Le vergini delle rocce

Part 5

Chapter 53,828 wordsPublic domain

M'indugiavo tuttora a imaginare l'arrivo del dono primaverile innanzi ai cancelli del parco ove le tre sorelle attendevano. Le loro figure mi balenavano indistinte, pur con qualche lineamento che mi pareva di rinvenire nei ricordi della puerizia e dell'adolescenza. E il desiderio di rivederle, di riudire la loro voce, di ravvivare quei ricordi alla loro presenza, di conoscere il loro male, di mescolarmi alla loro vita ignota mi cresceva a poco a poco e cominciava a prendere l'acutezza di un'inquietudine.

Seguendo il mio pensiero e il mio sentimento (già la carrozza correva verso Rebursa), io dissi:

— Un tempo, il parco di Trigento era pieno di giunchiglie e di violette.

— Anche ora — disse Oddo.

— C'erano grandi siepi di bosso.

— Ci sono ancóra.

— Mi ricordo bene dell'anno che arrivaste da Monaco per rimanere. Massimilla era molto malata. Accompagnavo a Trigento quasi ogni giorno mia madre....

Noi eravamo immersi nella primavera. I rami di mandorlo ingombravano la carrozza: ne avevamo dietro le spalle, ne avevamo su le ginocchia. Il viso così bianco di Antonello m'appariva tra quella bianchezza odorosa più consunto; e la malinconia dei suoi occhi febrili, troppo in contrasto con quella vivente espressione di una gioventù sempre rinnovellata, mi si adunava intorno al cuore.

— Peccato che tu non venga oggi a Trigento! — disse Oddo, con un profondo rammarico nella voce. — Mi dispiace di lasciarti.

— È vero — aggiunse Antonello. — Ti abbiamo riveduto soltanto oggi, dopo anni, dopo anni di silenzio e di dimenticanza; e ora già ci sembra di non poter fare a meno di te.

Essi proferivano le parole affettuose con quella semplicità e con quel candore che conservano gli uomini solitarii, non abituati alle simulazioni della vita comune. Sentivo già ch'essi mi amavano e che io li amavo, e che tra noi la grande lacuna degli anni si colmava a un tratto, e che la loro sorte stava per congiungersi alla mia sorte indissolubilmente. — Perchè la mia anima s'inclinava con tanta pena verso quei due vinti, si protendeva con tanto desiderio verso grazie e tristezze intravedute, mostrava tanta impazienza di versare la sua dovizia su quella povertà? Era dunque vero che la lunga e dura disciplina non aveva inaridite in lei le fonti spontanee della commozione e del sogno ma le aveva rese più profonde e più fervide. — Un vapore di poesia si diffondeva per me in quel pomeriggio di febbraio intiepidito dall'alito d'una primavera precoce. Il corso volubile del Saurgo a piè delle rocce plasmate dal fuoco; la città morta nel fiume impaludato; il vertice del Corace sfavillante come un elmetto su una fronte minaccevole; le fulve glebe seminate di selci risvegliatrici delle scintille dormenti; le viti e gli olivi contorti dall'atroce sforzo d'esprimere frutti così ricchi da membra così magre: tutti gli aspetti del paese intorno significavano la potenza dei pensieri nutriti in segreto, il mistero tragico dei destini compiuti, l'energia dolorosa, la constrizione tirannica, la passione superba, ogni più aspra e più rigida virtù della terra solitaria e dell'uomo solo. Pur nondimeno il più mite dei tepori primaverili si raccoglieva nell'austera chiostra; le fioriture argentee dei mandorli coronavano i poggi come le schiume coronano le onde; ai raggi obliqui i declivii qua e là prendevano l'apparenza morbida di un velluto disteso; i culmini delle rocce si convertivano in un oro quasi roseo, sul cielo che delicatamente inverdiva. L'influsso della stagione e la magia dell'ora potevano dunque addolcire il duro genio dei luoghi, velare di grazie quella fierezza, temperare quella violenza, versare un lene incantesimo in quel bacino foggiato con arte ignea dalla volontà terribile di un antico vulcano e poi con vece assidua corroso dalla cupidigia o arricchito dalla liberalità di un antico fiume.

