Leopardi

Part 10

Chapter 103,785 wordsPublic domain

Che effetto produrrebbero tutte queste cose in uomo qualunque? Non avrebbe ogni uomo ragione di sentirsi fuori del mondo civile, in un misero paesaccio, in un romitaggio, in una sepoltura? Ma il Leopardi non è un uomo come tutti gli altri: noi sappiamo quanto vulnerabili sono i suoi nervi, quanto è inferma la sua sensibilità. Allora non ci stupiremo se egli chiamerà Recanati “tana, caverna, serraglio, porca bicoccaccia, vilissima zolla, capitale dei poveri e dei ladri, luogo pieno e stivato di maledizioni„; se chiamerà i suoi concittadini “animali„ dalla cui vista fugge: “Ogni giorno mi par mill'anni di fuggir via da questa porca città, dove non so se gli uomini sieno più asini o più birbanti; so bene che tutti sono l'uno e l'altro....„

Eppure egli non ha giudicato sempre così. Anche prima di uscire da Recanati, quando l'opposizione dei parenti e gli scherni degli estranei non lo hanno ancora esasperato, egli è stato giusto con la sua città natale. “Ora dico di odiarla perchè vi sono dentro, che finalmente questa povera città non è rea d'altro che di non avermi fatto un bene al mondo, dalla mia famiglia in fuori.„ Egli è anche così più che giusto con la sua famiglia.... E se la sua sensibilità è tanto offesa a Recanati, l'immaginazione vi opera prodigi, raffigurandogli le bellezze dell'ignoto mondo. “Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo„, scrive al Giordani, “tante cose belle ci hanno fatto gli uomini, tanti uomini ci sono, che chi non è insensato arde di vedere e di conoscere; la terra è piena di meraviglie, ed io di dieciott'anni potrò dire: In questa caverna vivrò, e morrò dove son nato?...„ Ma tanto egli è esperto degli inganni orditi dalla fantasia, che non appena si rappresenta queste meraviglie già è sicuro di non poterle trovare. “A voi succede,„ riscrive al Giordani sei mesi dopo, “quello che succederà a me se mai vedrò il mondo, di averlo a noia. Allora forse non mi dispiacerà e fors'anche mi piacerà questo eremo che ora aborro.„

Così appunto accade. Appena esce da Recanati, appagato finalmente il lungo desiderio di veder Roma, la metropoli lo scontenta, e il luogo natio quasi gli pare preferibile. “Tenete per certissimo che il più stolido Recanatese ha una maggior dose di buon senso che il più savio e più grave Romano. Assicuratevi che la frivolezza di queste bestie passa i limiti del credibile. S'io vi volessi raccontare tutti i propositi ridicoli che servono di materia ai loro discorsi, e che sono i loro favoriti, non mi basterebbe un in foglio....„ Non lo scontenta solo lo spirito della popolazione, ma anche il materiale della città: “Tutta la grandezza di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero de' gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate. Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili, sono tanti spazii gittati fra gli uomini, invece d'essere spazii che contengono uomini....„ È il consueto disinganno che l'immaginazione prepara quando le cose troppo desiderate ed abbellite sono finalmente ottenute. Egli ha aspettato tanto, ha tanto presentito il piacere, che quando lo consegue non lo apprezza più. “Domandami se, in due settimane da che sono in Roma, io ho mai goduto pure un momento di piacere fuggitivo, di piacere rubato, preveduto o improvviso, esteriore o interiore, turbolento o pacifico, vestito sotto qualunque forma. Io ti risponderò in buona coscienza e ti giurerò, che, da quando io misi piede in questa città, non una goccia di piacere non è caduta nell'animo mio, eccetto in quei momenti ch'io ho letto le tue lettere.... Dirai ch'io non so vivere; che per te, e per altri tuoi simili il caso non andrebbe così....„ Egli stesso riconosce l'origine intima del suo scontento: “In verità, era troppo tardi per cominciare ad assueffarmi alla vita non avendone mai avuto niun sentore„; ma, perchè il disinganno sia così grande, bisogna che altre cause abbiano concorso a produrlo. Se noi dobbiamo credere che, passato alla metropoli da una città meno infelice di Recanati, oppure più presto, prima che la sua salute fosse distrutta e che il suo spirito si ottenebrasse, vi si sarebbe compiaciuto; dobbiamo anche notare che neppure in queste condizioni propizie le cause reali del suo dispiacere non sarebbero mancate.

