contra il nostro Scellerato ardimento inermi regni Della saggia natura! I lidi e gli antri E le quïete selve apre l'invitto Nostro furor; le violate genti Al peregrino affanno, agl'ignorati Desiri educa; e la fugace, ignuda Felicità per l'imo sole incalza,

No, questa trasformazione, “questa mutazione di vita, e massimamente d'animo„, non ha fatto raggiungere la felicità; al contrario: è stata accrescimento d'infelicità. Fossero almeno questi uomini inciviliti, che credono il loro costume tanto superiore al primitivo e che aspettano un continuo miglioramento dello stato umano; fossero almeno, dico, stabili nelle loro idee! Sapesse bene il secolo presente che cosa credere, che cosa negare! Ma no: oggetto d'immenso stupore è il vedere

con che costanza Quel che ieri schernì, prosteso adora Oggi, e domani abbatterà, per girne Raccozzando i rottami, e per riporlo Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente! Quanto estimar si dee, che fede ispira Del secol che si volge, anzi dell'anno, Il concorde sentir!

Mentre si dice e si ode dire che la futura umanità sarà migliore della nostra, nello stesso tempo “diciamo e udiamo dire a ogni tratto: _i buoni antichi_, _i nostri buoni antenati_; _e uomo fatto all'antica_, volendo dire uomo dabbene e da potersene fidare.„ Tale è il giudizio degli uomini: “Ciascuna generazione crede dall'una parte, che i passati fossero migliori dei presenti; dall'altra parte che i popoli migliorino allontanandosi dal loro primo stato ogni giorno più.„ Altro sciocco inganno: “In ogni paese i vizi e i mali universali degli uomini e della società umana sono notati come particolari del luogo. Io non sono mai stato in parte dov'io non abbia udito: qui le donne sono vane e incostanti, leggono poco e sono male istruite; qui il pubblico è curioso de' fatti altrui, ciarliero molto e maldicente; qui i danari, il favore e la viltà possono tutto; qui regna l'invidia, e le amicizie sono poco sincere; e così discorrendo; come se altrove le cose procedessero in altro modo. Gli uomini sono miseri per necessità, e risoluti di credersi miseri per accidente.„ Essi s'arrogano il vanto dell'eternità e sognano la loro fortuna nel futuro, e non s'accorgono “che la vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione e di distruzione,„ e che la stessa terra e gli stessi soli “dovranno venire in dissoluzione, e le loro fiamme dispergersi nello spazio.„ Altri mondi sorgeranno, altre creature nasceranno delle quali nulla si può predire; ma questa nostra progenie, non che perfezionarsi col tempo, dovrà probabilmente perire dei suoi proprii vizii. La disperata fantasia del Leopardi prevede che gli uomini mancheranno “parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l'un l'altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell'ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male.„ Egli non si può pertanto “dilettare e pascere di certe buone aspettative, come veggo fare a molti filosofi in questo secolo„; e la sua disperazione è “intera, e continua, e fondata in un giudizio fermo e in una certezza.„

III.

LO SCETTICISMO.

Pure, disperando di tutto, non credendo ai piaceri dei sensi, alle gioie dell'amore, ai premii della gloria, alla consolazione della famiglia, alla bontà dei simili, alla possibilità del progresso; resta ancora un'àncora, la più salda: Dio. Quei beni che il mondo nega possono essere a usura compensati dal cielo; se il corpo umano e la stessa terra che lo sostiene sono condannati a perire, una vita immortale può sorridere all'anima. La fede è l'ultimo rifugio.

