Part 7
Ella anche taceva, al mio fianco; e io non la guardava né ella mi guardava. Ma, stando noi reclinati verso la roccia multiforme, eravamo congiunti l'uno all'altra da quel fascino che accomuna coloro i quali leggono insieme in un medesimo libro. Noi leggevamo insieme in un medesimo libro affascinante e periglioso.
Ella disse, ergendo il capo con un lieve sussulto:
— Udite gli sparvieri?
E cercammo entrambi con occhi allucinati le vette.
— Udite!
La roccia assaliva il cielo con un'arme irta di punte, maculata d'un color rossastro come di ruggine o di grumo; e i gridi degli uccelli predaci aumentavano l'impeto della sua fierezza.
Allora una vertigine repentina m'investì, che era come l'orrore d'un desiderio e d'un orgoglio troppo vasti. Si risvegliò forse nelle radici stesse della mia sostanza l'ebrietà barbarica dei lontani padri, poiché l'indefinibile turbamento si tradusse in una successione fulminea d'imagini balenanti ove io vidi uomini che mi somigliavano irrompere nella città espugnata, saltare oltre i mucchi dei cadaveri e degli arredi, affondare le spade nelle carni con un gesto infaticabile, portare in arcione le donne seminude a traverso le lingue innumerevoli dell'incendio mentre il sangue saliva al ventre dei loro cavalli agili e crudeli come i leopardi.
“Ah io avrei saputo possederti in mezzo alla strage, in un talamo di fuoco, sotto l'ala della morte!„ diceva in me l'antica anima a colei che mi stava da presso. “La mia volontà avrebbe saputo costringere al prodigio il mio corpo, e io mi sarei inerpicato su per le pietre lisce di questa muraglia difesa da mille balestre e pur vivo t'avrei tolta.„
Pieni della desolazione magnifica e tremenda che s'esaltava nel cielo, i miei occhi incontrarono il volto della vergine così violentemente irradiato dal riverbero che n'ebbero una gioia quasi dolorosa. E io provai un desiderio folle di stringere quella testa fra le mie mani di rovesciarla indietro, di accostarla al mio respiro, di investigarla sempre più da presso, d'imprimerne ogni linea nel mio pensiero, — non dissimile a colui il quale abbia rinvenuto sotto le glebe sterili il frammento sublime da cui il mondo riavrà la gloria di un'idea che pareva estinta.
Ella era come la statua collocata in vista del sole oriente: la sua perfezione non temeva la luce. Io vidi nella sua forma corporea l'impronta del tipo eterno e riconobbi nel medesimo attimo la fralezza della sua carne non immune dal fato umano. Ella era come il frutto delizioso che tocca il punto della sua maturità, oltre il quale è il corrompimento. La pelle del suo volto aveva l'ineffabile trasparenza della corolla che domani sarà appassita.
“Chi ti sottrarrà al sacrilegio del tempo dissolvitore? Chi ti arresterà con un dardo mortifero su la cima della tua perfezione quando tu accennerai a declinare miseramente?„ Le oscure parole del fratello mi risorsero nella memoria: — Violante si uccide coi profumi.... — E in silenzio io la lodai, per il bisogno religioso di celebrarla in ogni suo atto. “O creatura sovrana, sentendoti perfetta tu senti la necessità della morte. Tu senti che la morte sola può preservarti da ogni ingiuria vile; e, poiché tutto in te è nobile, tu mediti di offerire alla custode solenne un corpo regalmente impregnato di profumi.„
Qual mai sapore poteva avere per noi, dopo quei sorsi di vino mirrato, la mensa a cui sedemmo?
Cose vaghe e trascolorite intorno a me assorto componevano non so che armonia sommessa ove doveva a poco a poco sedarsi la passione comunicata alla mia anima dalla rupe ignea.
Le pareti erano coperte di specchi compartiti in giro simmetricamente da colonnette d'oro e nei campi delle compartiture erano dipinti festoni e corimbi di rose in ordine alterno; e gli specchi erano appannati e inverditi come le acque degli stagni soli, e le colonnette erano fini e attorte come le trecce delle fanciulle bionde, e le rose erano languide e pie come le ghirlande che cingono le màrtiri di cera nei tabernacoli. Ma, forse per un omaggio all'ospite donatore, i lunghi rami di mandorlo ingegnosamente fermati ai viticci dei candelabri spandevano l'ancor viva e fresca fioritura di contro agli antichi specchi e riflettendosi e moltiplicandosi nella glauca pallidità creavano la parvenza d'una lontana primavera acquàtile.