Oh! Se' tu Roma, o d'ogni vizio il seggio?

aveva già sdegnosamente cantato Vittorio Alfieri; e le condizioni morali dell'eterna città erano veramente tali da sdegnare un'anima come quella del Leopardi. Principalmente, anzi unicamente attento alle cose letterarie, come trovava egli le condizioni della letteratura a Roma? Se l'alfabeto era tutta la letteratura di Recanati, qual era quella di Roma? “Quanto ai letterati, de' quali ella mi domanda„, scrive al padre, “io n'ho veramente conosciuti pochi, e questi pochi m'hanno tolto la voglia di conoscerne altri. Tutti pretendono d'arrivare all'immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani al paradiso. Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola e vera scienza dell'uomo, è l'Antiquaria. Non ho ancora potuto conoscere un letterato romano che intenda sotto il nome di letteratura altro che l'Archeologia. Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano, eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma, e par un giuoco da fanciulli, a paragone del trovar se quel pezzo di rame o di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa. La bella è che non si trova un Romano il quale realmente possieda il latino o il greco, senza la perfetta cognizione delle quali lingue, ella ben vede che cosa mai possa essere lo studio dell'antichità.„ Ed al fratello: “Della letteratura non so che mi vi dire. Orrori, e poi orrori. I più santi nomi profanati, le più insigni sciocchezze levate al cielo, i migliori spiriti di questo secolo calpestati come inferiori al minimo letterato di Roma, la filosofia disprezzata come studio da fanciulli; il genio e l'immaginazione e il sentimento, nomi (non dico cose, ma nomi) incogniti e forestieri ai poeti e alle poetesse di professione; l'antiquaria messa da tutti in cima del sapere umano, e considerata costantemente e universalmente come l'unico vero studio dell'uomo. Non dico esagerazioni. Anzi è impossibile che vi dica abbastanza....„ Il suo disinganno cresce ogni giorno, ogni giorno egli trova un nuovo argomento di noia, finchè arriva a questa conclusione disperata: “Quantunque io sia già incapace affatto di godere, e incapace per sempre, Roma mi ha fatto almeno questo vantaggio, di perfezionare la mia insensibilità sopra me stesso, e di farmi riguardare la mia vita intera, il mio bene, il mio male, come vita, bene, male altrui.„