Ma la fede dev'essere cieca, e lo spirito indagatore la distrugge. Fin dai primi anni della sua vita morale, quando gl'insegnamenti paterni erano ancora da lui ascoltati, quando la pietà cristiana ereditata dalla nascita, succhiata col latte, era in lui fervida, il Leopardi cominciò, se non a dubitare, a discutere. Nel suo studio sugli _Errori popolari degli antichi_ egli esaminò prima degli altri i molti che si riferiscono alla Divinità; ma ciò che al moderno, al cristiano, sembrava errore, fu pure la credenza di quegli antichi Padri dei quali egli doveva più tardi invidiare la sorte! Se gli uomini s'ingannarono una volta, chi assicura che non si possono ingannare ancora? Egli quasi presentiva questa conseguenza della sua critica, quando s'ingegnava di distinguere la superstizione dalla religione e la credulità dalla fede. “La superstizione, dice Teofrasto, è un timore mal regolato della Divinità. Questa definizione non conviene all'uopo nostro. Più opportuna è quella di un moderno: La superstizione è un abuso della Religione nato dall'ignoranza. Avrebbe potuto dire: è un effetto dell'ignoranza di chi pratica la religione.„ Egli così si studia di dimostrare a sè stesso la ragionevolezza dell'esame. “Il volgo è naturalmente religioso. Questa qualità è ottima. Ma quasi nessuna delle buone qualità del volgo si contiene dentro i suoi limiti, e tutto ciò che eccede i suoi limiti è cattivo in quanto li eccede. La sola scienza può fissare il punto preciso, oltre il quale non debbono estendersi gli effetti di una virtù, o di una prevenzione giusta ed opportuna. È impossibile che l'ignoranza conosca questo punto, e per conseguenza è quasi impossibile che le stesse buone qualità del volgo non producano qualche cattivo effetto. La Religione ha prodotta la superstizione; e poichè il male che nasce da un gran bene suol essere grande ancor esso, è evidente che la superstizione deve essere un male considerabilissimo, poichè la Religione è il più grande di tutti i beni, ed essa corrompe la Religione. Il rispetto giustissimo, che si ha per questa augusta madre della umanità, applicato a cose chimeriche, rende difficilissimo al saggio il guarire i popoli dalla superstizione. Massime erronee si venerano come quelle che insegna la più pura delle dottrine, si vuole che esse facciano causa commune colla Religione, e si crederebbe, rigettando quelle, mancare a questa. Il popolo reputa empio chi disprezza l'oggetto delle sue superstizioni: un uomo nemico dei pregiudizii è, secondo lui, un irreligioso.„ Non potrebbe darsi che il popolo avesse ragione? Per creder bene non bisogna credere tutto? Quando il dubbio comincia, chi può dire dove si arresterà? Egli si sdegna perchè “il nome di Filosofo è divenuto odioso alla più sana parte degli uomini. Ormai esso non significa più che infedele.„ Ma quest'effetto non è purtroppo naturale? Non si produrrà, non è sul punto di prodursi anche in lui? Per ora egli se ne sdegna, e tenta rassicurarsi, e scioglie un inno alla fede nella quale è nato: “Sì, dice Bacone, una tintura di filosofia allontana gli uomini dalla Religione. Verità terribile, ma della quale possiamo consolarci con ciò che soggiunge quel gran conoscitore dello spirito umano: una cognizione soda della filosofia li riconduce al suo seno. Religione amabilissima! è pur dolce poter terminare col parlar di te ciò che si è cominciato per far qualche bene a quelli che tu benefichi tutto giorno; è pur dolce poter concludere con animo fermo e sicuro, che non è filosofo chi non ti segue e non ti rispetta, e non v'ha chi ti segua e ti rispetti che non sia filosofo. Oso pur dire che non ha cuore, che non sente i dolci fremiti di un amor tenero, che soddisfa e rapisce; che non conosce le estasi in cui getta una meditazione soave e toccante, chi non ti ama con trasporto, chi non si sente trascinare verso l'oggetto ineffabile del culto che tu c'insegni. Comparendo nella notte dell'ignoranza, tu hai fulminato l'errore, tu hai assicurata alla ragione e alla verità una sede che non perderanno giammai. Tu vivrai sempre, e l'errore non vivrà mai teco. Quando esso ci assalirà, quando coprendoci gli occhi con una mano tenebrosa minaccerà di sprofondarci negli abissi oscuri che l'ignoranza spalanca avanti ai nostri piedi, noi ci volgeremo a te, e troveremo la verità sotto il tuo manto. L'errore fuggirà come il lupo della montagna inseguito dal pastore, e la tua mano ci condurrà alla salvezza.„