Tutte quelle cose avevano una tacita gentilezza che scendeva a mescolarsi con la grazia umile di Massimilla; cosicchè sembravami che la vergine già promessa a Gesù partecipasse della loro specie e del loro velamento, e ch'ella già mostrasse il sembiante d'una creatura “partita di questo secolo„ come Beatrice nel sogno della _Vita nuova_, e che nel suo aspetto d'umiltà dicesse anch'ella: “Io sono a vedere lo principio della pace.„
Poiché ella m'era di fronte e io la guardava, questa mia imaginazione si fece tanto forte ch'io giunsi a considerar lei assente e vuoto il suo posto per qualche attimo. E subito quel vuoto si empì di un'ombra così cupa che parve quasi la bocca d'un baratro in cui dovessero precipitare l'un dopo l'altro i consanguinei. E io potei per tal modo elevarmi a una visione unica e tragica di tutti quei vivi nel rilievo straordinario che diede loro quel fondo di ombra.
Prendevano il cibo seduti intorno alla mensa consueta: facevano i comuni gesti che richiede la necessità naturale, proferivano a quando a quando parole semplici. Ma i loro atti e i loro accenti sembravano accompagnati da un mistero che a volta a volta li gravava di significanze quasi terribili o li rendeva quasi ridevoli come il gioco degli automi. Un contrasto crudelmente palese era tra i modi della funzione vitale ch'essi compievano e i segni della distruzione inevitabile che si compieva in loro. Seduto a destra di Massimilla, Antonello mostrava in tutto il suo contegno una specie d'impazienza repressa, come s'egli fosse costretto a nutrire con le sue mani non sé medesimo ma un estraneo. E, fissandolo io, ebbi in un baleno l'intuito dell'orrore che lo soffocava nel sentire dentro di sé la presenza dell'estraneo forse ancora confusa ma pur non dubbia. E i miei occhi, correndo per istinto su Oddo seduto a sinistra di Massimilla, sorpresero nell'attitudine sua qualche cosa che era come il riflesso attenuato del turbamento fraterno. E nulla mi parve più lugubre di quella rispondenza occulta tra i due fratelli nati in un medesimo parto e sacri a un medesimo fato; nulla mi parve più dolce di quella verginale figura composta tra le loro inquietudini come l'imagine della Preghiera.
I fiori di mandorlo esalavano uno strano odore di miele nell'aria tiepida. Talvolta qualche petalo, che pareva divenuto più roseo, cadeva lungo gli specchi come in un silenzio di acque. E io ripensavo la sosta nel frutteto.
Ah, veramente, come potevano quei miseri occhi sbigottiti da tanti fantasmi vedere le cose belle e pure? Che facevo io medesimo in quel luogo se non una commemorazione della morte? Tutto si offuscava intorno a simiglianza delle pareti, sembrava retrocedere in un passato lontano; tutto assumeva un aspetto antiquato e stinto, sembrava quasi coprirsi di polvere. I due servi, con le livree azzurre e le lunghe calze bianche, lenti e disattenti, avevano l'aria d'esser venuti fuori da una guardaroba del secolo scorso, tristi avanzi d'un lusso abolito. Quando si ritraevano in disparte, parevano dileguare come ombre nella lontananza illusoria degli specchi, rientrare nel loro mondo inanimato.
Ma la voce del principe, assidua risvegliatrice di memorie, trasmutava l'incanto. Tutti tacevano con rispetto, quando egli parlava; e non s'udiva se non la profonda voce senile che a tratti diventava rauca di collera soffocata o tremava di cordoglio e di rammarico.
Era quello un giorno nefasto per il vecchio: era l'anniversario della partenza del Re da Gaeta. Compivasi in quel giorno il ventunesimo anno di esilio.