Non per questo, tornato a Recanati, egli si rassegna alla vita del “natìo borgo selvaggio„, dove la sua vita “est plus uniforme que le mouvement des astres, plus fade et plus insipide que les paroles de notre Opéra„; dove non trova la libertà che ha goduto fuori di casa; dove, se vuol far venire un libro, gli conviene aspettare quattro, sei, otto mesi, talvolta anche di più; dove manca di giornali, dove si trova in un buio veramente spaventevole. Ma, partito un'altra volta per andare in altre città grandi, non vi si trova contento. “Al primo aspetto„, scrive da Milano, “mi pare impossibile di durar qui neppure una settimana.„ E col tempo, se riceve impressioni grate, ne riceve pure di sgradevolissime. “Qui mi trovo malissimo e di pessima voglia. Pochi letterati ho conosciuto, e non mi curo di vederli per la seconda volta....„ Il bello, che trova a Milano in gran copia, gli è guastato “dal magnifico e dal diplomatico anche nei divertimenti.... Gli uomini sono come _partout ailleurs_; e quello che mi fa rabbia è, che tutti ti guardano in viso e ti squadrano da capo a piedi come a Monte Morello....„ A Bologna trova che gli uomini sono “vespe senza pungolo„, e con infinita meraviglia deve convenire “che la bontà di cuore vi si trova effettivamente, anzi vi è comunissima, e che la razza umana vi è differente da quella di cui tu ed io avevamo idea„. Tuttavia egli vive in quella città “molto malinconico, e in certe passeggiate solitarie che vo facendo per queste campagne bellissime, non cerco altro che rimembranze di Recanati.„ Se passa a Firenze, la metropoli toscana “non sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita„: e, senza il Giordani, la cui compagnia gli è stata di tanto conforto, il suo malumore si sfoga vivacemente: “Questi viottoli, che si chiamano strade, mi affogano; questo sudiciume universale mi ammorba; queste donne sciocchissime, ignorantissime e superbe, mi fanno ira„, e, come a Roma, la condizione degli spiriti è ancora quella che più lo sdegna: “Io non veggo altri che Vieusseux e la sua compagnia; e quando questa mi manca, come accade spesso, mi trovo come in un deserto. Infine mi comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e la statistica.„ Tornato a Roma, la stessa ira d'una volta lo infiamma: “La letteratura romana, come tu sai benissimo, è così misera, vile, stolta, nulla, ch'io mi pento di averla veduta e vederla, perchè questi miserabili letterati mi disgustano della letteratura, e il disprezzo e la compassione che ho per loro, ridonda nell'animo mio a danno del gran concetto e del grande amore ch'io aveva alle lettere.„ Che dirà egli di Napoli? “Non posso più sopportare questo paese semibarbaro e semiaffricano, nel quale io vivo in un perfetto isolamento da tutti„; egli ha bisogno di fuggire “da questi lazzaroni e pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e b. f. degnissimi di Spagnuoli e di forche.„

Facciamo una larghissima parte al suo nervosismo, all'irritabilità cresciuta per le continue sventure, le malattie, il disagio pecuniario, le opposizioni della famiglia; facciamo una larghissima parte all'ingannatrice fantasia che dipinge troppo belli i luoghi lontani e li rende preferibili ai vicini, talchè anche quando egli si trova contento, come a Pisa, pure vive di rimembranze dell'odiato Recanati; resta ancora, per altre testimonianze, che le condizioni morali delle città italiane non erano, a quei tempi, delle più felici. Basterà per tutte quella di Vittorio Alfieri, uomo sano, operoso e ricco, capace di istituir paragoni grazie ai lunghi viaggi fatti da un capo all'altro d'Europa. Giudicati i Romaneschi maestri nel mal oprare, i Napoletani nello schiamazzare, i Genovesi nel patir la fame, i Veneziani nel lasciar fare, i Milanesi nel banchettare, egli conclude

Tale d'Italia è la primaria gente; Smembrata tutta, e d'indole diversa; Sol concludendo appieno in non far niente.

Nell'ozio e ne' piacer nojosi immersa Negletta giace, e sua viltà non sente; Fin sopra il capo entro a Lete sommersa.

E questo è appunto il nuovo motivo di dolore di Giacomo Leopardi, ammiratore fervidissimo dell'Astigiano: in ogni parte d'Italia ai suoi tempi non solamente l'ignoranza è grande quanto l'ignavia e l'amore delle vanità, ma lo stesso sentimento della patria comune, della nazione, è infimo e nullo.