— Noi ci vedremo assai spesso — io dissi, dopo una pausa rispondendo alle parole buone. — Da Rebursa a Trigento la via è breve. E io so che in voi ho ritrovato due miei fratelli....

Entrambi trasalirono, poichè un guardiano a cavallo oltrepassò di galoppo scaricando in alto la sua carabina per dare il segnale alle salve di saluto e di gioia. Rebursa si levava innanzi a me con le sue quattro torri di pietra, ancor bella e forte, mostrando ancora intatta l'impronta dell'orgoglio originario, distendendo la sua ombra e la sua dominazione su una gente gagliarda in cui l'obedienza e la fedeltà si trasmettevano di padre in figlio come caratteri della sostanza vitale.

Ma mi strinse l'anima un'angoscia non provata da lungo tempo quando posi il piede su la soglia cosparsa di mirto e d'alloro, dove nessuna voce cara mi dava il benvenuto chiamandomi per nome. Le imagini dei miei morti mi comparvero a piè della scala e mi fissarono con gli occhi trascolorati, senza un gesto, senza un cenno e senza un sorriso.

Più tardi, seguii con lo sguardo a lungo a lungo su la via di Trigento la carrozza che portava i due tristi malati quasi sepolti sotto i fiori. E la mia anima precorse al cancello del parco dove le tre sorelle attendevano — Anatolia, Violante, Massimilla! — ; e le intravide nell'atto di ricevere su le braccia protese il fresco dono della primavera; e cercò di riconoscere i nobili volti a traverso la siepe fragrante, cercò di scoprire la fronte di colei ch'ella avrebbe eletta per l'alleanza necessaria. Il crepuscolo cadendo aumentava quella strana e impreveduta agitazione del desiderio d'amore. Un'ombra azzurra occupava la valle del Saurgo, celava la città morta, ascendeva lentamente su per le aspre gradinate rocciose; ma come in cielo pullulavano gli astri così in terra s'accendevano fuochi di festa, divampavano, si moltiplicavano, formavano larghe corone. Soli, altissimi, estranei a quei segni della vita infera, quasi retrocessi nella lontananza d'un mito, quasi culminanti in un'atmosfera supraterrestre, i pinnacoli delle rocce risplendevano ancóra. E a un tratto fiammeggiarono come piropi, d'un lume incredibile che durò pochi attimi; impallidirono, si fecero violacei, si confusero, si spensero. Ultima l'eccelsa punta del Corace restò di fiamma; acutissima ferì il cielo, simile al grido della passione senza speranza; poi, con la rapidità d'un baleno anch'essa si spense; entrò nella notte comune.

“Se il rigore della tua lunga constrizione non avesse altro compenso che l'ineffabile turbamento a cui t'abbandoni da ieri, già dovresti teco medesimo rallegrarti di tanti sforzi compiuti„ mi diceva il demònico, la mattina seguente, cavalcando noi al passo verso il giardino chiuso. “Eccoti alfine maturo! Prima di ieri tu non sapevi che la tua anima fosse giunta a tanta maturità e a tanta pienezza. La felice rivelazione ti viene dal bisogno che provi, subitaneo, di versare la tua dovizia, di spanderla, di prodigarla senza misura. Tu ti senti inesauribile, capace di alimentare mille esistenze. È ben questo il premio dei tuoi assidui sforzi: — ora tu possiedi l'impetuosa fecondità delle terre profondamente lavorate. Goditi dunque la tua primavera; rimani aperto a tutti i soffii; lasciati penetrare da tutti i germi; accogli l'ignoto e l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto. Omai il tuo primo cómpito è fornito. La tua natura, che tu hai resa integra e intensa, ti sia sacra. Rispetta i minimi moti del tuo pensiero e del tuo sentimento perchè ella sola li produce. Già che ella ti appartiene tutta quanta, ora tu puoi abbandonarti a lei e gioirne senza limiti. Tutto, ora, ti è permesso: pur quello che odiasti o disprezzasti in altrui: perocché tutto divenga nobile passando a traverso la sincerità della fiamma. Non temere d'esser pietoso, tu che sei forte e che sai imporre il tuo dominio e il tuo castigo. Non avere onta delle tue inquietudini e dei tuoi languori, tu che ti sei fatta una volontà di tempra dura come le spade battute a freddo. Non respingere la dolcezza che t'invade, l'illusione che ti avvolge, la malinconia che ti attira, tutte le cose nuove e indefinibili che oggi tentano la tua anima attonita. Esse non sono se non le vaghe forme del vapore che si sviluppa dalla vita fermentante nelle profondità della tua natura ferace. Accoglile dunque senza sospetto, poichè non ti sono estranee nè ti diminuiscono nè ti corrompono. Ti appariranno forse domani come le prime annunziatrici velate di una natività che è nei tuoi voti.„

