Part 6
— Non abbiamo mai avuto il coraggio di separarcene, di allontanarla — soggiunse — perché non è violenta anzi è dolce. Qualche volta sembra guarita, ci dà quasi l'illusione d'un miracolo; ci chiama per nome, si ricorda d'un piccolo fatto lontano, ha il sorriso calmo. Benchè sappiamo oramai che tutto questo è un inganno, pure ogni volta la speranza ci fa palpitare, ogni volta l'ansietà ci soffoca. Voi comprendete....
La sua voce nel dolore perdeva il suono come una corda che s'allenti.
— Non è possibile confinarla nelle sue stanze, tenerla chiusa; non è possibile. Nè abbiamo cuore di sfuggirla quando si mostra, quando ci viene incontro, quando ci parla. Così, quasi di continuo, vive al nostro fianco, si mescola alla nostra esistenza....
— Certi giorni — interruppe d'improvviso Antonello, quasi con impeto, come spinto da un'eccitazione infrenabile — certi giorni tutta la casa è piena di lei. Noi respiriamo la sua follia. Qualcuno di noi rimane ore ed ore a sentirla parlare, seduto di fronte a lei seduta, con le mani imprigionate in quelle mani che tremano.... Comprendi?
Un nuovo silenzio, più grave, cadde su noi tutti. E ciascuno di noi soffriva riconoscendo in sé la realtà del dolore che le esili ombre azzurrine della pergola miste all'oro docile del sole involgevano come in un velario di sogno. S'udiva nel silenzio il suono d'un passo leggero che s'avvicinava su per le scalee di sotto. S'udiva a intervalli eguali uno scroscio sordo come d'un bacino che trabocchi. Una vibrazione misteriosa pareva salire dal giardino solitario. E io compresi come l'anima debole e triste potesse con quelle apparenze comporre il fantasma d'una vita innaturale e alimentarlo di sé e restarne sopraffatta.
Così, subitamente, mi si rivelava nella sua atrocità il supplizio a cui il Destino aveva condannato quegli ultimi superstiti d'una stirpe caduta; e la figura evocata dalle parole d'una vittima certa mi appariva ingigantita sotto una luce tragica. Io vedeva nella mia imaginazione la vecchia principessa demente, seduta nell'ombra di una stanza remota, e uno de' suoi figli chino verso di lei, con le mani imprigionate nelle mani materne. L'atto della lugubre fascinatrice mi sembrava fatale e inesorabile. Mi sembrava ch'ella dovesse inconsciamente attrarre nella sua follia tutte le creature del suo sangue, l'una dopo l'altra, e che nessuna di loro potesse sottrarsi alla volontà cieca e crudele. Simile a una Erinni familiare, ella presiedeva alla dissoluzione della sua progenie.
Allora, a traverso l'arido intrico, guardai in alto il palazzo silenzioso che nella sua oscura profondità aveva chiuso sino a quel giorno tanta angoscia disperata e aveva nascosto tante lacrime inutili: — lacrime espresse da occhi puri e ardenti, degni di riflettere i più superbi spettacoli del mondo e di versare la gioia in anime di poeti e di dominatori.
“Occhi della Bellezza!„ pensai riconducendo il mio sguardo verso Violante immobile. “Quale miseria terrena può velare lo splendore della verità che in voi riluce? Quale anima afflitta può disconoscere la virtù consolatrice che da voi fluisce?„ La mia sofferenza cessava subitamente come per il potere di un balsamo; le imagini torbide si dileguavano come un tristo vapore.
Ella era immobile, seduta su un plinto di pietra che un tempo aveva forse sostenuto un'urna. Poggiato il gomito sul ginocchio, ella si reggeva il mento con la palma; e tutta la sua figura nell'attitudine semplice mi offriva quella successione di mute cadenze in cui è il segreto dell'arte suprema. Anche una volta io la considerai presente e pur discosta. Su la sua fronte breve era visibile il riflesso della corona ideale ch'ella portava in sommo de' suoi pensieri; e i suoi capelli, costretti su la nuca in un gran nodo, parevano avere obbedito al ritmo che regola i riposi del mare.
— Massimilla — disse Oddo annunziando la terza sorella.