Fanciullo, sotto l'impero del padre guelfo, egli aveva cominciato a parteggiare per le autorità legittime contro i Francesi invasori e i rivoluzionarii di casa. Ritiratosi Gioacchino Murat da Macerata, liberato il Piceno, egli aveva rivolto un'orazione agl'Italiani eccitandoli all'odio degli stranieri. “Ogni francese è degno d'odio, perchè niun francese riconosce i delitti della sua nazione. Quel popolo forsennato con tanto sangue e stragi, con tanti danni a tutta l'Europa, non fece che una parentesi nella cronologia dei regnanti per rientrar poi nello stato primiero.„ E dalla esecrazione dei rivoluzionarii francesi era passato all'esaltazione dei governi indigeni. “Non v'ha popolo,„ giudicava, “più felice dell'italiano nell'amministrazione paterna di sovrani amati e legittimi„; e se l'Italia era divisa in tanti staterelli, se ne compiaceva perchè ella “offre lo spettacolo vario e lusinghiero di numerose capitali, animate da corti floride e brillanti, che rendono il nostro suolo sì bello agli occhi dello straniero„; e aveva dimostrato che l'Italia non è fatta per le armi, bensì per le arti. Ma la sua conversione fu molto rapida: due anni dopo, quando cominciava a lagnarsi di Recanati e diceva che gli era tanto cara da somministrargli le belle idee per un trattato dell'odio della patria, tosto si correggeva: “Ma mia patria è l'Italia; per la quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto italiano.„ Questo sentimento si afforza ogni giorno più: egli non tralascia occasione di significarlo: se gli Accademici di Viterbo lo chiamano a far parte della loro società, si rallegra delle loro cure “con la mia nazione, alla quale resta tanto poco del vero amore, non dirò delle patrie particolari, ma della nostra comune gloriosissima e sovrana patria, che è l'Italia„; e se il Visconti abbandona la terra e la lingua italiana, egli non l'ama “niente affatto, perchè mi pare, che si sia scordato dell'Italia„; e invece chiama “mio„ l'Alfieri, e dedica al Monti le sue prime canzoni patriottiche che per niente al mondo dedicherebbe “a verun potente.„ Noi vediamo quindi che, come gli era accaduto in fatto di letteratura, così anche in politica è variamente sollecitato dalle correnti morali del suo tempo. Ma se tra il classicismo e il romanticismo il temperamento era difficile perchè le tendenze delle due scuole rispondevano a due tendenze del suo spirito, in materia politica la via di mezzo non era possibile. Una volta venuta meno l'ubbidienza al regime tradizionale e il compiacimento nella secolare divisione della patria italiana, egli doveva seguire sino in fondo la nuova via della ribellione; dove lo aspettavano nuove e non meno gravi pene.

Qual era infatti la condizione reale di quell'Italia che egli aveva vista grande nelle memorie di tempi troppo remoti? Una delle peggiori che la sua storia rammenti. Cinquant'anni prima gl'Italiani erano immersi in un letargo profondo, dal quale pareva che nulla potesse mai trarli; dei loro mali avevano perduto quasi coscienza, si può dire che non ne soffrissero. Cinquant'anni dopo essi dovevano insorgere, combattere, cadere, ma poi finalmente trionfare. L'età del Leopardi è invece la più travagliata. La rivoluzione e l'invasione francese hanno destato gli spiriti; Napoleone, italiano d'origine, pronunzia in Milano di aver preparato alti destini alla nazione infelice. Ma i fatti non seguono alle promesse. Discacciati i Tedeschi, restano i Francesi; i danni prodotti dai nuovi occupatori in nome della libertà sono infiniti. Se qualcuno si è illuso, se qualcuno ha dato fede alle promesse, il disinganno è amarissimo. Il Leopardi che non ha creduto, che è rimasto per questo riguardo il misogallo dei primi tempi, vede nei nuovi casi l'ultima rovina. Beato egli stima Dante

che il fato A viver non dannò fra tanto orrore; Che non vedesti in braccio L'itala moglie a barbaro soldato; Non predar, non guastar cittadi e colti L'asta inimica e il peregrin furore; Non degl'itali ingegni Tratte l'opre divine a miseranda Schiavitude oltre l'Alpi, e non de' folti Carri impedita la dolente via; Non gli aspri cenni ed i superbi regni; Non udisti gli oltraggi e la nefanda Voce di libertà che ne schernia Tra il suon delle catene e de' flagelli. Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto Che lasciaron quei felli? Qual tempio, quale altare o qual misfatto?

Ed egli soffre d'esser nato in mezzo a questa rovina:

Perchè venimmo a sì perversi tempi? Perchè il nascer ne desti o perchè prima Non ne desti il morire, Acerbo fato? onde a stranieri ed empi Nostra patria vedendo ancella e schiava, E da mordace lima Roder la sua virtù, di null'aita E di nullo conforto Lo spietato dolor che la stracciava Ammollir ne fu dato in parte alcuna?