Io non ho mai ritrovato di poi un'ora tanto deliziosa e tanto penosa a un tempo. Non so se gli alberi carichi di fiori avessero della lor vitale potenza un senso così pieno come io aveva della mia in quel mattino limpido; ma certo ad essi mancava quella vasta e confusa ansietà in cui s'agitavano innumerevoli affetti e innumerevoli pensieri. Per prolungare la pena e la delizia io tenevo il mio cavallo al passo indugiandomi nella via, quasi che quell'ora dovesse chiudere per sempre una fase della mia intima vita e al mio giungere sul luogo destinato una fase nuova e imprevedibile dovesse aprirsi; di cui era già il presentimento oscuro in fondo alla mia ansietà che non si placava. Ad intervalli il soffio della primavera investendomi d'improvviso col suo susurro e col suo tepore pareva rapirmi in un etere di sogno, abolire in me per qualche attimo la coscienza della persona reale e infondermi l'anima vergine e ardente d'uno di quelli amanti eroi che nelle favole cavalcano verso le Belle addormentate nei boschi. Non cavalcavo anch'io verso le principesse nubili, prigioniere nel giardino chiuso? E non forse ciascuna di loro nel suo cuore segreto aspettava lo Sposo?

Già m'apparivano quali le fingeva il mio desiderio e già l'imagine triplice suscitava dal mio desiderio la prima perplessità. Io mi chiedeva: “Chi sarà l'eletta?„, comprendendo in me, nel tempo medesimo, l'allegrezza nuziale dell'una e la sepolcrale tristezza delle altre, sentendo già in me tutti i germi delle inquietudini future, intravedendo già sotto la speranza il rammarico. E di nuovo mi attraversò lo spirito quel timore che una volta mi aveva turbato nel mezzo della mia opera volontaria: il timore delle forze cieche e fatali contro cui qualunque più dura volontà si può infrangere; il timore del turbine fulmineo che in un attimo può avviluppare qualunque più tenace e audace uomo per trascinarlo ben lontano dalla mèta prefissa.

Fermai il cavallo. La via in quel punto era deserta; il palafreniere mi seguiva a distanza. Un silenzio altissimo regnava i luoghi grandiosi e solitarii, rotto a intervalli dal susurro degli oliveti; una luce immobile illuminava tutto egualmente; e nella luce e nel silenzio, dalle ésili foglie alle rocce gigantesche, le cose apparivano disegnate con una nitidezza di contorni quasi cruda. Meglio sentii allora quel che di ambiguo era entrato in me. E pensai: “Non aveva io fino a ieri ottenuto nel mio spirito la stessa perspicuità mattutina che rivela tutte le linee di questa contrada alla mia vista attenta? E ora non nasconde la nuova ambiguità un qualche pericolo? Forse una troppo grande copia di poesia s'è accumulata in me, pericolosamente, nella solitudine; e deve spandersi senza misura. Ma, se io mi abbandono al torrente impetuoso, fin dove sarò trascinato? Gioverà forse ancóra la vigilanza contro la vita estranea; gioverà forse non entrare nel cerchio che mi si apre d'avanti all'improvviso come un'opera di magia per includermi.„ E il demònico mi ripetè con chiara voce: “Non temere! Accogli l'ignoto e l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto; procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere. Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita.„

Spinsi il cavallo al trotto, quasi con veemenza, come se in quel punto un grande atto fosse stato risoluto. E Trigento apparve sul declivio del poggio con le sue case di pietra figliate dalle rocce tutelari. Alla sommità apparve l'antico palazzo col suo giardino murato che discendeva sul declivio opposto sino al piano dando imagine d'un vasto claustro pieno di cose obliate o estinte.

Quando posi il piede a terra, d'avanti al cancello; udii la voce di Oddo che stava alla vedetta.

— Benvenuto, Claudio!

Egli mi corse incontro festoso come la prima volta, con le braccia tese.

— Credevo che tu venissi più presto — disse con un tono di rimprovero. — Ti aspetto qui da due ore.

— Mi sono indugiato per la via — risposi. — Ho voluto riconoscere gli alberi e i sassi....

Con uno di quei suoi atti repentini e disordinati, misto di curiosità e di timidezza, egli si accostò al mio cavallo e gli palpò il collo.

— Com'è bello! — mormorò, mentre sotto la sua mano pallida e gracile il collo dell'animale aveva una rapida vibrazione di sensibilità.

— Lo potrai montare quando vorrai — io gli dissi. — Questo o un altro.

— Credo che non mi reggerei più in sella — rispose. — Credo che avrei paura.... Ma vieni! Vieni! Sei aspettato.

E mi condusse su per un viale compreso tra pareti di bosso indebolite dalla vecchiezza, sparse di radure profonde come buche, donde sembravami escissero freschi odori d'invisibili violette, strani come aliti giovenili in bocche deformi.

— Iersera — diceva Oddo, un poco in affanno — iersera con i tuoi mandorli portammo la gioia.... Che provammo quando rimanemmo noi due in fondo a quella carrozza, seppelliti sotto tutti quei fiori! Antonello era come un bambino. Non l'avevo mai veduto così....

A intervalli le pareti verdi s'aprivano in archi scoprendomi allo sguardo lembi di terra erbosa ove qualche lunga ed esigua lista di sole fendeva l'ombra con un taglio netto.

— Non l'avevo mai veduto così; non gli avevo mai sentito dire tante parole insensate....

Urne di pietra dai larghi fianchi rotondi si alternavano con statue quasi vestite dai licheni, monche o acefale, in attitudini che mi parevano eloquenti. E alcune giunchiglie fiorivano presso i loro plinti.

— Quando poi arrivammo qui, non potevamo scendere perchè i rami c'ingombravano. Le sorelle vennero a liberarci. Come erano felici! Risalirono cariche. Le sentivamo ridere su per le scalee. Tutte cose nuove, Claudio, per noi.

Mi giungeva all'orecchio una voce soffocata; che era il chioccolio sommesso d'una fontana nascosta nella vicinanza. E un'ansietà indefinibile mi premeva il cuore.

— Tutta la sera abbiamo parlato di te, ricordato tante cose del tempo lontano, fatto anche qualche sogno per l'avvenire. Chi avrebbe mai potuto imaginare il tuo ritorno? Ma nessuno di noi crede ancora che tu rimanga.... Ci sembra che, dopo qualche giorno, tu debba fuggire. Non è facile resistere a questa nostra vita. Massimilla, vedi, preferisce il monastero.... Non sai che Massimilla sta per lasciarci?

Come io saliva rasente la parete vegetale, un forte sentore d'amarezza mi prendeva le nari emanato dalle piccole foglie nuove del bosso che brillavano in guisa di berilli tra il verde opaco. — Ah, ecco Violante! — esclamò Oddo toccandomi il braccio.

L'apparizione improvvisa mi diede un gran palpito; e sentii che il mio volto si colorava.

Ella era sotto un alto arco di bosso, con i piedi nell'erba; e un lembo di prato per l'apertura si dileguava, in liste d'oro, dietro la sua persona.

Sorrideva senza avanzare, attendendo che noi le giungessimo da presso; e pareva ch'ella offrisse al mio sguardo attonito la sua bellezza intera in quell'attitudine calma, su quella soglia verde ove forse le sue dita avevano reciso le numerose viole che le ornavano la cintura. Mi tese la mano guardandomi in volto, e mi disse con una voce che era la perfetta espressione musicale della forma onde esciva:

— Siate il benvenuto. Noi vi aspettavamo già da ieri. Oddo e Antonello ci portarono invece il vostro dono, che non fu meno gradito.

Io le dissi:

— Rientro nel vostro dominio dopo molti anni ricordandomi che ci venni la prima volta accompagnando mia madre, e già provo il rammarico d'esserne rimasto troppo tempo lontano. Partendo da Roma io sapevo che avrei trovato a Rebursa una casa vuota ma non sapevo che Trigento mi avrebbe compensato con tanta larghezza. Io vi debbo molta riconoscenza....