Io mi volsi e la vidi già prossima. Ella saliva gli ultimi gradi, col suo passo lieve, recando sul volto e in tutta la persona i vestigi del sogno in cui s'era immersa, l'intima poesia dell'ora trascorsa con un libro fedele nella solitudine d'un recesso noto a lei sola.
— Dove sei stata? — le chiese Oddo, prima ch'ella giungesse fino a noi.
Ella sorrise con timidezza; e una tenue fiamma le tinse le gote ondulate.
— Laggiù — rispose — a leggere.
La sua voce era liquida e argentina tra le labbra esigue. Il suo libro aveva per segnale tra le pagine un filo d'erba.
Come io m'inchinai, ella mi porse la mano continuando il suo sorriso timido. E parve risvegliare in fondo alla mia anima qualche cosa di quella tenera compassione da me provata nel tempo lontano verso la piccola inferma visitata da mia madre; poiché la sua mano era tanto gracile e soave che mi diede imagine d'uno di quei fini gigli, chiamati emerocàli, fiorenti per un giorno nelle arene calde.
Com'ella non mi parlò, anch'io non seppi trovare le delicate parole che convenivano alla sua pavida grazia di ermellino.
— Vogliamo dunque salire? — disse Anatolia volgendosi a me e rompendo con la sua voce chiara quella specie d'incantamento inerte che nel tepore della pergola i nostri pensieri e le nostre malinconie non esprimibili avevano formato vaporando. — Nostro padre ha molto desiderio di rivedervi.
E riprendemmo insieme a salire per le scalee verso il palazzo.
Le tre sorelle ci precedevano, l'una discosta dall'altra, prima Anatolia, Massimilla ultima, proferendo alcune parole, alternativamente, poiché il silenzio delle cose chiedeva il suono delle loro voci ed esse credevano forse dissipare di sul capo dell'ospite la tristezza del silenzio. Quelle brevi onde sonore, sgorgando dalle labbra che io non vedevo, dichinavano investendomi; e io salivo quindi nelle voci e nelle ombre virginee, come nelle parvenze d'un prestigio, attonito e perplesso. Ma se i tre ritmi al mio udito erano alterni, alla mia vista erano simultanei e continui, così che il mio spirito a volta a volta si tendeva curioso per distinguerli o si faceva quasi direi concavo per fonderli in una armonia profonda. E, come quelli episodii che nella fuga riempiono il silenzio del tema, gli aspetti delle cose al passaggio o le particolarità delle figure entravano ad arricchire il mio sentimento musicale, senza turbarlo. Erano i segni dell'abbandono e della dimenticanza sparsi su per le antiche scalee qua e là ancora ingombre dalle spoglie dell'ultimo autunno. La statua d'una ninfa giacente teneva nel sonno la testa china in atto di pena, poiché il sostegno del braccio mancava alla sua tempia maculata dal musco. In un vaso d'argilla rossastra, lungo come un sarcofago, occupato dalle dure erbe selvagge, una sola pianticella di giunchiglia fioriva debole e tremula fra l'invasione ostile. In una rovina del parapetto disgregato dalle radici penetranti dell'edera, appariva scoperto un canale interno simile a una arteria rotta; e vi si scorgeva il luccichio e vi si udiva il susurrio dell'acqua che scendeva a riempire il cuore delle fontane piangenti. Erano i segni dell'abbandono e della dimenticanza sparsi lungo la nostra salita. La statua, il fiore e l'acqua mi dicevano una medesima verità. E Violante e Massimilla e Anatolia si trasfiguravano nella mia mente per virtù di analogie misteriose.
“O belle anime„ io pensava, misurando i ritmi della loro esistenza visibile “nella vostra trinità non è forse la perfezione dell'amore umano? Voi siete la forma triplice che finse il mio desiderio nell'ora della grande armonia. In voi tutti i bisogni della mia carne e del mio spirito più altieri potrebbero appagarsi; e, per l'opera ch'io debbo compiere, voi potreste divenire gli strumenti meravigliosi delle mie volontà e dei miei destini. Non siete voi quali io vi avrei create per ornare di una bellezza e di un dolore sublimi il mondo occulto di cui sono l'artefice infaticabile? Oggi non conosco di voi se non le sembianze e qualche parola fugace; ma sento che domani ciascuna di voi in tutto il suo essere corrisponderà all'imagine che dentro di me respira e palpita.„
Così le tre sorelle salivano nella mia aspirazione e nella mia preghiera, ciascuna obbedendo alla musica segreta che conduceva la sua vita verso il termine incognito. E le loro figure gettavano su la pietra grandi ombre.