Ma il più grave è questo: che il fiore della gioventù italiana sia tratto a combattere e a morire non contro i proprii nemici, ma contro nemici altrui: non per la moribonda Italia, ma per altra gente, per quelli che sono venuti a tiranneggiarla; e a morire lontano, in Ispagna, in Germania, nei deserti nevosi di Russia.

Morian per le rutene Squallide spiagge, ahi d'altra morte degni, Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo E gli uomini e le belve immensa guerra. Cadeano a squadre a squadre Semivestiti, maceri e cruenti, Ed era letto agli egri corpi il gelo. Allor, quando traean l'ultime pene, Membrando questa desiata madre, Diceano: oh non le nubi e non i venti, Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene, O patria nostra. Ecco da te rimoti, Quando più bella a noi l'età sorride, A tutto il mondo ignoti, Moriam per quella gente che t'uccide. Di lor querela il boreal deserto E conscie fur le sibilanti selve. Così vennero al passo, E i negletti cadaveri all'aperto Su per quello di neve orrido mare Dilaceràr le belve....

La grandezza dell'affanno è smisurata, non c'è altro conforto se non nella stessa immensità dello sconforto.... Il Leopardi chiede ansiosamente se la miseria della patria sua non cesserà una volta:

In eterno perimmo? E il nostro scorno Non ha verun confine?

Egli eccita allora gl'italiani a volgersi indietro, a contemplare i vestigi della potenza e della gloria passata; a ricordare i loro grandi, Dante, Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso, Alfieri; e se il Mai discopre antiche celebri scritture e se le sue scoperte commuovono il mondo dei dotti e quasi fanno credere che siano tornati i tempi del Rinascimento, egli lo esorta a perseverare nell'opera,

tanto che infine Questo secol di fango o vita agogni E sorga ad atti illustri, o si vergogni.

E se la sorella Paolina sta per andare a nozze egli vuole che dia forti esempii ai figli. Mettano opera le donne perchè la patria si redima: esse hanno una grande potenza sugli animi umani; ad esse il giovane chiede ragione della miseria dei tempi:

La santa Fiamma di gioventù dunque si spegne Per vostra mano? attenuata e franta Da voi nostra natura? e le assonnate Menti, e le voglie indegne, E di nervi e di polpe Scemo il valor natìo, son vostre colpe?... .... O spose, O verginette, a voi Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno È della patria e che sue brame e suoi Volgari affetti in basso loco pose, Odio mova e disdegno; Se nel femmineo core D'uomini ardea, non di fanciulle, amore.

E si volge di nuovo al passato, trova nella storia di Roma l'esempio di quanto ha giovato alla patria una donna: Virginia. Ancora: ad un vincitore nel giuoco del pallone ricorda che gli esercizii del corpo sono preparazione necessaria alla guerra; e che vincitori dei giuochi olimpici erano quelli che vincevano poi e fugavano i Medi e i Persiani. Ma le esortazioni sono vane; egli sente che il funesto obblio delle grandi cose non finisce, che nessuno si onora d'esser figlio d'una madre come l'Italia, che la rovina di lei è senza riparo. Nell'alba della sua vita ha visto l'invasione francese e i danni dell'opera napoleonica; giunto alla sera, pochi anni prima di morire, vede i vani conati del Trentuno e l'invasione austriaca.

A questa miseria politica del suo paese fa riscontro la miseria sociale. Tutte le classi della nazione hanno vizii e colpe. “Dite benissimo dei nobili,„ scrive al Brighenti, “che sono il corpo morto della società. Ma pur troppo io non vedo quale si possa chiamare il corpo vivo oggidì.... Le Corti, Roma, il Vaticano? Chi non conosce quel covile della superstizione, dell'ignoranza e de' vizi?„ I preti, “in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto„; ma che fanno di questa loro potenza? Quelli che reggono lo Stato tengono su un governo “gotico„; quelli che pensano, che disputano, i teologi, “sono una razza di gente così ostinata come le donne. Prima si caverebbero loro tutti i denti di bocca, che un'opinione dalla testa. Bensì credo che sia meglio avere a fare colle donne, e anche col diavolo, che con loro.„ Egli non ha voluto pertanto mettersi nella carriera ecclesiastica; ma la professione curiale non è meno discreditata: “Quante miserie, quante pazzie, quanti intrighi in questo povero mondo! Come se avessimo felicità d'avanzo, e bisognasse minorarla colla barbarie delle istituzioni sociali.„

Perduta, anzi non mai veramente concepita la speranza di poter aiutare colle azioni la patria; espresso soltanto in un impeto lirico il sogno di combattere solo, di procombere solo per l'Italia; egli attende all'unica opera che gli è consentita: la rigenerazione intellettuale degli Italiani — poichè la loro miseria, a questo riguardo, è altrettanto grande quanto quella sociale e politica. Troppo rari sono gl'ingegni che sostengono “l'ultimo avanzo della gloria italiana„: le lettere: pure egli li cerca e li onora. Del Giordani scrive: “Io penso che se molti de' nostri sapessero scrivere in quella maniera, non dico solamente quanto alle parole, ma quanto alle cose, la letteratura italiana seguiterebbe ad essere la prima d'Europa, come è già poco meno che l'ultima.„ E del Trissino: “Io non mi posso dimenticare d'un giovane signore italiano così amorevole, nè di sentimenti così magnanimi, nè di tanti pregi e virtù d'ogni sorta, che se fossero meno singolari in questa povera terra non sarebbe stoltezza lo sperar della nostra patria.„ E così anche del Papadopoli, della Tommasini, e di tanti altri. Questo pensiero: che le lettere non debbono essere vano esercizio, ma strumento di riforma civile, lo occupa assiduamente. Se il Brighenti disegna di pubblicare un'opera sulla riforma degli spettacoli dei quali si diletta il popolo italiano, caldamente egli lo incuora: “Non posso abbastanza lodarvi del vostro zelo per la riformazione degli spettacoli italiani: spettacoli barbari, e simili oramai a quelli della China. Le vostre osservazioni sono veramente utili, e a questo debbono mirare (e non mirano) gli scrittori: dico a giovare ai loro contemporanei, come cercavano di fare tutti gli antichi e tutti i classici, che non sarebbero classici se non avessero scritto per altro fine che di scrivere. Io non credo che dopo la Spagna, in punto spettacoli barbari, si possa addurre nell'Europa colta verun esempio di maggior corruzione, che l'Italia. Conseguenza pur troppo naturale dell'aver noi perduto il nome e la sostanza di nazione.„ E al Grassi: “Del suo valoroso e benefico assunto d'insegnare un'altra volta la lingua militare all'Italia che l'ha disimparata, che altro posso far io, se non confortarla caldissimamente a proseguire la sua magnanima impresa, che ha sì degnamente cominciata, anzi condotta in buoni termini, col suo dizionario?„ Tanto è ansioso di fare, con le lettere, opera utile alla patria, che, poeta, quasi ripudia la poesia. “Andando dietro ai versi e alle frivolezze (io parlo qui generalmente), noi facciamo espresso servizio ai tiranni: perchè riduciamo a un giuoco o ad un passatempo la letteratura; dalla quale sola potrebbe aver sodo principio la rigenerazione della nostra patria.„ E la rassegnazione cristiana predicata dal Manzoni lo scontenta: “Tale conclusione è ottima per istituire una riforma morale; ma io dubito molto che basti a levar su dal fango una nazione invilita e spirarle ardimento proporzionato alle sue tremende necessità. Coloro, quali i fondatori di religione, che parlarono all'universale degli uomini abbracciando ogni tempo ed ogni contrada, e non ne specificando alcuna, potettero rimanersi nelle astrazioni d'una sconfinata rassegnazione e pazienza. Ma essi non ebbero patria o non la conobbero; dovecchè il Manzoni tiene cara soprammodo la sua.„