— Ebbene — egli diceva, rivolto a me, accendendosi nella sua fede, mentre la bella barba candida gli dava quasi una sembianza profetica — ebbene, Claudio, quando un Re cade come cadde Francesco di Borbone a Gaeta, da martire e da eroe, non è possibile che Iddio non lo risollevi e non gli restituisca il regno. Ascolta la mia parola, figlio di Massenzio Cantelmo, e non dimenticarla. Il Re delle Due Sicilie finirà i suoi giorni in gloria sul suo trono legittimo. E mi conceda Iddio che questo si compia prima ch'io chiuda gli occhi! Ecco l'unico mio voto.
Egli componeva al pallido fantasma regale un'apoteosi di fiamme e di sangue su le rovine della città forte.
“Ammirabile fede!„ io pensava scorgendo le faville che ancora potevano accendersi nell'azzurro cinereo di quegli occhi indeboliti. “Ammirabile fede e vana! La virtù dei Borboni dorme a San Dionigi.„ E, poiché nelle parole del vecchio passava l'imagine lampeggiante dell'eroina bávara, più fiero mi risorse il dispetto contro quel re di ventitré anni a cui la Fortuna aveva presentato il cavallo che portò a Parigi Enrico di Navarra, mentre il pusillanime, come Filippo V inebetito, non avrebbe voluto montare se non i cavalli figurati nelle tappezzerie che paravano le sue stanze.
“Quale magnifica impresa aveva innanzi a sè quel Borbone, quando uscì dal palazzo di Caserta dove i dottori attendevano a imbalsamare il cadavere del padre coperto di mille piaghe putride!„ io pensava, nell'alacrità che mi ridavano le imagini di guerra evocate dal vecchio venerabile. “Nulla gli mancava: neppure lo spettacolo e l'odore della putredine, potentissimi per eccitare i grandi pensieri. In verità, egli aveva tutto: la forza imperiosa dell'antico nome, la giovinezza che seduce e trascina, un reame su tre mari bellissimo e assuefatto alle tirannie, una reggia opulenta in vista d'un golfo ricurvo e sonoro come una cetra, un'appassionata compagna le cui narici feline parevano respirare in un sogno eroico e palpitare di voluttà presentendo l'effluvio elettrico degli uragani. Egli aveva da godere e da difendere tutti questi beni; e, sposo reduce dalla riva estrema dell'altro mare, egli recava ancor nell'orecchio il clamore dei popoli fedeli, ma udiva anche un altro clamore; e l'occasione d'una superba lotta gli si offriva di là dai confini del suo dominio, su campi già irrigati di sangue e fumidi d'una fermentazione violenta, aperti al pensiero più forte, al verbo più nobile e alla spada più veloce. In verità, tutto egli aveva: fuor che la natura del leone. Perché dunque la Fortuna volle imporre il cumulo di tanto favore a un debole agnello? Mai sangue fu più timido in vene giovenili e mai sensualità fu più torpida. La stessa bellezza del dominio legittimo, la divina forma dei lidi, l'aura voluttuosa, il mistero delle notti, tutti gli incanti dell'estate moriente dovevano almeno turbare i sensi di quel giovine e irritare in lui l'istinto profondo del possesso e comunicargli un impeto selvaggio di vita. Ah, l'ultima sera trascorsa nella reggia quasi deserta, abbandonata dai cortigiani, attraversata dai grandi soffii del vento marino che recava i profumi di settembre e la suprema dolcezza del golfo, mentre le cortine investite garrivano diffondendo vaghe paure, mentre i lumi vacillavano e si spegnevano su i tavoli coperti delle tristi carte con cui i servitori creduti più devoti avevan preso congedo nell'ora dell'agonia! E la desolazione di quella partenza nel crepuscolo, su la piccola nave comandata da un uomo della plebe, da uno dei rari fedeli; e l'incontro silenzioso dei vascelli da guerra pieni di tradimento, dati già al nemico; e la lentissima notte insonne passata sul ponte in vani rammarichi mentre la Regina stanca dormiva sotto le stelle esposta all'umidità della brezza; e infine al sorgere del sole la rupe di Gaeta, l'ultimo rifugio destinato all'ultima ruina, dove la dignità regale doveva sottomettersi ai patti di un soldato millantatore!„
— Il tradimento era da per tutto come il fumo e l'odore del nitro — seguitava il principe, sempre più turbato da quei ricordi sanguinosi, di tratto in tratto avvivando la parola con un gesto della mano bianca su cui risplendeva il cammeo. — La più terribile giornata dell'assedio fu quella del cinque di febbraio; e la polveriera della batteria Sant'Antonio scoppiò per tradimento....
— Ah, che cosa atroce! — esclamò Violante, scossa da un sussulto, accennando l'atto istintivo di chiudersi gli orecchi con le palme. — Che terrore!
— Tu te ne ricordi sempre — le disse il padre, posando su lei gli occhi divenuti più dolci.
— Sempre.
— Violante era rimasta con noi a Gaeta — soggiunse egli rivolto verso di me. — Aveva appena cinque anni; era il grande amore della Regina. Gli altri erano partiti per Civitavecchia, sul _Vulcano_, con la contessa di Trapani. Noi stavamo nella casamatta, sotto le batterie del Fronte di mare....
— Io mi ricordo di tutto! — interruppe Violante, mossa da un'animazione subitanea che pareva venirle da quel gran bagliore purpureo diffuso su la sua infanzia lontana. — Di tutto, di tutto mi ricordo, come delle cose accadute ieri! La stanza era isolata da due tramezzi fatti di bandiere cucite insieme. Veggo i colori distintamente: erano bandiere per segnali, azzurre, gialle e rosse. I lumi erano accesi perchè le blinde coprivano le finestre. Quando avvenne lo scoppio, potevano essere le tre o le quattro di sera. Nina Rizzo, la camerista della Regina, era uscita allora allora. Io tenevo fra le mani una tazza di latte che mi avevano mandata le suore dell'Ospedale....
Ella parlava così, a tratti brevi, con la voce un po' sorda, con lo sguardo un po' incantato, rivelando l'una dopo l'altra le particolarità precise, come se le vedesse in una successione di baleni. E le imagini evocate dalla sua parola di veggente si distinguevano per una straordinaria potenza di rilievo sul fondo confuso delle altre imagini.
La vergine e il vecchio, commemorando a vicenda la ruina e la strage, parevano abolire le cose vaghe e trascolorite d'intorno, creare una specie di atmosfera fumosa in cui la mia anima respirò per qualche minuto ansiosamente. — Era l'assedio con tutti i suoi orrori, nella città ingombra di soldati di cavalli e di muli, sprovvista di vettovaglie e di danaro, armata d'armi fiacche o inutili, travagliata dal tifo e dalla fellonia. Le piogge torrenziali la riempivano d'una melma nerastra ove i giumenti famelici erranti per le strade stramazzavano e agonizzavano. La grandine di ferro la traforava, la smantellava, l'atterrava, l'incendiava, sempre più spessa e più fragorosa, non interrotta se non dalle brevi tregue pattuite per seppellire i cadaveri già putrefatti. Nelle chiese si celebrava l'ufficio divino e s'invocava la Patrona Invincibile, mentre le pietre si staccavano dalle pareti, cadevano i vetri infranti, giungevano i gemiti dei feriti trasportati nelle barelle. I malati negli Ospedali si sollevavano su i letti quando una bomba penetrava il muro della corsia e nell'attimo dello scoppio credendo di morire gridavano: — Viva il Re! — D'improvviso una polveriera si squarciava scrollando dalle fondamenta tutta la città che rimaneva soffocata dal fumo e dal terrore, mentre nella voragine aperta scomparivano i bastioni, i cannoni, le blinde, le casematte, le case, e cento e cento uomini. Ma, a intervalli, nei giorni di gran sole, una specie di delirio eroico prendeva gli assediati, una specie di ebrezza della morte li spingeva al pericolo su le batterie dove il fuoco era più terribile. In vista del nemico, al suono delle fanfare gli artiglieri cantavano e danzavano freneticamente; se taluno cadeva colpito, crescevano nella gazzarra. Un immenso grido di gioia e d'amore accoglieva l'apparizione della Regina su le spianate ove grandinava il ferro. Ella s'avanzava con un passo audace, nella grazia libera de' suoi diciannove anni, chiusa in un busto fulgido come un corsaletto, sorridendo sotto le piume del suo feltro. Senza battere le ciglia ai sibili delle palle, ella fissava su i soldati il suo sguardo inebriante come l'ondeggiamento delle bandiere; e sotto quello sguardo l'orgoglio pareva allargar le ferite, mentre gli incolumi si rammaricavano di non aver la gloria d'una macchia rossa. Di tratto in tratto, uomini con gli occhi ardenti nel viso annerito, con le vesti ridotte in tritume come dalle mascelle d'un ruminante, coperti di sangue e di polvere, si slanciavano dai cannoni verso di lei chiamandola per nome e le baciavano il lembo della gonna....
— Ah com'era bella e com'era degna del suo trono! — esclamò il principe, che ritrovava i più maschi accenti della sua voce nel celebrare quella prodezza. La sua presenza aveva su i soldati un potere magnetico. Quando ella era là, tutti diventavano leoni. Il ventidue di gennaio fu il più glorioso giorno dell'assedio perchè ella rimase su le batterie fino a notte.
Successe una pausa, quasi di raccoglimento, in cui ciascuno di noi parve contemplare la figura ideale dell'eroina su un campo di macerie e di cadaveri.
— Erano strane le lacrime ne' suoi occhi! — disse Violante con lentezza, tutt'assorta nella lontana memoria. — All'ultima ora, quando la vidi piangere, rimasi sbigottita e attonita come d'avanti a un fatto impreveduto e quasi incredibile. Baciandomi, ella mi bagnò tutta la faccia.
Dopo un intervallo, soggiunse:
— Portava al cappello una piccola piuma verde.
Soggiunse ancora:
— Aveva un grande smeraldo sotto la gola.
Poichè ella era seduta al mio fianco, un nuovo turbamento m'invase quando con un atto involontario mi chinai un poco verso di lei e aspirai il profumo che mi parve divenir più forte e dominare la fragranza mèllea dei fiori. Gli esseri e le cose presenti mi ispirarono un'avversione subitanea, mi diedero una specie d'impazienza e di fastidio quasi acre come se in quel punto più mi pesassero e opprimessero. Guardai con un'ostilità istintiva il germano del principe, Ottavio Montaga, seduto a una estremità della tavola, taciturno e un po' sinistro come un uomo mascherato: simbolo d'un divieto oscuro e intrasgredibile. Sentii insorgere l'odio della mia sanità, del mio vigore e del mio desiderio contro la malattia, contro la tristezza, contro il mortale tedio in cui la portentosa creatura si disfaceva senza scampo. Respingendo le inquietudini generate pur dianzi nel mio spirito dalle tre forme diverse nel loro successivo apparire, io credetti d'aver già posta la mia elezione su quella in cui sembravano adunarsi tutti i prestigi e pur la solennità del passato per annobilirla. Anche una volta ella sola agitava tutto il mio essere come quando aveva erto il capo alle strida degli sparvieri.
Mi disse il principe:
— Non è singolare, Claudio, che Violante conservi di quel tempo una memoria così lucida? Non ti sembra molto singolare?
Poi, sorridendo di quel suo primo dolce sorriso:
— Maria Sofia non ha mai cessato di prediligerla. Sapendola appassionata degli odori, ogni anno pel natalizio le manda in dono una gran quantità di essenze. E, da che siamo qui, non ha mancato una volta!
Volgendosi alla figlia teneramente:
— Oramai tu non potresti più farne a meno; è vero?
E a me, con un'ombra di tristezza:
— Ella ne vive! E tu la vedi, Claudio, come s'è fatta bianca.
Mi parve che Anatolia bisbigliasse:
— Ella ne muore.
Quando ci levammo dalla mensa, Anatolia ci propose di discendere nel giardino.
— Andiamo a prendere ancóra un po' di sole! — ella invitò, sollevando la mano verso un fascio di raggi che penetrava pel più alto vetro d'una finestra non coperto dalla tendina scolorita. — Chi vuol venire?
La sua mano s'illuminò nel gesto, s'indorò fino al polso; e i raggi passarono fra le sue dita come crini docili.
— Veniamo tutti — io risposi.
Don Ottavio chiese licenza e si ritrasse (il suo aspetto tra noi era quel d'un intruso); ma il principe mise il suo braccio sotto il braccio di Anatolia, come già Antonello aveva fatto nella scalea, e disse:
— Io vi accompagnerò fin giù nell'atrio.
Passando per la vastissima sala di udienza, ridotta a una vuota anticamera, notai una vecchia portantina ch'era fornita delle due stanghe: quasi avesse allora allora deposta la dama o fosse in assetto per riceverla.