Quando posi il piede su la soglia, l'imagine fantastica della demente mi riapparve così viva e così fiera ch'io n'ebbi un segreto brivido. Tutto il luogo mi sembrò tenuto dalla sua dominazione sinistra, attristato e atterrito dalla sua onnipresenza. Mi sembrò di leggere nel volto dei figli la mia stessa inquietudine. E pensai che l'avremmo trovata in cima della scala ad aspettarci.
Indovinando il mio pensiero, Anatolia mi disse piano, per rassicurarmi:
— Non vorrei che temeste.... Voi non la vedrete.... Ho potuto fare in modo che non la vediate, in queste ore almeno.... Cercate di non pensarci, perché non vi sembri troppo triste la nostra ospitalità.
Antonello guardava su per le vetrate delle logge che circondavano il cortile, vigilando con quei suoi occhi inquieti su cui palpitavano di continuo i cigli.
— Vedi l'erba? — esclamò Oddo, indicandomi il verde che cresceva lungo i muri, negli interstizii delle lastre.
— Segno e augurio di pace — io dissi, cercando di scuotere da me l'oppressura e di risollevarmi. — Mi dispiacque di non trovarla ieri nel mio cortile. L'avevano tolta, mentre io l'avrei preferita alle foglie festive del mirto e del lauro. Bisogna lasciar crescere l'erba, specialmente nelle case troppo grandi. È una cosa viva di più.
Il cortile era sonoro come una navata; e gli echi vi erano pronti a raccogliere pur le parole sommesse. Guardando la fontana muta, pensai le musiche misteriose a cui l'acqua avrebbe potuto invitare quegli echi attenti e favorevoli.
— Perchè la fontana tace? — domandai, volendo cogliere tutte le occasioni per sostenere la causa della vita in quel claustro pieno di cose obliate o estinte. — Dianzi, su per la scalea, ho sentito correre l'acqua.
— Rivolgetevi ad Antonello — disse Violante. — Egli ha imposto il silenzio.
Il povero infermo si colorò lievemente nel volto e s'intorbidò negli occhi come chi sia per cedere a un impeto d'ira. Quasi pareva che la denunzia innocua di Violante gli facesse onta e dolore o che riaprisse una disputa già composta. Si contenne; ma il dispetto gli alterò la voce.
— Imagina, Claudio, che le mie stanze sono proprio là — disse, indicando un lato della loggia — e che di là si sente la fontana scrosciare come una cascata. Imagina! Un rumore che toglie il senno: incredibile. Già, non senti che rimbombo ha la voce qui? Di giorno!
In tutto il suo corpo lungo e scarno vibrava l'avversione contro lo strepito, l'orrore nervoso, l'aborrimento invincibile di cui egli mi aveva già dato i segni il giorno innanzi nell'udire i colpi delle carabine e le grida umane.
— Ma vorrei che tu sentissi, di notte — seguitò eccitandosi. — Vorrei che tu sentissi! L'acqua non è più l'acqua; diventa un'anima perduta che urla, che ride, che singhiozza, che balbetta, che sbeffa, che si lagna, che chiama, che comanda. Incredibile! Qualche volta, nell'insonnio, ascoltando, ho dimenticato che fosse l'acqua; e non ho potuto più ricordarmene.... Intendi?
Egli s'arrestò d'un tratto, con uno sforzo palese per dominarsi; e guardò Anatolia, smarritamente. La pena che contraeva il volto di lei scomparve sotto quello sguardo, s'internò, si nascose. Ed ella, come per dissipare il malessere che ci teneva tutti, disse con un'aria quasi gaia:
— Veramente, Antonello non esagera. Volete che evochiamo l'anima perduta? È facile.
Eravamo tutti là, presso la fontana arida. La sosta imprevista e le parole e l'aspetto del tormentato e la solennità del luogo chiuso e la freddezza argentina della luce che vi pioveva dall'alto e l'imminenza della metamorfosi parevano conferire a quella vecchia cosa inerte quasi il mistero d'un'opera di magia. La mole marmorea — componimento pomposo di cavalli nettunii, di tritoni, di delfini e di conche in triplice ordine — sorgeva innanzi a noi coperta di croste grigiastre e di licheni disseccati, biancheggiante qua e là come il tronco del gáttice; e le sue molte bocche umane e bestiali parevano quasi aver conservato nel silenzio l'attitudine della liquida voce ultimamente prodotta.
— Scostatevi — soggiunse Anatolia chinandosi verso un disco di bronzo che chiudeva un'apertura circolare nel lastrico presso il margine del bacino inferiore. — Do l'acqua.
Ed ella mise le dita nell'anello che sporgeva dal centro del disco e tentò di sollevare il peso; ma, non riuscendo, si rialzò invermigliata nel volto dallo sforzo. Come io le venni in aiuto ed apersi, ella di nuovo si chinò e di sua mano ritrovò il congegno nascosto. Indietreggiammo entrambi, con un moto concorde, mentre s'udiva già borbogliare l'acqua saliente su per le vene della fontana esanime.
E fu un attimo di aspettazione ansiosa, quasi che le bocche dei mostri dovessero dare un responso. Involontariamente io imaginai la voluttà della pietra invasa dalla fresca e fluida vita; finsi in me medesimo l'impossibile brivido.
Le bùccine dei tritoni soffiavano, le fauci dei delfini gorgogliavano. Dalla sommità uno zampillo eruppe sibilando, lucido e rapido come un colpo di stocco vibrato contro l'azzurro; si franse, si ritrasse, esitò, risorse più diritto e più forte; si mantenne alto nell'aria, si fece adamantino, divenne uno stelo, parve fiorire. Uno strepito breve e netto come lo schiocco d'una frusta echeggiò da prima nel chiuso; poi fu come uno scroscio di risa poderose, fu come uno scoppio di applausi, fu come un rovescio di pioggia. Tutte le bocche diedero i loro getti, che si curvarono in arco a riempire le conche sottoposte. La pietra bagnandosi qua e là si copriva di macchie oscure, luccicava nelle parti levigate, si rigava di rivoli sempre più spessi: — infine gioì tutta quanta al contatto dell'acqua, parve aprire alle gocce innumerevoli tutti i suoi pori, si ravvivò come un albero beneficato da una nube. Rapidamente le cavità più anguste si riempirono, traboccarono, composero corone argentee di continuo distrutte, di continuo rinnovellate. Come si moltiplicavano i giochi istantanei giù per la diversità delle sculture, crescevano i suoni ininterrotti formando una musica sempre più profonda nel grande echéggio delle pareti. Gagliardi, su la volubile sinfonia dell'acqua cadente nell'acqua, dominavano gli scrosci e gli schianti dello zampillo centrale che frangeva contro le cervici dei tritoni i fiori miracolosi fiorenti d'attimo in attimo alla cima del suo stelo.
— Senti? — esclamò Antonello che guardava quel trionfo con occhi di nemico. — Ti sembra tollerabile a lungo, questo frastuono?
— Ah, io starei ore e giorni ad ascoltare — parvemi dicesse Violante mettendo su la sua voce un velo più grave. — Nessuna musica vale questa, per me.
Ella era rimasta tanto vicina alla fontana che riceveva su la persona gli spruzzi dei getti, e aveva già i capelli sparsi d'un pulviscolo lucente. Il potere della sua bellezza anche una volta escludeva dal mio spirito qualunque pensiero estraneo, qualunque imagine discordante. Anche una volta ella m'appariva isolata e intangibile, fuori della vita comune, piuttosto simile a una finzione dell'arte che a una creatura di nostra specie. Tutte le cose intorno riconoscevano la sovranità della sua presenza poichè tutte si riferivano e si sottomettevano e si accordavano alla sua bellezza. Come già il grande arco verde ch'erasi incurvato su lei nel primo apparire, come già l'antico plinto che l'aveva sostenuta, quel sonoro vase aperto verso il cielo sembrava creato per lei sola, sembrava rispondere perfettamente all'armonia ideale ch'ella effettuava con la sua semplice attitudine. Segrete affinità, non intelligibili, congiungevano al suo essere le cose più diverse, rapportavano i circostanti misteri al suo mistero. Poichè la natura aveva manifestato per mezzo di tal forma umana una sua idea di perfezione somma, sembravami che ogni altra idea racchiusa in ogni altro naturale involucro dovesse necessariamente servire come un segno per condurre lo spirito del contemplatore a comprender quella altissima ed unica. Onde avvenne che, considerando la vergine presso la fontana, io trovassi e cogliessi una pura verità. “Quando la Bellezza si mostra, tutte le essenze della vita convergono in lei come in un centro; ed ella ha quindi per tributario l'intero Universo.„
— Una delle nostre pene — mi diceva Oddo mentre salivamo per l'amplissima scala balaustrata sul cui silenzio gli svolazzi e i nuvoli delle allegorie secentesche simulavano la furia d'una bufera — una delle nostre pene è questo spazio; che ci dà una specie di smarrimento continuo e quasi un senso di diminuzione umiliante...
Troppo ampio e troppo vacuo era infatti l'edificio. Restaurato nel secolo XVII e da ròcca feudale trasformato in villa di delizia, conservava tuttavia l'enormità formidabile delle sue mura e delle sue volte su cui le epoche successive avevano lasciato impronte varie di arte e di lusso talora in contrasto e talora sovrapposte. Il gran numero degli specchi, ond'erano coperte intere pareti, moltiplicava lo spazio all'infinito. E nulla era più triste di quei pallidi abissi illusorii che sembravano schiudersi in un mondo soprannaturale e allo sguardo dei viventi promettere d'attimo in attimo apparizioni funeree.
— Claudio, figliuolo mio! — esclamò con voce commossa il principe Luzio, appena mi vide, venendomi incontro. — Caro, caro figliuolo!
Sentii tremare quel vecchio corpo esausto, quando egli mi abbracciò e mi baciò in fronte con atto paterno. Tenendo ancora una mano su la mia spalla, egli mi fissò poi lungamente in volto come trasognato mentre nell'azzurro cinereo dei suoi occhi indeboliti passava un'onda di memorie, di cordogli e di rimpianti.
— Come rammenti tuo padre! — soggiunse con la voce sempre più affettuosa, comunicandomi la sua commozione. — È una somiglianza incredibile. Mi pare di rivedere Massenzio nella sua gioventù, quand'eravamo compagni nei Cavalleggieri della Guardia.... Mi pare di rivederlo vivo. Come gli somigli, figliuolo mio!
Egli mi prese per la mano e mi condusse verso la finestra, quasi volesse appartarsi con me e attrarmi nella evocazione delle cose lontane.
— Come gli somigli! — ripetè quando il mio volto gli apparve alla chiara luce. — Oh se l'anima benedetta vivesse ancora! Non doveva morire, mio Dio, non doveva morire.
Egli scoteva il capo, in atto di rammarico, verso il fantasma di quella bellissima vita troppo presto recisa. E tanta era la sincerità del suo affetto che io ne fui penetrato sin nel fondo dell'anima; e non più mi sentii estraneo in quella casa dove io ritrovavo la memoria dei miei morti conservata così puramente.
— Guarda — soggiunse il principe sfiorando con le dita i fili estremi della sua barba candida e sorridendo d'un sorriso in cui travidi un che della nobile dolcezza di Anatolia — guarda come sono invecchiato!
Egli mostrava in tutta la persona un accasciamento penoso, ma lo splendore della canizie precoce conferiva alla sua testa una maestà veneranda; e nella fronte egli portava ancor vivida la nota ereditaria della sua stirpe dominatrice. Le sue mani, quasi per miracolo, non avevano sofferto alcuna ingiuria dalla malattia e dalla vecchiezza, non mostravano alcuna deformazione senile. S'erano conservate belle e pure, come rese inalterabili da un balsamo, quelle prodighe mani con cui il signore munifico aveva dissipato la ricchezza su la via dell'esilio per mantener più a lungo negli occhi del suo Re un riflesso della regalità caduta. E quasi a memoria dei tesori profusi risplendeva su l'anulare un cammeo.