Dalla stessa osservazione del dolore umano egli trae, nei primi tempi, la prova di una vita futura: “Tutto è o può essere contento di sè stesso, eccetto l'uomo; il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell'altre cose.„ E della gravezza di questo dolore egli chiama testimonio Dio. “Tu sapevi già tutto ab eterno„ dice al Redentore, “ma permetti alla immaginazione umana che noi ti consideriamo come più intimo testimonio delle nostre miserie. Tu hai provata questa vita nostra, tu ne hai assaporato il nulla, tu hai sentito il dolore e l'infelicità dell'esser nostro.... Pietà di tanti affanni, pietà di questa povera creatura tua, pietà dell'uomo infelicissimo, di quello che hai veduto, pietà del genere tuo, poichè hai voluto aver comune la stirpe con noi, esser uomo ancor tu.... Ora vo' da speme a speme, e mi scordo di te, benchè sempre deluso.... Tempo verrà ch'io, non restandomi altra luce di speranza, altro stato a cui ricorrere, porrò tutta la mia speranza nella morte, e allora ricorrerò a te. Abbi allora misericordia....„ Ed alla Madre di Dio: “È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici! È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli; ma noi pure siam piccoli, e ci riescono insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi pietà di tante miserie....„

Nutrito di cultura classica, egli è meglio di tanti altri in grado di conoscere per quali caratteri la predicazione cristiana si distingue dalle credenze pagane. “Gesù Cristo fu il primo che distintamente additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte, detrattore e persecutore di tutte le vere; quell'avversario d'ogni grandezza intrinseca e veramente propria dell'uomo; derisore d'ogni sentimento alto, se non lo crede falso, d'ogni affetto dolce, se lo crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore degl'infelici; il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di mondo.... Negli scrittori pagani la generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o mondo, non si trova mai considerata nè mostrata risolutamente come nemica della virtù, nè come certa corruttrice d'ogni buona indole, e d'ogni animo bene avviato. Il mondo nemico del bene, è un concetto, per quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni, anche profani, tanto o poco meno sconosciuto dagli antichi.„ Di questo concetto pochi al pari di lui apprezzeranno l'esattezza; la sua propria esperienza non glie l'ha dimostrata, quando invece dell'aiuto e dei premii ai quali aveva diritto, non ha trovato altro che trascuranza e derisione?... Ma il carattere più segnalato del cristianesimo, l'idea fondamentale che lo distingue dall'idea pagana, è una sfiducia del mondo più larga, più profonda; è la disperazione di trovar mai la felicità sulla terra. E se la religione di Gesù dice che questa terra è una valle di lacrime, che i beni di questo mondo sono nulla, chi meglio del Leopardi, la cui vita è tutta una croce, potrà intenderla? Chi più totalmente di lui comprenderà questa sfiducia di poter trovare la felicità nello stato umano?... Ma la stessa enormità del dolore che gli fa intendere la verità predicata dal figlio di Dio, lo distacca ultimamente dalla fede: “S'ingannano a ogni modo coloro i quali stimano essere nata primieramente l'infelicità umana dall'iniquità e dalle cose commesse contro gli Dei; ma per lo contrario non d'altronde ebbe principio la malvagità degli uomini che dalle loro calamità.„ Il suo spirito indagatore vuol sapere il perchè del dolore. Se la vita è un circolo di creazione e distruzione continue, e se “quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi tu,„ chiede l'Islandese alla Natura, “quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose?...„ L'asiatico Pastore errante canta, rivolto alla luna:

Pur tu, solinga, eterna peregrina, Che sì pensosa sei, tu forse intendi, Questo viver terreno, Il patir nostro, il sospirar, che sia; Che sia questo morir, questo supremo Scolorar del sembiante, E perir della terra, e venir meno Ad ogni usata, amante compagnia.

Ma se l'immortale giovanetta conosce il tutto, egli, il semplice pastore, il cantore dolente, dice guardando il cielo, considerando sè stesso: