Part 8
Eravamo tutti là, presso la fontana sonora. Ogni bocca dava le sue note con una canna di vetro simile a una tibia ricurva. La conca di sotto era già colma e i quattro cavalli marini vi stavano sommersi fino al ventre.
— Il disegno è dell'Algardi bolognese, — disse il principe — dell'architetto d'Innocenzo X, ma le sculture furono eseguite dal napoletano Domenico Guidi, da quello stesso che eseguì in gran parte l'alto rilievo d'Attila a San Pietro.
Come Violante erasi di nuovo appressata al margine della conca, io guardavo la sua imagine riflessa nella sfera liquida ove un tremolio continuo scomponeva i lineamenti fra le zampe dei cavalli.
— Un episodio tragico è legato a questa fontana, — soggiunse il principe — un episodio che fu poi il motivo di qualche credenza superstiziosa. Non lo conosci?
— Non lo conosco — risposi. — Ma raccontatemelo, se non vi dispiace.
E guardai Antonello, ripensando l'anima perduta che lo tormentava e lo spaventava di notte. Anch'egli ora teneva gli occhi intenti all'imagine di Violante tremula in fondo all'acqua.
— Qui, in questo bacino, morì annegata Pantea Montaga, — cominciò Don Luzio — al tempo del vicerè Pietro d'Aragona....
Ma s'interruppe.
— Ti racconterò un'altra volta.
Compresi ch'egli aveva ritegno a risuscitare quella memoria in presenza delle figlie; e non volli insistere.
Ma, poco dopo, nell'atrio esterno, passeggiando solo al mio braccio con lentezza, egli riprese il racconto; mentre d'intorno il sole splendeva su l'ordine dei balaustri donde le alte statue bianche delle Stagioni contemplavano la valle fulva del Saurgo.
Era un dramma di passione e di morte, intimo e segreto, ben degno della virtuosa chiostra lapidea che ne aveva compressa e poi esaltata la violenza in rapida vicenda. Mi significava il potere esercitato dal genio dei luoghi su l'anima affine, per cui in questa ogni verace sentimento doveva concentrarsi fino all'estrema intensità comportabile dalla natura umana per esprimer quindi tutta la sua forza in un atto definitivo e di conseguenza certa.
Ascoltando l'imperfetto racconto del principe, io ricomponevo interiormente l'ora di vita essenziale che aveva prodotto la morte di Pantea; e il delitto notturno assumeva ai miei occhi una bellezza indicatrice di cose profonde.
Profonda, in vero, doveva essere la volontà di quell'Umbelino che, acceso d'implacabile amore verso la sorella inconsapevole ma deliberato a rimaner nella sua colpa solo, meditò di ucciderla per dividere dall'anima quella carne che l'aveva infiammato di desiderio così terribilmente e per poter solo quella contaminare di tutte le carezze. “Egli dovette trarre dal suo segreto meravigliosi brividi„ io pensava, considerandone il volto magro e olivastro che mi fingeva la mia imaginazione. Poichè un ignoto sortilegio gli aveva infuso nel sangue il fuoco impuro, egli non riconobbe per oggetto della sua concupiscenza se non il corporale involucro che racchiudeva l'anima inviolabile; e seppe quindi con la forza del suo pensiero distintamente separar l'uno dall'altra e contenere in sè a un tempo i due amori: il profano e il sacro. Qual doveva essere il brivido del suo orrore quando, negli attimi in cui più forte lo divorava la febbre alimentata dagli effluvii del corpo presente, udiva la cara anima della sorella esalar parole soavi da quelle stesse labbra che in sogno egli copriva di lussuriosi baci! In quali vortici spaventevoli la sua vita interiore doveva turbinare senza mai tregua, moltiplicata dalla solitudine e addensata dalla constrizione! Alfine, poiché sentiva aggravarsi il giogo della fatalità che gli rendeva necessario il delitto, egli meditò di vuotare la bellezza funesta di Pantea, risolse di ridurla a spoglia insensibile per mezzo della morte. Quanti segni di pietà e di dolore egli prodigò in silenzio alla cara anima che doveva involarsi innocente per lasciargli nelle braccia la salma agognata! Egli, certo, le diceva cose ineffabili allorché l'accompagnava alla cappella per la preghiera mattutina. — O Pantea, nulla in terra è più dolce della tua preghiera: la rugiada è meno dolce — le diceva perché ella più lungamente e più fervidamente pregasse. Perché ella si apparecchiasse a trapassare, le diceva: — O Pantea, come sei beata! Il luogo della tua anima è il grembo di Nostro Signore Gesù Cristo. — Ma in silenzio le diceva cose ineffabili, ch'ella non poteva intendere. E in una sera d'estate, piena di prestigi fatali, scoccò l'ora della morte. Tutto era inverisimile e favorevole come in un sogno. Entrambi stavano presso la fontana eloquente e rinfrescavano le loro mani nell'umida ombra, taciturni. Una febbre d'inferno ardeva nei polsi di Umbelino mentre egli teneva gli occhi fissi alla imagine di Pantea rispecchiata dall'acqua sotto il chiarore delle stelle. Come in un sogno le sue mani, con la stessa facilità con cui avrebber vinto lo stelo di un giglio, quasi magicamente, piegarono la persona di Pantea verso l'imagine profonda finché l'una si confuse nell'altra e la fontana tenne un candido cadavere...
Il principe Luzio prese commiato da me dicendomi:
— Io spero che da oggi tu voglia aver questa casa per la tua casa. E sempre, quando tu verrai, sarai il benvenuto, mio caro figliuolo. Non ti far troppo desiderare, dunque.
Mi dava tanta tristezza quel suo rientrar solo nel palazzo desolato, che io l'accompagnai per un tratto parlandogli affettuosamente. Ci soffermammo innanzi alla fontana; ed egli fece un gesto vago verso la conca, ond'io vidi nella limpidità glaciale la funesta bellezza di Pantea e le bianche mani concave a fior d'acqua come due petali di magnolia e la molle capellatura fluttuante sotto le zampe dei cavalli.
— Una favola corse negli anni che seguirono — disse il principe sorridendo. — Nelle notti degli interlunii l'anima di Pantea cantava in cima allo zampillo e quella di Umbelino si disperava dentro le gole delle bestie di pietra, fino all'aurora.
L'ansia della primavera ci saliva alla faccia, stando noi inclinati su i balaustri verso il giardino in pendio. Ci avvolgeva una specie di aura vibrante con la celerità di un polso febrile; e la sensazione era così continuamente grave che intorpidiva i nervi. Le pupille si fissavano e le palpebre si abbassavano, come in un principio di sopore. Io sentivo la mia anima carica come una nube.
Disse Anatolia sul nostro silenzio concorde:
— Passa la Felicità.
Ella rivelava, con quella inattesa parola, a noi medesimi il segreto dell'angoscia che era entro di noi; ed esprimeva l'essenza dell'infinita malinconia diffusa per la terra in punto di rinnovellare.
— Passa la Felicità!
“Quali mani potrebbero arrestarla?„ io mi domandai subitamente, in una cieca agitazione del mio bisogno d'amore, in una insurrezione confusa de' miei istinti più profondi.
Le tre sorelle, poggiati i gomiti su la sponda di pietra, tenevano le mani in fuori nude, senza anelli, immerse nel sole come in un tepido bagno aurino: Massimilla, con le dita insieme tessute; Anatolia, con l'una palma presa nell'altra in croce per modo che i due pollici soprastavano; Violante, premendo alcune mammole già languide tolte alla sua cintura e lasciandole poi cadere nello spazio.
“Quali mani potrebbero arrestarla?„
Quelle di Anatolia apparivano le più forti e le più sensitive. Si disegnavano fermamente sotto la pelle i muscoli e i tendini che invigorivano i pollici gemmati d'un'unghia rosea, distinta alla radice dalla lunula quasi bianca, in guisa di un onice a due falde. — Non mi avevano esse già comunicato nel primo contatto un senso di forza generosa e di bontà efficace? Non avevo io già creduto di sentire nel cavo della palma un calore vivifico?
Ma quelle di Massimilla sembravano quasi increate, come le forme delle apparizioni, tanto erano tenui; e tanto erano candide che il raggio d'oro non riusciva a indorarle; e tanto note m'erano che io rivedevo nella piena luce diurna la tenebra dell'absida umbra dove le avevo vedute per la prima volta su la pala dell'altare, sole superstiti di un'imagine riassorbita dal mistero e pur atte da sole ad incantare e ad accarezzare anime. Or esse esprimevano con l'intreccio delle dita tessute il vincolo della schiavitù volontaria. — Eccomi a te, avvinta d'un legame più forte di qualunque catena. Non aprirò le braccia se non quando ti piacerà di sciogliermi. Io non posso e non voglio se non adorare e obbedire, obbedire e adorare — confessava per quei segni la devota al suo ideal signore. E io imaginai le sue mani disciolte e dalle palme loro generarsi lunghe zone di silenzio vivente, in quella guisa che dalle palme degli angeli effigiati in alto e in basso delle ancóne si partono le liste volubili dei cartigli recanti qualche versetto e chiudono l'istoria entro il senso mistico delle parole scritte. “Così, o Adorante, nei cerchi del tuo vivente silenzio d'amore potresti includere il mio spirito meditabondo! E io sarei infedele alle solitudini della terra: ai monti solenni, ai boschi musicali, ai fiumi pacifici, e pur ai cieli stellati; poiché nessuno spettacolo della terra eleva il genio dell'uomo quanto la presenza di una bella anima sottomessa. Questa dà alle mura della stanza segreta una vastità illimitata, come la lampada votiva aumenta la grandezza della notte nel tempio. Per ciò io ti vorrei nella mia casa, o dolce schiava. Colui che medita circondato d'un'adorazione silenziosa, sente la divinità del suo pensiero e crea come un dio.„
Ma le mani sublimi di Violante, esprimendo dai teneri fiori la stilla essenziale e lasciandoli cader pesti al suolo, compievano un atto che, come simbolo, rispondeva perfettamente al carattere del mio stile: — estraevano da una cosa fin l'ultimo sentore di vita, cioè le prendevano tutto quel che essa poteva dare, lasciandola esausta. Tale non era uno tra i più gravi offici della mia arte di vivere?
Violante dunque m'appariva come uno strumento divino e incomparabile della mia arte. “La sua alleanza m'è necessaria per conoscere e per esaurire le innumerevoli cose occultate nelle profondità dei sensi umani, delle quali la sempiterna lussuria è unica rivelatrice. Chiude la carne tangibile infiniti misteri che solo il contatto di un'altra carne può rivelare a chi sia dotato dalla Natura per comprenderli e per celebrarli religiosamente. E il corpo di costei non ha la santità e la magnificenza di un tempio? Non promette la sua bellezza alla mia sensualità le più alte iniziazioni?„
Così, come già nella prima salita, io attraevo in me le tre forme integrali che offerivano a tutti i poteri del mio essere la gioia del manifestarsi e dell'appagarsi totalmente in una compiuta armonia. L'una — nel mio sogno — con la pura fronte raggiante di presagi vegliava sul figlio del mio sangue e della mia anima; e l'altra, come la piráusta nella fornace del metallurgo, viveva nell'intimo fuoco de' miei pensieri; e l'altra mi richiamava al culto religioso del corpo e conveniva meco in segrete cerimonie per insegnarmi a rivivere la vita degli antichi iddii. Tutte sembravano nate a servire le mie volontà di perfezione in terra. E il doverle disgiungere l'una dall'altra mi offendeva come un disordine, mi irritava come un sopruso del pregiudizio e del costume. “Perchè dunque non potrei condurle alla mia casa in un medesimo giorno e ornare della triplice grazia la mia solitudine? Il mio amore e la mia arte saprebbero creare intorno a ciascuna un diverso incantamento e construire per ciascuna un trono e a ciascuna offerire lo scettro d'un ideal regno popolato di finzioni in cui ella ritroverebbe trasfigurata per aspetti molteplici la parte di sé non mortale. E, poiché la brevità è il giustissimo attributo del sogno superbo e della vita bella, il mio amore e la mia arte anche saprebbero comporre alle beatrici (ma non a te, o Anatolia, lungamente destinata a vegliare!) una morte armoniosa nell'ora opportuna....„
Piovevano senza tregua su le mani virginee questi miei pensieri accesi come da un lene delirio in quella precoce caldezza del sole, quando Violante lasciò cadere l'ultimo fiore premuto e si sporse verso le cime dei lunghissimi tralci che dal ripiano sottoposto salivano fino ai balaustri e vi si avvolgevano. Riuscì ella a spezzare un rametto e ne esaminò le fibre interne per vedere se fossero già penetrate dalla linfa primaverile.
— Dormono ancóra — ella disse.
Noi eravamo dunque chini su l'estremo sonno, già trasparente, di quelle spoglie squallide in cui stava per compiersi uno tra i più grandi miracoli terrestri, evocato da una parola.
— Vedrete, fra qualche mese — mi disse Anatolia. — Tutto sarà coperto da un manto verde, tutte le pergole saranno ombrose.
Non erano le madri dell'uva, ma erano certe viti pampinifere dagli innumerevoli sermenti volubili che si distendevano su per la vasta muraglia, come giù per le pergole delle scalee, a similitudine d'un tessuto reticolare. Esse non avevano aspetto di vegetali, ma di funicelle consunte, macerate dalla pioggia, disseccate dal sole, fragili in vista come le tele dei ragni. E pure l'imminenza della metamorfosi le rendeva mistiche come i maggiori tronchi delle foreste montane. Miriadi di fronde vive stavano per irrompere dalle fibre di quel cordame inerte, miracolosamente.
— In autunno — mi disse Violante — tutto si fa rosso, d'un rosso splendidissimo; e in certi giorni d'ottobre, al sole, le muraglie e le scalee sembrano parate di porpora. In quel tempo, veramente, il giardino ha la sua ora di bellezza. Se voi sarete qui, vedrete....
— Non sarà qui — interruppe Antonello, scotendo il capo.
— Perché tu ripeti sempre questo? — io gli chiesi, quasi per un rimprovero dolce. — Che sai?
— Nessuno sa mai nulla — mormorò Oddo, con la sua voce sorda che io non distinsi dalla voce fraterna se non pel moto delle labbra. — Chi può dire quel che accadrà di noi da oggi all'autunno? Soltanto Massimilla è sicura: ha trovato il suo rifugio.
Forse una minima stilla di amarezza alterava le ultime parole.
— Massimilla va a pregare per noi — disse Anatolia gravemente.
La monacanda abbassò la testa verso le sue mani congiunte. E per un intervallo noi tacemmo, sotto un'onda di cose indistinte ma pur tuttavia imperiose.
La visione allucinante della porpora autunnale faceva impallidire ai miei occhi quel limpido pomeriggio della prima primavera, mentre discendevamo giù per le scalee, dove qualche ora innanzi le tre principesse mi erano apparse come nell'inizio d'una favola uscenti con un sorriso novello da una notte d'immemorabili affanni. Tanto già mi sembrava lontana quell'ora mattutina quanto prossimo quell'autunno a cui — secondo un presentimento oscuro — dovevano condurmi le vicissitudini d'un fulmineo fato. E, se io imaginavo intorno ai nudi tralci il fogliame purpureo, vedevo su i volti delle tre sorelle cadere un'ombra di lutto cupa.
Un'altra volta il sentimento della morte appassionò ed inalzò la mia anima per modo che tutte le apparenze vi si riflettevano con trasfigurazioni di poesia. E nello splendore dell'aria primaverile quelle creature frali mi sembrarono “maravigliosamente tristi„ come le donne nel sogno della _Vita nuova_, che Massimilla m'aveva richiamato alla memoria fra i mandorli succisi e gli antichi specchi. E mi sembrò d'esser tutto compreso dall'ardente spirito che in quel libello infiamma la pagina ove Dante giovine mostra com'egli sapesse agitar dal profondo la sua anima ed esaltarla al sommo dell'ebrietà dolorosa imaginando morta Beatrice e contemplandone la faccia a traverso il velo funerale. “Sospirando forte, fra me medesimo dicea: Di necessità conviene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia.... E paventando assai, immaginai alcuno amico che mi venisse a dire: Or non sai? la tua mirabile donna è partita di questo secolo.... Allora mi parea che il cuore, ov'era tanto amore, mi dicesse: Vero è che morta giace la nostra donna.... E fu sì forte la errante fantasia che mi mostrò questa donna morta....„. Non mi veniva da una simile imaginazione l'émpito delle ineffabili bellezze interiori?
Una nobiltà sovrana emanava da ogni atto delle vergini moriture e irradiava le cose per mezzo a cui elle passavano. E forse mai più le vidi in tanta luce e in tanta ombra.
Quando fummo a piè delle scalee, in un ripiano circondato dalle verdi rovine d'un portico di bossi, Anatolia si soffermò chiedendomi:
— Volete rivedere tutto il giardino? Potreste forse ritrovare qualche memoria.
Quasi a dichiarar la sua signoria, Violante disse:
— Giacchè voi amate la musica dell'acqua, io vi condurrò alla visita delle mie sette fontane.
E Massimilla con la sua timida gentilezza:
— In compenso dei mandorli, io vi mostrerò un biancospino fiorito questa notte, laggiù.
Mi pareva che parlassero di loro intime cose e, come la vergine di Fontebranda, intendessero: “Noi siamo uno giardino„.
Non potendo esprimere il mio sentimento, io dissi parole vane.
— Conducetemi dunque — io dissi. — Certo ritroverò qualche memoria: almeno delle mie prime letture, che furono racconti di fate....
— Povere fate senza bacchetta! — fece Oddo, prendendo la mano di Anatolia con un gesto carezzevole.
E negli occhi di quelle sorridevano tutte le disperazioni.
Allora Violante ci condusse come per un laberinto.
Andavamo tra il verde perenne: tra i bossi, tra i lauri e tra i mirti antichissimi, la cui vecchiezza selvaggia era immemore della sofferta disciplina. Appena qua e là rimaneva qualche vestigio delle simmetriche forme trattate un tempo dalle cesoie dei giardinieri; e io ero vigile a ravvisare nelle mute piante l'umanità di quelle sembianze non anche interamente scomparse, con una malinconia forse non dissimile a quella di colui che ricerca su i marmi dei sepolcri l'effigie consunta dei morti obliati. Un odore dolciamaro accompagnava i nostri passi; e a quando a quando taluno di noi, come per una volontà di riallacciare una trama disfatta, ricomponeva un ricordo della puerizia lontana. Ed ecco, risorgeva puramente la larva di mia madre; e pareva nutrirsi di tutte le cose che i nostri cuori esalavano nei silenzii intermessi, non distaccandosi ella dal fianco di Anatolia per mostrarmi la sua elezione. E un odore dolciamaro accompagnava la nostra malinconia.
Mi chiese Violante arrestandosi, quasi con l'aspetto e con l'accento con cui mi aveva parlato alla finestra:
— Udite?
— Ora siamo nel vostro dominio — io le dissi — perché voi siete la regina delle fontane....
S'udiva il canto roco dei getti venire a traverso un'alta siepe di mirti, mentre noi eravamo in un piccolo prato cosparso di giunchiglie e custodito da una statua di Pane interamente verde di musco. Una deliziosa mollezza pareva salirmi per le vene dall'erba molle che i miei piedi premevano; e ancora una volta l'improvvisa gioia della vita mi dilatò il respiro. A un tratto, la presenza dei due fratelli m'increbbe e la misericordia per loro mi divenne grave. “Ah come io saprei turbare nel profondo le vostre anime chiuse!„ pensai guardando le tre prigioniere. “Come saprei esasperare fino all'angoscia le inquietudini che sono in voi!„ E imaginai la voluttà di gustare quelle anime nuove, piene di un succo essenziale, rarissimi frutti maturati con lentezza nel Giardino del conoscimento di sé e intatti ancóra per offerirsi alla mia brama. E più grande era il rammarico perché sapevo di non poter ricomporre in séguito quel singolare incanto che non si forma se non dalla novità delle prime comunicazioni tra gli esseri chiamati a congiungere i loro destini: singolare incanto e breve, misto di meraviglia e di attesa e di presentimento e di speranza e di mille cose non definibili, partecipi della natura de' sogni, vane eppur insórte dai più sacri abissi della vita.
Tutto si faceva ricco e soave nella trasparenza dell'ambra aerea; e da per tutto fiorivano idee di bellezza che chiedevano d'esser raccolte; e le più nobili fiorivano ai piedi delle principesse desolate, ove io imaginai me medesimo chino a raccoglierle. E imaginai la voluttà di accarezzare e d'irritare quelle anime vagando in quel segreto claustro su cui i fantasmi delle antiche Stagioni parevano tessere un velo di poesia figurandovi per entro, con fili appena visibili, volti strani di creature sconosciute ridenti e piangenti nelle vicende della gioia e del dolore.
Non cantava in ognuna di quelle fontane una Pantea, candida vittima di una passione scellerata e sublime? Certo un sentimento straordinario mi penetrò quando Violante mi condusse oltre i mirti, nella lunga zona compresa tra la siepe degli arbusti e il muro orientale. Quivi regnava quello spirito misterioso che occupa i luoghi remoti ov'è fama che un tempo convenissero a colloquio amanti celebrati per lo splendore tragico dei loro destini. Le statue, le colonne, i tronchi avevano l'aspetto delle cose che furono testimonie e complici d'una grande ebrezza umana e ne perpetuarono la memoria per gli anni. Le profonde ingiurie del Tempo edace e dei Segni inclementi conferivano alle forme della pietra quelle espressioni e quasi direi quella eloquenza che sole hanno le ruine. Ardui pensieri ne sorgevano, espressi dalle linee interrotte.
E imaginai la voluttà di confessar quivi il mio sogno magnifico alle tre beatrici che sole potevano trasformarlo in armonia vivente; imaginai la voluttà di parlare d'amore in quel medesimo luogo ove adunavasi tanta virtù di simboli per esaltar le anime oltre le consuete angustie umane e dilatarle in un supremo cielo di bellezza.
Andavamo pianamente, a quando a quando soffermandoci, proferendo parole che dissimulavano l'inquietudine da cui eravamo agitati; e Oddo e Antonello si mostravano stanchi, rimanevano indietro di qualche passo, taciturni. E io credevo di avere dietro di me le ombre della malattia e della morte.
Il mio fervore era caduto. Io sentivo quanto fosse crudo il contrasto fra le mie animazioni impetuose e quelle necessità miserevoli che rimanevano immutabili al mio fianco, intorno a me, ovunque nel grande claustro pieno di cose obliate o estinte. Io sentivo che ciascuna di quelle creature già tante volte in un'ora illuminate dal mio intelletto e trasfigurate dal mio desiderio, conservava intatto il suo segreto e che il linguaggio delle sue apparenze non poteva rivelarmelo. Guardandole, io le vidi l'una dall'altra discoste, l'una dall'altra estranee, ciascuna con un pensiero ignoto tra ciglio e ciglio, ciascuna con un sentimento ignoto nell'intimo cuore. — Io ero per allontanarmi, ero per ritornare nella mia solitudine: la nostra giornata era presso alla fine. — Quali cose nuove quella prima comunicazione aveva indótto nelle loro anime attediate dalla lunga consuetudine d'una tristezza non più illusa forse neppur da un'ultima speranza nell'evento impreveduto? In quali aspetti ero io apparso a ciascuna? Il loro bisogno di amore e di felicità s'era proteso verso di me con un impeto irrefrenabile, o una incredulità sfiduciata come quella dei due fratelli le diffidava?
Esse camminavano al mio fianco pensose; e, pur quando parlavano, sembravano così profondamente assorte che più d'una volta io fui sul punto di chiedere: — A che pensate? — E nasceva in me quasi una volontà di violenza e di estorsione, d'avanti a quel segreto ch'esse stringevano; e mi salivano alle labbra quelle parole temerarie che possono d'improvviso aprire un cuor chiuso e sorprenderne la pena più nascosta o sforzarlo a confessarsi. Ma nel tempo medesimo una tenerezza pietosa mi piegava verso di loro quasi a chieder perdono d'un male ch'esse patissero da me in quel punto e d'un più aspro male che da me in futuro dovessero patire. La necessità della scelta mi si presentava come una prova crudele, cagione di dolori e di sacrifizii inevitabili. — Non sentivo io un'ansia veemente riempire le pause del nostro dialogo inutile?
— Oh quando verrà l'estate! — sospirava Violante, alzando gli occhi verso i larghi ombrelli dei pini. — D'estate, io passo qui tutte le ore del giorno, sola, con le mie fontane. Ed è il tempo delle tuberose!