Quelle mani con i loro gesti lenti, mentre il torpido sangue si ravvivava al calore dei ricordi, parevano trarre da una zona d'ombra qualche lembo d'un mondo estinto; e tale officio le rendeva agli occhi del mio spirito più singolari. Quando il vecchio essendo seduto le posò lungo i bracciuoli, entrambe mi divennero simili a reliquie e io le considerai con un sentimento sconosciuto di rispetto quasi superstizioso. Esse fecero sì che in quell'ora io mi credessi di vivere nella mia poesia e non nella realtà degli atti, indicibilmente.
Poichè il mio sguardo restava fisso nella gemma effigiata, il principe sorrise dicendo:
— È il ritratto di Violante.
E si tolse l'anello, e me lo porse.
L'opera sottile era d'artefice antico, non indegna di Pirgotele o di Dioscoride; ma il divino lineamento medusèo, rilevato sul campo sanguigno del sardonio, corrispondeva con tanta perfezione alla sembianza della creatura superba che io pensai: “Veramente ella dunque illuminò l'arte delle età scomparse e da tempo immemorabile conferì alle materie durevoli il privilegio di perpetuare l'Idea ch'ella oggi incarna!„
— La madre, quando incinse di lei, portava quest'anello — soggiunse il principe col medesimo sorriso dolce — e lo guardava sempre.
Per tali modi, a ogni momento, le concordanze delle cose ponevano il mio spirito in uno stato ideale che s'avvicinava allo stato del sogno e della prescienza pur senza attingerlo, porgendo esse una materia armonica alla mia sensibilità e alla mia imaginazione. E io assistevo in me medesimo alla continua genesi d'una vita superiore in cui tutte le apparenze si trasfiguravano come nella virtù di un magico specchio.
Le tre elette creature parevano illuminarsi e oscurarsi vicendevolmente; e le ombre e i lumi avevano in loro le significazioni d'un linguaggio che io già interpretavo con una straordinaria lucidità come se da gran tempo mi fosse familiare. Onde io rimasi abbagliato non solo dai riverberi della roccia ma anche dai baleni confusi del mio pensiero percosso, quando Violante avvicinandosi a una finestra aperta mi mostrò uno spettacolo ch'ella avrebbe potuto creare con un gesto e mi disse:
— Guardate.
Era una finestra rivolta a settentrione, nella faccia del palazzo opposta al giardino; ed era spalancata su una voragine. Come mi sporsi, una specie di vibrazione impetuosa mi attraversò tutto l'essere esaltandolo d'improvviso al sentimento d'una grandezza muta e terribile.
“È forse questo il vostro segreto?„ io chiesi alla rivelatrice; ma senza parole, tanto al suo fianco sembravami parlante il silenzio.
Il dirupo scendeva quasi a picco, sotto i contrafforti massicci da cui era munita la muraglia settentrionale, profondandosi fino a un aspro alveo biancastro che pur nella sua aridità minacciava le rovinose collere del torrente. Con la stessa violenza atroce e disperata con cui i fiumi di lava discesi al mare siciliano rimbalzarono si drizzarono si contorsero neri e rossi stridendo ruggendo fischiando al primo contatto dell'acqua, con la stessa violenza la roccia dalla bassura dell'alveo si rialzava e si scagliava contro il cielo opponendo alla muraglia costruita dagli uomini una massa gigantesca travagliata da un muto furore. Tutte le più crude convulsioni e contrazioni dei corpi posseduti da energie demoniache o da spasimi letali, tutte parevano fisse in quella compagine orrida come la balza ove Dante ebbe l'indizio dei nuovi martirii prima di giungere alla riviera del sangue custodita dai Centauri. Tutti i modi delle materie pieghevoli e scorrevoli vi parevano finti a contrasto del duro sasso: i cirri delle capellature ribelli, i viluppi delle serpi azzuffate, gli intrichi delle radici divelte, gli avvolgimenti delle viscere, i fasci dei muscoli, i circoli dei gorghi, le pieghe delle tuniche, i rotoli delle funi. Il fantasma d'una turbolenza frenetica si levava da quella immobilità perfetta a cui il meriggio toglieva qualunque ombra. La palpitazione d'una febbre veemente sembrava compressa dalla crosta inerte.
“È questo il vostro segreto?„ io ripetei alla rivelatrice, pur senza parole, poiché l'émpito interiore non mi consentiva di scegliere e di dominare i suoni della mia voce.