— Chi va in portantina? — domandai, soffermandomi.
— Nessuno di noi — rispose Anatolia, dopo un attimo di esitazione, mentre su tutti i volti passava l'ombra di un turbamento.
— È del tempo di Carlo III — disse il principe, dissimulando col sorriso il suo pensiero triste. — Appartenne alla duchessa di Cublana Donna Raimondetta Montaga, che fu la più bella dama della Corte e fu celebrata come la più grande bellezza del Regno.
— È di stile eccellente — io riconobbi, accostandomi, attratto da quella vecchia cosa che non anche pareva ben morta, a cui la memoria di Donna Raimondetta conferiva anzi un pregio e una grazia singolari e quasi una reviviscenza fittizia sotto il mio sguardo. — È una squisita opera d'arte, e conservata a meraviglia.
Ma io sentii che un'inquietudine strana occupava i miei ospiti intorno a me, e che la causa di quel malessere partiva dall'oggetto presente. E tanto più forte allora, per virtù del mistero, sentii vivere nel legno prezioso la vita delle mie imaginazioni.
— L'anima di Donna Raimondetta abita qui dentro, forse — io dissi con un'aria leggera, non potendo resistere alla voglia di aprire lo sportello. — Non potrebbe avere un ricettacolo più elegante. Vediamo.
Come apersi, un odore sottile mi venne alle narici; e per meglio aspirarlo avanzai il capo nell'interno.
— Che profumo! — esclamai, deliziato da quella sensazione impreveduta. — È il profumo della duchessa di Cublana?
E per qualche attimo tenni il mio spirito sospeso nella molle atmosfera creata dal fascino della dama antica, imaginando una piccola bocca rotonda come una fragola, un'alta capellatura carica di cipria e una veste di broccatello gonfiata dal guardinfante.
La portantina odorava come un cofano di nozze, dentro tappezzata d'un velluto verde come la foglia del salice e ornata d'uno specchietto ovale per ciascun fianco, fuori tutta quanta dorata e dipinta con gusto sopraffine, arricchita di delicatissimi intagli nelle cornici e nelle commessure, resa più armonica e più dolce alla vista dal suo velo secolare: amabile opera d'una fantasia leggiadra e d'una mano sapiente.
— O forse siete voi, Donna Violante, — soggiunsi — che avete vuotato su questo velluto così tenero una delle vostre fiale, per omaggio all'ava famosa?
— No, non io — fece ella, quasi con indifferenza, come rioccupata dal tedio consueto, come ridivenuta estranea.
— Andiamo, dunque — sollecitò Anatolia traendo il padre ch'ella teneva ancóra al suo braccio. — In questa sala c'è sempre un gran freddo.
— Andiamo — ripetè Antonello rabbrividendo.
Si udiva già dal più alto gradino il romore dell'acqua, roco prima poi sempre più chiaro e più forte.
— La fontana è riaperta? — fece il principe.
— L'abbiamo riaperta dianzi — disse Anatolia — in onore dell'ospite.
— Hai notato, Claudio, nel cortile il gioco degli echi? — mi chiese Don Luzio. — È straordinario.
— Veramente straordinario — io risposi. — È un effetto di sonorità prodigioso. Pare l'artificio di un musico. Credo che un armonista attento troverebbe qui il segreto di accordi e di dissonanze sconosciuti. Ecco una scuola incomparabile per un orecchio delicato. Non è vero, donna Violante? Voi siete per la fontana, contro Antonello.
— Sì — ella disse con semplicità — io amo e comprendo l'acqua.
— _Laudato si, mi Signore, per sor acqua_.... Vi ricordate, Donna Massimilla, del Cantico di San Francesco?
— Certo — rispose con un sorriso tenue la fidanzata di Gesù, arrossendo. — Io sono una clarissa.
Il padre l'accarezzò malinconicamente con lo sguardo.
— Suor Acqua! — la chiamò Anatolia, sfiorandole con le dita la benda liscia dei capelli che le scendeva su la tempia. — Prendi questo nome.
— Sarebbe superbia — fece la clarissa, con una umiltà ridente.
Ella mi rimise nella memoria, con una leggera variante, la sentenza della Beata: _Symphonialis est aqua_.