— Vi dovremo noi riconoscenza — ella interruppe — se non vi parrà grave la nostra compagnia. Voi sapete che questo luogo è senza gioia.

— Anche la tristezza ha la sua bontà per chi la sa gustare, non è vero?

— Forse.

— E poi, veramente, da che ho oltrepassato il cancello, io non ho qui se non sensazioni squisite. Questo grande giardino mi sembra delizioso. Come si può non sentire la poesia della sua vecchiezza? Ieri, quando vidi Oddo e Antonello pieni di meraviglia d'avanti a quei mandorli come se non avessero mai guardato un albero fiorito, pensai che qui tutto fosse arido e morto. Invece trovo qui dentro una primavera più dolce di quella che ho lasciata fuori. Non vi siete voi forse stancata a cogliere le mammole nell'erba? Ne avete carica la cintura!

Ella sorrise abbassando gli occhi sul suo fianco e toccando con le sue dita nude le viole che l'ornavano.

— Voi venite dalla città — ella disse con quella sua voce sonora ma pur velata, in cui la ricchezza del timbro era un poco spenta come da un'incrinatura esilissima — voi venite dalla città e la campagna vi dà le sue primizie.

— Non so; ma certe cose debbono sembrar sempre nuove.

— Noi non le vediamo e non le amiamo più, certe cose — disse Oddo con malinconia. — Forse Violante non sente l'odore dei fiori che coglie.

— È vero? — le chiesi volgendomi verso di lei, incontrando con gli occhi il suo profilo marmoreo reclinato sotto la capellatura voluminosa e divenuto impassibile come quello delle statue immortali.

— Che cosa? — ella domandò, in atto di chi torni da un'assenza, non avendo udito le parole del fratello.

— Dice Oddo che voi non sentite l'odore dei fiori che cogliete. È vero?

Un tenue rossore le colorì il sommo delle gote.

— Oh no! — rispose con una vivacità che contrastava i ritmi lenti cui pareva sottomessa la sua vita. — Non credete a Oddo. Egli dice così perchè io amo i profumi acuti; ma sento anche i più deboli, sento anche quelli delle pietre....

— Delle pietre? — fece Oddo ridendo.

— Che sai tu, Oddo? Taci.

Eravamo su per le grandi scalee coperte di pergole, salienti in ordinanza simmetrica verso il palazzo; ed ella ascendeva tra noi due, con lentezza, di grado in grado. Poichè i gradi erano assai larghi, ella su ciascuno faceva un passo e si soffermava un istante prima di sollevare il piede sul rialto, successivamente; e la vicenda voleva ch'ella sollevasse sempre il medesimo piede. Affaticata dalla frequenza dell'atto, ella abbandonava alquanto il busto su la flessione del ginocchio rilasciando la volontà orgogliosa che pur dianzi ergeva la sua figura a similitudine del perfetto stelo. Una mollezza impreveduta ondeggiava allora nel corpo superbo; un ritmo nuovo ne rivelava le grazie quasi direi obedienti, le virtù pieghevoli di amore. Così forte era il potere emanato da quella creatura bella che io non sapevo distrarre i miei occhi dai suoi moti; e mi trattenevo in dietro per circondarla col mio sguardo intera. Ella pareva respingere il mio spirito verso l'epoca meravigliosa in cui gli artefici estraevano dalla materia dormente le forme perfette che gli uomini consideravano come le sole verità degne di essere adorate in terra. E io pensava, guardandola, salendo dietro la sua traccia: “È giusto ch'ella rimanga intatta. Ella non potrebbe essere posseduta senza onta se non da un dio.„ E, mentre il suo capo sovrano passava nella luce come in un elemento natale, io sentivo che la sua bellezza era per attingere la perfezione della maturità, l'ora breve del massimo pregio; e ringraziavo la fortuna d'avermi concesso un tanto spettacolo. “Ah io l'adorerò ma non oserò amarla; non oserò guardare nella sua anima per sorprendere il suo segreto. Pure ogni suo moto rivela ch'ella è fatta per l'amore; ma per l'amore sterile, per la voluttà che non crea. Giammai le sue viscere porteranno il peso difformante; giammai l'onda del latte sforzerà il puro contorno del suo seno.„

Ella si arrestò impaziente dello sforzo, un poco anelante; e disse:

— Come affaticano questi gradi! Facciamo una sosta qui, se non vi dispiace.

— Antonello e Anatolia scendono — avvertì Oddo scorgendo i due vegnenti attraverso l'intrico della pergola nella scalea superiore. — Aspettiamoli.

Veniva verso di noi quella che m'era stata rappresentata come la datrice di forza, la vergine benefica e possente, l'anima ricca e prodiga. Ella già appariva come un sostegno, poichè Antonello teneva il suo braccio sotto il braccio di lei misurando il suo passo incerto su la cadenza di quel passo sicuro.

— Di quale fra noi — mi domandò Violante all'improvviso ma con un accento leggero che toglieva alla domanda ogni senso indiscreto — di quale tra noi avevate un ricordo meno confuso?

Esitai un istante.

— Non saprei dirvelo — risposi incerto, mentre il mio orecchio si tendeva al fruscio della veste di Anatolia. — Ma, senza dubbio, le figure del mio ricordo non hanno quasi nulla di comune con la realtà presente. Dal giorno che io mi allontanai, si è svolto per noi quel periodo della vita in cui le trasformazioni sono più rapide e più profonde....

I due già sopraggiungevano. Anche Anatolia disse, tendendomi la mano:

— Siate il benvenuto.

E il suo gesto aveva una franchezza virile; e la sua mano nel contatto parve comunicarmi quasi direi un senso di forza generosa e di bontà efficace, parve d'improvviso infondere nel mio spirito una specie di confidenza fraterna.

Era una mano spoglia di anelli, non troppo bianca, nè troppo allungata, ma robusta nella sua forma pura, atta a raccogliere e a sostenere, pieghevole e ferma nel tempo medesimo, con un'impronta di fierezza sul dosso variato dai rilievi delle congiunture e dalle trame delle vene, con solchi di dolcezza nella palma concava e tiepida dove pareva risiedere un focolare irradiante di sensibilità.

— Siate il benvenuto — disse la calda voce cordiale. — Voi ci portate da Roma il sole e la primavera....

— Oh no! — interruppi. — Io trovo qui l'uno e l'altra. A Roma ho lasciato la nebbia e molte simili cose grige. Esprimevo dianzi il rammarico d'esser rimasto troppo tempo lontano.

— Tu dovrai dunque compensarci della dimenticanza — fece Antonello, con quel suo sorriso penoso.

— Come trovate Trigento? — mi domandò Anatolia. — Quasi in nulla mutato; è vero? Voi venivate qui con vostra madre.... Ve ne ricordate bene; è vero? Noi non avremmo potuto dimenticarlo; nè potremo mai. Troverete qui, tra le cose rimaste intatte, la memoria della santa anima, di quella immensa bontà.

Un silenzio grave seguì le sue parole evocatrici. Per qualche attimo il sentimento della morte, addensatosi intorno al mio cuore filiale, diede anche agli esseri e alle cose presenti un aspetto d'inesistenza. Mi parve, per qualche attimo, che tutto divenisse lontano e vacuo non meno di quel cielo ch'io vedevo impallidire a traverso le nude viti della pergola simili a una rete lógora. Ma nel dileguarsi dell'illusione breve, mi sentii più avvicinato a colei che l'aveva prodotta; e mi sentii incapace di disperdermi ancora in parole oziose, provando il bisogno di penetrare nella verità di quella tristezza.

— E Donna Aldoina? — chiesi a voce bassa, rivolto verso Anatolia, comunicando ora con lei sola.

Non era ella forse la vera custode dell'abitazione oscura? Evocando la morta, non aveva ella medesima suscitato l'imagine della demente?

— È rimasta così, sempre — rispose, a voce bassa anch'ella. — Meglio per voi non vederla, almeno per oggi. Vi farebbe troppa pena. E per noi, imaginate!, è il supplizio di tutti i giorni; un supplizio che dura da anni, senza tregua, disfacendoci l'anima....

I suoi occhi in un batter di palpebre gittarono ad Antonello uno sguardo furtivo, dove io potei leggere il segreto terrore che le ispirava il povero infermo pericolante su l'orlo dell'abisso.